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Full text of "Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostri giorni. Compilazione di Gaetano Moroni romano"

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(^  S7^é> 


DIZIONARIO 

DI  ERUDIZIONE 

STORICO-ECCLESIASTICA 

DA  S.  PIETRO  SINO  AI  ^JOSTRI  GIORNI 

SPECIALMENTE      INTORNO 

AI  PRINCIPALI  SANTI,  BEATI,  MARTIRI,  PADRI,  AI  SOMMI  PONTEFICI,  CARDINALI 
E  PIÙ  CELEBRI  SCRITTORI  ECCLESIASTICI,  AI  VARII  GRADI  DELLA  GERARCHIA 
DELLA  CHIESA  CATTOLICA  ,  ALLE  CITTA  PATRIARCALI  ,  ARCIVESCOVILI  E 
VESCOVILI,  AGLI  SCISMI,  ALLE  ERESIE,  AI  CONCILII  ,  ALLE  FESTE  PIÙ  SOLENNI, 
AI  RITI,  ALLE  CEREMONIE  SACRE,  ALLE  CAPPELLE  PAPALI,  CARDINALIZIE  E 
PRELATIZIE,  AGLI  ORDINI  RELIGIOSI,  MILITARI,  EQUESTRI  ED  OSPITALIERI,  NON 
CHE    ALLA     CORTE  E  CURIA   ROMANA    ED   ALLA  FAMIGLIA    PONTIFICIA,  EC.    EC.    EC. 

CO.MPILAZIONE 

Dl'X  CAVALIlìRE  GAETAÌNO  MOROiM  ROMANO 

PIUMO  AIUTANTE  DI  CAMERA  DI  SUA  SANTITÀ 

GREGORIO     XVI. 


VOL.   XXXYIH. 

'  4 


IN     VENEZIA 

DALLA      IIPOGRAFIA      EMILIANA 
M  n  CCCXLV  I. 


DIZIONARIO 


DI  ERUDIZIONE 


STORICO-ECCLESIASTICA 


LEO 


LEO 


JLEON  di  spagna  (Legionen). 
Città  con  residenza  ■vescovile  della 
Spagna,  capitale  del  regno  e  della 
provincia  del  suo  nome,  situata  in 
una  valle  assai  ombreggiata,  al 
confluente  del  Torio  e  della  Bor- 
nesga,  che  si  passano  ambedue  so- 
pra un  ponte,  diciotto  leghe  di- 
stante da  Oviedo  e  sessantacinque 
da  Madrid.  E  cinta  di  antiche  mu- 
ra in  gran  parte  distrutte,  l'inter- 
no però  non  è  bello,  benché  abbia 
ragguardevoli  edilìzi  ;  quelli  che 
sono  in  decadenza  dimostrano  quan- 
to un  tempo  la  città  fosse  florida. 
Possiede  sei  piazze  pubbliche,  quat- 
tro delle  quali  adorne  con  belle  fon- 
tane :  quella  maggiore  forma  un 
quadrato  in  cui  la  unifoimità  delle 
fabbriche  è  osservata,  e  dove  prin- 
cipalmente è  rimarchevole  il  palaz- 
zo comunale.  La  cattedrale,  uno 
de'piìi  preziosi  monumenti  della 
gotica  architettura  nella  Spagna,  è 
sopra  ogni   cosa     osservabile  per   la 


leggerezza  della  sua  struttura,  e 
per  le  sue  grandi  e  giuste  propor- 
zioni ;  le  opere  di  .scultui'a  sono 
di  un'estrema  delicatezza,  e  gli  or- 
namenti interni  sono  di  una  ric- 
chezza straordinaria.  Contiene  essa 
le  tombe  di  trentasette  re  e  di  un 
imperatore,  e  le  reliquie  di  molti 
santi.  Si  ammira  pure  il  monaste- 
ro e  la  chiesa  di  s.  Marco,  ove 
vi  è  una  bella  biblioteca  ;  la  chiesa 
di  s.  Isidoro,,  ove  stanno  le  sepol- 
ture di  molti  membri  delle  reali 
fiuniglie  della  Spagna  ;  la  magnifi- 
ca cappella  della  chiesa  del  mona- 
stero de'benedettini,  e  alcuni  altii 
edilizi,  come  la  casa  concistoriale 
di  s.  Marcello,  ed  i  palazzi  dei 
Luna  e  dei  Guzman.  Vi  si  vede 
un  palazzo  del  re  di  Leone,  co- 
strutto alla  fine  del  secolo  XII,  ed 
oggi  in  gran  parte  occupato  da 
officine  di  lavoro.  Tra  gli  ospedali 
vi  è  pure  quello  degli  esposti.  Nel- 
le sue    manifatture    i    guanti  sono 


6                     LEO  LEO 

oggelli  di  gran  commercio.     E  pa-  di  Leon  fu  Felice,  dello  dal  clero 

tria  di  diversi     «omini  illustri,  co-  e  confermato  dai   Papa     s.   Stefano 

me  del  poeta    Bernardino  de     Ro-  I  e  da  s.     Cipriano,     morendo  nel 

belledo,     di  Diego     di    Santisteban  3 12.   Siccome     detto     Pontefice    fu 

y  Osorio,     e  del    cardinal  de     Lo-  martirizzato     1'  anno    260,  bisogna 

renzana.     I  dintorni     ridenti   ed  a-  dire  che  il  vescovo  Felice  visse  as- 

meni  olirono  delle  belle  passeggiate  sai,    e     che    altro    Papa   fu  quello 

e     sono     adorni     di  piantagioni    di  che  lo  confermò.  Tra  i  di   lui  suc- 

orrni  sorla.  cessori     vi  sono     due     santi    fioriti 

D 

Alcuni  autori  pretendono  essere  dopo  che  il  re  Alfonso  III  nel 
stata  Leon  fondata  prima  del  re-  910  ristabiPi  il  vescovato,  riconqui- 
gno  di  Galba,  mentre  altri  credo-  stando  la  città  e  cacciandone  i  sa- 
no clie  lo  sia  stata  dai  romani  i-aceni.  I  due  santi  vescovi  sono, 
sotto  questo  principe.  Tolomeo  di-  s.  Froilano  benedettino,  morto  nel 
ce  che  fu  chiamata  Legio  seplima  1006,  e  s.  Alvito  egualmente  mo- 
Germanica,  perchè  vi  si  pose  a  naco  benedettinoj  morto  nel  1062. 
custodirla  una  romana  legione  di  Clemente  XI  con  decreto  de'  3o 
tal  nome;  ma  secondo  altri  si  chia-  maggio  1716,  Bull.  Rorn.  t.  Vili, 
niava  in  vece  Legio  seplima  Gè-  p.  ^"^f),  fece  porre  nel  martirologio 
ììiina.  Sembra  certo  che  il  nome  romano  a'  5  ottobre,  l'elogio  di  s. 
di  Leon  siasi  formato  per  corru-  Frullano  o  Froilano,  illustre  nella 
/ione  di  quello  di  Legio:  fu  anche  [)ropagazione  della  vita  monastica, 
cliiatnata  Septiina.  E  questa  la  Jiella  carità  verso  i  poveri,  ed  in 
prima  piazza  importante  che  i  altre  virtù  e  miracoli.  Inoltre  Leon 
cristiani  ripresero  sui  mori,  essen-  ebbe  molti  distinti  pastori,  fra'qua- 
do  stata  occupata  da  Pelagio  prin-  li  nomineremo  i  seguenti.  Francesco 
«ipe  goto  nel  722.  Egli  la  fece  Sprata  che  fu  nunzio  pontificio  in 
fortificare  innalzandovi  un  buon  Ispagna,  creato  cardinale  da  Ales- 
caslello  per  sua  difesa.  Divenne  la  Sandro  VI,  e  morto  in  Roma  nel 
capitale  del  primo  regno  cristiano  1 5o4.  Luigi  d'Aragona  marchese  di 
della  Spagna,  e  fu  per  tre  secoli  Gerace,  nipote  di  Ferdinando  l  re  di 
la  residenza  dei  re  di  Leon,  sino  Aragona,  crealo  cardinale  da  Ales- 
ai 1029,  in  cui  fu  questo  regno  Sandro  VI,  morto  in  R^oma  nel  i5 19. 
unito  a  quello  di  Castiglia,  dopo  Sebastiano  Ramirez  inquisitore  di 
la  morte  di  Berraondo  HI  ultimo  Siviglia,  presidente  ed  arcivescovo 
re  di  Leone.  dell'isola    di  s.  Domingo,    viceré  del 

La  sede  vescovile     fu  eretta   nel  Messico.    Andrea    Cuesta  professore 

III  secolo,    e  secondo   Commanville  dell'università    d'Alcalà,    morto  nel 

verso  l'anno  3o8,  per  cui  alcuni  dis-  i564,  dopo  di  avere  assistito  al  con- 

sero  che  fu  uno  dei  primi  vescovati  odio  di  Trento.    Giovanni    di  Sam- 

fondati      nella     Spagna,      sotto     la  millian  professore  dell'  università  di 

metropoli  di  Braga;  indi  passò  sot-  Salamanca,  che    intervenne   a  detto 

to  la  provincia  ecclesiastica  di  Com-  concilio  e  morì  nel  iSyS.  D.  Alfon- 

postella,  ed  i    sommi     Pontefici  la  so    Fernandez  Velasco    de  Pontoia, 

dichiararono  esente,  ed  immediata-  del  collegio  di  Malaga,    poscia  mag- 

mcntc  soggetta  alia  santa   Sede  co-  giore  di  s.     Idelfonso    dell'università 

ruc  lo  è  tuttora.  Il    primo  vescovo  d'Alcalù,  doltore  in  teologia,  profes- 


LEO 

soie  di  filosofìa,  canonico  tl'Osma, 
Ciì  nominato  vescovo  da  Benedetto 
XIV  nel  1753,  e  governò  saviamen- 
te questa  chiesa.  Pio  VI  nel  1777 
da  Città  Rodrigo  vi  traslatò  Gaetano 
Quadriliero  della  stessa  diocesi  di 
Leon.  Pio  VII  nel  1800  nominò 
vescovo  Pietro  Luigi  Bianco  della 
diocesi  di  Coria,  e  nel  i8i4  Ignazio 
Raimondo  de  Roda  della  diocesi  di 
,  Lerida.  Leone  XII  nel  concistoro 
de'27  settembie  1824  pieconizzò  in 
vescovo  Gioacchino  Abarca  e  Blacjue 
della  diocesi  d'  Hoesca,  canonico  di 
Tarragona,  che  fu  delegalo  dalla 
santa  Sede,  e  segretario  di  stato  e 
del  dispaccio  di  grazia  e  giustizia, 
non  che  presidente  del  consiglio  dei 
ministri  di  sua  maestà  Carlo  V.  Que- 
sto rispettabile  prelato  a'  23  novem- 
bre 1837  emanò  da  Estella  una  ce- 
lebre lettera  pastorale,  diretta  agli 
abitanti  delle  provincia  soggette  alle 
armi  del  nominato  sovrano.  La  sede 
è  vacante  da  molti  anni. 

La  cattedrale  è  sacra  a  Dio  sotto  il 
titolo  dell'Assunzione  di  Maria  Ver- 
gine in  cielo.  Il  suo  capitolo  si  com- 
pone di  quattordici  dignità,  essendo 
la  prima  quella  del  decano,  di  qua- 
ranta canonici  comprese  le  due  pre- 
bende teologale  e  penitenziaria,  e  di 
altri  preti  e  chierici  addetti  alla  di- 
vina ofliciatura.  Prima  il  capitolo 
aveva  undici  dignità,  ottantaquattro 
canonici,  di  cui  il  re  era  il  primo,  ed 
il  marchese  d'  Asterga  il  secondo,  e 
venti  prebendari.  La  cura  della  cat- 
tedrale viene  esercitata  da  un  sacer- 
dote, ed  ivi  è  il  fonte  battesimale. 
L'  episcopio  è  annesso  alla  cattedra- 
le, anch'esso  ampio  e  bello  edifizio. 
Oltre  la  cattedrale  vi  sono  tre  altre 
parrocchie  nella  città,  tutte  munite 
del  battislerio.  Da  ultimo  eranvi  sei 
monasteri  e  conventi  di  religiosi,  e 
cinque  monasteri  di  monache,  semi- 


LEO  7 

nari.o  con  alunni,  ed  alcune  confra- 
ternite. La  diocesi  è  vasta,  contiene 
circa  milletrecento  parrocchie,  prov- 
vedute del  sacro  fonte,  secondo  l'ul- 
tima proposizione  concistoriale.  Ad 
ogni  nuovo  vescovo  i  fruiti  della 
mensa  sono  tassati  ne'  libri  della  ca- 
mera apostolica  in  fiorini  i5oo,  cor- 
rispondenti a  25,000  ducati  di  ren- 
dita annua  di  moneta  spagnuola  ali- 
cjHÌbus  pensionibus  antiquis  gradali. 

Concila  di  Leon. 

Il  primo  concilio  fu  tenuto  nel- 
l'anno IO  12  sotto  il  regno  di  Al- 
fonso V  re  di  Leon,  altri  dicono 
adunato  per  suo  ordine  ;  ne  resta- 
no sette  canoni  o  statuii.  Vi  è  det- 
to che  si  comincierà  ne'  concilii  dal 
giudicar  le  cause  della  Chiesa,  poi 
quelle  del  re,  indi  quelle  del  po- 
polo. Questi  concilii  erano  allora 
assemblee,  nelle  quali  trattavasi  di 
affari  spirituali  e  temporali.  Il  pri- 
mo statuto  che  risguarda  la  Chie- 
sa,  ordina  che  gli  affari  ecclesiastici 
saranno  discussi  ne'  concilii.  Il  se- 
condo è  sui  testamenti  fatti  in  fa- 
vore della  Chiesa.  Il  terzo  concer- 
ne la  giurisdizione  de'  vescovi  sui 
loro  diocesani.  Piegia  t.  XXV  ;  Lab- 
bc  t.  IX;  Arduino  t.  VI;  Diz.  de 
concila.   . 

Il  secondo  fu  celebrato  nel  logr, 
e  vennero  fatti  molti  regolamenti 
sui  riti  e  sugli  uffizi  della  Chiesa. 
Tra  le  altre  cose  fu  risoluto,  che 
gli  uffizi  ecclesiastici  sarebbero  ce- 
lebrati nella  Spagna,  secondo  la  re- 
gola di  s.  Isidoro;  e  che  in  avve- 
nire gli  scrittori  o  notai  si  servireb- 
bero della  scrittura  gallese  o  gal- 
lica in  tutti  gli  alti  ecclesiastici,  in- 
vece della  gotica  usata  allora  in  To- 
ledo. Labbé  t.  X  ;  Arduino  t.  VI  ; 
Diz.  de  concilii. 


8  LEO 

LEON.  V.  S.  PoL  DE  Leon. 
LEON  DI  NIGARA.GUA.  P".  Ni- 
caragua. 

LEONA,  Cardinale.  Leona,  che  il 
Baronio  chiama  Leone,  monaco  e 
abbate  del  monastero  di  s.  Cle- 
mente di  Roma,  da  Pasquale  li 
del  1009  fu  creato  cardinale  dia- 
cono di  s.  Vito.  Confermò  con  giu- 
ramento quanto  avea  fatto  il  Papa 
in  tempo  di  sua  prigionia,  in  fa- 
vore di  Enrico  V  imperatore,  sul- 
l'affare delle  investiture,  e  morì 
nel  pontificato  dello  stesso  Pasqua- 
•le  H  nel  mese  di  febbraio,  igno- 
l'andosi   l'anno. 

LÉONARD  (s.)  Le  Noblat,  ZVb- 
liliacuni.   Città   di   Francia ,    dipar- 
timento dell'Alta  Vienna,  circonda- 
rio   e  capoluogo  di  cantone  ,  nella 
diocesi   di   Limoges.   E    in    una  si- 
tuazione elevata,   presso  la  riva  de- 
stra  della   Vienna,  che  vi  si    passa 
sopra   un  bel  ponte.   Ha  dei  bastio- 
ni da  dove  si   scuopre   un  bel  pae- 
saggio,  ed  è  assai  bene  fabbricata, 
con   chiesa  architettata     nel    secolo 
X:   il   commercio   vi    è    considera- 
bile.  Quantunque  questa  città   non 
possieda  alcun  monumento  che  fìssi 
l'epoca  della  sua  fondazione,  si  cre- 
de però  che  debba  la  sua    origine 
a  s.  Leonardo  parente  di  Clodoveo,  I, 
che  ritirossi   in   vicinanza  .di  essa  in 
una   foresta.   Nel    1290   vi   fu  tenu- 
to un   concilio  sulle   rendite    eccle- 
siastiche.  Marlene,    Thesaur.    t.  IV. 
LEONARDO    (s.),    romito    nel 
Limosino.  Era  un  gentiluomo  fran- 
cese in   grande   onore  nella  corte  di 
Clodoveo   I.    Convertito  al    cristia- 
nesimo da   s.   Remigio,    rinunziò  al 
mondo,  e  fu  fedele  imitatore  delle 
virtù  del  suo  maestro,    di    cui    ri- 
trasse specialmente    il  disinteresse  , 
lo  zelo    e    la    carità.    Predicò    per 
alcun  tempo  la  fedo,  ma   temendo 


LEO 

di  essere  richiamato  alla    corte ,  e 
desiderando    di    consacrarsi    a    Dio 
interamente,  parti  di  nascosto,  e  ri- 
tirossi nel  territorio  d'Orleans.  Due 
leghe  distante  da  questa  città  era- 
vi  il  monastero  di  Micy  :  quivi  Leo- 
nardo fece   professione  sotto  la  di- 
sciplina  di   s.    Massimino,    dopo    la 
morte  del  quale,  avvenuta  nel  Sto, 
passò  nel   Rerrì,  ove  convertì  molti 
idolatri.   Quindi,   giunto  nel   Limo- 
sino,  pose  sua    dimora    nella    fore- 
sta di   Pauvain,  quattro  leghe  lungi 
da  Limoges,  e  si  fabbricò  un   orato- 
rio in  un  luogo  detto  Nobiliac,  No- 
blac  o  Noblato.  Visse  molto  tempo 
affatto  sconosciuto,  esercitandosi  nel- 
le austerità  della  penitenza,  e  non 
cibandosi  che  di  erbe  e  frutti  sal- 
vatici ;  poscia  si   diede    ad    istruire 
i   popoli  di  quel  vicinato.  Parecchi 
de'  suoi   uditori  sentironsi    animati 
dal  desiderio  d'imitare  la  sua  ma- 
niera   di   vivere  ,    e    ciò  diede  co- 
minciamento  ad   un  monastero  che 
divenne  poi   celebre,  e  al  quale  fu 
posto    il     nome    di   s.   Leonardo  di 
Noblac.    11   re  compreso  da  somma 
venerazione  per    questo    santo ,    la 
cui   fama   erasi   per  tutto    sparsa  a 
cagione  de'  suoi  miracoli,    gli  fece 
dono  di   una  gran   parte    della    fo- 
resta,   ov'egli     viveva    co'  suoi    di- 
scepoli.  Pieno    di   opere  buone,  an- 
dò s.    Leonardo   a    riceverne  in  cie- 
lo la  ricompensa    a'  6    di    novem- 
bre circa   l'anno  SSg.   La   maggior 
parte  delle  sue  reliquie    è    riposta 
nella  chiesa  che  porta   il  suo  nome 
a   Noblac.   Egli   è  patrono    di  mol- 
le chiese  in   Francia  :   né    era    me- 
no celebre    il     di     lui   culto    in   In- 
ghilterra   prima     della    pretesa    ri- 
forma. E   particolarmente  invocato 
in   favore  de'  prigionieri,  pei    quali 
aveva    in    vita  una    tenera  carità  , 
avendone  liberati  parecchi  anche  in 


LEO 

modo  miracoloso  ;  è  anche  invo- 
calo dalle  femmine  ne'  dolori  del 
parto.  Leggesi  il  suo  nome  nel 
martirologio  romano  e  in  molli 
altri. 

LEONARDO  (s.)  di  Vandreuve, 
abbate.  Nato  nel  paese  di  Tongres, 
lasciò  la  patria  per  servire  a  Dio 
nella  solitudine ,  ritirandosi  in  un 
luogo  deserto  della  diocesi  di  Mans, 
che  si  chinmava  Vandreuve.  Ivi 
coli' aiuto  di  s.  Iniiocenzio  vescovo 
di  IMans,  edificò  un  monastero,  in 
cui  raccolti  molti  discepoli,  fu  ob- 
bligato di  assumerne  il  governo. 
Calunniato  dagl'  invidiosi  di  sue 
virtù,  ordinò  il  re  Clotario  I  die 
fosse  cacciato  dal  regno;  ma  i  sol- 
dati a  ciò  incaricati  furono  sì  com- 
mossi dalla  sua  modestia  e  dai 
suoi  discorsi  che  disingannarono  il 
re,  il  quale  conosciuta  la  verità , 
accordò  la  sua  protezione  a  Leo- 
nardo, ed  avrebbe  punito  i  di  lui 
accusatori,  se  egli  stesso  non  aves- 
se intercesso  grazia  per  essi.  Si  col- 
loca la  sua  morte  nel  565  o  Sro, 
e  fu  seppellito  nel  suo  monastero. 
Circa  tre  secoli  dopo  venne  trasfe- 
rito il  suo  corpo  neir  abbazia  di 
Corbignv  che  prese  poscia  il  suo 
nome.  E  onorato  nella  diocesi  di 
Mans  a'  1 5  d'  ottobre. 

LEONARDO  (beato)  di  Porto- 
Maurizio,  al  secolo  Paolo  Girola- 
mo di  Casa-Nuova.  Nacque  da  o- 
iiesti  e  pii  genitori  a'20  dicembre 
1676  a  Porto-Maurizio,  nella  dio- 
cesi di  Albenga,  sulla  costa  di  Ge- 
nova, e  sino  dall'  infanzia  mostiò 
tale  inclinazione  per  la  pietà  che 
pareva  annunziare  la  futura  sua 
santità.  Giunto  al  decimo  anno  di 
sua  età  fu  da  un  suo  zio  chiama- 
to a  Roma,  dove  venne  educato 
dai  gesuiti  nel  collegio  romano.  Le 
sue  virtù    gli   meritarono    d"  essere 


LEO  0 

ammesso  nella  piccola  congregazio- 
ne formala  nell'oratorio  del  padre 
Caravita,  composta  di  dodici  gio- 
vani scelti  tra  i  più  fervorosi  e  ze- 
lanti, i  quali  si  occupavano  nello 
spiegare  il  catechismo  nelle  chiese, 
e  nell'andare  i  giorni  festivi  per  la 
città  in  traccia  di  persone  oziose 
per  condurle  alle  prediche.  Nel 
1697  entrò  nel  convento  di  san 
Bonaventura  dei  minori  osservan- 
ti riformati,  e  pronunziò  i  suoi 
■voti,  prendendo  il  nome  di  Leo- 
nardo. Dopo  la  sua  professione  de- 
dicossi  all'adempimento  degli  ob- 
blighi del  proprio  stato,  alla  let- 
tura di  libri  spirituali,  e  all'eser- 
cizio dell'orazione.  La  sua  regola- 
rità faceva  l'ammirazione  de' suoi 
fratelli,  la  sua  condotta  serviva  lo- 
ro di  esempio,  e  i  suoi  discorsi  gli 
animavano  alla  pratica  della  virtù. 
Allorché  fu  innalzato  al  sacerdozio 
si  consacrò  al  bene  spirituale  del 
prossimo,  ed  ottimi  effetti  produce- 
vano i  suoi  sermoni  ;  ma  non  cor- 
rispondendo le  sue  forze  fìsiche  al- 
l'ardor  del  suo  zelo,  cadde  perico- 
losamente malato,  perlocchè  fu  co- 
stretto per  lo  spazio  di  cinque  an- 
ni a  limitar  le  sue  cure  alla  pro- 
pria santificazione.  Frattanto  reca- 
tosi al  paese  nativo,  fece  ivi  cono- 
scete il  pio  esercizio  della  /'  ia 
Criicis.  Ricuperata  poi  la  sanità, 
si  diede  novellamente  a  travagliare 
pel  bene  delle  anime,  e  con  tanto 
zelo  che  tutti  meravigliavansi  ch'e- 
gli potesse  reggere  a  tante  fatiche, 
estenuato  com'era  dai  digiuni,  dal- 
le vigilie  e  dalle  austerità.  Le  sue 
moltiplici  missioni  l'  obbligarono 
a  sconere  gran  parte  d'Italia.  Af- 
faticò dapprima  per  molto  tempo 
in  Toscana,  poscia  fu  chiamato  a 
Pioina  e  nelle  campagne  circonvi- 
cine,  mandato  poscia  a    Genova  e 


IO  LEO 

nella  Cofsirn,  e  finalmente  ritoi'nò 
ancora   negli  stati  della   Cliiesa.   in 
mezzo  alle  sue  apostoliche  fatiche, 
POH  trascurava  il  santo  missionario 
la  salute    dell' anima  sua.    Si  rin- 
cliincleva  sovente  in  una  solitudine 
ove  vivea  per  Iddio  solo.  Egli  tenea 
in  grandissima  stima   il   libro  degli 
Esercìzi  spirituali  di   s.   Ignazio,   e 
per    estenderne     1"  uso    ottenne  da 
Cosi  ino  III   granduca    di  Toscana, 
ammiratore  delle     sue    virtù,    una 
casa   nei  dintorni   di   Firenze,   nella 
quale  radunava  sovente  i  fedeli  che 
desideravano  di    occuparsene.    Pa- 
recchie   confraternite    dovettero    a 
l^eonardo  il   loro  increraento    o   la 
loro    fondazione.     Afììne    di    propa- 
gare   la    pratica    della    meditazione 
sulla  passione  di    Gesìi    Cristo,  da 
Benedetto  XIV  fece    innalzare  nel- 
l'anliteatro  di  Vespasiano,  ossia  nel 
Colosseo,  delle  cappelline  in  cui  so- 
no    rappresentati    i   patimenti    del 
Redentore,  pel  divoto  esercizio  del- 
la  Fia   Crucis,   In    pili  città  insti- 
tuì   pure     l'adorazione  perpetua  di 
Gesù  Cristo  nel    santissimo   Sacra- 
mento.   IMorì   finalmente  in   Roma, 
nel  convento  del  ritiro  di  san  Bo- 
naventura alla  Polveriera,  ai  •26  no- 
vembre 1^/5 1.   IMolti   miracoli   ven- 
nero da  Dio  operati  per  di  lui   in- 
tercessione;   e    Pio     VI     in    detto 
convento    nel     179^    vi    promulgò 
il  decreto     della  sua  beatificazione, 
la  quale     venne     celebiata     ai    i4 
giugno    1796.  Ci  rimangono  parec- 
chi scritti  di  questo  santo  missiona- 
rio, e  tra  gli  altri  il   Maiiualiz  sacro 
e  gli  A^'verlinie.iiti  utili  ai  confessori. 
Una    raccolta    delle    sue    opere    fu 
pubblicata    a    Venezia     nel     174^, 
in   2   volumi.    11  p.  Giuseppe    Rla- 
ria  da  Masserano  pubblicò  in  R.oma 
nel  1791  un   libro  che   ha    per   ti- 
tolo; Gesta,  virtii  e  doni  del  b.  Leo- 


LEO 

nardo  da  Porto- Maurizio.  Di  que- 
sta, di  altra  vita,  delle  sue  opere, 
e  del  suo  corpo  che  si  venera  sot- 
to l'altare  maggiore  della  suddet- 
ta chiesa,  ne  parlammo  all'  artico- 
lo Francescano  ordine,  §  Il  Mi- 
nori riformali. 

LEOlNE  (s.),  martire.  Sofferse 
a  Pataro  nella  Licia,  nel  terzo  se- 
colo, probabilmente  sotto  gl'impe- 
ratori Valeriano  e  Gallieno,  in  oc- 
casione di  una  festa  che  i  pagani 
celebravano  in  onore  di  Serapide. 
Volendo  egli  andar  a  pregare  sulla 
tomba  di  s.  Paregorio,  suo  amico, 
che  avea  di  recente  versato  il  san- 
gue per  la  fede,  fu  preso  e  condot- 
to dinanzi  al  governatore  di  Licia, 
il  quale  dopo  avergli  fatto  subire 
le  interrogazioni  ordinarie,  e  cru- 
deli battitture,  non  avendolo  potu- 
to indurre  a  sagrificare  agi'  idoli, 
di  cui  aveva  spente  e  calpestate  le 
Ilici  al  cospetto  del  popolo,  lo  con- 
dannò ad  essere  legato  per  un  pie- 
de e  trascinato  a  traverso  le  roccia 
e  le  pietre.  Spirò  pregando  per  i 
suoi  persecutori,  ed  il  suo  corpo 
fu  precipitato  in  una  voragine  pro- 
fondai, da  dove  fu  in  seguito  tratto 
ed  onorevolmente  sepolto  dai  fe- 
deli. Tanto  i  greci  che  i  latini  ce- 
lebrano la  sua  memoria,  insieme  a 
quella  di  s.  Paregorio,  ai  18  di 
febbraio. 

LEOiVE  (s.  ),  martire.  Nacque 
circa  l'anno  856  a  Carentan  nella 
bassa  Normandia.  Fu  incaricato  dal 
Papa  di  fare  una  missione  tra  i 
baschi,  i  quali  di  origine  cantabri, 
essendo  scacciati  dalla  patria,  eran- 
si  stabiliti  nella  Biscaglia  e  nei  de- 
serti della  contrada  di  Labour  fi- 
no a  Baiona.  Leone,  giunse  a  Ba- 
iona  verso  l'anno  900,  co'suoi  fra- 
telli Gervasio  ed  Eleutero,  e  erede- 
si  sia  stalo  vescovo  di  questa  città. 


LEO 

Leggesì  peraltro  nella  Gallia  christ. 
lìova,  che  non  ci  furono  vescovi 
di  Baiona,  che  si  sappia,  prima 
del  9B0;  ma  alcuni  autori  sosten- 
gono che  ve  ne  furono  fino  dal 
38 1.  E  però  certo  che  s.  Leone 
fece  ivi  conoscere  Gesù  Cristo,  e 
vi  fondò  una  chiesa  al  nome  della 
Beata  Vergine.  Le  sue  apostoliche 
fatiche  fecero  fiorire  la  religione 
cristiana  nel  paese  di  Labour,  nel- 
le lande  al  disotto  di  Bordeaux, 
nella  Biscaglia  e  nella  Navarra. 
Egli  fu  martirizzato  dai  pirati  con 
suo  fratello  Gervasio,  nel  primo  di 
marzo,  giorno  in  cui  la  sua  festa 
è  notata  ne' martirologi;  ma  non 
si  sa  di  qual  anno.  Le  sue  reliquie 
furono  deposte  nella  cattedrale  di 
Baiona,  ove  è  onorato  come  pro- 
tettore della  diocesi. 

LEONE  I(s.),  Papa XLVII,  chia- 
mato il  lilcJgno,  dottore  della  Chie- 
sa, romano  secondo  alcuni,  ma  piìi 
comunemente  toscano.  Tra  quelli 
che  lo  dicono  romano  avvi  Ques- 
nello,  dissert.  i,  De  vita  et  rcb.  gc- 
sl'ts  s,  Leonìs,  coli'  autorità  di  s. 
Prospero  in  Chron.  p.  748,  ove 
chiama  E.oma  patria  di  s.  Leone  I, 
e  di  una  lettera  di  questo  mede- 
simo Pontefice,  episl.  3i  ad  Pul- 
cherìam,  in  cui  sembra  ch'egli  ri- 
conosca E.oma  per  sua  patria.  I 
Ballerini  ancora  nel  toni,  li  Oper. 
s.  Leonìs  p.  899,  più  favorevoli  si 
mostrano  a  Roma,  che  alla  To- 
scana, parlando  della  di  lui  patria. 
Lo  fanno  toscano,  il  Baronio  all'an- 
no 44o>  tium.  I  ;  il  Pagi  allo  stes- 
so anno,  num.  3;  il  Papebrochio 
tlie  1 9  aprU.  pag.  1 6,  n.  i-ì  ;  et  in 
Conatu  ad  s.  Lconeni  p.  i5i,  n.  i, 
i  quali  dicono,  che  tanto  s.  Leo- 
ne I,  quanto  s.  Prospero  intesero 
di  dire,  ch'era  d'Italia,  non  delle 
Gallie,  dove  dimorava    quando  fu 


LEO  II 

eletto  (mandatovi  dal  senato  affine 
di  riunire  gli  animi  discordi  de'due 
celebri  generali  dell'armata  roma- 
na Aezio  ed  Albino  ),  né  dell'Asia, 
dove  fu  chiamato  da  Teodosio  II 
per  presiedere  al  concilio  Efesino, 
nella  maniera  stessa  che  Sallustio 
chiama  sua  antica  patria  la  Spa- 
gna. Nacque  verso  la  fine  del  re- 
gno di  Teodosio  I,  ed  ebbe  per 
padre  Quinziano.  Fu  educalo  nella 
via  ecclesiastica,  e  coriispose  ben 
presto  alle  sollecite  cure  de'  suoi 
maestri  con  una  condotta  saggia, 
studiosa  e  virtuosa,  per  cui  venne 
ammesso  al  clericato ,  e  benché 
semplice  accolito  fu  scelto  per  por- 
tare ai  vescovi  d' Africa  le  lettere 
della  condanna  di  Pelagio  e  di 
Celestio,  fotta  dal  Papa  s.  Zosimo, 
il  quale,  al  dire  del  Novaes,  lo  creò 
cardinale  diacono.  Ebbe  parte  do- 
po questa  epoca  in  tutti  gli  af- 
fari più  importanti,  ne'  pontificati 
di  s.  Bonifacio  I,  di  s.  Celestino  I 
e  di  s.  Sisto  IH,  la  cui  innocenza  vi- 
gorosamente difese  innanzi  all'  im- 
peratore Valentiniano  III,  contro  le 
calunnie  di  chi  ne  tentava  la  per- 
dita. Scuopri  gli  artifizi  dell'ereti- 
co vescovo  di  Eclana  Giuliano , 
principale  appoggio  de'  pelagiani. 
Indi  fu  mandato  nelle  Gallie  per 
riconciliare  i  due  mentovati  gene- 
rali, e  seppe  pacificarli.  Durante 
questa  legazione  mori  a'  28  mar- 
zo 440  s.  Sisto  III,  e  benché  as- 
sente a'  9  maggio  s.  Leone  fu  crea- 
to Pontefice.  Appena  tornato  in 
Roma  fece  spiccare  il  suo  talento 
nel  patetico  sermone  pronunziato 
nel  giorno  della  sua  consecrazione, 
del  quale  e  della  sua  ordinazione 
è  a  vedersi  il  Zaccaria,  Storia  lelt. 
t.  VII,  p.  872.  Del  dono  meravi- 
glioso nell'annunziare  la  divina  pa- 
rola   priucipalmcule    fece    uso  per 


11  LEO 

preservare  il  suo  popolo  dalla  se- 
duzione, inciirizzaiidolo  alla  virlìi  e 
confortandolo  nelle  calamità ,  che 
nel  suo  pontificato  furono  presso- 
ché continue  nell'  Italia.  Il  di  lui 
zelo  fu  ardente,  ed  incredibile  la 
sua  fermezza  pel  mantenimento 
della  disciplina  ecclesiastica.  Ghia 
ino  a  sé  i  più  dotti  uomini ,  che 
allora  fossero  nella  Chiesa,  per  va- 
lersi del  consiglio  e  dell'opera  lo- 
ro, come  rilevano  i  citati  Balleri- 
ni t.  Il,  pag.  4 '6.  Avendo  inteso 
che  in  diversi  luoghi,  massime  nel- 
la Mauritiana,  erano  stati  elevati 
nll'episcopalo  per  mezzo  d' intrighi 
nomini  indegni,  colle  sue  lettere 
riuscì  a  togliere  sì  detestabili  abu- 
si. Essendo  poi  stato  deposto  dalla 
sede  di  Besancon  il  vescovo  Celi- 
donio,  da  s.  Ilario  vescovo  d'  Ar- 
les,  ed  avendo  appellato  al  Papa, 
(]uesti  adunato  un  concilio  trovollo 
innocente  e  lo  rimise  nella  sua  se- 
de. Il  p.  Sangallo,  Gesta  de^ Poni. 
t.  IV,  p.  271,  rivendicò  l'autorità 
di  s.  Leone  I  e  della  santa  Sede 
sulle  appellazioni  contro  Febronio, 
ed  altri   nemici  di  esse. 

Con  sommo  studio  e  con  in- 
credibile vigilanza  si  applicò  s.  Leo- 
ne I  a  condannare  ed  abbattere 
le  eresie  de'manicliei  in  Roma,  dei 
priscillianisli  nella  Spagna,  dei  pela- 
giani  e  degli  eutichiani,  le  quali  sot- 
to il  suo  pontificato  a  grave  peri- 
colo posero  la  religione,  sì  nell'oc- 
cidente che  nell'oriente.  Con  som- 
ma erudizione  raccolse  il  p.  Cac- 
ciari quanto  apparteneva  alla  sto- 
ria di  queste  eresie  nel  primo 
tomo  delle  opere  di  s.  Leone  I, 
che  tutto  intero  si  occupa  in  que- 
sto argomento,  ed  ha  questo  titolo: 
Extrcitaliones  in  iuii\<ersa  s.  Leo- 
nia Magni  opera  perlinentes  ad 
ìvslorias    hae resimi    Maniclicorum  j 


LEO 

PriscilUnnistariim  ,  Pelagianornm , 
atque  Eutychianorum ,  quns  sum- 
mo  studio  et  labore  s.  Pontifex 
evertit,  atque  damnavit ,  in  sex 
libros  dìstributae,  Romae  lyai.  Ma 
ciò  che  piìi  d'ogni  altra  cosa  se- 
gnalò questo  Papa  ,  fu  la  vitto- 
ria da  lui  riportata  dopo  immensi 
travagli  sopra  1'  eresia  di  Eutiche. 
Penetrato  s.  Leone  I  del  più  vivo 
dolore  per  1'  infelice  riuscita  del 
concilio  o  Conciliabolo  di  Efeso 
(Fedi),  nel  quale  quell'  eresiarca 
trionfò  nel  449>  sollecitò  ed  otten- 
ne dall'  imperatore  Marciano  la 
convocazione  di  un  concilio  gene- 
rale nel  /{Si,  che  fu  quello  di 
Calcedonia  (Fedi),  la  decisione  del 
quale  fu  espressa  a  tenore  di  quan- 
to leggevasi  scritto  nella  lettera  di 
s.  Leone  I  a  Flaviano  santo  ve- 
scovo di  Costantinopoli ,  vilipeso 
indegnamente  nel  detto  conciliabo- 
lo. Commise  a  Giuliano  vescovo 
di  Coos  di  rappresentare  le  sue 
veci  presso  l'imperatore  Marciano, 
per  impedire  la  propagazione  del- 
l'eresia nestoriana;  ond'ebbero  ori- 
gine i  Nunzi  apostolici  (Vedi). 
JVeir  anno  l\^i  Attila  re  degli 
unni,  che  chiamava  sé  stesso  fla- 
gello di  Dio,  dopo  di  aver  sac- 
cheggiato molte  città  d'Italia,  pa- 
reva che  si  volesse  dirigere  a  E.o- 
ma  ove  risiedeva  il  Pontefice.  Que- 
sti gli  andò  incontro  con  diversi 
ecclesiastici  e  con  due  senatori, 
cioè  Avieno  uomo  consolare  ,  e 
Trige/.io  prefetto  del  pretorio  . 
Colla  mirabile  e  maestosa  sua  pre- 
senza, santità  ed  eloquenza  s.  Leo- 
I  si  abboccò  con  Attila  a  Gover- 
nolo,  altri  dicono  ad  Ambuleio  sul 
Blantovano,  laddove  il  Mincio  si 
scarica  sul  Po.  Soavemente  ne  dis- 
armò la  collera  ,  frenò  la  ferocia 
del  barbaro  vincitore,  il  quale  al- 


LEO 

le  persuasive  del  Papa  diede  fine 
alle  ostilità  e  si  ritirò  di  là  del 
Danubio,  con  promessa  di  far  la 
pace_,  mediante  un  tributo  cbe  pa- 
gherebbe l'imperatore  Valentiuiano 
III  :  il  Papa  tornò  in  Pioma  tra 
le  benedizioni  dei  popoli.  RafTaello 
nelle  camere  del  palazzo  vaticano 
rappresentò  l'incontro  di  s.  Leone 
I  con  Attila,  col  suo  inimitabile 
pennello;  ed  altrettanto  fece  col- 
lo scalpello  nella  basilica  vaticana 
il  celebre  Alessandro  Algardi,  nel- 
l'alto rilievo  di  marmo,  che  si  ve- 
de nell'altare  che  eresse  a  questo 
santo  suo  predecessore  Innocenzo  X. 
I  due  valentissimi  artisti  seguendo 
la  tradizione  ,  rappresentarono  s. 
Leone  I  preceduto  in  aria  dai  ss. 
Pietro  e  Paolo,  che  colle  spade 
sfoderate  minacciando  il  re  degli 
unni,  questi  atterrito  precipitosa- 
mente retrocedette.  Riconoscendo 
il  Pontefice  dalla  protezione  del 
principe  degli  apostoli  la  liberazione 
di  Roma,  fece  fondere  la  statua  di 
metallo  di  Giove  Capitolino,  e  di 
essa  ne  formò  la  celebre  immagine 
dello  stesso  principe  degli  apostoli, 
che  si  venei'a  nella  basilica  vati- 
cana. Altri  attribuiscono  la  fusione 
di  tale  statua,  e  la  formazione  di 
quella  di  s.  Pietro  a  Costantino. 
Su  questo  punto  e  sulla  venera- 
zione della  statua  di  san  Pietro, 
oltre  quanto  noi  abbiamo  detto  ai 
loro  luoghi,  sono  a  vedersi  il  Cancel- 
lieri, Descrizione  della  basilica  Vati- 
cana, p.  4i>  ed  il  Marangoni,  Delle 
cose  gentilesche  p.  68,  ove  dice  che 
avendo  Leone  l'Isaurico  minacciato 
di  farla  in  pezzi,  gli  scrisse  s.  Gre- 
gorio II,  che  i  popoli  d'occidente 
ne  avrebbero  fatta  sanguinosa  ven- 
detta. Non  ebbe  interamente  egual 
successo  l'altra  ambasciata  del  Pon- 
tefice $.    Leone    I    a  Genserico    re 


LEO  i3 

de'  vandali,  allorché  nel  4''^  con 
poderosa  armata  si  portò  all'assedio 
di  Roma.  Sei  miglia  distante  s. 
Leone  I  raggiunse  il  re,  dal  quale 
soltanto  ottenne  che  nel  saiclieg- 
gio  della  città  verrebbe  rispar- 
miato il  sangue  e  l'incendio,  e  la- 
sciate intatte  le  tre  basiliche ,  La- 
teranense,  Vaticana  ,  ed  Ostiense. 
La  chiesa  d'Alessandria  era  afflit- 
ta per  la  fazione  di  Timoteo  Elu- 
ro,  che  dopo  la  morte  del  vescovo 
Marciano  aveva  occupata  la  sede 
d'Alessandria,  e  voleva  ristabilirvi 
l'eutichianismo  ;  il  Papa  se  ne  oc- 
cupò con  tutto  lo  zelo,  ed  ottenne 
dall'imperatore  Leone  e  dai  me- 
tropolitani d'oriente  che  fosse  cac- 
ciato l'intruso. 

Tra  le  innumerabili  determina- 
zioni di  s.  Leone  I,  si  ha  che  di- 
dkhiarò  doversi  allontanare  dagli 
ufiizi  ecclesiastici  e  dal  nome  sacer- 
dotale ,  quello  che  avesse  sposa- 
to una  vedova  ;  proibì  1'  usu- 
ra ai  chierici  ed  ai  laici  ;  vietò  la 
confessione  pubblica  ;  nel  canone 
della  messa  aggiunse  le  parole 
Sanclum  sacrifìcium  immaculatam 
hostiam;  riparòle  basiliche  Vatica- 
na ed  Ostiense,  ed  affidò  la  custo- 
dia de'corpi  de' principi  degli  apo- 
stoli a  suoi  Cubicularii  [Vedi)  ; 
ed  ebbe  la  consolazione  di  vedere 
a'suoi  giorni  molti  infedeli  abbrac- 
ciare la  fede,  JVon  è  poi  certo  che 
egli  sia  l'autore  òqW Hanc  igitur 
oblationem ,  dell'/fe  missa  est,  del 
Benedicamiis  Domino,  e  dell'incen- 
sare l'oblata.  In  quattro  ordinazio- 
ni nel  dicembre ,  s.  Leone  I  creò 
centotlantacinque  vescovi,  ottantu- 
no preti,  dodici  o  trentuno  diaco- 
ni. Governò  venti  anni  e  ventotto 
giorni,  e  morì  agli  i  i  aprile  del 
461,  giorno  in  cui  la  Chiesa  cele- 
bia  la  sua     festa.    Il     p.    ^angalJo 


i4  LEO 

loco    citato    p.    4'^>    quanto    alla 
morte  di  s.     Leone    I,  dice  che  la 
più  probabile    opinione  è  che  ino- 
risse  ai    io    novembre;    su  di  che 
può  vedersi  il  p.  Mabillon,    Veter. 
Analect.  t.  Ili,  p.  43o.  Fu  egli  il 
primo     Pontefice    seppellito  ,     cioè 
trasferito  nella  basilica  di  s.  Pietro, 
come     osserva  Laerzio     Cherubini, 
Bull.  Roni.  t.  I,  p.    I  ;  mentre  al- 
tri    suoi     predecessori     erano    stati 
sepolti    ne'  sotterranei     accanto    al 
santo  apostolo,   ovvero  sul   portico. 
Indi  le  sue  reliquie  furono  quattro 
volte    trasferite    in     diversi  luoghi, 
che    indicammo     nel  voi.   XII,     p. 
294    del     Dizionario.    Dell'  ultima 
ne  fa  distinta    relazione  Benedetto 
XIV,  De  canon,  ss.  lib.  IV,  parte 
II,  cap.    23,  n.  7  e  seg.,  il   quale 
v'intervenne  come  promotore  della 
fede  e    canonico    vaticano  :  questo 
Pontefice     colla     costituzione    4*^  > 
Ballar.  Bened.  XI F,  t.  IV,  p.  228, 
prescrisse  a    s,    Leone  I  il  rito  di 
dottore  della  Chiesa.  Su  detta  tras- 
lazione abbiamo  da  monsignor  Ni- 
colò Fortiguerra  l'Oratio  in  trans- 
lattone    corporis    s.     Leonis     Ma- 
gni   hahita  in    basilica     Vaticana 
anno     1 7 1 5.     Questa  si     legge  nel 
Ragguaglio    della    traslazione    del 
corpo    di  s.  Leone    Blagno,   di  Lo- 
dovico Sergar  di,  Roma    1715,    Ad 
onta  di   quanto  dissero  alcuni  ere- 
tici   e  falsi  cattolici,  nemici   giurati 
della  pontificia    autorità,  s.    Leone 
I   senza  oltrepassare  i    limiti   della 
giustizia    e    della    santa     prudenza, 
seppe  sostenere    con  gravità  il  suo 
decoro,  con  fermezza  d'animo  i  suoi 
diritti,   con  invila    costanza  la  sua 
nutorilà,  unendo  all'  istcsso    tempo 
la  piacevolezza,  l'amore,  le  paterne 
sollecitudini    per     accogliere    i   tra- 
vinti ,  animare  i  pusillanimi ,    e  fu" 
rivedere  gli  erranti.  Gio.  Tritemio, 


LEO 

De  script,  eccles.,  lo  chiama  il  Tul- 
lio della  facoltà  ecclesiastica,  1'  O- 
moro  della  sacra  teologia,  l'Aristo- 
tile   delle     ragioni    della    fede ,    il 
Pietro  dell'autorità  apostolica,  e  il 
Paolo  del  pergamo  cristiano.  E  in 
fatti ,  ch'egli   fosse  uomo     non  solo 
nelle  sacre    carie,  ma  ancora  nelle 
profane  scienze  profondamente  ver- 
sato,   ne    fanno   fede  le  lettere  e  i 
sermoni  che  di   lui  abbiamo,  nelle 
quali   oltre  una    giusta     ed     esatta 
dottrina,   vedesi  una  gravità  ed  una 
eloquenza     non  ordinaria,    che    in 
mezzo  ancora  ad  uno  stile  che  al- 
lora si    usava    non    troppo  terso  e 
talvolta  oscuro,  piace  non    ostante 
ed  alletta  assai,    come  esprimesi  il 
Tiraboschi    nella   Storia    della  lei- 
ierat.    ital.  t.    II,  lib.  IV,  p.   335. 
San  Leone  I    è  il    primo  Papa 
di  cui  abbiamo    una  serie  di  opere, 
cioè  novanlasei    sermoni  sulle  prin- 
cipali  feste  dell'anno  ;  centoquaran- 
ta lettere,  ed  un  codice  sugli  anti- 
chi   canoni.     Alcuni     attribuiscono 
pure    a  s.  Leone     I    il  libro   della 
vocazione    de'  gentili,     ma     sembra 
piuttosto  di     sconosciuto    autore.   I 
capitoli    sulla  grazia     e     sid  libero 
arbitrio  sono  del     Pontefice  s.   Ce- 
lestino I,  e   la  lettera    a  Deinetria- 
de  è  del   medesimo  autore  della  vo- 
cazione de'genlili.     Le  lettere  di   s, 
Leone   I  contro    gli     errori  di   Eu- 
tiche  furono  da  alcuni  scrittori   at- 
tribuite a  s.  Piospero,    che  fu  suo 
cooperatore    nel    distruggere  gli  a- 
busi  e  le  eresie   de'  priscillianisti  e 
dei  peingiani,   ma  d.    Ceillier  nella 
Storia  degli  scrittori  sacri,  non  con- 
fonde Io  stile  dell'uno  e  dell'altro; 
ed     abbenchè     preferisca     evidente- 
mente   quello  di    s.    Prospero,  non 
toglie  però  a  s.   Leone  I   il   nìcrito 
delle     sue  opere    contro  ^eresiarca 
d'oriente.  In  tutti  gli    scrini  poi  ili 


LEO 

s.  Leone  I  apparisce  la  bellezza 
del  suo  spirito,  colla  solidità  del 
giudizio  e  colla  grandezza  del  co- 
raggio. Degno  di  occupar  la  prima 
sede  della  Chiesa,  ne  fu  l'ornamen- 
to per  le  eminenti  qualità,  che  gli 
meritarono  i  gloriosi  titoli  di  Tl/rtt- 
gno  e  di  Grande  j  la  santità  della 
sua  \ita  lo  rese  rispettabile  alle 
potenze  della  terra,  e  fu  l'ammi- 
razione della  Chiesa  cattolica  pel 
suo  zelo  nel  difendere  la  purezza 
della  sua  dottrina,  nel  far  osserva- 
re i  decreti  de'suoi  concili!,  e  nel 
conservarne  la  disciplina.  Le  opere 
di  s.  Leone  1  furono  tutte  insieme 
stampate  in  Parigi  in  tre  volumi 
nel  1675,  con  annotazioni  e  disser- 
tazioni dal  p.  Pascasio  Quesnello, 
e  poi  ristampate  nel  1700  in  Lio- 
ne di  Francia  in  due  tomi  in  fo- 
glio, ma  questa  edizione  è  infetta 
dal  veleno  Quesnelliano.  Per  por- 
gerle un  convenevole  antidoto  fu- 
rono fatte  due  edizioni  in  tempo 
di  Benedetto  XIV,  J'una  dal  p. 
Pietro  Tommaso  Cacciari  carmeli- 
tano di  singoiar  erudizione,  che 
pubblicò  colla  stampa  il  primo  to- 
ìXìo  nel  1751  e  poi  due  altri  to- 
mi. La  seconda  dagli  immortali 
fratelli  Pietro  e  Girolamo  Ballerini, 
dottissimi  sacerdoti  veronesi,  che 
pubblicarono  il  primo  tomo  in  Ve- 
nezia nel  1755,  dopo  il  quale  an- 
no seguirono  i  due  altri  tomi.  Ab- 
biamo la  Fifa  di  s.  Leone  I  e  di 
Attila  Pagello  di  Dio,  scritta  da 
Gabriele  Bertazzolo  e  stampata  in 
Mantova  nel  i6i4:  fulvi  riprodotta 
dal  Tassoni  nel  1727.  Leonis  I  vi- 
tae  conìpendiimi  cum  ejiis  operibiis, 
Lugduni  i632.  t9.  Leonis  I  vìtae 
cowpendium,  editiun  ante  tjnsdem 
opera,  mss.  nella  libreria  del  Ge- 
sù di  Roma.  Luigi  Maimbourgh 
nel    1686  pubblicò  io   Parigi:   Hi- 


LEO  i5 

stoire  da  pnnlifical  de  .1.  Leon  te 
Grand,  che  Innocenzo  XI  condan- 
nò con  bi-evc  de'2(3  febbraio  1687. 
Vacò  la  santa   Sede    sette   mesi. 

LEOlNE  li  (s),  Papa  LXXXH. 
Figliuolo  di  Paolo  ML-neo  o  Mene- 
io  di  professione  medico,  nacque 
secondo  alcuni  in  Cedella  neh'  A- 
bruzzo  Ulteriore,  nel  luogo  chia- 
malo la  Valle  di  Sicilia,  e  secon- 
do altri,  e  forse  meglio,  nella  dio- 
cesi di  Catania  in  Sicilia.  l'rofcs- 
sato  avendo  tia  i  canonici  regolati, 
divenne  eloquente  e  insignemente 
perito  nella  scienza  delle  divine 
lettere,  nel  che  gli  fu  di  gran  lu» 
me  ed  aiuto  la  perfetta  cognizione 
che  aveva  delle  lingue  greca  e  la- 
lina.  Ebbe  eziandio  molta  capacità 
nella  musica,  onde  potè  con  tutta 
agevolezza  riformare  il  canto  della 
salmodia  e  il  concerto  degli  inni 
sacri,  e  fu  insigne  amatore  de'po- 
verelli.  Essendo  stalo  creato  car- 
dinale di  santa  romana  Chiesa, 
dell'ordine  de'preli,  fu  eletto  Pon- 
tefice a'  i5  agosto  del  682.  Indi 
venne  consecrato  secondo  il  con- 
sueto dai  vescovi  di  Ostia  e  di 
Porto,  e  da  quello  di  Velletri  in 
luogo  di  quello  di  Albano  cui  ap- 
parteneva, perchè  allora  si  trovava 
questa  chiesa  priva  del  vescovo. 
Con  l'epistola  ad  Constant,  imp.^ 
presso  Labbé,  Concil.  t.  VI,  p. 
iijG,  confermò  il  VI  concilio  ge- 
nerale riunito  contro  i  monoteli  ti, 
gli  alti  del  quale  furono  portati 
in  Roma  dai  legali,  e  s.  Leone  II 
dal  greco,  come  alferma  Sigeberto, 
De  script,  eccl.  cap.  59,  li  traspor- 
tò nel  latino,  inviandone  con  sua 
lettera  una  copia  ai  vescovi  della 
Spagna.  Con  questa  lettera  ai  ve- 
scovi della  Spagna,  im'altra  Leone 
li  ne  mandò  al  reErvigio,  la  qua- 
le è  registrala  da  Labbé  nel   t.    VI, 


iG  LEO 

p.  ii'ì'ì  Condì.,  e  in  questa  gli 
dice  il  santo  Pontefice:  •»  che  O- 
norio  I  avea  consentito,  che  l'ini- 
mncolala  regola  della  tradizione 
apostolica,  da'  suoi  predecessori  ri- 
cevuta, fosse  offesa  e  macchiata  ". 
Il  Baronio  stimò  apocrife  queste 
due  lettere,  ma  per  vere  e  legitti- 
me le  difese  il  p.  Lupo  :  De  sexlo 
syiiodo  gener.  diss.  ult.  1. 111^  p. 
51.  Il  cardinal  Turrecremata  dice 
che  il  concilio  male  interpretò  le 
cattoliche  lettere  del  Papa  Onorio 
I,  al  patriarca  Sergio.  Sostenne 
l'onore  della  sua  sede  e  la  preemi- 
iienza  contro  l'arroganza  dell'arci- 
vescovo di  Ravenna  ;  laonde  ad 
istanza  di  S.Leone  li,  l'imperatore 
Costantino  III  ordinò,  che  morto 
l'arcivescovo  di  Ravenna,  il  nuova- 
mente eletto  dovesse,  secondo  l'uso 
antico,  ordinarsi  in  Puoma.  In  una 
ordinazione  a'  i6  giugno  il  Papa 
creò  ventitre  vescovi,  nove  preti  e 
tre  diaconi.  Il  Cardella  registra 
sette  cardinali  nel  suo  pontificato. 
Il  Bergier  dice  che  istituì  il  bacio 
di  pace  nella  messa,  e  l'aspersione 
dell'acqua  santa  sul  popolo.  Go- 
vernò dieci  mesi  e  diecisette  gior- 
ni, e  morì  ai  4  luglio  del  683  : 
la  Chiesa  ne  celebra  la  festa  a'  28 
giugno.  Fu  sepolto  in  s.  Pietro, 
ed  il  suo  corpo  si  venera  sotto 
l'altare  della  Madonna  della  Co- 
lonna. Ad  una  insigne  dottrina  ed 
eloquenza  accoppiò  rara  prudenza  ; 
non  trascurò  nulla  per  ristabilire 
dovunque  la  purezza  della  fede 
cristiana  e  de'suoi  costiuni  ;  i  suoi 
benefizi  lo  resero  caro  a)  popolo 
romano.  Vacò  la  Chiesa  romana 
undici   mesi   e  veutidue  giorni. 

LEONE  IH  (s.),  Papa  XCIX. 
Nacque  in  Roma  ed  ebbe  per  pa- 
dre Asupio,  secondo  l'opinione  con- 
corde di  tutti     gli    storici,     laonde 


LEO 

non  si  sa  comprendere  come  il 
Voigt,  Storia  di  Papa  Gregorio 
FU,  cap.  IX,  possa  dire  che  Ai- 
stulfo  figlio  del  conte  di  Calu,  ca- 
stello del  Wurtem borghese,  venne 
assunto  al  pontificato  col  nome  di 
Leone  111,  mentre  il  nome  ancora 
non  si  soleva  cambiare  nell'esalta- 
zione al  soglio  papale.  Da  canoni- 
co regolare,  passò  poi  tra'  monaci 
benedettini  al  dire  di  Ciacconio. 
Ma  il  Cardella  seguendo  il  p.  Nar- 
di narra,  ch'egli  in  età  ancor  tenera 
entrato  nel  palazzo  pontificio  per 
essere  educato  nella  pietà  e  nelle 
lettere,  fece  tali  progressi,  che  me- 
ritò di  essere  successivamente  in- 
nalzato ai  sacri  ordini  del  suddia- 
conato, del  diaconato,  e  finalmente 
a  quello  di  cardinale  prete  del  ti- 
tolo di  s.  Susanna.  D'illibati  co- 
stumi, facondo  nella  favella,  e 
molto  versato  così  nella  sacra  co- 
me nella  profana  erudizione,  in- 
clinatissimo  a  ragionare  o  sentire 
ragionare  di  cose  divine,  e  ad  o- 
rare  coi  monaci  ed  altri  servi  di 
Dio.  Gran  fautore  delle  dotte  e 
letterate  persone,  da  ogni  parte 
con  premi  a  sé  le  tirava,  meravi- 
glioso piacere  provando  in  ragio- 
nare con  esse  .  Visitava  gl'infermi, 
sovvenne  con  larga  mano  i  mise- 
rabili, consolò  gli  afflitti,  e  i  tra- 
viati ridusse  con  cristiani  ricordi 
ed  eflicaci  esortazioni  nella  via  del- 
l'eterna salute.  Fu  di  natura  be- 
nigna e  tardo  all'  ira,  intrepido 
difensore  dell'ecclesiastica  immunità 
e  dell'onore  di  Dio.  Dopo  essere 
stato  l'ornamento  della  Chiesa  ro- 
mana, fu  per  universal  consenso 
a'26  dicembre  del  ygS  eletto  Pa- 
pa e  consecrato  nel  giorno  seguen- 
te. Dopo  la  consecrazione  fu  egli 
coronato  ai  gradini  inferiori  della 
basilica  vaticana,  e  da  questa  fun- 


LEO 

eione  il    Cancellieri     iacomiociò  la 
collezione  delle  relazioni   de'solenni 
possessi    presi    alla     basilica    latera- 
nense  dopo  tal  cerimonia  dai  som- 
mi Pontefici  successori  di  s.  Leone 
IIL  V.  Possessi  de' Pontefici.  Per- 
venuta a  Carlo     Magno    la  notizia 
nell'elezione  di  s.  Leone  III,  scrisse 
una  ossequiosa  lettera    di   rallegra- 
mento,   per    mezzo   di  Engelberto 
abbate  del  monastero  di  s.  Ricario, 
implorando  l'apostolica  benedizione, 
l'orazioni  del    Pontefice,  1'  alleanza 
della  romana  Sede,  che  prometteva 
continuare  a  difendere,    ed  inoltre 
gii     mandò    dei    doni     provenienti 
dalle  spoglie  conquistate    sugli  un- 
ni. Pregato  il  Papa  da  Carlo  Ma- 
gno   di     confermargli     il   titolo    di 
patrizio  romano,  onde    gli    correva 
l'obbligo  di  difendere  la  Chiesa  ro- 
mana, s,  Leone    III    gli  mandò  le 
chiavi  di  s.  Pietro  e     Io  stendardo 
di  Roma,  insegne  che    lo  l'endeva- 
no  obbligato  a    difendere    il  civile 
e     r  ecclesiastico    della  Chiesa.   F . 
Chiavi.  La  deputazione    spedita  al 
re  dal  Papa,  ritornò  in  R.oma  con 
ricchi  presenti. 

Quattro  anni  dopo  scoppiò  una 
terribile  cospirazione  contro  i  gior- 
ni del  Pontefice,  della  quale  fa- 
cemmo menzione  in  più  analoghi 
luoghi.  Pasquale  primicerio  e  Cam- 
polo  saccellario  o  cappellano  della 
Chiesa  romana,  nipoti  dell'imme- 
diato predecessore  Adriano  I,  sotto 
il  cui  pontificato  aveano  esercitato 
molta  influenza  in  Roma,  vedendo 
di  non  poter  esercitar  più  il  pote- 
re sugli  affari,  e  sdegnati  di  non 
aver  potuto  succedere  al  loro  zio, 
determinarono  di  disfarsi  di  s.  Leo- 
ne III.  Quindi  nell'anno  799  ai 
i5  aprile  spedirono  gente  armata 
per  avventarsi  contro  il  Papa,  men- 
tre usciva    a    cavallo    dal  palriar- 


LEO  17 

chio  lateratiense,  per  assistere  alla 
processione  delle  litanie  maggiori  , 
nel    giorno    di    s.   Marco,     recan- 
dosi alla  chiesa   di    s.    Lorenzo  in 
Lucina.    Questi    assassini    lo    mal- 
trattarono con  tante  percosse    che 
lo  lasciarono    mezzo    morto,    dopo 
averlo  acciecato  e  cavatagli   la  lin- 
gua (  cioè  avanti    la   Chiesa    di  s. 
Sih'estro  in  Capile  [Fedi),  o  avanti 
la  confessione    della    medesima  se- 
condo il  Severano,  Memorie  p.  486), 
e  posto   nel  monastero  di   s.  Era- 
smo come  in  un  carcere,  per  met- 
terlo in  sicuro  dal  popolo.  In  que- 
sto luogo  prodigiosamente  i  ss.  Pie- 
tro   e    Paolo    lo    risanarono   nella 
lingua  e  negli  occhi.    Alcuni    scri- 
vono che  gì'  iniqui  soltanto  si  sfor- 
zarono di  strappargli    la    lingua  e 
gli  occhi.  Nella   seguente    notte    si 
portò    nel    monastero  Albino    ca- 
meriere   o    camerlengo    del    Papa  j 
con  buona  mano  di    armati     e  di 
fedeli    amici,    cavò    fuori  s.    Leone 
III ,   lo  assicurò    nella    basilica  va- 
ticana, dove  si  trovava  Tabbate  di 
Stavelo  inviato  di  Carlo  Magno,  e 
fece    sapere    a    Winigiso    duca   di 
Spoleto  r  infame  avvenimento.    Ir- 
ritati i  traditori    di    vedere    libero 
il  Papa,  sfogarono    la   loro  rabbia 
col    saccheggio    del     patriarchio    e 
della    casa    d' Albino.    Intanto  con 
un  esercito  giunse  in    Pioma    Wi- 
nigiso, condusse    in    salvo  in     un 
suo   castello  s.  Leone  III,  il  quale 
passò  in  FVancia  a    trovare    Carlo 
Magno  che  lo  raggiunse  in  Pader- 
bona,  dopo  essere  stato  per  ordine 
di  questo  incontrato  da  Gildivaldo 
arcivescovo  di   Colonia    e    arcicap- 
pellano,  dal  conte    Ascario,    e   da 
lui  slesso  col  figlio  Pipino  con  ogni 
maniera    di    venerazione ,   e  tra  il 
canto  degli  inni    e  dei  cantici;  ri- 
cevendolo   Gome    vicario    di    Gesì» 


VOL.    XXXYUl, 


i8  LEO 

Cristo  e  sommo  Pontefice.  Al  suo 
arrivo  il  numeroso  esercito  con  di- 
vozione si  prostrò  a  terra ,  e  gli 
domandò  la  benedizione  apostolica. 
Giunto  s.  Leone  III  al  tempio  col 
re,  intuonò  1*  inno  :  Gloria  in  ex- 
celsis  DeOf  cui  rispose  tutto  il  cle- 
ro. Del  miracolo  operato  dai  prin- 
cipi degli  apostoli  in  s,  Leone  III 
si  fa  memoria  nel  Martirologio 
romano  a'  12  giugno.  Il  Fleury, 
Hist.  eccles.  lib.  45,  all'anno  799, 
sembra  dubitarne,  credendo  che  mal- 
grado la  crudeltà  de'  sicari  non 
riuscì  loro  di  cavargli  la  lingua  e 
gli  occhi.  Ma  il  Pagi  nella  vita  di 
s.  Leone  IH,  nel  tom.  II  del  Bre- 
vìar.  Rom.  Pont.^  con  fortissime  ra- 
gioni lo  dimostra,  come  da  Ana- 
stasio Bibliotecario  viene  racconta- 
to. Nella  stessa  guisa  descrisse  il 
fatto  in  versi  Alcuino  maestro  di 
Carlo  MagnOj  nel  poema  della  par- 
tenza di  s.  Leone  III,  grave  auto- 
rità che  si  può  vedere  presso  il 
Duchesne,  Script.  Francar,  t.  II, 
p.    196. 

Dopo  avere  il  Papa  soggior- 
nato in  Francia,  trattato  onorifi- 
camente da  Carlo  Magno ,  fece 
ritorno  in  Roma,  ove  entrò  a'  29 
novembre  dell'Boo  come  in  trion- 
fo, e  al  modo  detto  ad  Ingressi 
SOLENM  IN  Roma.  Ivi  giunse  pure 
Carlo  Magno  con  grande  accompa- 
gnamento per  sedare  i  tumulti,  e 
promuovere  la  stima  ed  il  decoro 
per  la  dignità  pontificia,  per  lo  che 
nel  i5  dicembre  vi  convocò  un'as- 
semblea di  prelati  e  di  nobiltà,  di 
vescovi  italiani  e  francesij  che  può 
dirsi  concilio,  a  fine  di  esaminare 
le  accuse  fatte  contro  del  Papa. 
Non  essendosi  presentato  alcuno  per 
sostenerle,  e  protestando  tutti  i  ve- 
scovi che  non  avrebbero  mai  ar- 
dito giudicare  la    prima   cattedra, 


LEO 

s.  Leone  III  nella  basilica  vatica- 
na, asceso  l'ambone,  si  giustificò  con 
suo  giuramento,  pronunziando  quel- 
le parole  riportate  dal  Severano  a 
p.  549,  e  mettendosi  sul  capo  la 
croce  ed  il  vangelo.  Allora  i  ca- 
lunniatori e  cospiratori  furono  con- 
dannati a  morte  ed  alla  mutila- 
zione delle  membra  :  il  Papa  in- 
tercesse per  essi,  salvò  loro  la  vita, 
onde  furono  esiliati  in  Francia.  In- 
di nel  giorno  di  Natale  dell' 800, 
essendo  andato  Carlo  Magno  ad  a- 
scoltare  ed  assistere  la  messa  che 
doveva  celebrare  nella  basilica  va- 
ticana il  Papa,  questi  l'unse  e  co- 
ronò imperatore,  rinnovando  in  lui 
r  impero  d'  occidente;  .  indi  unse, 
dichiarò  e  coronò  re  di  Aquitania 
Lodovico  I,  e  re  d' Italia  Pipino, 
ambedue  figli  di  Carlo,  al  modo 
che  dicemmo  nel  voi.  XVII,  pag. 
2 1 2  del  Dizionario  ed  altrove,  co- 
me all'  articolo  Imperatore.  L'  A- 
nastasio  descrive  le  molte  oblazio- 
ni ricchissime  di  oro,  d'argento  e 
di  gemme  preziose  che  Carlo  fece 
al  Papa  dopo  la  coronazione,  giac- 
ché r  ordine  romano  prescriveva 
qualche  olìerta  d'oro,  ed  aggiunge 
che  r  imperatore  pregò  s.  Leone 
III  a  servirsi  nelle  processioni  delle 
litanie  di  una  croce,  ch'egli  con 
questo  fine  donò  alla  basilica  la- 
teranense.  Carlo  Magno  ritornò  in 
Francia  nell'aprile  801  dopo  Pa- 
squa. Il  sommo  Raffaele  nelle  ca- 
mere valicane  dipinse  il  giuramen- 
to di  s.  Leone  III,  e  l'atto  solen- 
ne della  coronazione  di  Carlo  Ma- 
gno, che  prostrato  ai  piedi  del  Pa- 
pa riceve  sul  capo  la  corona. 

Si  espose  al  pubblico  in  Roma 
l'anno  1810,  nel  convento  della  ss. 
Trinità  de'Monti,  un  quadro  rap- 
presentante s.  Leone  III  nella  chie- 
sa di  s.  Pietro,  che  dopo  aver   co- 


LEO 

rouato  Carlo  Magno  imperatore,  gli 
si  prostra  in  atto  quasi  di  doman- 
dargli perdono,  in  abiti  pontificali 
colla  tiara  in  testa  :  il  trono  del  Pa- 
pa il  pittore  lo  collocò    a    sinistra, 
quello   dell'  imperatore  a  destra,  e 
questo  collo  scettro  in  mano  riceve- 
re gli  omaggi  de'vescovi  delle  chiese 
greca  e  latina,  altri  incensarlo  dal- 
l'altare,   e  persino  genuflessi.    Tale 
quadro    fu  dipinto    dal    fiammingo 
Francesco  Odevaere  pensionato  del- 
l'accademia di   Francia ,    che  inol- 
tre pose  al  suo  lato  un  passo  degli 
Annali    ci'  Italia    del  Muratori,   in 
cui    si  citano    queste    parole    degli 
antichi  annali  de' franchi:  A  Pon- 
ti/ice   more  antiquornm  principimi 
cdoratus  est,    testo  col  quale  l'ar- 
tista si  lusingava  di  potere  rende- 
re storico  il    suo    quadro    favoloso 
ed     immaginario.     Questo    quadro 
\enne  dipinto  da  Odevaere  ne'  mo- 
menti  piìi  crudeli   di   Roma,  della 
prigionia  cioè  del  Papa    Pio    VII, 
della  mutazione  del  governo ,  con 
animo  di  presentarlo  a  Napoleone 
nella  pubblica  esposizione  di  Pari- 
gi. In  un'  epoca  in  cui  si   tentava 
ad  ogni  costo  l'oppressione  del  ro- 
mano Pontefice,  sperava    il  pittore 
che  tal  soggetto  esser  dovesse  gra- 
tissimo  all'  imperatore.  In  tale  sup- 
posto ne  ordinò  il  disegno,  e  quin- 
di   r  incisione    al    celebre    Pinelli , 
onde  appena  avesse  udito  il  gradi- 
mento di  lui,  ne   avrebbe    pubbli- 
cato le  stampe.  Ma  la   cosa    andò 
diversamente j  Napoleone  appena  lo 
guardò,  disse  che  non  voleva    tali 
soggetti ,    dopo  averne    appreso  la 
storia.  Ignorando  il  pittore  in  Roma 
ciò  che  accadeva  a  Parigi,  avea  osato 
esporre  al  pubblico  la  stampa  del 
suo  quadro.  Indignati  i  romani,    e 
pieni  di  orrore  per  tale  falsità,  il  ge- 
neral Miollis  credette  prudenza  far 


LEO  19 

togliere    dal    pubblico    la    stampa. 
Comparve  inoltre  in  Roma    un  o- 
puscolo  dell'ab.  Vertot  tradotto  in 
italiano,  intitolato  :  Ricerche  sulto- 
rigine    della    grandezza    temporale 
de'  Papi.  Opuscolo  pieno   di    mal- 
talento e  di  frode,  atto  specialmen- 
te ad  ingannare  i  semplici;  in  cui 
l'autore,  dopo  di  aver  detto  quan- 
to di  male  il    suo    cuore   corrotto 
suggerivagli  contro  la  cattedra  apo- 
stolica ed    i  Pontefici  romani,  sos- 
tiene l'adorazione  di  s.  Leone    111 
a  Carlo  Magno  colla    solita    auto- 
rità   degli    Annali    de'  franchi.     A 
dissipare  le  sinistre  impressioni  del- 
le persone  poco  accorte  ed  istruite, 
le  maligne  conseguenze  dello  scan- 
daloso quadro  e  sua  stampa,  a  con- 
fondere  i  male  intenzionati,  a  di- 
fendere r  insulto  che    si    fece    alla 
religione    e    magnanimità    dell'im- 
peratore Carlo,  figlio  obbediente  e 
benemerito    de'Papi,  uno   de'più  ze- 
lanti difensori  delia  Chiesa,  in  cui  sem- 
pre sarà  in  benedizione  la  sua  memo- 
ria, il  sacerdote  romano  monsig.  An- 
tonio Santelli  dipoi  e  tuttora  came- 
riere d'onore  di  sua  Santità,  imprese 
a  comporre  una    dissertazione  per 
dimostrare  che  il  Pontefice  s.  Leone 
III  non  si  prostrò  a  Carlo  Magno 
dopo  averlo   coronato,  in    un    agli 
argomenti  che  l' indole  di  s.  Leo- 
ne III  era  la  più  contraria  a  tale 
prostrazione,  e    che    Carlo    Magno 
giammai  non  1'  avrebbe   permessa. 
La  dissertazione  col  rame  o  stampa 
in  discorso  in    fronte,    dedicata  al 
cardinal  Carlo  Opizzoni   arcivesco- 
vo di  Bologna,  il  dotto    e   zelante 
prelato  la  fece  stampare  nel  18 15 
in  Roma  coi  tipi    De    Romanis,  e 
con  questo  titolo:    Oltraggio  fatto 
a  Leone  III  ed  a   Carlo    Magno 
in  un  quadro    ed  una  stampa    e- 
sprirnenli  l'adorazione  del  Ponteji- 


20  LEO 

ce   all'imperatore.   Quanto    piena- 
menle  monsignor  Santelli  raggiun- 
gesse lo  scopo,  udiamolo  dalle  ap- 
provazioni   premesse    alla    disserta- 
zione, provocate  per  ordine    supe- 
riore,   di  due    personaggi    illustri, 
cioè  di  monsignor  Alessandro  Ma- 
ria Tassoni  uditore  della  sacra  ro- 
ta, e  del  p.  Antonio  Maria  Gran- 
di procuratore  generale  de'  barna- 
biti. "  Con  un  recente  quadro  ri- 
pi'odotto  in  rame,  rappresentante  il 
Pontefice    Leone    III     prostralo    a 
Carlo  Magno  dopo   averlo    incoro- 
nato, credevasi    avvilire    la    supie- 
rnazia  papale.    Non  si  è  fatto  che 
dare  un  eccitamento,  un    impulso, 
onde  riandando  gli  antichi    monu- 
menti e  la  storia,  l'autorità  ponti- 
ficia vieppiù  risplenda  e  risalti.  Mon- 
signor Antonio  Santelli  vista    l'in- 
decenza, animato  da  un  santo  ze- 
lo, affinchè  il    pubblico    non    resti 
illuso,  ha  intrapreso    di  dimostra- 
re, che  lungi  dall' essersi  prostrato 
il    Pontefice ,    ricevette    egli  stesso 
dall'  imperatore  i  maggiori  contras- 
segni di  omaggio  e  di  ossequio,  ed 
ha  spiegato  nel  suo  vero  e  genui- 
no senso  le  parole  di  una  cronaca, 
a  cui  il  pittore  alludeva  per  soste- 
nere la  favolosa  invenzione,  e  l'as- 
sunto è  provato    con    ragioni,   ar- 
gomenti, fatti,  che  non  hanno  re- 
plica e  che  vendicano  a  meravjgiia 
l'insulto  e  l'ingiuria  ".  Tale    fu  il 
giudizio    del    prelato ,   ecco  quello 
del  religioso.  «  Ho  letto    d'  ordine 
superiore  la  bella  dissertazione    di 
monsignor  Antonio  Santelli ,    nella 
quale  prese  a  provare,  che    Leone 
III  non  si   è   altrimenti    prostrato 
a    Callo    Magno ,    dopo    di  averlo 
incoronato,  come  si  è,  anni  sono, 
falsamente  rappresentato  in  un  qua- 
dro, che  fu  esposto    in  E.oma  alla 
pubblica  vista,  e  che  si  è  pure  in- 


LEO 

ciso  in  rame.  Le  ragioni  che  l'au- 
tore ne  adduce,  e  la  molta    e   re- 
condita erudizione    colla    quale    le 
corrobora,  portano  l'assunto  ad  una 
evidenza,  che  non  lascia  desiderare 
I  pia    . 
In  fatti    monsignor  Santelli,    in- 
cominciando dal  descrivere  i  costu- 
mi di  Carlo  Magno,  dimostra  ch'egli 
non  avrebbe   mai  permesso  la     pro- 
strazione, ancorché    il  Papa  l'aves- 
se voluta  fare.  Narra  come  nel  774 
giunto  in  Roma  Carlo,  appena  vide 
la  croce  papale,  discese  da  cavallo, 
si  recò  a    piedi   alla  basilica    vati- 
cana, baciò    e   sali   colle   ginocchia 
ogni  gradino,  e    si    presentò  genu- 
flesso a'  piedi  di    Adriano  I  a  cui 
donò     città      e     ducati.     Che    alla 
morte   di  questo     Papa  lo     pianse 
amaramente,    e   con    tenerezza    fi- 
gliale compose  un  epitaffio  in  ver- 
si latini.  Riporta  le    solenni  dimo- 
strazioni   date    dal    principe    a    s. 
Leone  III  appena  elevato  alla  cat- 
tedra di   s.   Pietro  e  nel  suo  arri- 
vo   a    Paderbona,     tanto     per     la 
sua    sublime    dignità,    che  per    la 
grande    stima   che    faceva    di   lui. 
Quindi  celebra    l'animo    del    Pon- 
tefice    pieno    di     generoso    corag- 
gio e    costante  fortezza    in   mante- 
nere   illesi    i  privilegi    della    Chie- 
sa romana,    e    le    prerogative  del 
sommo  Pontefice.  Quando  poi  Car- 
lo    Magno   giunse    in   Roma ,  di- 
ce che    fu    incontrato   a     Noraentd 
da  s.  Leone  III,  adoperando  questi 
un  nobile  contegno  per  la  giusta  ri- 
verenza che  avea  alla  propria  digni- 
tà; che  l'incontrò  senza  formalità,  e 
con  lui  si  pose  a  mensa  per  l'isto- 
rarsi.  Ma   quando  Carlo  entrò    in 
Roma,  il    Papa    1'  attese    in   abiti   ' 
pontificali  sulle  scale  della  basilica 
vaticana  ;    e    se  il  predecessore  A- 
driano  I    dopo    i    teneri    amplessi 


LEO 

con  Carlo  gli  cede  la  destra,  s. 
Leoue  III  in  vece  sì  conservò 
in  questa .  Egualmente  alla  de- 
stra di  Carlo  il  Papa  si  fece  rap- 
presentare nelle  immagini  che  fe- 
ce eseguire  in  mosaico  nella  chie- 
sa di  s.  Susanna  e  nel  Tricli- 
nio, Riporta  ancora  altri  monumen- 
ti, in  cui  il  Pontefice  tenne  co- 
me doveva  la  precedenza  sull'impe- 
ratore, come  quello  che  con  suprema 
autorità  apostolica  trasferì  su  Car- 
lo r  impero  d'  occidente.  Descrive 
coH'autorità  di  scrittori  tedeschi, 
francesi,  greci  ed  italiani,  più  an- 
tichi, e  del  contemporaneo  Ana- 
stasio che  descrisse  le  cose  più  mi- 
nule,  l'incoronazione  ove  non  si 
fa  parola  della  favolosa  prostrazio- 
ne, come  non  ne  fece  il  francese 
Eginardo  famigliare  intrinseco  di 
Carlo  e  testimonio  oculare  della 
funzione,  d'una  cosa  cioè  clamoro- 
sa ed  essenziale;  avvertendo  che 
Eginardo  non  fu  altrimenti  l'au- 
tore degli  annali  de'  franchi,  non 
meritando  fede  le  cronache  france- 
si che  ciò  asserirono  per  le  ragio- 
ni che  adduce.  Spiega  il  verbo 
adoro  per  riverire  e  salutare,  quan- 
do però  non  sia  diretto  alla  di- 
vinità, per  cui  l'allegato  passo  si 
dovrebbe  necessariamente  tradurre 
cos'i  :  Dal  Pontefice  giusta  il  co- 
stume degli  antichi  principi  france- 
si fu  salutato.  Il  Santelii  riporta 
tutti  gli  argomenti  contrari  alla 
falsa  prostrazione,  ed  onorevoli  al- 
lo stesso  Carlo.  Di  questi  ne  ma- 
gnifica l'eroica  umiltà,  ed  il  cul- 
to che  gli  lendono  diverse  na- 
zionij  mai  vietalo  dalla  santa  Se- 
de; che  se  Carlo  fosse  stato  un  op- 
pressore del  sommo  pastore  della 
medesima,  essa  certamente  l'avrebbe 
proibito  ;  mentre  il  clero  di  Fran- 
cia venuto  con   lui  io   Roma,    so- 


2r 


LEO 

lennemenle  protestò  in  6,  Pietro 
di  non  riconoscere  altra  dignità 
al  mondo  superiore  a  quella  del- 
la cattedra  pontificia.  La  divo- 
zione di  Carlo  per  la  dignità  pa- 
pale, averla  dimostrata  con  tanti 
segni  non  equivoci  di  rispetto,  e 
difesa  col  valore  delle  sue  pro- 
prie possenti  armi,  non  che  bene- 
ficata coi  doni  segnalati  compartiti 
ad  Adriano  I  ed  a  s.  Leone  111. 
Altrimenti  questi  non  avrebbe  mai 
fatto  porre  nel  Triclinio  al  paro 
di  Costantino  la  di  lui  effigie,  quale 
inoltre  si  dipinse  in  diverse  parti  di 
Roma  col  diadema  di  santo,  e  che 
in  Aquisgrana  fu  rappresentato  colla 
chiesa  in  mano,  non  solo  come 
fondatore  di  essa ,  ma  come  di- 
fensore dell'  universale.  Osserva  e- 
ziandio,  che  niuuo  sebbene  antico 
rituale  _,  dice  che  i  vescovi  o  i 
Pontefici  si  prostrassero  ai  sovrani 
prima  o  dopo  la  coronazione;  ma 
invece  in  essi  si  leggono  gli  o- 
maggi  di  profonda  venerazione  usati 
dai  re  ed  imperatori  coi  Papi  dopo 
tal  funzione,  facendo  ad  essi  da  staf- 
fieri, uffizio  che  rese  a  Stefano 
III  il  re  Pipino  padre  di  Carlo. 
Neil'  Ordine  romano  composto  ia 
parte  dai  ss.  Leone  I,  Gelasio  I, 
e  Gregorio  I,  usato  da  s.  Leone 
III  nella  coronazione  di  Carlo,  non 
trovasi  la  prostrazione,  ed  è  pela- 
ci ò  che  il  Papa  non  la  fece,  come 
quello  che  mai  introdusse  abuso  o 
innovazione  nella  disciplina  eccle- 
siastica. Finalmente  il  Santelii  con 
abbondanza  di  prove  su  tutti  i  pun- 
ti ,  rigettata  qualunque  obbiezione 
che  si  possa  addurre  in  contrario, 
colle  più  convincenti  ragioni  trion- 
falmente conhiude,  che  s.  Leone  III 
non  si  prostrò  a  Carlo  Magno,  e 
meritare  il  quadro  di  Odevaere  pel 
disonore  che  fa    alla  religione  cat- 


a«  LEO 

tolìca  ed  all'  augusto  suo  capo ,  e 
perchè  mancante  di  veracità  isteri- 
ca, noncuranza  ed  obblio  (  ed  io 
aggiungo  severa  riprovazione  per 
lo  scandalo  dato  ) ,  avendo  esso 
tentato  di  sacrificare  l'onore,  il  de- 
coro della  Chiesa  romana  ,  nella 
lusinga  di  procacciarsi  la  protezio- 
ne di  una  potestà  secolare  che  la 
conculcava.  All'articolo  Imperatore 
[Fedi)  ,  citammo  le  leggi  degli 
antichi  imperatori ,  che  proibirono 
qualunque  specie  di  adorazione  che 
si  volesse  prestare  alle  loro  statue 
ed  altre  immagini. 

Riprendendo  il  filo  della  biografia 
di  s.  Leone  III,  per  cagione  d'uno  spa- 
ventevole terremoto,  che  nell'ultimo 
di  aprile  dell' 80 1  sobbissò  parec- 
chie città  d'Italia,  e  la  basilica  di 
s.  Paolo  di  Roma,  dal  Papa  tosto 
riedificata ,  comandò  che  ne'  tre 
giorni  precedenti  alla  festa  dell'A- 
scensione si  cantassero  in  pubblica 
processione  le  litanie,  le  quali  pel 
medesimo  motivo  erano  state  isti- 
tuite in  Francia  nel  V  secolo,  cioè 
]e  Rogazioni  [Vedi).  Oltre  a  mol- 
tissimi musaici  e  pitture  con  che 
ornò  la  città  di  Roma,  vi  fece  più 
finestre  di  vetro  ornate  di  diversi 
colori,  così  alla  basilica  lateranen- 
se,  ciò  che  forse  è  il  primo  esem- 
pio dei  vetri  dipinti.  Avendo  s. 
Leone  III  nel  798  eretto  in  me- 
tropoli Salisburgo,  neir8o4  istituì 
il  vescovato  di  Mantova  per  la  se- 
guente causa.  Essendosi  in  questo 
tempo  scoperto  in  detta  città  una 
spunga  inzuppata  del  prezioso  san- 
gue di  Gesù  Cristo,  Carlo  Magno 
scrisse  al  Papa  acciò  volesse  accer- 
tarsene; il  perchè  s.  Leone  III  si 
portò  sul  fine  di  novembre  a  Man- 
tova, e  verificata  1'  identicità  della 
reliquia,  ne  die  ragguaglio  all'impe- 
ratore, dimostrandogli    il  desiderio 


LEO 

di  ritornare   in    Francia    per  cele- 
brar con    lui    la    festa  del    Natale. 
Pai  I ito  per  quel  regno,  a  s.  Mau- 
rizio nel  Vallese  il  Pontefice  fu  in- 
contrato da    Lodovico    I  primoge- 
nito di  Carlo,  e  da  questi  in  Rei  ras 
con    esultanza    e    divozione.    Di  là 
insieme    recaronsi  a  Soissons,    indi 
a  Quiercy,  dove,  o  meglio  in  Aquis- 
grana,  celebrarono    le    feste  Natali- 
zie. Accompagnato  poscia  dallo  stes- 
so augusto,    il  santo    Padre   passò 
in  Germania,    dove  falsamente  di- 
cesi  che    canonizzasse   s.  Suidberto. 
Congedatosi  il  Papa  da  Carlo  Ma- 
gno, carico  di  donativi,  ed  accom- 
pagnato da  alcuni  baroni  del  regno, 
fece  ritorno  in  Roma,    congedando 
a    Ravenna     la    nobile    comitiva. 
Neir  8og  s.    Leone  IH     trasferì  la 
sede    vescovile    Iriense     alla     città 
di    Compostella.    Nel    novembre  di 
detto  anno   l'imperatore   adunò  uà 
concilio,  nel  quale  si  trattò  la  que- 
stione se  lo  Spirito  Santo  procede 
dal  Figlio  come  dal  Padre.  Per  deci- 
derla l'imperatore  spedì  il  vescovo 
di  Worms  e  l'abbate  di    Gorbia  a 
consultare  il  Pontefice,  col  quale  ì 
deputati  ebbero  una  gran  conferen- 
za sulla    parola     Filioque,    cantata 
nel  simbolo    dalle    chiese  di  Fran- 
cia e  di  Spagna,  non  da  quella  di 
Roma.  11  Papa  desiderava  che   ciò 
fosse  seguito  da  per  tutto,  ma    ri- 
spettava   i    concili i    che    vietavano 
qualunque  addizione  al  simbolo;  e 
per  mostrare    il    suo  attaccamento 
all'antichità,  e  non  offendere  la  de- 
licatezza de'  greci,    fece    appendere 
nella  basilica    vaticana    due  tavole 
di  argento    del    peso    di     novanta- 
quattro libbre   e  mezza,  nelle  qua- 
li fece  incidere  il  simbolo  com'era 
stato  formato  nel     concilio    di  Co- 
stantinopoli, in  una  in  latino,  nel- 
l'altra in  greco.  Ma  i  fiancesi  per- 


LEO 

slslellero  nella  loro  opinione,  e  non 
piegarono  al  prudente  sentimento 
del  Papa  che  voleva  evitar  conle- 
sa co'greci,  benché  la  sua  creden- 
za fosse  come  quella  del  concilio. 
Carlo  Magno  dopo  aver  fatto  il 
testamento  e  riportatane  l'approva- 
zione de'  primati  del  regno,  volle 
udire  l'oracolo  di  s.  Leone  III; 
e  finché  visse  altro  non  bramò  che 
Roma  e  la  cattedra  di  s.  Pietro 
fosse  celebre  e  venerata  per  tutto 
il  mondo  per  1'  ecclesiastica  auto- 
rità. Neir8i3  s.  Leone  III  ristabi- 
ìì  la  festa  dell'Assunta,  la  quale  si 
celebrava  fino  da  s.  Sergio  I;  indi 
tieir8i5  venne  scoperta  altra  con- 
giura contro  i  giorni  suoi:  ne  con- 
dannò i  rei  alla  pena  capitale,  e 
spedì  legati  al  nuovo  imperatore 
Lodovico  I  per  informarlo  del  fat- 
to. Per  sollievo  di  varie  afflizioni 
che  pativa,  soleva  celebrare  ogni 
giorno  otto  o  nove  volte  la  messa; 
altri  dicono  che  ciò  facesse  quando 
la  solennità  della  festa  e  la  molti- 
tudine del  popolo  obbligava  dirne 
molte.  Governò  venti  anni,  cinque 
mesi  e  sedici  giorni.  In  tre  ordinazio- 
ni creò  ventisei  vescovi,  trenta  preti 
e  dieci  diaconi.  Il  Cardella  registra 
otto  cardinali  nel  pontificato  di  s. 
Leone  III.  Morì  agli  i  r  o  12 
giugno  8  i6j  e  fu  sepolto  nella  ba- 
silica vaticana,  venerandosi  il  suo  cor- 
po sotto  l'altare  della  Madonna  del- 
la Colonna.  Dipoi  la  congregazio- 
ne de'riti  fece  porre  il  suo  nome 
nel  martirologio  romano,  celebran- 
done la  Chiesa  a' 12  giugno  la  di 
lui  festa.  Fu  amatore  e  premiato- 
re de'  letterati,  erudito  ,  facondo, 
affabile,  mansueto  e  liberale.  Edi- 
ficò un  ospedale  pei  pellegrini  pres- 
so detta  basilica,  con  un  pubblico 
bagno  per  comodo  de'  medesimi, 
al  quale  poi  furono  aggiunte  mol* 


LEO  23 

te  rendite  da  s.  Pasquale  I.  Esen- 
tò da  tutti  i  tributi  i  pellegrini 
inglesi  che  venivano  in  Roma,  e 
fu  sommamente  benemerito  della 
Chiesa.  Abbiamo  tredici  lettere  di 
questo  Papa  nella  raccolta  de'con- 
cilii.  Gli  fu  attribuita  falsamente 
un'opera  evidentemente  apocrifa  ed 
insignificante  ,  intitolata  :  Enchi- 
ridion  cantra  omnia  mundi  peri' 
cula  ,  Carolo  Magno  in  munus 
datum.  Vacò  la  santa  Sede  dieci 
giorni. 

LEONE  IV  (s),  Papa  CVI.  Ro- 
mano figlio  di  Ridolfo  o  Radoaldo, 
di  famiglia  illustre,  da  canonico 
regolare,  come  scrive  il  Ciacconio, 
passò  tra  i  monaci  benedettini,  non 
già  del  monastero  de'  ss.  Silvestro 
e  Martino  a'  Monti  di  Roma,  ma 
veramente  del  monastero  di  s. 
Martino  ch'era  contiguo  alla  vec- 
chia basilica  vaticana  ,  dove  di- 
venne perfettissimo  religioso.  Noa 
solo  fece  profitto  nella  cognizione 
delle  lettere,  ma  nell'esercizio  ezian- 
dio delle  cristiane  virtù  con  edifi- 
cazione di  tutti.  In  fatti  era  uomo 
di  somma  religione^  innocenza,  u- 
millà  e  dottrina,  ed  oltre  a  ciò 
fornito  di  tale  e  tanta  prudenza, 
che  come  scrivono  gli  autori  di 
sua  vita,  imitava  l'astuzia  del  ser- 
pente e  la  semplicità  della  colom- 
ba. Venuto  in  cognizione  Gregorio 
IV  della  singoiar  morigeratezza  ed 
abilità  del  giovane  monaco,  lo 
trasse  dal  monastero,  lo  fece  chie- 
rico, prendendolo  al  suo  servizio 
nel  palazzo  lateranense.  Dopo  qual- 
che tempo  lo  volle  iniziare  nel 
sacro  ordine  del  suddiaconato,  ed 
il  suo  successore  Sergio  II,  mosso 
e  penetrato  dalla  fama  di  sue  vir- 
tù, lo  sollevò  alla  dignità  di  car- 
dinale prete,  e  gli  conferì  per  ti- 
tolo la  chiesa  de'  ss.    Quattro  Co- 


a4  LEO 

ronali.  Appena  morto  questo  Pon- 
tefice   e    non    ancor   seppellito,  fu 
subito     concordemente     eletto     in 
successore,  cioè  a'  27   gennaio  del- 
l' 847  ;  ma    non    fu  consecrato  se 
non  che  agli     1 1     aprile,    quando 
per  paura    de  romani,  che  i  sara- 
ceni venissero  contro    di  Pioma,  fu 
d' uopo   eseguire    questa    consecra- 
zione     prima     che     arrivassero    gli 
ambasciatori  imperiali,  che  ad  essa 
allora  doveano  essere  presenti.  Col 
segno  della  croce  e    coli'  immagine 
della  Beata  Vergine,  che  si  venera 
nella  basilica  Liljeriana,  estinse  un 
furioso  incendio  che    bruciava  Ro- 
ma in  quella  parie  chiamata  Bor- 
^o  {^Vedi) j  ne  racconta  lo  stupen- 
do miracolo  Anastasio  Bibliotecario 
nella  vita     di     questo    Papa,  e  ne 
parlammo  ancora  nel  voi.  XIII,  p. 
249    del   Dizionario.     Per     questo 
avvenimento    ordinò    che    la  festa 
dell'Assunta  si    celebrasse    per  otto 
giorni,  in  riconoscenza     alla    Beata 
VerginCj  per    avere  ottenuto    colle 
sue     preghiere    che    appunto    fosse 
estinto  il    fuoco    nel     giorno  di  tal 
festività.  Egualmente    colle    sue  o- 
razioni  s.     Leone    IV   ottenne  che 
sparisse  un  mortifero    serpente,  col 
veleno  del  quale  erano  perite  mol- 
te persone  in  Roma  :  ne  parlammo 
pncora    agli    articoli     Chiesa    di  s. 
Lucia     in     Selce,     e    Lavanda  dei 
PIEDI.  Scomunicò  e   depose  Anasta- 
sio   dal     grado  di     cardinale   prete 
di  s.   IMarcello,  perchè  avea  abban- 
donato    il     suo     titolo     per  cinque 
anni  ;  questo  cardinale     non  si  de- 
ve   confondere     col     Bibliotecario. 
Fu  s.  Leone    IV    il    primo    Papa 
che    cominciò     a    contare  gli  anni 
del  pontificato,  su  di  che  sono  a  ve- 
dersi gli  articoli  Anno  del  Pontifi- 
cato, Bolle  ec.  Secondo  gli  Annali 
Berliniani,    appresso    il    Muratori, 


LEO 

Script,  rer.  Ital.  t.  II,  p.  53  r,  co- 
ronò nell'anno  85o  imperatore  Lo- 
dovico II. 

Prima  di  questo  tempo  e  nel- 
r848  fondò  la  Città  Leonina  [Vedi)^ 
o  borghi  che  sono  prossimi  alla 
basilica  vaticana,  che  s.  Leone  III 
avea  cominciato  a  circondare  di 
mura  e  di  bastioni  :  ciò  fece  s. 
Leone  IV  per  difendere  la  basilica 
dalle  incursioni  de'  saraceni.  Aven- 
do questi  barbari  saputo  che  il 
Pontefice  avea  riccamente  adornata 
la  basilica  ed  altre  chiese  di  Roma, 
con  un'armata  navale  si  avviarono 
per  predarle  neir849>  sbarcando  ad 
Ostia  presso  le  foci  del  Tevere. 
Il  santo  Padre  prima  ristabilì  e 
fortificò  le  mura  della  città,  e  poi 
aiutato  dai  napoletani  si  parti  egli 
stesso  con  un  esercito  per  Ostia, 
dove  l'armata  saracena  fu  disper- 
sa, distrutta  e  in  parte  fatta  schia- 
va ;  vittoria  che  in  un  al  memo- 
rato incendio,  mirabilmente  dipin- 
se Raffaele  nelle  camere  vaticane. 
Terminata  neir852  la  Città  Leo- 
nina, ove  si  racchiuse  la  basilica 
di  s.  Pietro,  e  gli  ospedali  delle 
diverse  nazioni  che  venivano  a 
Roma  in  pellegrinaggio,  il  Papa 
a'  27  giugno  solennemente  la  de- 
dicò, dopo  avere  con  costante  vi-» 
gilanza  assistito  alla  fabbrica,  nulla 
curando  l'intemperie  del  tempo.  A 
tale  effetto  s.  Leone  IV  comandò 
che  tutti  i  vescovi,  preti,  diaconi  e 
chierici  della  Chiesa  romana,  dopo 
cantate  le  litanie  ed  il  salterio,  gi- 
rassero seco  insieme  le  mura,  can- 
tando inni  e  cantici  spirituali,  a 
piedi  nudi  e  con  cenere  in  capo. 
Ordinò  pure  che  i  cardinali  faces^ 
sero  l'acqua  benedetta,  e  nel  pas- 
sare aspergessero  le  muraglie,  sulle 
quali  il  Pontefice,  spargendo  la- 
grime e  sospirando,  repitò  tre  Qx^-. 


LEO 

zioni,  che  riporta  il  Rinaldi  all'an- 
no 852.    La  prima    recitata   sopra 
la  porta  che  guarda     verso  s.  Pel- 
legrino, incomincia  con    queste  pa- 
role, e  fu  composta  dal  Papa  :  Deus, 
qui    Apostolo    tuo    Petto     colla  ti  s 
clavìbus.  La  seconda  egli  recitò  so- 
pra    la    porticella     che    soprastava 
Castel  s.  Angeloj  e  principia  così  : 
Deus,  qui    ab  ipso    Chrìstìanitatis. 
La  terza  orazione     cantò    sopra  la 
piccola  porta  di  contro  alla     scuo- 
la de'sassoni  :     Praesta    qnae.sumus 
omnipotens.  Dipoi  s.  Leone  IV  coi 
sacerdoti     e  con   tutti     i  baroni  di 
Roma     si     recò     processionalmente 
nella  chiesa  di  s.   Pietro,  ove  reci- 
tando oiazioni  e  laudi,  cantò  la  messa 
per  la  salute  del    popolo,  e  per  la 
conservazione    e     perpetuo     stabili- 
mento della  Città  Leonina.  Al  dire 
dell'Anastasio,  s.  Leone    IV  fu  pu- 
re   autore  dell'orazione:   Deus   cui 
dextra    b.    Petrum    ambulanlem  in 
fluctibus,  la  quale  diede    ai  napole- 
tani,    che     a     favore    della  Chiesa 
combattevano  per  mare  i   saraceni. 
Va     però     avvertito,     che    sebbene 
queste  orazioni  furono    attribuite  a 
6.     Leone    IV,    perchè  egli   in  esse 
inserì  alcune     parole    adattate  alle 
circostanze    di   cui  si    è  parlato,  le 
quali     poscia     furono    levate  rima- 
nendo nella  forma     in    cui  oggi  le 
diciamo;   ma  sono  esse  più  antiche, 
poiché  si  trovano  nel  Sacramenla- 
rio  di     s.     Gregorio   I,    t.   IH,   pag. 
ii3  e  ii4   Oper.  Il  Labbé,  Co«c//. 
t.     Vili,    p.     i3  e     19     le  riporta 
com'erano     in     tempo    di  s.  Leone 
IV.     JNeila      contrada      de'   Sassoni 
nella   Città  Leonina,     edificò  ezian- 
dio la  chiesa  di  s.  Maria.  Neir'854 
Etelvolfo  re  d'  Inghilterra,    avendo 
fatto  un   pellegrinaggio  a  Roma,  il 
Papa    lo  accolse    con    grandi  con- 
trassegni di  onore. 


LEO  25 

Tre  volte  questo  Pontefice  diede 
la  città  di  Porto  colle    vigne,  pra- 
ti, terreni  e  bestiami,  ai  corsi  (che 
erano  stati  costretti  ad  abbandonar 
r  isola  di   Corsica  per    li    frequenti 
sbarchi     de*  saraceni  )  acciocché  la 
guardassero  dai  nemici,  avendo  essi 
promesso    obbedienza    e     fedeltà  a 
lui  e  suoi   successori.     Infestando  i 
saraceni  anche  l'isola    di    Sardegna, 
molti  sardi   l'abbandonarono  e  pro- 
curarono stabilirsi  altrove.   11   Papa 
concesse  loro  un  borgo  con    chiesa 
dedicata  alla  Madre    di    Dio,  tren- 
ta miglia  lungi   da    Róma,  onde  il 
borgo    prese     il     nome    di     Sardi, 
Vico  Sardonum  :    alla    chiesa  oflrì 
un  calice  con  patena.     Inoltre  a  s. 
Leone  IV  si  deve     l'erezione   della 
città  dì  Leopoliin  Tuscia,  della  qua- 
le si  parlò  nel   voi.  XIII,  p.   3oo   e 
3o  I    del  Dizionario.  Di  questa  cit- 
tà si  può  vedere  il  t.  Ili,    p.    197 
delle  Memorie    istoriche    di   Bene- 
vento    del     Borgia,     il  quale  opina 
che  Leopoli  forse  si  chiamò  anche 
JSeapolis  o   Città  Nuova,  lo  che  e- 
gli  arguisce     dal     nome     posterior- 
mente dato  a   Centocelle     di    Città 
Vecchia  oggi   Civita    Vecchia.  Per 
opera  di  questo  Papa  si     restaura- 
rono    le     mura     e    le     porte  delle 
antiche  città  di   Orte  e  di   Amelia. 
Governò  s.     Leone    IV  otto    anni, 
tre  mesi    e  sei  giorni.     In  due  or- 
dinazioni  creò    sessantatre    vescovi, 
diecinove  preti    ed  otto  diaconi.   II 
Cardella  riporta    venticinque   cardi- 
nali che  vissero  nel    pontificato  di 
s.  Leone  IV,  alcuni  de'quali  furono 
da   lui  creati.   Morì    nell'  855  a' 17 
luglio,     sotto    il   qual    giorno  fu  il 
suo  nome  registrato  nel    martirolo- 
gio romano,  e    la     chiesa  ne  cele- 
bra la  festa.  Fu  sepolto    nella  ba- 
silica   vaticana,     ove     sotto  l'altare 
della    Madonna    della    Colonna  si 


iG  LEO 

venera  il  suo  corpo.  Fu  di  singo- 
iar dottrina,  consiglio  e  magniti- 
cenza,  che  fece  sperimentare  anco 
alle  chiese  di  Roma,  Simile  a  s. 
Gregorio  I  che  avea  preso  per 
modello,  si  applicò  sopra  tutto  ad 
istruire  i  pastori  dei  loro  doveri. 
Pio,  umile,  amante  della  giustizia 
e  del  popolo,  beneficò  i  poveri,  e 
fu  assiduo  nelle  orazioni  e  nelle 
vigilie.  Delle  molte  lettere  che 
scrisse  se  ne  conoscono  due,  che 
pur  si  pongono  in  dubbio.  Una 
è  indirizzata  a  Prudenzio  vescovo 
di  Troyes,  sulla  consecrazione  di 
un'abbazia  per  Ademaro  e  suoi  re- 
ligiosi ;  l'altra  è  ai  vescovi  di  Bre- 
tagna che  l'avevano  consultato  so- 
pra molti  articoli  e  particolarmen- 
te sui  vescovi  simoniaci.  Tra  que- 
sto Pontefice  e  il  successore  venne 
narrata  l'impudente  e  ridicola  fa- 
vola della  papessa  Giovanna  [Vedi), 
JXell'accademia  di  religione  cattoli- 
ca in  Roma,  de'5  giugno  1845,  il 
eh.  p.  Giampietro  Secchi  della 
compagnia  di  Gesù,  professore  di 
filologia  greca  e  prefetto  della  bi- 
blioteca nel  collegio  romano,  nella 
sua  dissertazione  presentò  una  Nuo- 
va difesa  de  romani  Pontefici  Be- 
nedetto III  e  Giovanni  Vili,  mio- 
vamente  infamati  colla  favola  della 
papessa  Giovanna  dai  nemici  del- 
la Chiesa  cattolica.  Un  sunto  di 
essa  si  legge  nel  voi.  I,  p.  1 15  della 
serie  seconda  degli  annali  delle  scien- 
ze religiose  compilati  dal  prof. 
Giacomo  Arrighi,  e  poscia  ne' qua- 
derni posteriori  fu  riportata  per 
intero  s\  bella  difesa.  Vacò  la 
santa  Chiesa  un  mese  e  dodici 
giorni,  fino  alla  consecrazione  di 
Benedetto  III,  eletto  a'  17  luglio, 
giorno  della  morte  del  predecessore. 
LEONE  V,  Papa  CXXI.  Egli 
nacque  in  Priapi,  villa  presso  Ardea 


LEO 

(Vedi),  nella  Campagna  romana, 
della  quale  parlammo  anche  all'arti- 
colo Genzano,  ed  alcuni  senza  ragio- 
ne lo  dissero  nato  in  Arezzo;  fu  mo- 
naco benedettino  nel  monastero  di 
Brandallo,  poi  cardinale,  forse  creato 
da  Giovanni  IX,  perchè  nel  suo  pon- 
tificato figura  fregiato  di  questa  di- 
gnità. Sette  giorni  dopo  la  morte 
di  Benedetto  IV,  fu  eletto  Ponte- 
fice a'28  ottobre  del  goS.  Il  cardi- 
nal Cristoforo  ambizioso  suo  fami- 
gliare, abusando  della  troppa  sua 
bontà,  vedendolo  incauto  e  poco 
abile  al  governo,  lo  fece  subito  ri- 
nunziare e  ritornare  alla  vita  mo- 
nastica, o  piuttosto  lo  cacciò  ia 
un  carcere,  come  scrive  il  Sigonio, 
usurpando  il  soglio  pontificio.  Leo- 
ne V  accorato  di  vedersi  spogliato 
della  suprema  dignità,  morì  dopo 
un  mese  e  nove  giorni  da  che  vi 
era  assunto.  Fu  sepolto  nella  basi- 
lica lateranense.  L'invasore  Cristo- 
foro a*  6  dicembre  si  fece  ricono- 
scere per  Papa,  cioè  nella  morte 
di  Leone  V,  onde  non  vacò  la 
Sede. 

LEONE  VI,Papa  CXXVII.  Figlio 
di  Cristoforo  romano  della  famiglia 
Gemina,  che  poi  fu  detta  Sangui- 
gna. Questa  antica  famiglia  roma- 
na, che  diede  il  nome  alla  torre 
Sanguigna  del  suo  palazzo,  ed  alla 
contrada  presso  la  Chiesa  dì  s.  A- 
pollinare  (Vedi),  restò  estinta  io 
Pantasilea  Sanguigni,  maritata  a 
Ferdinando  Torres  cavaliere  di  s, 
Giacomo  della  Spada,  il  quale  da 
Malaga  nel  regno  di  Granata  tra- 
piantò la  sua  famiglia  in  Roma, 
dov'ebbe  principio  il  palazzo  archi- 
tettato da  Pirro  o  Pietro  Ligorio  ia 
piazza  Navona,  oggi  dal  proprietario 
detto  Lancellotti.  Essendo  Ferdinan- 
do incaricato  d'affari  nel  regno  di 
Napoli  per   Filippo  II,   presentò  la 


LEO 

cliinea  a  Pio  IV.  Da  Roma  poi 
passò  la  famiglia  Torres  nell'Aqui- 
la, avendo  lasciato  nella  Spagna  il 
ramo  primogenito  ne'conti  di  Mi- 
raflores,  ed  un  altro  in  Portogallo, 
estinto  in  principio  del  decorso  se- 
colo, ne'  Tisconti  di  Ponte  di  Lima. 
Leone  VI  in  morte  di  Giovanni 
X  fu  eletto  Papa  sul  fine  di  giu- 
gno, o  sul  principio     di  luglio  del 

928.  Governò  con  integrità  e  mo- 
destia, pieno  di  zelo  di  riformare 
la  Chiesa,  per  quanto  eia  possibile 
in  quell'epoca  deplorabile,  e  solle- 
cito di  pacificare  le  turbolenze  di 
Italia.     Mori     circa     i     3     febbraio 

929,  e  fu  sepolto  nella  basilica  va- 
ticana. 11  Cardella  registra  due 
cardinali  sotto  questo  pontificato. 
Pare  che  la  Sede  apostolica  sia  slata 
subito  occupala  da  Stefano  Vili.  Il 
pontificato  di  Leone  VI  fu  di  soli 
sette  mesi  e  cinque  giorni.  Alber- 
to Kranzio  lib.    V  Mctropolis  cap. 

I,  p.  II 7,  si  meraviglia  de'  pochi 
mesi  che  TÌvevano  i  Pontefici  di 
que'  tempi  ,  onde  sospetta  che  il 
veleno  fosse  allora  in  grande  uso. 
Sull'epoca  del  pontificato  di  Leone 
VI,  Flodoardo,  De  romanis  Pontif. 
inter  Script,   rer.    Ital.   t.   HI,  par. 

II,  p.  324,  riporta  questi    versi. 

Pro  quo  celsa  Peiri  Sextiis  Leo 

regniina  sximens, 
Mensibiis    haec     sepietn    servai, 

qidnisque  diebits. 

LEONE  VII,  Papa  CXXX.  Ro- 
mano figlio  di  Cristoforo,  fu  eletto 
Papa  contro  sua  voglia,  e  consecra- 
to  prima  de'  9  gennaio  del  936, 
al  dire  di  Flodoardo  presso  il  Mu- 
ratori, Script,  rer.  Ital.  tom.  lil, 
par.  II,  pag.  324.  H  p-  Mabillon, 
saec.  V  Benrd.  p.  907,  stimò  che 
Leone  VII  fosse  stato  monaco  be- 


LEO  27 

nedettlno.  Fino  dai  primi  giorni 
del  suo  pontificalo  chiamò  in  Ro- 
ma s.  Odone  abbate  di  Clugny  per 
riformare  la  disciplina  monastica, 
riedificare  in  s.  Paolo  il  monaste- 
ro che  vi  era  anticamente,  e  per 
riconciliar  Ugo  re  d'Italia  con  Al- 
berico suo  figliastro  che  qual  prin- 
cipe signoreggiava  in  Roma,  la 
quale  per  le  loro  discordie  era  con- 
tinuamente oppressa.  Scrisse  Leone 
VII  tre  lettere  piene  di  buone 
massime;  la  prima  ad  Ugo  duca 
di  Francia  e  abbate  di  s.  IMartino 
di  Tours,  in  cui  sotto  pena  di 
scomunica  proibì  l' ingresso  alle 
donne  nel  suddetto  monastero;  la 
seconda  a  Gerardo  arcivescovo  di 
Lorch  in  Germania,  al  quale  ac- 
cordò il  pallio  ;  la  terza  ai  vesco- 
vi di  Francia  e  di  Germania,  la 
quale  è  una  risposta  a  molte  que- 
stioni risguardanti  gl'indovini,  gli 
stregoni  e  malfattori  che  facevano 
penitenza,  ed  i  matrimoni  de'  preti 
e  loro  piole.  Governò  Leone  VII 
con  somma  mansuetudine,  integri- 
tà e  singoiar  zelo  della  ecclesiasti- 
ca pace  universale,  tre  anni,  sei 
mesi  e  dieci  giorni.  Morì  circa  li 
ib  luglio  gBg,  e  fu  sepolto  nella 
basilica  vaticana.  Non  vacò  la  san- 
ta Chiesa,  perchè  subito  gli  suc- 
cesse Stefano  IX .  Flodoardo  che 
visse  a  suo  tempo,  loco  citato,  fa 
il  seguente  elogio  di  Leone  VII,  e 
con  esso  finisce  il  libro  de' roma- 
ni Pontefici. 

Septimus  exurgìt  Leo,  nec  tamen 
ista  voluntas, 

Nec  curans,  npicìs  mundi  nec 
celsa  requireni, 

Sola  Dei  c/nae  sunt,  alacri  sub 
pectore  voh'en<!, 

Culminarne  evitans,  oblata  subi- 
re remitans. 


28  LEO 

Eaptiis  at  erigiiur,  dìgnusque  ni- 
tore probatur 

Regmims  eximii,  Petrique  in  se- 
de loca  tur. 

Sed  mìnime  assuetam  linquit  de- 
coramine  curam, 

Deditus  asslduis  precibus ,  spe- 
cxdamine  celsus, 

AJfLalu  laetns,  sapiens,  atque  ore 
sereiius,  etc. 

LEONE  Vili,  Papa    CXXXVL 
f^.  Antipapa  XVI,  Giova:vmXXII, 

Benedetto  V,  e  Roma  pel  concilia- 
bolo da  lui  adunato  nel  964,  es- 
sendo stato  eletto  nel  precedente. 

LEONE  IX  (s),  Papa   CLVIII. 
Brunone  conte  di    Dapsburgo,  ove 
nacque  nel    100^    ai    0.1     giugno, 
luogo    posto    sulle    frontiere    della 
Lorena,  del   Palatinato  e  dell'Alsa- 
zia, figlio  di  Ugo  conte    di    Enge- 
neheim  castello  presso  Colmar  nel- 
l'Alsazia, cugino  germano  dell' inj- 
peratore  Corrado  II  il  Salico,  e  di 
Gherardo  di   Alsazia  duca  dell'alta 
Lorena  da  cui  discese    la    casa    di 
Lorena,  e  parente    dell'  imperatore 
Enrico  III,  dicendolo  Cornerus  }ia- 
tione  alemanimm.  L'abbate  Grandi- 
dier,  dietro  la  scorta  delle  niemo- 
lie  di  Piivaz,   dice  che  Gherardo  fu 
fratello  maggiore  di    Brunone  ,  ed 
essere  lo  stesso  che   Berardo  o  Be- 
roldo,  stipile  della  casa  di  Savoia. 
Vuoisi  che  Brunone  discendesse  da 
Etico  I  duca  d'Alsazia,    che    mori 
verso  il  6go  ,    e    che    fu  il  ceppo 
delle  case  di    Zeringen-Bade,    e  di 
Habsburg- Austria.  Sua  madre  ere- 
de de'  conti  di   Dapsburgo    o    Da- 
bo,  lo  fece  educare  diligentemente, 
aflidandolo   nell'età  di  cinque  anni 
alle  cure    di    Bertoldo    vescovo    di 
Toul.   Brunone  divenne  un    prodi- 
gio di  scienza,  un  modello  di  pietà, 
e  si  rese  distinto  tanto  per  la  sua 


LEO 

modestia  e  la  sua  dolcezza,  quan- 
to per  le  grazie  di  cui  natura  i'a- 
vea  fornito,  e  secondo  alcuni  fu 
monaco  benedettino.  Diventò  ca- 
nonico della  chiesa  di  Toul  sotto 
Erimanno  successore  di  Bertoldo, 
ed  in  morte  di  Erimanno  il  clero 
ed  il  popolo  l'elessero  in  sua  vece 
di  unanime  voto,  onde  fu  consa- 
crato vescovo  in  età  di  ventiquat- 
tro anni  a'  9  settembre  1026,  co- 
me scrivono  i  Sammartani,  Gallia 
christ.  t.  Ili,  p.  196.  I  suoi  co- 
stumi, la  sua  carità,  la  sua  con- 
dotta corrisposero  a  tale  scelta. 
Amò  i  poveri,  donò  loro  i  suoi 
beni  e  li  serviva  personalmente. 
Prese  l'abitudine  di  fare  ogni  anno 
un  pellegrinaggio  a  Roma,  ov'  era 
accompagnato  talvolta  da  cinque- 
cento persone.  Dopo  la  morte  del 
Papa  Daraaso  II,  avvenuta  agli  8 
agosto  1048,  il  clero  e  popolo  ro- 
mano inviò  legati  all'imperatore 
Enrico  III,  perchè  volesse  indicar- 
gli un  soggetto  che  degnamente  po- 
tesse occupare  la  Sede  apostolica 
vacante.  L'  imperatore  convocò  a 
Worms  in  assemblea  i  vescovi  ed 
i  grandi  del  regno,  e  li  richiese  di 
consiglio  alla  domanda  de'  roma- 
ni;  e  tutti  con  voto  unanime  di- 
chiararono che  Brunone,  il  quale 
da  ventidue  anni  con  zelo  infati- 
cabile governava  la  chiesa  di  Toul, 
era  il  più  atto  a  sostenere  in  quei 
tempi  l'arduo  incarico  di  presiede- 
re alla  Chiesa  di  Dio.  Partecipata 
a  Brunone  la  scelta,  l'udì  di  mala 
voglia,  e  chiese  tre  giorni  per  de- 
liberare, passandoli  in  orazioni.  Vin- 
to dalle  istanze  de'  grandi  e  del 
clero,  accettò  colla  espressa  condi- 
zione, che  il  clero  e  popolo  roma- 
no dovesse  confermarlo,  né  siffatta 
elezione  dell'  imperatore  non  fosse 
stimata  e  valutata    che  una    sem- 


LEO  LEO                      29 

plice  raccomandazione.  Ritenne  il  unanimi  di  tutti.  Generale  fu  l'ac- 
vescovato  di  Toni,  destinandovi  però  clamazione  con  cui  fu  accolto  il  suo 
a  successore  Odone  de'  principi  di  parlare,  e  per  consiglio  d'ildebran- 
Svevia,  indi  parli  alla  volta  di  Ro-  do  venne  egli  secondo  gli  antichi 
ma  a'  27  dicembre.  Vestito  da  Pa-  riti  eletto  dal  popolo  e  dal  clero, 
pa  si  portò  prima  a  Clugny,  ov' e-  chiamato  Leone  IX,  benedetto  a'  2 
ra  priore  Ildebrando,  poi  s.  Gre-  febbraio  1049,  e  solennemente  in- 
gorio  VII  [Vedi),  e  vi  giunse  il  Ironizzato  a'  12  dello  stesso  mese, 
giorno  di  Natale.  Brunone  che  te-  Per  tal  modo  fu  dimostrato  e  sta- 
neva  già  in  gran  conto  l' eccelse  bilito  non  avere  l'imperatore  la  fa- 
doti  d'Ildebrando,  trattandolo  potè  colta  di  eleggere  Papa  chi  più  gli 
meglio  apprezzarle,  e  giunse  a  la-  piacesse.  Grato  ad  Ildebrando  lo 
sciarsi  persuadere  da  lui,  che  eoe-  creò  suddiacono  della  Chiesa  ro- 
rentemente  alla  saggia  riserva  con  mana,  economo  della  Sede  aposto- 
cui  avea  accettato,  deponesse  le  lica,  ed  abbate  di  s.  Paolo;  e  d'ai- 
insegne  pontifìcie ,  e  si  recasse  a  lora  in  poi  s.  Leone  IX  nulla  in- 
Roma  in  abito  da  pellegrino,  per  traprese  senza  Ildebrando.  Tutto  il 
così  confermare  ai  i-omani  che  Ja  suo  pontificato  fu  un  continuo  viag- 
semplice  elezione  dell'  imperatore  gio  pel  bene  della  Chiesa ,  i  cui 
non  gli  dava  alcun  diritto  alla  san-  sacri  canoni,  da  molti  anni  addie- 
ta  Sede  di  Pietro.  Ildebrando  gui-  tro  trascurati  e  nella  memoria  di 
dato  dal  più  sublime  zelo  per  l'o-  tutti  quasi  estinti,  procurò  ad  ogni 
nore  della  Chiesa  e  del  suo  capo,  passo  di  restaurare.  A  questo  fine 
non  potendo  soffrire  di  veder  l'u-  celebrò  in  Roma  nello  stesso  anno 
na  e  l'altro  troppo  influenzati  dai  io49  un  concilio  dopo  la  dome- 
principi,  concepì  il  disegno  di  ren-  nica  in  Albis,  in  cui  furono  con- 
dere  nuovamente  indipendente  dal-  dannali  principalmente  i  simonia- 
la  potestà  civile  l' ecclesiastica.  A  ci,  e  furono  rinnovali  gli  antichi 
riuscire  al  grande  intento  ed  alla  canoni.  Alcun  tempo  dopo  recossi 
riforma  dell'  orbe  cristiano,  accom-  il  Papa  presso  l'imperatore,  il  qua- 
pagnando  Brunone  a  Roma,  lo  fece  le  a  cagione  di  una  differenza  in- 
pienamente  entrare  nelle  sue  viste,  sorta  fra  lui  e  Goffredo  il  Barbuto 
.sino  a  ricevere  promessa  da  Bru-  di  Lorena,  pel  dominio  della  Lo- 
none,  che  avrebbe  seguito  i  di  lui  rena  superiore,  trovavasi  nel  Bei- 
consigli  salutari.  gio,  onde  informarlo  dello  stato 
Giunto  Brunone  in  Pioma  con  d' Italia  e  dei  bisogni  della  Chiesa. 
Ildebrando,  attraversò  a  piedi  nu-  Prima  di  arrivarvi,  in  passare  per 
di  la  città,  e  ritrovato  il  popolo  ed  Pavia  il  Pontefice  celebrò  un  con- 
il  clero  adunato  a  cantare  inni  di  cilio,  per  restaurare  nella  Lombar- 
lode,  si  avanzò  nel  mezzo  dell'as-  dia  la  disciplina  ecclesiastica.  Un 
semblea  ed  asceso  il  pulpito  cosi  altro  ne  tenne  io  Reinis  nella  ba- 
parlò.  L'elezione  del  clero  e  popolo  silica  di  s.  R.emigio,  che  consacrò; 
romano  essere  la  sola  canonica,  e  concilio  che  celebrò  ad  onta  degli 
maggiore  dei  decreti  di  ogni  altra  ostacoli  frapposti  da  Enrico  1  re 
autorità,  quindi  essere  pronto  di  di  Francia;  il  numero  de' congre- 
ritornare  in  patria  ,  se  la  propria  gali  fu  grande,  e  si  trattò  fra  le 
elezione   non    ottenesse    i    suffragi  altre  cose  delle  ingiustizie  ed  usur- 


3o  LEO 

pazioni  che  si  commettevano  con- 
tro la  chiesa  di  s.  Arnolfo;  indi 
passato  in  Germania,  convocò  un 
concilio  alla  presenza  dell'impera- 
tore, in  cui  furono  disputate  molte 
cose  conceruenti  il  bene  generale 
della  Chiesa,  massime  l'estirpazione 
della  simonia,  e  sulla  continenza 
de'  chierici.  Ivi  pei  buoni  uffizi  del 
Papa  e  de'principi,  Enrico  111  ac- 
cettò in  grazia  Goffredo  di  Lorena. 
Nel  medesimo  concilio  s.  Leone  IX 
dichiarò  l'arcivescovo  di  Magonza 
legato  apostolico.  Insieme  coli'  im- 
peratore il  Papa  si  trasferì  in  Co- 
lonia a  celebrare  la  festa  de'  ss. 
Pietro  e  Paolo,  e  concesse  all'  ar- 
civescovo que'  singolari  privilegi  de; 
scritti  all'articolo  Coloma.  Ritor- 
nando il  Pontefice  in  Italia  cele- 
brò il  Natale  in  Verona,  e  portossi 
in  Venezia  a  venerare  il  corpo  di 
s.  Marco  di  cui  era  divotissimo , 
lasciandovi  alle  chiese  di  questo 
stato ,  nel  quale  fu  ricevuto  con 
sommo  onore,  molte  indulgenze  ed 
immunità.  Essendo  rientrato  in  Ro- 
ma nel  io5o,  nel  concilio  tenuto 
in  aprile  condannò  Berengario  ca- 
po de'  sagramentari.  Da  Roma  si 
portò  il  Pontefice  a  Si  ponto  per 
visitare  la  chiesa  di  s.  Michele  Ar- 
cangelo nel  Monte  Galgano,  ed  in 
Monte  Cassino  celebrò  la  domeni- 
ca delle  Palme,  concedendo  agli 
abbati  del  monastero  l'uso  de*  san- 
dali ed  altri  ornamenti  vescovili 
nelle  principali  feste.  Subito  dopo 
Pasqua  si  restituì  in  Roma,  ove 
adunato  un  concilio  nel  maggio, 
"vi  canonizzò  s.  Gerardo  ■vescovo 
di  Toul,  colla  costituzione  Virtus 
dU'inae  opantìonis,  presso  il  Bull. 
Rom.  t.  I,  p.    i3 1. 

Nello  stesso  anno  io5o  tornò  s. 
Leone  IX  in  Francia,  ed  in  Ver- 
celli, per  dove  passò,  ia  un  concilio 


LEO 

nel  settembre  tornò  a  condannar 
r  eresia  di  Berengario,  come  pure 
il  libro  del  Corpo  di  Cristo  di  Gio- 
vanni Scoto.  Quindi  nel  io5i  si 
diresse  in  Germania,  abboccandosi 
coir  imperatore  in  Augusta,  e  con 
lui  a'  2  febbraio  celebrò  la  festa 
della  Purificazione ,  riconciliandosi 
col  ribelle  arcivescovo  di  Ravenna. 
Restituitosi  in  Roma ,  nel  concilio 
che  adunò  dopo  Pasqua,  depose 
Gregorio  vescovo  di  Vercelli  adul- 
tero e  spergiuro,  e  fece  nuovo  de- 
creto sulla  continenza  de'  chierici. 
Terminato  il  concilio,  il  santo  Pa- 
dre per  Subiaco  passò  nella  Pu- 
glia :  visitò  Capua,  Benevento,  Mon- 
te Cassino  e  Salerno ,  procurando 
far  la  pace  coi  normanni  invasori 
dell'  Italia  meridionale,  che  da  lun- 
go tempo  impunemente  devastava- 
no. In  Monte  Cassino  celebrò  le 
feste  de'  ss.  Pietro  e  Paolo,  ed  as- 
solvette i  beneventani  dalla  scomu- 
nica, che  per  tentata  ribellione  a- 
vea  nell'anno  precedente  lanciato. 
Tornato  il  Papa  in  Roma  si  recò 
nel  io52  per  la  terza  volta  in 
Germania,  per  ottenere  soccorsi  con- 
tro i  normanni,  e  per  pacificare 
l'imperatore  con  Andrea  I  re  di 
Ungheria,  eh'  egli  avea  scomunica- 
to per  rifiutare  l'autorità  apostoli- 
ca. Passando  in  Ratisbona  il  Papa 
canonizzò  i  ss.  Wolfango  ed  Erar- 
do  vescovi  di  quella  città.  Nell'an- 
no stesso  il  santo  Padre  ebbe  ia 
Worms  altro  abboccamento  coll'iin- 
peratore,  il  quale  mai  fece  lagnan- 
za per  quanto  erasi  operato  sul 
conto  della  sua  elezione.  Essendo 
Bamberga  feudataria  della  Chiesa 
romana,  riserbandosi  il  Papa  l' o- 
maggio  della  chinea,  cambiò  que- 
sto feudo  per  l' intero  possesso  di 
Benevento  signoria  della  santa  Se- 
de,   couveuendovi    Enrico    III.    11 


LEO 

Pontefice  permise  ai  canonici  di 
Banibeiga  l'uso  della  mitra,  così  a 
quelli  di  Besancon,  cioè  al  diacono 
e  suddiacono,  ministranti  al  vesco- 
vo. L' imperatore  gli  diede  cinque- 
cento valorosi  tedeschi  ,  coi  quali 
prosegui  il  suo  viaggio.  Celebrò  in 
Amburgo  la  festa  della  Purifica- 
zione, e  nella  quinquagesima  era  a 
Mantova,  di  dove  partì  sollecita- 
mente per  sedizione  contro  de' suoi 
domestici,  mossa  da  alcuni  cattivi 
vescovi,  timorosi  della  sua  giusta 
severità  ;  indi  si  restituì  in  Roma 
nella  quaresima  del  io53.  Dopo 
Pasqua  tenne  un  concilio,  in  cui 
pose  fine  alle  antiche  liti  tra  i  pa- 
triarchi di  Aquileia  e  di  Grado.  In 
questo  anno  il  Pontefice  canonizzò 
s.  Urlo  monaco  ed  i  suoi  compa- 
gni. Guastando  i  normanni  la  Pu- 
glia e  la  Calabria,  ed  altre  terre 
della  Chiesa,  ed  ivi  commettendo 
molti  disordini,  s.  Leone  IX  dopo 
aver  celebrato  il  detto  concilio,  a- 
dunò  un  esercito  per  frenar  le  loro 
usurpazioni:  i  pugliesi,  i  campani, 
gli  anconitani  ed  altri  sudditi  pon- 
tificii vennero  a  ordinarsi  sotto  i 
vessilli  di  lui,  e  se  ne  fece  capita- 
no egli  stesso.  Si  venne  a  fiero 
combattimento  a'  28  giugno  presso 
Civitella  o  Civitade,  e  benché  il 
Papa  restasse  vinto  dai  normanni 
che  voleva  scacciar  dall'Italia,  e 
prigioniero,  i  normanni  comandati 
da  Pioberto  Guiscardo  prostraronsi 
a'  suoi  piedi,  e  ne  implorarono  la 
benedizione  ed  il  perdono.  Quindi 
condussero  il  Pontefice  a  Beneven- 
to, dove  restò  sino  a'  12  marzo 
io54,  ed  ivi  egli  diede  nondime- 
no le  leggi  ai  vincitori.  Questi  da 
persecutori  divennero  protettori  del- 
la Chiesa,  e  furono  dal  Papa  in- 
vestiti delle  terre  occupate,  e  di 
altre  che  avrebbero  conquistate  sui 


LEO  3i 

greci.  Il  santo  Padre  fece  ritorno 
in  Roma  prima  di  Pasqua,  che 
cadde  a'  3  aprile,  e  fu  il  primo 
Papa  che  armò  milizie  proprie.  In 
Benevento  erasi  ammalato  grave- 
mente ;  migliorato  alquanto,  volle 
celebrare  pontificalmente  a*  12  feb- 
braio, anniversario  della  sua  intro- 
nizzazione, quindi  intraprese  il  viag- 
gio in  lettiga.  Si  trattenne  dodici 
giorni  a  Monte  Cassino,  e  l'abbate 
Richero  volle  accompagnarlo.  Nei 
io54  s.  Leone  IX  confutò  erudi- 
tamente Michele  Cerulario,  patriar- 
ca di  Costantinopoli,  il  quale  avea 
scritto  conti'o  il  primato  della  Chie- 
sa romana  con  abbominevole  orgo- 
glio. Spedì  il  Papa  in  Costantino- 
poli per  conciliare  la  concordia  i 
suoi  legati ,  che  furono  Federico 
cardinale  arcidiacono  della  Chiesa 
romana  e  cancelliere,  poi  Stefano 
X,  che  si  portò  seco  il  fratello  Gof- 
fredo III  duca  di  Lorena;  Um- 
berto cardinal  vescovo  di  Selva 
Candida  ,  e  Pietro  arcivescovo  di 
Amalfi. 

Il  Papa  avea  loro  consegnato 
una  lettera  pel  patriarca  Michele, 
tutta  eslratla  dalla  sacre  scritture, 
colla  quale  dimostrò  chiaramente 
dovere  regnare  la  pace  e  la  con- 
cordia fra  coloro  che  fossero  cri- 
stiani non  di  nome,  ma  nel  cuore; 
essere  l'orgoglio  e  la  presunzione 
i  precursori  dell'anticristo;  la  Chie- 
sa orientale  essere  stata  pur  trop- 
po la  madre  di  molte  eresie  che 
appena  sorte  furono  sempre  soffo- 
cate e  distrutte  dalla  romana;  e 
poiché  la  Chiesa  di  Roma  avea  o- 
gnora  conservata  la  dottrina  di 
Cristo  nella  sua  purezza,  aver  essa 
il  diritto  di  sorvegliar  tutte  le  al- 
tre che  soventi  volte  avevano  er- 
rato; provarlo  quattro  concilii  ge- 
nerali; i  quali  ispirati  dallo  Spirito 


32  LEO 

Santo  avevano  dichiarato  che  la 
Santa  sede  di  Roma  era  stata  dal- 
lo stesso  Signor  nostro  Gesìi  Cri- 
sto costituita  capo  di  tutte  le  cliie- 
se  di  Dio  ;  dovere  i  fedeli  della 
Chiesa  orientale  cessare  una  vol- 
ta dallo  schernire  con  intollera- 
bile insolenza  i  veri  cattolici,  i  più 
fidi  discepoli  e  seguaci  di  Pietro, 
chiamandoli  azimiti,  tanto  più  non 
avendo  la  Chiesa  greca  onde  insu- 
perbire, e  persistendo  anzi  nel  ne- 
gar quella  pura  e  semplice  obbe- 
dienza alle  leggi  di  Cristo,  di  cui 
la  Chiesa  romana  è  l'erede;  essere 
ormai  tempo  che  i  greci  rientrasse- 
ro una  volta  in  loro  stessi  e  vedes- 
sero la  trave  negli  occhi  loro.  In 
questa  lettera  il  Pontefice  si  dif- 
fuse assai  contro  gli  scritti  del  mo- 
naco Niceta  di  Costantinopoli ,  il 
quale  aveva  con  mollo  fiele  spar- 
lato della  Sede  apostolica  e  del 
pane  azimo,  e  sostenuto  a  spada 
tratta  il  matrimonio  de' sacerdoti  : 
all'arrivare  dei  legati  gli  scritti  di 
lui  furono  arsi  su  quella  pubblica 
piazza  in  presenza  dell'  imperatore 
Costantino  IX.  Ma  il  patriarca  non 
volle  ritrattare  le  proposizioni  ere- 
tiche che  avea  sostenuto  ne'  suoi 
scritti,  né  venire  a  conferenza  coi 
legati  romani,  per  lo  che  questi 
pronunciarono  in  faccia  al  popolo 
la  sentenza  di  scomunica  contro 
di  lui,  e  contro  tutti  coloro  che 
ricevessero  dalle  sue  mani  l'Euca- 
ristia, lu  questa  bolla  di  scomuni- 
ca contro  Michele  ,  si  fa  l'enume- 
razione di  tutte  r  eresie  sostenute 
dal  patriarca  e  dai  settari  di  lui: 
siciit  dona  ti  s  ine  affìnnant  ,  exce- 
pta  graecorum  ecclesia^  ecclesiatn 
Christi  et  veruni  sacrificiuin  atqiie 
baplisinum  ex  loto  inimdo  peiiisse: 
sicut  mcolailae ,  carnales  nnplias 
concedunt  et  defendunt   sacri   alla- 


LEO 

ris  ministrìs  :  sicut  valesti,  hospi- 
tes  suos  castrant ,  ei  non  solurn 
ad  clericatuin  sed  insuper  ad  e- 
piscopatuni  promovent.  Ciò  fatto  , 
i  legati  si  disposero  a  ripartire 
per  Pioma  col  permesso  dell'impe- 
ratore, e  come  furono  fuori  della  * 
città,  imitando  gli  apostoli  scosse- 
ro la  polvere  dai  loro  calzari.  La 
città  tumultuava ,  Michele  si  di- 
chiarò pronto  a  convenire  in  un 
accomodamento  colla  Chiesa  roma- 
na, sicché  r  imperatore  dovette  ri- 
chiamare i  legati  ch'erano  già  giun- 
ti a  Selimbria.  Ritornati  costoro, 
voleva  il  patriarca  convocar  una 
assemblea  generale  per  farveli  mal- 
trattare dalla  plebaglia  a  ciò  aiz- 
zata; ma  informato  l' imperatore 
della  perfidia ,  proibì  qualunque 
congresso  fuori  della  sua  presenza, 
e  licenziò  i  legati.  Sdegnalo  il  pa- 
triarca chiamò  la  plebe  a  rumore, 
il  che  fu  cagione  che  l'imperatore 
ordinasse  una  inquisizione  contro 
di  lui,  ne  facesse  svelare  l'infamie, 
ne  cacciasse  in  bando  i  parenti  e 
gli  amici.  Tuttavolta  dipoi  il  pa- 
triarca scomunicò  i  legati  del  Papa, 
e  tolse  il  nome  di  esso  dai  sacri 
dittici,  rinnovando  così  lo  scisma 
dell'iniquo  Fozio,  e  la  divisione 
della  Chiesa  greca   dalla  latina. 

Dicesi  aver  s.  Leone  IX  deter- 
minato che  si  cantasse  il  Gloria 
in  excelis  Deo  (Fedì) ,  in  tutte 
le  messe,  tranne  quelle  nominate  a 
quell'articolo.  Cominciò  il  primo  a 
contar  nelle  bolle,  ma  non  sempre, 
gli  anni  dell'  Incarnazione,  Il  Car- 
della  registra  dieciselte  e  più  car- 
dinali da  lui  creati.  Fu  s.  Leone 
IX  ornalo  delle  più  belle  virtù,  e 
tra  queste  soleva  tre  volte  la  set- 
timana portarsi  scalzo  dal  Latera- 
no  a  s.  Pietro  di  notte,  accompa- 
gnato da  tre  chierici,  che  l'aiutava- 


LEO 

iio  alla     recita    delle  orazioni.     La 
■vita  che    menò    fu    ansterissima;  il 
suo  corpo  era  sempre  coperto  di  un 
cilicio;  dormiva  iu  terra  sul  tavo- 
lato, coperto  di    un    semplice  tap» 
peto,    adoperando  un  macigno  per 
guanciale.  Di  zelo  ardente    e  viva- 
ce, di    pietà  tenera    e     solida,   era 
attivo  e  laborioso  a  segno  tale,  che 
di  cinquant'aiini  incominciò  ad  im- 
parare la  lingua  greca,  per  meglio 
poter    confutare  gli  scritti  de'greci 
scismatici.     In    fatti     fu  il    flagello 
degli     eretici,     come  fu     il   terrore 
de' cattivi    prelati  ,  de' quali  ne  de- 
pose un  gran  numero.  Dipoi  Vittore 
III  scrisse  di  s,   Leone    IX,  ch'egli 
era  un  uomo    interamente  aposto- 
lico, nato  di     stirpe  regia,    fornito 
di  sapienza,    cospicuo    in  religione, 
e  pienamente  erudito  in  ogni  dot- 
trina. Lib.    HI   Dialog.,    t.    XVIII 
Biblioth.    Patr.     p.   854.     Governò 
cinque  anni,  due  mesi  e  sette  gior- 
ni ;  egli  contò     il   tempo     del     suo 
governo,    non  dalla     benedizione  o 
consecrazione,  ma  dalla  coronazione, 
ciò  che  prima   di  lui  facevasi  dalla 
consecrazione ,  come  osserva  Fran- 
cesco Pagi,  Brevi ar.  gest.  RR.  PP. 
t.  I,  p.  56i,  n.   33.  Dopo    il  suo 
ritorno  da  Benevento,  non  mai  gua- 
rito, ricadde    infermo,  e  la  malat- 
tia gli  tolse   la  facoltà  di  prendere 
cibi  solidi.  Avendo  predetto  il  gior- 
no della  sua  morte,  nella  vigilia  si 
fece  portare  nella  chiesa  di  s.   Pie- 
tro, dove    passò    a     pregare     gran 
parte  del  giorno.   Rimessosi  iu  let- 
to, ascoltò    la  messa,  ricevette     gli 
ultimi  sacramenti,     e  spirò    senza 
dolore,  pieno  di  meriti  e  miracoli, 
in  età  di  cinquantadue  anni,  a'  19 
aprile  io54,  almodo  narrato  da  Ot- 
tone diFrisinga,  lib.  VI,  cap.  33,  p. 
126;  Wispeigense    in    Chroii.    ad 
an.    io54,  p.  23o  ;  e  dai  Bollandi- 
voL.  xxxvm. 


LEO  33 

sti  ad  di'em  19  aprilis  p.  664, 
giorno  in  cui  la  Chiesa  ne  celebra 
la    festa. 

Fu    sepolto    nella    basilica    vati- 
cana    presso     r  altare    de'  ss.     An- 
drea   e    Gregorio,    come  scrive    il 
ISTovaes    nella  vita  di   questo  Papa. 
IMa  il   Sidone    e  Martinetti  dicono 
che  fu  riposto  nell'altare  chiamalo 
de  morti,    per  essere  uno  de'  privi- 
legiali pei  defunti,   nell'antica  basi- 
lica presso     la    porta     Piavenniana. 
Nella  ricognizione  del   sacro  corpo, 
Paolo   V   avendolo    trovato    ancora 
incorrotto,  e    così   lungo  che  giun- 
geva all'altezza  di  nove  palmi,  per 
opera    del     cardinal     Cusenlino    lo 
trasferì  con   gran  pompa  a' 18  gen- 
naro    1606    all'  altare  de'  ss.  Mar- 
ziale e  Valeria  della  stessa  basilica, 
come  si   legge  nell'Aringhi,    Roma 
suhterranea    lib.     2,  cap.   8.  JXote- 
remo  che    siccome   il    quadro  del- 
l'altare   dei    detti    santi    limogesi  , 
dipinto  dallo    Spadarino,  nel    1824 
fu  trasferito  nel   primo   altare  dal- 
la   parte  sinistra  della  chiesa  di  s. 
Caterina    della    rota ,     filiale    della 
medesima  basilica,  ora  il  detto  al- 
tare si   chiama  di  s.  Francesco    di 
Asisi    pel    mosaico    postovi ,    tratto 
dall'  originale     del     Domenichino  , 
eh'  è     nella    chiesa     de'  cappuccini. 
Aggiungeremo,  che  il  quadro  di  s. 
Valeria    e    di    s.    Marziale  fu    poi 
situato  nello  studio    dei   mosaici  in 
Vaticano,  e  nella  chiesa  di    s.   Ca- 
terina   vi    fu     sostituita   una  copia 
eseguita    da    Francesco  Kech   sotto 
la    direzione  del  barone  Camuccini. 
Abbiamo    di    questo    Pontefice  al- 
cune omelie    col    nome    antico  di 
Brunone,  vari  piccoli   trattati  o  di- 
scorsi, delle  antifone,  de'responsori, 
degli   inni    ed   uflìzi    di  santi,    vari 
regolamenti  di  disciplina,  con  mol- 
te decretali    e  lettere  che  trovansi 
3 


34  LEO 

liumìe  nella  raccolta  de'concilii. 
Scrisse  altresì  la  vita  di  s.  Idul- 
fo,  pubblicata  nel  Thesaurus  anec- 
clot.  del  p.  Martene.  Scrissero  la 
vita  di  s.  Leone  IX,  Agostino  Bon- 
tempi  monaco  d'  Arras,  in  versi  ; 
s.  Biunone  vescovo  di  Segni,  inter 
Opera  cjusdem^  Venetiis  i65o; 
Wirperto  contemporaneo  del  santo 
e  suo  famigliare,  pubblicata  dal- 
l'Enschenio  a'  19  aprile,  la  quale 
illustrala  dal  p.  Sirmondo  uscì  in 
Parigi  nel  1 6 1 5,  e  fu  ancora  il- 
lustrala dal  Barzio,  Ach>ersarior. 
lib.  4^,  cap.  19.  Si  trova  pure 
nella  Storia  letter.  della  Francia, 
t.  VII,  scritta  dai  benedettini.  Se 
Benedetto  IX  morì  prima  o  nel 
pontificato  di  s.  Leone  IX,  o  se 
invase  nuovamente  la  sede  dopo 
Ja  morte  di  questi,  ne  traila  il  p. 
Sciommari,  Noie  alla  vita  di  s. 
Bartolomeo  IV  abbate  di  Grotta- 
ferrata,  pag.  1  39  e  seg.  Vacò  la  Se- 
de apostolica  undici  mesi  e  venti- 
cinque giorni. 

LEONE  X,PapaCCXXVII.  Gio- 
vanni de  Medici  nacque  in  Firenze 
agli  1 1  dicembre  147^  ^'^^  nobilissi- 
mi genitori  Lorenzo  de  Medici  il  Ma- 
gnifico fiorentino,  e  Chiara  o  Cla- 
rice Orsini  romana.  La  sua  educa- 
zione corrispose  all'opulenza  ed  allo 
splendore  di  sua  famiglia,  e  fu  aliì- 
data  all'ateniese  Demetrio  Calcondi- 
la.  Angelo  Poliziano,  Egineta  e  Bei-- 
iiardo  Dovizi  di  Bibbiena  poi  car- 
dinale. Questi  primeggiavano  tra 
gli  uomini  più  valenti  del  loro  tem- 
po, e  Giovanni  si  mostrò  degno 
di  riceverne  le  lezioni,  nelle  lettere 
greche  e  Ialine.  Fece  negli  studi  la- 
pidi progressi,  massioiC  sugli  anli- 
chi  filosofi.  Il  fasto  e  gli  onori  in 
mezzo  a  cui  crebbero  i  suoi  primi 
anni ,  gì'  ispirarono  quel  lusso  e 
magnificenza,  cui  manifestò  in  lut- 


.    LEO 
lo  il  corso    di   sua  vita.   Luigi  XI 
re    di     Francia     Io  nominò     ancor 
giovinetto    ad     un     beneficio ,     e  il 
Novaes    dice     ad   m\   arcivescovato. 
Innocenzo    Vili  che  avea   maritalo 
il    suo     figlio    Franceschetto     Cibo 
alla  di  lui  sorella  Maddalena,  nel- 
l'età  di   selle  anni  lo  nominò    pro- 
lonotario    apostolico  ,    e    giunto    a 
quella   di  quattordici  anni,  agli    r  i 
marzo     i4^9     'o     ^''^^     cardinale 
diacono.    Bensì     il    Pontefice    volle 
che    solo     dopo    tre     anni    dovesse 
chiamarsi  e  procedere  da  cardinale, 
acciò  prima  compisse  o  s'inoltrasse 
negli  studi,  con  libertà  di   tenere  o 
rinunziare     la   dignità    cardinalizia. 
Questa  ritenendo,  agli  I  i  marzo  1492 
nel    monastero  di   Fiesole    solenne- 
mente    Giovanni    assunse    le     vesti 
cardinalizie.     Portatosi     in     Roma, 
Innocenzo    Vili    gli   conferì    le  al- 
tre insegne,  e  per  diaconia  la  chie- 
sa di  s.  Maria  in  Domnica,   la  qua- 
le provò   ben   presto    gli   effetti    di 
sua   pia     generosità,     dappoiché  es- 
sendo prossima   a   rovina,    splendi- 
damente la  restaurò,  indi    ricevet- 
te i  primi  ordini  sacri.  La  dolcez- 
za  e    mansuetudine  del  suo   carat- 
tere, e   mollo   più  la    straordinaria 
sua    liberalità    lo  resero    universal- 
mente amabile.  Mecenate  impegna- 
tissimo     de'ietterati,    oltre   l'estima- 
zione in  cui  sempre  li  tenne,  curò 
ognora  di  soccorrerli  e  promoverli. 
Egual  premura  ed    amore    mostrò 
pegli  artisti,    e  pei  giovanetti     che 
davano  indizio  di   talento   e  buona 
indole.  Con  le  grazie  del  suo  spirito, 
con  l'amenità  del   suo  fratto,    e  la 
varietà  delle    sue  cognizioni  si  gua- 
dagnò TafFetto  della  nobiltà   roma- 
na.  Osserva    il    Giovio,  che    quan- 
tunque si   trovasse    talvolta  esausto 
di  denaro,   seppe  con   tale     arte    e 
disinvoltura     occultare     il    proprio 


LEO 

bisogno,  the  sembrava  aspettasse 
denari  dal  cielo.  Jnnocenzo  Vili 
«elio  stesso  anno  1492  l'inviò  le- 
gato nella  provincia  del  Pnirinioiiio 
di  s.  Pietro,  quando  perdr  Lorenzo 
suo  padre  aV)  apiile.  Alloia  aven- 
do bisogno  la  casa  IMedici  di  u- 
na  persona  che  ne  sostenesse  l'au- 
lorità,  la  fortuna  e  il  decoro  che 
godeva  in  Firenze,  il  Papa  lo  no- 
minò legato  a  Intere  di  tutta  la 
Toscana.  Tornato  con  questa  di- 
gnità a  Firenze,  colmò  di  benefìzi 
gli  amici  di  sua  famiglia  ,  e  die 
testimonianze  di  riconoscenza  a'suoi 
educatori,  principalmente  a  Calcon' 
dila.  JNel  declinar  di  luglio  i^Ofi 
morì  Innocenzo  \  111  ,  per  cui  il 
cardinale  si  portò  in  Roma,  per  as- 
sistere al  conclave  in  cui  uscì  e- 
letlo  Alessandro  VI.  Een  presto  il 
cardinale  restò  involto  nelle  dis- 
grazie della  sua  famiglia,  la  qua- 
le dalle  fazioni  fu  cacciata  da  Fi- 
renze, all' autorità  del  gnnfaloniere 
Piero  suo  fratello  avendo  la  re- 
pubblica sostituito  quella  del  gon- 
faloniero  perpetuo  Pier  Soderini. 
Il  cardinale  partito  da  Firenze  a- 
gli  1 1  novembre,  vioggiò  allora  in 
Francia  e  in  Germania,  dopo  es- 
sersi ritirato  in  Città  di  Castello, 
ove  i  \  ilellii  gli  diedero  onorevole 
asilo.  Ovunque  si  procacciò  ammi- 
ratori ed  amici  :  al  cimi  tempo  visse 
anche  in  Genova  presso  sua  sorella 
Rladdalena  Cibo.  Anmuizialagli  co- 
là neir  agosto  i5o3  la  morte  di 
Alessandro  VI,  fece  ritorno  in  Ro- 
ma, in  cui  assistè  ai  conclavi  che 
ebbero  luogo  nel  settembre  ed  ot- 
tobre del  medesimo  anno  per  le 
elezioni  di  Pio  111  e  Giulio  II  del- 
la Rovere.  Colla  famiglia  di  que- 
sti procurò  riconciliarsi,  dopo  le 
•vicende  avvenute  per  la  congiura 
de'  Pazzi    nel    pontificalo    di  Sisto 


LEO 


3? 


IV,  e  col  disegno  di  rialzare  la 
propria.  Il  perchè  si  procurò  l'a- 
micizia di  Giulio  II  e  del  suo  nipo- 
te favolilo  cardinal  Galeotto  Fran- 
ciotti  della  Rovere,  la  cui  morte 
immatura  nel  1 5o8  gli  cagionò  il 
pili    vivo   cordoglio. 

Intanto  le  sue  viste  politiche   non 

10  distraerono  dai  suoi  lavori  let- 
terari, nò  soprattutto  dal  suo  genio 
per  la  caccia,  alla  quale  si  abban- 
donava con  passione.  Quando  nel 
i5o4  perde  il  suo  fratello  PierOj 
le  sue  sostanze  ne  soffrirono,  ma 
non  perciò  restò  abbaltuto  il  suo 
coraggio.  Kel  1 5o6  avendo  Giu- 
lio li  ricuperato  il  dominio  di  Pe- 
rugia, ne  fece  legalo  il  cardinale, 
e  formò  il  disegno  di  riraellere 
i  Medici  in  Firenze;  ma  le  vicen- 
de delle  guerre  per  la  lega  di  Cam- 
bray,  e  poi  contro  ì  francesi  e  il 
duca  di  Ferrara,  non  glielo  per- 
misero. Nel  tempo  della  seconda  il 
Papa  spedì  il  cardinale  in  Bologna 
per  legato,  non  che  in  Romagna 
per  legalo  e  governatore.  JNella 
battaglia  di  Ravenna  essendo  alla 
testa   dell'  esercito     pontifìcio  ,    agli 

11  aprile  i5ii  fu  fatto  prigionie- 
ro da'  francesi,  e  dato  in  custodia 
al  cardinal  Sanseverino  ribelle  di 
Giulio  II  e  legato  dell'esercito  fran- 
cese, e  solo  gli  fu  resa  la  libertà 
quando  i  francesi  sgombrarono  il 
Milanese.  Altri  col  Cardella  narra- 
no che  evase  allorché  fu  arrestato 
ad  un  passo  del  Po  detto  la  Stel- 
la o  a  Bassignana,  pel  valore  di 
un  suo  famigliare  che  tagliò  la 
mano  ed  uccise  quello  che  condii- 
ceva  il  cavallo  del  cardinale.  Pas- 
sato in  Modena  in  casa  Rangoni,  vi 
fu  accolto  benignamente  e  provvedu- 
to di  vesti,  denaro,  cavalli  e  sitio  dì 
vasellame  d'  argento.  Portatosi  a 
Firenze,  con  gran  pompa    e  gloria 


36  LEO 

\i  entrò  agli  1 1  settembre,  ma  po- 
scia dicesi  la  sua  vita  fu  minac- 
ciala da  una  congiura,  ch'ebbe  la 
sorte  di  scampare,  restituendosi  in 
Roma,  dopo  aver  dato  saggio  di 
grandezza  d'  animo  per  tante  av- 
venture. Frattanto  a'  2 1  febbraio 
i5i3  mori  Giulio  li,  ed  a'4  mar- 
zo entrarono  in  conclave  venticin- 
que cardinali  per  dargli  il  succes- 
sore, di  trentadue  che  vivevano. 
Il  cardinal  Medici  molestato  da  u- 
na  postema,  per  tagliarla  fu  chia- 
mato il  chirurgo  Giacomo  di  Brie- 
ra,  secondo  la  Storia  de  conclavi, 
ma  veramente  da  Brescia,  il  qua- 
le dopo  fatta  l'operazione  non  po- 
tè uscire  dal  conclave,  per  coman- 
do del  sacro  collegio.  Nel  terzo 
giorno  i  custodi  del  conclave,  se- 
condo le  bolle  pontifìcie,  restrinse- 
ro ad  un  sol  piatto,  unum  ferculum, 
il  cibo  d'ogni  cardinale,  onde  co- 
stringerli alla  sollecita  elezione.  In 
conclave  si  seppe  come  Parma  e 
Piacenza  per  opera  degli  spagnuoli 
eransi  ribellate  al  duca  di  Milano. 
A'  IO  marzo  nella  cappella  di  s. 
Nicolò  e  nel  primo  scrutinio  di  tal 
giorno,  il  cardinal  Alborense  ebbe 
tredici  voti,  onde  i  suoi  emuli  im- 
paurili cominciarono  a  pensare  ai 
casi  loro.  Nelle  ore  pomeridiane  vi 
furono  gran  pratiche  in  conclave 
ma  segrete  ;  come  ancora  si  abboc- 
carono i  cardinali  Medici  e  Raffae- 
le Riario  detto  s.  Giorgio  nipote 
di  Sisto  IV,  e  fu  creduto  che  uno 
di  loro  sarebbe  stato  eletto  ;  indi 
per  tutto  il  conclave  si  pubblicò 
per  Papa  il  cardinal  Medici.  Tutti 
i  cardinali  gli  andarono  a  baciare 
le  mani  ed  a  rallegrarsi  nella  sala, 
e  continuarono  a  far  ciò  per  tutta 
la  notte  nella  di  lui  cella.  Nella 
mattina  seguente  adunati  i  cardi- 
nali per  Io  scrutinio  in  detta  cap- 


LEO 

pella,  per  opera  principalmente  dei 
più  giovani,  restò  a  pieni  voti  e- 
letto  Pontefice  in  età  di  trentasette 
anni,  agli  ii  marzo  i5i3,  e  prese 
il  nome  di  Leone  X.  Siccome  al- 
l'articolo Epoca,  riportammo  per- 
chè il  giorno  I  I  fu  particolarmen- 
te memorabile  per  questo  Papa , 
qui  produremo  i  versi  co'  quali 
venne  ciò  celebrato. 

Undecima  eduxit  Leo  te  lux  can- 
dida in  or  beni, 
Et  Patribus  sacris  addidit  unde- 
cima. 
Undecima  exisli  patriae  conjlnibus 
exul, 
Ilostibus  es  saevis  captiis  in  lui' 
decima. 
Undecima  exolvit  nexus,  et  Gallica 
vincla, 
Naiivas  sedes  reddidit  undecima. 
Undecima  e    tantis  Pastorem  Cu- 
ria soluni 
Te  legit,  et  regnum  firmai  in  wi' 
decima. 
Undecimum    vales   numerwn  cele- 
brate quotannis, 
Carniinibus  cultis  lux  sonet  un- 
decima. 

Leone  X  a'i5  marzo  fu  ordinato 
sacerdote,  a'  17  fu  consecrato  ve- 
scovo, ed  a' 19  sabbato  venne  co- 
ronato prima  della  domenica  delle 
Palme,  onde  poter  celebrare  con- 
venientemente le  funzioni  della  set- 
timana santa,  tanto  essendosi  sta- 
bilito nel  primo  concistoro,  tenuto 
a'i4  marzo.  Agli  11  aprile  con 
solennissima  pompa,  non  mai  ve- 
duta dopo  i  tempi  de' goti  j  essen- 
dovisi  speso  centomila  scudi  nel 
solo  apparato  delle  strade,  ed  al- 
trettanti per  essere  distribuiti,  pre- 
se possesso  della  basilica  latera- 
nense ,  sullo    stesso     cavallo  in  cui 


LEO 

un  anno  prima  nello  stesso  giorno 
era  slato  fatto  prigioniero.  In  que- 
sta cavalcata  ebbe  termine  l'uso 
de'paramenti  sacri,  ed  in  s.  Gio- 
vanni le  antiche  cerimonie.  Di  que- 
sto possesso  abbiamo  le  descrizioni 
del  cerimoniere  Paride  de  Grassis, 
Paolo  Giovio,  Gio.  Penni,  dicendo- 
ci Sebastiano  di  Branca  de'  Tellini 
che  furono  eretti  sette  archi  trion- 
fali. Delle  pretensioni  alla  tiara  di 
Massimiliano  I,  ne  parlammo  al 
\ol.  XV,  p.  285  del  Dizionario. 
Leone  X  prima  di  uscire  dal  con- 
clave avea  già  fatto  suoi  segretari 
i  due  celebri  letterali  Pietro  Bem- 
bo e  Jacopo  Sadoleto  ;  i  due  più 
eleganti  scrillori  latini  che  allora 
vivessero,  e  che  poi  Paolo  III  creò 
cardinali.  Essendo  andato  Pompeo 
Colonna  a  baciargli  i  piedi,  il  Pa- 
pa perdonandogli  le  trame  ribeili 
fatte  nell'infeimità  di  Giulio  li, 
con  singoiar  umanità  gli  restituì  i 
benefìzi,  ed  usò  grandissima  libera- 
lità coi  Colonnesi.  Perdonò  ancora 
ai  congiurati,  che  avevano  attenta- 
to con  Macchiavello  a'  suoi  giorni. 
I  suoi  discorsi  pieni  di  grazia,  di 
bontà  e  di  eloquenza  incantarono 
i  romani.  Fin  d'allora  la  sua  mo- 
derazione lo  fece  mettere  col  suo 
predecessore  Giulio  II  nello  stesso 
genere  di  parallelo,  che  il  lione  e 
l'agnello.  Sotlo  tali  fausti  auspicii 
incominciò  il  suo  glorioso  pontifi- 
cato ;  il  suo  governo  è  il  quadro 
di  un  secolo  intero,  al  quale  ebbe 
il  valilo  d'imporre  il  suo  nome.  Al- 
l'arlicolo  però  Giulio  li  parlammo 
del  parallelo  fallo  dal  dotto  Fea 
tra  Giulio  II  e  Leone  X,  il  quale 
dice,  che  il  primo  avendo  lasciato 
cinque  milioni  di  ducati  d'oro^  il 
secondo  polo  largheggiare  profusa- 
nieule,e  cunchiude  che  il  secolo  XVI 
clovea  portare  il  nome  di  Giulio  li. 


LEO  37 

Fra  le  prime  cure  di  Leone 
X  ,  una  fu  quella  di  dare  fine 
al  generale  concilio  Laterancnse  V 
incominciato  dal  suo  predecesso- 
l'e ,  che  descrivemmo  all'  artico- 
lo Laterano.  Fratlanlo  i  france- 
si obbligati  a  sgombrare  il  Mila- 
nese, aveano  lascialo  presidii  nelle 
cittadelle  principali,  per  cui  il  re 
di  Francia  Luigi  XII,  calcolando 
sulla  tregua  conchiusa  con  Ferdi- 
nando V  ve  di  Spagna  e  di  Na- 
poli, sicuro  della  fedeltà  dei  vene- 
ziani, passò  le  Alpi  per  combattere 
Massimiliano  Sforza  duca  di  Mila- 
no ch'era  rientrato  nel  suo  retag- 
gio. Leone  X  vide  con  dolore  tali 
divisamenti,  e  malgrado  le  carezze 
che  il  re  di  Francia  avea  fatte  a 
Giuliano  de  Medici,  deliberò  d'im- 
pedire tale  invasione.  Seguendo  gli 
esempi  del  predecessore,  si  valse  a 
tal  uopo  del  soccorso  degli  svizzeri: 
i  francesi  a' 6  giugno  i5i3  perde- 
rono  la  battaglia  di  Novara,  e  fu- 
rono obbligali  a  ripalriare.  Rai- 
mondo Cardona  s'  impadronì  di 
Genova,  e  Luigi  XII  fa  cosi  spo- 
gliato di  quanto  possedeva  in  Ita- 
lia, mentre  era  molestalo  da  En- 
rico Vili  l'e  d'Inghilterra  collegato 
del  Papa.  I  veneziani  battuti  a 
Vicenza,  rimisero  le  loro  contese 
all'arbitrio  del  capo  della  Chiesa. 
Luigi  XII  oppresso  dai  disastri  si 
pacificò  colla  santa  Sede,  e  fu  as- 
soluto dalle  censure  scagliale  con- 
tro di  lui  da  Giulio  II.  La  gioia 
di  Leone  X  fu  accresciuta  dalla 
vittoria  riportala  dai  re  d'Unghe- 
ria e  di  Polonia  sui  turchi,  dalla 
felice  scoperta  di  Vasco  Gama,  e 
dalla  solenne  ambasceria  di  Em- 
raanuele  re  di  Portogallo,  per  ot- 
tenere da  lui  la  donazione  delle 
terre  conquistate  dai  navigatori 
portoghesi.  I    tre     ambasciatori  in 


38  LEO 

nome  del  re  di  Portogallo  presen- 
tarono al  Pontefice  doni  preziosi 
delle  conquistate  Indie  orientali, 
fra'  (jiiali  eravi  un  elefante  chia- 
mato Annone,  di  singolari  qualità, 
che  descrive  l'Oldoino  nelle  Addi 
zionl  al  Ciacconio,  Vit.PP.  t.  111, 
p.  378.  L'elefante  riuscì  cos'i  grato 
al  Pontefice,  che  dovendolo  perde- 
re dopo  due  anni  per  un'angina, 
a  conforto  del  suo  rammarico  lo 
fece  dipingere  dal  celeberrimo  Raf- 
faele d'Urbino,  colle  misure  delle 
sue  membra  al  naturale,  presso  la 
torre  della  porta  del  palazzo  vali- 
cano, ove  lo  fece  seppellire  con  ele- 
gante epitaffio  in  nome  del  custode 
del  medesimo  elefante  ,  Giambatti- 
sta Braconi  aquilano,  riportato  dal 
Cancellieri  nella  Siurìa  de'  possessi 
a  p.  62.  Ricevette  Leone  X  i  doni 
con  magnifica  pompa  che  descrive 
Paride  de  Grassis  nel  suo  Diario 
mss.  t.  IV,  p.  g4j  esistente  ndll'ar- 
chivio  VcUicano,  ed  il  Fabioni  nel- 
la f^'iui  di  Leone  X,  p.  74-  I" 
contrassegno  di  stima  verso  il  mo- 
narca portoghese,  il  Papa  gli  man- 
dò la  rosa  d'oro  benedetta,  insieme 
collo  stocco  e  cappello  pur  bene- 
detti ;  celebrando  siffatti  avvenimen- 
ti con  sontuose  feste. 

JNel  i5i4  il  santo  Padre  spedì 
legali  ai  moscoviti  ed  ai  maroniti 
per  trarli  dallo  scisma  de'greci  ;  col 
medesimo  apostolico  zelo  procurò 
con  lettere  di  trarre  gli  abissini 
dai  loro  errori,  e  canonizzò  s.  Rru- 
none.  Luigi  XII  che  non  rinunziava 
al  ducato  di  Milano,  tentò  di  trattare 
colla  Svizzera.  Tale  disegno  essen- 
dogli fallito,  cercò  di  formare  una 
alleanza  più  stretta  colle  case  d'Au- 
stria e  di  Spugna,  per  una  nuova 
unione  di  famiglia.  Leone  X  pro- 
curò attraversare  tale  negozio,  per 
jtupedire    la    divisione     d'Italia  fra 


LEO 

quelle  tre  potenze  ;  offri  al  re  di 
Francia  la  sua  mediazione  presso  i 
cantoni  elvetici,  ma  indarno  ;  però 
ottenne  che  sposasse  la  sorella  del 
re  d'Inghilterra.  In  tal  guisa  de- 
stramente dissipò  una  formidabile 
procella  che  stava  per  piombare 
sull'Italia.  Profittando  di  tale  tran- 
quillità, pensò  a  fermare  in  modo 
piìi  durevole  l'autorità  della  sua 
famiglia  a  Firenze.  Sontuose  feste 
avvezzavano  gli  abitanti  ai  godi- 
menti del  lusso,  e  disponevano  gli 
animi  a  piegare  sotto  il  giogo  di 
i.na  casa  che  un  tempo  era  loro 
stata  cara  per  più  di  un  titolo,  li 
Papa  nutriva  ancora  più  alti  dise- 
gni :  presedeva  vicina  la  morte  di 
Ferdinando  V,  e  destinava  il  re- 
gno di  Napoli  a  Giuliano  de  IMedi- 
ci  suo  fratello,  mentre  Lorenzo  suo 
nipote  sarebbe  stato  sovrano  della 
Toscana.  JVIii'ando  Leone  X  a  tali 
grandi  avvenimenti,  si  ravvicinò  a 
Luigi  XI 1,  stimolandolo  a  fare  un 
nuovo  tentativo  sul  Milanese,  quan- 
do il  principe  fece  temere  prossima 
la  sua  morte.  11  Papa  vide  perciò 
che  non  gli  restava  altro  partito 
che  di  difendere  i  suoi  possedi- 
menti in  Lombardia.  Con  tale  di- 
segno tece  l'acquisto  di  Modena, 
di  cui  la  situazione  legava  la  co- 
municazione coi  dominii  pontificii, 
e  le  città  di  Reggio,  di  Parma  e 
di  Piacenza,  poco  prima  restituite 
alla  santa  Sede.  Intanto  l'impera- 
tore Massimiliano  I  e  Ferdinando 
Y  spinsero  con  ardore  i  loro  pre- 
parativi contro  i  veneziani,  mentre 
i  turchi  avevano  ottenuto  colle  ar- 
mi alcuni  vantaggi  sui  cristiani. 
Sbigottito  il  Papa  dalle  tristi  con- 
seguenze che  potevano  nascere  da 
tali  incidenti,  risolse  di  tentare  o- 
gni  cosa  per  ristabilire  la  pace, 
almeno  tra  le    potenze    d'Italia.  A 


LEO 

tale  effello  inviò  il  Bembo  a  ne- 
goziare co'veneziani  suoi  concitla- 
diiii,  onde  pcisiiaderli  a  fare  dei 
sagiifizi  all'imperatore  e  al  re  di 
Spagna,  come  a  rinunziare  all'al- 
leanza de'franeesi,  ma  senza  succes- 
so. Luigi  XII  morì  il  primo  del 
i5i5,  e  Francesco  I  ereditò  la  sua 
corona,  ed  i  progetti  di  rientrare 
in  Italia.  Appoggiato  ancor  lui  al- 
l'allenza  della  repubblica  di  Vene- 
zia, ritornato  padrone  di  Genova, 
dove  la  fazione  dei  Fregoso  avea 
vinto  quella  de'  Fieschi  e  degli 
Adorni,  si  preparò  a  valicare  le 
Alpi.  Leone  X  avrebbe  voluto  os- 
servare la  neutralità,  ma  fu  obbli- 
gato di  unirsi  allo  Sforza,  ch'era 
collegalo  cogli  svizzeri,  con  Massi- 
miliano I  e  Ferdinando  V.  Mal- 
grado tutti  gli  ostacoli,  Francesco 
1  penetrò  in  Italia,  e  la  vittoria 
di  Marignano  rimise  i  francesi  in 
possesso  di  Milano,  di  Parma,  di 
Piacenza  e  della  persona  di  Sforza, 
che  fece  al  re  cessione  de'suoi  sta- 
ti e  si  ritirò  in  Francia.  Leone 
X  sconcertato  da  tali  sinistri,  e 
temendo  di  vedere  invaso  lo  stato 
ecclesiastico,  prese  il  partito  di 
trattare  con  Francesco  I  pel  mezzo 
del  duca  di  Savoia  Carlo  III,  di 
cui  Giuliano  de  Medici  avea  spo- 
sata la  sorella,  zia  del  monarca 
francese.  Le  negoziazioni  incomin- 
ciarono, obbligandosi  il  Papa  di 
levare  la  guarnigione  da  Parma  e 
da  Piacenza,  e  di  ritirarsi  dalla  le- 
ga ;  promettendo  il  re  di  difendere 
il  Pontefice,  il  suo  stalo,  la  casa 
Medici  e  la  repubblica  di  Firenze; 
indi  si  convenne  d'un  abboccamento 
iu  Bologna. 

I  caidinali  per  una  delicatezza 
forse  poco  sensata,  non  approvaro- 
no che  il  santo  Padre  andasse  in- 
contro   al    re  ;     ma    Leone  X  che 


LEO 


39 


portava  le  sue  vedute  più  lontano 
di  loro,  e  che  d'altronde  conosceva 
meglio  d'ogni  altro  i  diritti  della 
tiara,  non  deliberò  diversamente,  e 
prevenne  saviamente  le  dure  con- 
tingenze, nelle  quali  si  era  trovato 
Alessandro  VI  attendendo  in  R.o- 
ma  il  re  Carlo  VIII  colla  sua  ar- 
mata. Fu  il  Papa  il  primo  a  met- 
tersi in  viaggio  per  Bologna,  ac- 
compagnato da  dieciotto  cardinali, 
molti  principi  e  da  tutta  la  curia 
romana,  lasciando  in  Pioma  per 
legato  il  cardinal  Soderini.  Giunto 
in  Firenze  a'  3o  novembre  i5i5 
e  visitata  la  tomba  di  suo  padre, 
s'avviò  per  Bologna  preceduto  dalla 
ss.  Eucaristia,  ove  fu  ricevuto  con 
tutte  le  dimostrazioni  di  onore, 
quanto  all'esteriore,  ed  in  sostanza 
freddamente,  perchè  i  bolognesi 
desideravano  sempre  l'antico  loro 
governo.  Fece  incontrare  il  re  dai 
suoi  legati  ,  e  fuori  della  città 
dal  sacro  collegio  ;  il  re  fu  pre- 
sentato a  Leone  X  in  concistoro, 
e  dopo  avergli  reso  i  suoi  reli- 
giosi omaggi,  gli  fece  i  piìi  grazio- 
si complimenti.  Il  Pontefice,  l'uo- 
mo del  suo  secolo  che  si  esprime- 
va il  più  nobilmente,  e  che  si 
studiava  di  usar  con  tutti  della 
maniera  più  gentile,  fece  partico- 
larmente uso  di  questo  talento  iu 
un  incontro,  in  cui  la  sua  pulitez- 
za serviva  alla  sua  politica.  Nella 
messa  solenne  che  celebrò  nel 
giorno  di  s.  Lucia,  Francesco  I  gli 
rese  i  soliti  onori;  il  Papa  comunicò 
molti  della  sua  corte,  altri  assolse 
per  la  pubblica  confessione  che 
fecero,  al  modo  detto  nel  voi.  XVI, 
p.  io3  del  Dizionario.  Nei  con- 
gresso si  combinarono  quelle  cose 
che  tratta  a  lungo  lo  Spondano 
negli  Annal.  eccl.  a  detto  anno, 
ed  il  Fabioni  a  p.   93    e  seg.  JNe 


4o  LEO 

furono  le  principali,  la  pace  d'Ita- 
lia e  il  famoso  Concordato  tra 
Leone  X  e  Francesco  I  {Vedi)^ 
con  che  venne  abolita  la  pramma- 
tica sanzione  ;  e  siccome  la  bolla 
che  sostituiva  il  concordato  alla 
prammatica  sanzione  fu  letta  nel 
concilio  di  Lalerano  ,  a  queil'  ar- 
ticolo riparlammo  del  concordato, 
come  ai  luoghi  che  vi  possono  a- 
vere  relazione.  Al  duca  di  Ferrara 
fu  restituito  Modena  e  Reggio,  e 
al  ducato  di  Milano  allora  occu- 
pato dai  francesi,  Parma  e  Pia- 
cenza. Il  Papa  donò  al  re  un  ric- 
chissimo reliquiario  d'oro  tempe- 
stato di  gemme,  che  racchiudeva 
un  pezzetto  della  vera  Croce.  Fran- 
cesco I  passò  a  Milano,  e  Leone 
X  ritornò  in  Roma  ove  riseppe  la 
morte  di  Giuliano  suo  fratello  ;  nei 
primi  momenti  del  suo  dolore  si 
ritirò  nell'aprile  a  Civitavecchia, 
e  poco  mancò  che  non  fosse  rapito 
da  una  mano  di  barbareschi  sbar- 
cati sulle  coste,  ed  ebbe  tempo 
appena  di  salvarsi  in  Roma.  IXel 
i5i5  Leone  X  dichiarò  alcuni 
dubbi  sulla  regola  di  s.  Chiara; 
eresse  in  metropoli  il  vescovato  di 
Torino,  ed  in  sede  vescovile  Bor- 
go s.  Sepolcro.  Intanto  l'alleanza 
tra  Francesco  I  e  Leone  X  in- 
quietò r  Austria  e  la  Spagna,  le 
quali  cercarono  di  fortificarsi  con 
l'appoggio  di  Enrico  Vili.  11  car- 
dinal Wolsey,  benché  elevato  alla 
porpora  da  Leone  X,  persuase  il 
suo  padrone  re  d'  Inghilterra  di 
contrarre  tal  nuova  alleanza,  di 
cui  la  conclusione  fu  sospesa  per 
essere  morto  nel  gennaio  i5i6 
Ferdinando  V.  Allora  Francesco  I 
•formò  de'  disegni  sul  regno  di  Na- 
poli ;  ma  il  Papa  che  temeva  l'in- 
grandimento de'  francesi,  cercò  di 
suscitargli  contro  Massimiliano  !,  il 


LEO 

quale  piombò  sul  Milanese  ;  Leone 
X  ordinò  in  pari  tempo  a  Marco 
Antonio  Colonna  di  unire  le  mi- 
lizie pontifìcie  alle  imperiali.  Però 
il  generale  francese  Lautrec,  gli 
oppose  un'invincibile  lesistenza.  Il 
re  di  Francia  non  dubitò  piìi 
d'esser  tradito  dal  Papa  ;  questi 
ciò  non  ostante  fece  dimostrazioni 
di  fedeltà  al  le,  che  parve  prestar- 
vi credenza  :  entrambi  dissimularo- 
no, spiandosi   reciprocamente. 

Nel  i5i6  il  Papa  beatificò  Fi- 
lippo Benizi  fiorentino,  zelante  pro- 
pagatore del  suo  ordine  de'  servi 
di  Maria.  Ad  istanza  di  Emma- 
nuele  re  di  Portogallo  concesse  al- 
la diocesi  di  Coimbra  che  si  cele- 
brasse ogni  anno  la  memoria  di  s. 
Elisabetta  regina  di  quel  reame. 
Con  un  breve  approvò  il  culto  dei 
sette  martiri  francescani  martiriz- 
zati in  Ceuta ,  Daniele,  Samuele, 
Angelo,  Donno,  Leone,  Nicolò  ed 
Ugolino.  Dopo  la  morte  di  suo 
fratello,  tutti  gli  affetti  di  Leone 
X  si  riunirono  sul  nipote  Lorenzo, 
al  quale  destinò  il  ducato  di  Ur- 
bino. Francesco  Maria  della  Ro- 
vere nipote  di  Giulio  II  n'era  il 
possessore,  reo  di  aver  congiurato 
coi  francesi  contro  lo  zio,  di  aver 
ucciso  il  cardinal  Alidosio,  de'  quali 
delitti  l'avea  assolto  in  punto  di 
morte  lo  stesso  zio,  e  di  aver  mal- 
trattate le  truppe  della  Chiesa  nel- 
le ultime  occasioni.  Il  Papa,  ben- 
ché avesse  promesso  al  re  di  Fran- 
cia di  perdonarlo  ,  lo  scomunicò  , 
fece  marciare  le  sue  milizie  contro 
di  lui,  e  s' impadronì  del  ducato,  di 
cui  diede  l' investitura  a  Lorenzo. 
Nel  seguente  anno  tentò  il  Rovere 
di  rientrare  ne'  suoi  stati,  ma  fu 
obbligato  cedere  al  vincitore;  tut- 
tavolta  fu  liberato  dalle  censure,  e 
solo  ebbe  piccoli  compensi.  Questa 


LEO 

guerra  esaun  il  tesoro  pontifìcio, 
ed  il  Pontefice  fu  assai  criticalo , 
come  nana  Boscoe.  In  mezzo  a 
tali  cure  di  famiglia,  Leone  X  avea 
gli  occLi  aperti  sulla  condotta  del- 
le altre  corti.  Ud\  con  rammarico 
il  trattato  concliiuso  in  Koyon  tra 
Fiancesco  I  ed  il  giovane  arciduca 
Carlo  divenuto  re  di  Spagna  ,  poi 
imperatore;  procurò  inutilmente 
un  contro-trattato,  perchè  Massi- 
miliano I  accedette  a  quello  di 
Koyon.  JNel  '5 17  poco  mancò  che 
Leone  X  non  cadesse  vittima  di 
un'iniqua  trama  ordita  contro  la 
sua  vita.  Il  capo  principale  eia  il 
cardinal  Alfonso  Petrucci ,  offeso 
dai  Medici  perchè  l'avevano  con 
due  altri  fratelli  suoi  esiliato  da 
Siena,  di  cui  Paudolfo  loro  padre, 
poc'  anzi  morto,  era  signore,  e  pri- 
vati delle  ricchezze  paterne.  Or 
volendosi  il  cardinale  vendicare  nel- 
la sacra  persona  di  Leone  X,  di 
cui  era  stato  uno  de'  piìi  zelanti 
promotori  al  papato ,  procurò  di 
ucciderlo  di  propria  mano  e  sco- 
pertamente, procurandosi  l'appoggio 
de'  fautori  del  duca  di  Urbino  de- 
posto. JVcn  potendo  effettuare  il 
barbaro  disegno,  risolvette  di  ri- 
correre al  veleno,  e  guadagnalo  il 
chirurgo  del  Papa  Eatlista  da  \  er- 
celli,  che  serviva  il  di  lui  fratello 
Borghese  Petrucci,  gì'  insinuò  di 
porlo  nella  medicatura  d'una  fìsto- 
la, che  Leone  X  da  gran  tempo 
soffriva  nelle  parti  inferiori.  Inter- 
cettale le  lettere  che  il  cardinale 
su  questo  esecrabile  allentato  dal 
Lazio  scriveva  al  suo  segretario 
Antonio  de'  Nini  sanese  rimasto  in 
Roma,  fu  scopeita  la  congiura. 
Tornato  il  cardinal  Petrucci  in 
corte ,  mediante  il  salvacondotto 
che  il  Pontefice  gli  avea  promesso 
e  dato  all'ambasciatore  di  S;n'"na 


LEO  4» 

di  lui  protettore,  malgrado  i  re- 
clami di  questo,  fu  arreslalo,  e  do- 
po un  regolare  processo  a'  6  luglio 
fu  decapitato  segrelametile  in  Castel 
s.  Angelo  nelle  carceri ,  venendo 
squartati  il  segretario  ed  il  chi- 
rurgo. Come  consapevoli  della  con- 
giura furono  accusali  e  falli  pri- 
gioni quattro  cardinali ,  cioè  liia- 
rio  decano  del  sacro  collegio,  Sauli, 
Volterrano  fratello  di  Pietro  Se- 
derini, e  Adriano  Castellense  di  s. 
Grisogouo.  Tutti  furono  privali 
della  porpora  e  confiscali  i  loro 
benefizi.  liiario  che  implorò  per- 
dono per  non  averne  dato  avviso, 
l'ottenne  mediante  la  multa  di  cen- 
tomila scudi,  venendo  assegnato  il 
di  lui  palazzo  per  la  Cancelleria 
[Vedi).  Sauli  egualmente  complice 
come  consapevole  della  congiura, 
condannato  pure  a  perpetua  pri- 
gione, ne  fu  liberato  per  cospicua 
somma  di  denaro,  restando  priva- 
to di  voce  attiva  e  passiva  ad  ar- 
bitrio del  Papa.  Gli  altri  dna  car- 
dinali conseguirono  il  perdono  pa- 
gando ognuno  dodicimila  fiorini. 
Di  tuttociò  scrissero  minutamente 
il  Fabroni  pag.  ii5  e  seg. ,  e  il 
Guicciardini  nella  Storia  d'Italia, 
hb.  XIII,  p.  467. 

Vedendosi  Leone  X  in  queste 
circostanze  poco  amalo  dai  tredici 
cardinali  che  componevano  allora 
il  sacro  collegio,  stabili  di  accre- 
scerlo con  un  numero  grandissimo 
di  soggetti,  da'  quali  si  potesse  a- 
speltare  maggiore  attaccamento  alla 
sua  persona.  Laonde  nel  primo  lu- 
glio, in  una  sola  promozione,  creò 
trentuno  cai'dinali,  cosa  non  mai 
veduta  né  prima  ne  poi  (  tranne 
la  promozione  che  di  altrettanti 
fece  a'  nostri  giorni  nel  1816  Pio 
\'II,  dieci  de'  quali  però  non  pub- 
blicò ma  liseibò  in   petto),  ed  tb- 


ù,%  LEO  LEO 

be  cura  di  sceglierli  Ira*  suoi  pa-  levazione  de'  suoi  parenti,  ottenne 
lenii,  amici,  famigliari,  ed  anche  per  Lorenzo  duca  d'Urbino  suo  ni- 
tra  persone  disliiile  per  merito,  per  potè  la  mano  di  IMaddalena  de  la 
natali  e  per  ricchezze,  annoveran-  Tour,  del  sangue  reale  di  Fran- 
dovi  otto  romani.  Non  essendo  suf-  eia:  nelle  nozze  il  re  ed  il  Papa 
licieiili  pei  cardinali  preti  i  titoli  rivaleggiarono  in  magnificenza ,  e 
cardinalizi,  istituì  quello  di  s.  Tom-  tra  loro  ebbe  perciò  luogo  momen- 
maso  in  Parione,  e  diverse  diaco-  tanea  concordia  ;  Francesco  I  resti- 
iiie  temporaneamente  dichiarò  tito-  luì  IM(jdena  a  Leone  X,  e  Reggio 
li.  Indi  con  una  costituzione  di-  al  duca  di  Ferrara,  ed  il  Ponte- 
chiaro,  che  soddisfarebbero  al  pre-  fice  rilasciò  ai  re  le  decime  esatte 
cetto  della  messa  quelli  che  1'  a-  per  la  crociata  contro  i  turchi.  Av- 
scoltassero  nelle  chiese  de'mendi-  venimenti  della  più  alta  imporlan- 
canti.  Un  lusso  di  spendere  e  di  za  agitarono  quindi  l'Europa  in- 
spleudore,  in  cui  il  buon  gusto  an-  tiera.  Volendo  Leone  X  continua- 
dò  del  pari  colla  magnilìcenza ,  re  la  riedificazione  sontuosa  della 
sparse  l'agiatezza  in  tutte  le  clas-  nuova  basilica  vaticana ,  incornili- 
si  di  persone:  la  libertà  del  com-  ciata  dall'animo  grande  di  Giulio 
niercio,  la  prolezione  accordata  alle  11,  e  non  essendo  sufficiente  per  le 
lettere  ed  alle  arti,  la  saggezza  del-  immense  spese  il  tesoro  della  ca- 
1'  amministrazione  e  la  sicurtà  del  mera  apostolica,  ad  esempio  di  al- 
vi vere  accrebbero  la  prosperità  gè-  tri  Papi,  come  si  disse  all'articolo 
uerale,  e  resero  per  sempre  memo-  Chiesa,  ricorse  alla  pietà  de'  fedeli 
labile  questo  pontificato.  Tale  bril-  perchè  contribuissero  con  limosina 
laute  epoca  lii  consecrata  da  un  alla  spesa  necessaria,  col  premio  delle 
decreto  solenne  del  magistrato  ro-  sante  indulgenze.  E  siccome  nella 
mano,  che  commise  al  divino  scal-  Germania  a  promulgarle  l'arcive- 
pello  di  IMichelangelo  Unonarroti  scovo  di  Magonza  si  servì  de'  do- 
l'erezionc  d'una  statua  di  marmo  ;  monicani  a  preferenza  degli  ago- 
questa  però  r  esegui  malamente  stiniani,  un  individuo  de'  secondi, 
Giacomo  del  Duca,  e  si  vede  tut-  l'inquieto  e  torbido  Martino  Lu- 
tora  nella  sala  dell' appartamento  fero,  prese  il  pretesto  con  iscagliarsi 
de'  conservatori  in  Campidoglio.  JN'el  con  scandalose  declamazioni  ed  ini- 
i5i8  Leone  X  istituì  l'anni  versa-  qui  scritti  contro  le  indulgenze,  a 
rio  pe'  cardinali  defunti.  Essendosi  dar  principio  a'  suoi  perniciosissi- 
adunati  i  principi  di  Germania  nel-  mi  errori  sulla  grazia  ,  il  libero 
la  dieta  di  Augusta,  per  delibera-  arbitrio,  i  sagramenli  ec.  ,  che  il 
re  la  guerra  contro  i  turchi,  per-  Papa  condannò  con  bolla  e  faceu- 
chè  Selim  I  vincitore  della  Persia  do  bruciare  tutti  gli  empi  suoi  li- 
e  conquistatore  dell'Egitto  inquie-  bri.  Enrico  Vili  re  d'  Inghilterra 
lava  l'Europa  sulla  propria  sicu-  difese  i  sacramenti  contro  l' ere- 
rezza.  Il  Papa  spedi  qualtio  legati  siarca,  onde  Leone  X  lo  chiamò 
u  diversi  sovrani  per  un'alleanza  Difensore  della  feda  {^Fedi):  a  Fe- 
diliinsiva,  e  nella  detta  dieta  fece  dorico  duca  ed  elettore  di  Sassonia 
presentare  a  Massimiliano  1  lo  stoc-  che  lo  favoriva,  regalò  la  rosa  d'o- 
co  e  berrettone  benedetti.  Conti-  ra  benedetta,  pregandolo  a  porre 
uuaudo  poi  ad  occuparsi  per    l'è-  un  argine  alla  funesta  eresia,  che 


LEO 

sino  dal  suo  nascere  fece  grandi  e 
liigriaievoli  progressi  massime  in 
Germania.   /'''.  Luterani. 

Altro  avvenimento  importante  fu 
che  l'arciduca  Carlo  d'Austria  e  re 
di  Spagna,  aspirando  al  titolo  di 
re  de'  romani,  ed  all' invesliinra 
del  regno  di  Napoli,  Leone  X  si 
rifiutò  a  tali  domande  dichiaran- 
dole incompatibili.  Massinìdiano 
mori  improvvisamente  a'  22  gen- 
naio iSig,  Carlo  non  dissimulò 
le  pretensioni  all'  impero,  e  Fran- 
cesco I  si  presentò  per  competito- 
re. Il  Papa  sembra  che  propen- 
desse per  l'elettore  di  Sassonia;  ma 
Carlo  avendo  fatto  avvicinare  un 
esercito  al  luogo  dell'elezione  fu  e- 
letto  col  nome  di  Carlo  V.  Intanto 
un  nuovo  affanno  domestico  afflisse 
il  Pontefice,  morendo  il  nipote  Lo- 
l'enzo  ;  Leone  X  dopo  fatti  alcuni 
provvedimenti  per  la  Toscana,  riu- 
nì il  ducato  d'Urbino  agli  stati  della 
santa  Sede.  Psel  1 5 1  q  canonizzò 
s.  Francesco  di  Paola ,  e  nel  se- 
guente anno  approvò  l'arciconfra- 
ternita  della  carità  pei  poveri  car- 
cerati, ed  eresse  il  monastero  per 
le  donne  convertile,  sotto  la  regola 
delle  agostiniane.  Duraiile  l'anno 
iSao  l'Italia  fu  tranquilla,  e  Leo- 
ne X  ricuperò  Perugia,  prese  Fer- 
mo ed  altre  città  della  Marca,  indi 
rivolse  le  sue  armi  contro  il  duca 
di  Ferrara  Alfonso  l.  Nel  iSai  il 
Papa  canonizzò  s.  Casimiro  re  di 
Polonia,  e  s.  Leone  vescovo, ed  in- 
citi e  beatificò  Marglicrita  da  Cor- 
tona, Veronica  di  Bisnaco  e  Corra- 
do piacentino.  Fermo  il  Pontefice 
di  cacciar  le  potenze  straniere  dal- 
l'Italia, persuase  Francesco  i  a  col- 
legarsi seco  per  espellere  gli  spa- 
giuioli  dal  regno  di  Napoli  ,  con 
molle  promesse.  Tuttavolla  i!  re 
mostrò  poco  fidarsi  di    lui,    chicbu 


LEO 


43 


dilazioni,  e  non  restituì  Parma  e 
Piacenza.  Allora  Leone  X  si  ri- 
volse a  Carlo  V  e  cohchiuse  un 
trattato  agli  8  maggio  i 'j2  i  ,  eoa 
lo  scopo  di  ripristinare  Francesco 
Sforza  nel  ducato  di  Milano,  di 
aiutarlo  ad  impadronirsi  di  Per- 
rara,  Parma  e  Piacenza ,  ed  assi- 
curare diversi  appannaggi  ai  IMc- 
dici,  cioè  al  nipote  Alessandro  un 
principato  di  dieclmda  ducati  di 
rendila,  e  al  cugino  cardinal  Giulio 
de  Medici  una  simile  annua  pensione 
sull'arcivescovato  di  Toledo.  Subi- 
to le  galeie  pontificie  ebliero  or- 
dine di  unirsi  alla  flolta  imperia- 
le, ed  il  Papa  permise  a  Carlo  V 
di  conservare  coli' impero  il  regno 
di  Napoli,  accrescendogli  l'annuo 
censo.  L'esercito  fiancese  fu  scon- 
fitto in  Lombardia  dall'esercilo  pa- 
pale ed  imperiale,  il  quale  ricupe- 
rò alla  Chiesa  Parma  e  Piacenza, 
indi  cacciò  i  francesi  da  IMilano, 
che  con  tutto  il  ducato  si  rese  allo 
Sforza,  essendo  legati  apostolici  i 
cardinali  Schiner,  e  Giulio  de  Me- 
dici cugino  del  Papa,  poi  Clemeu- 
te  VII.  Giunta  in  Roma  questa 
notizia,  Leone  X  vi  fece  grande 
allegrezza,  in  mezzo  alla  quale,  do- 
po cinque  giorni  di  apo|)lessia,  al- 
tii  dicono  per  febbre  lenta  e  di 
catarro  presa  nella  sua  villa  Ma- 
gliana  ,  e  disprezzata  da'  medici , 
appena  tornalo  da  questa,  morì  il 
primo  dicembre  1 52  i,  verso  le  ore 
selle  della  notte,  in  età  di  qua- 
rantasei anni  non  terminali,  aven- 
do governato  olt'anni,  olio  mesi  e 
venti  giorni.  IMorì  non  senza  so- 
spetto di  veleno,  come  può  vedersi 
nel  Sandini,  Fit.  PP.  t.  II,  p.  628; 
neir  Oldoino,  Addit.  in  Ciacconio 
t.  Ili,  p.  23 1,  che  a  lungo  traila 
col  Giovio  di  questo  sospetto,  pei 
quale  fu  posto  in  prigione  il  cop- 


44  LEO  LEO 
piere  del  Papa  Barnabò  Malaspi-  n.  5.  Il  luogo  più  frequente  del  suo 
na ,  poi  messo  in  libertà  per  man-  traltenimetito  della  caccia  era  la 
caMza  di  prove:  il  Piatti  ancora  villa  JMagliana  sul  Tevere  verso  il 
ne  parla,  e  meglio  il  Fabroni  a  mare,  e  Cerveteri  allora  apparle- 
p.  237.  Fu  sepolto  nella  basilica  ncnte  a  suo  cognato  Francesclietlo 
vaticana  in  sepolcro  di  lui  poco  Cibo.  Nelle  doti  dell'animo  viene 
degno,  ma  poscia  in  tempo  di  Pao-  egli  commendato  da  tutti  gli  scrit- 
lo  III  fu  trasferito  nel  coro  della  tori  del  suo  tempo,  che  lo  dipin- 
Chiesa  di  s.  Maria  sopra  lìlinen'a  gono  di  acuto  ingegno  e  di  singo- 
(f  celi),  e  collocato  in  magnifico  lare  facondia.  Formato  di  buon'ora 
deposito.  Era  di  statura  grande  e  alla  grande  arte  di  governare,  Leo- 
ben  formato  in  tulle  le  parli,  fuor-  ne  X  non  si  mostrò  da  meno  del 
che  nella  testa  eh'  ebbe  di  spro-  suo  destino.  La  sua  politica  fu  de- 
porzionata  grandezza  ;  soleva  orna-  stia,  e  la  pose  in  opera  per  af- 
re le  dita  con  molti  anelli  ricchi  francar  l'Italia  dagli  stranieri,  e 
di  preziose  gemme.  I  lineamenti  del  per  elevare  la  sua  famiglia  Medici 
suo  volto  ci  sono  slati  trasmessi  che  dicesi  volesse  investire  di  Par- 
dal  pennello  di  Ralfaele,  ed  è  una  ma  e  Piacenza.  P^.  Firenze  e  Me- 
delle  opere  più  belle  di  quel  som-  dici  Famiglia.  Prudente,  magnani- 
mo pittore.  Questi  lo  rappresentò  mo,  benigno  nel  ricevere  e  pazien- 
sedenle  in  mezzo  ai  due  cardinali  te  noi  sentire  tutti.  I  suoi  coslumi 
parenti  cugino  e  nipote  Giulio  de  furono  castissimi,  e  li  lodò  lo  stes- 
3Iedici,poi  Clemente  VII,  e  Luigi  so  Lutero  nell' insolentissimo  libro, 
de  Pvossi  prodatario,  amato  dal  Pa-  De  lihertate  Christiana,  che  dedicò 
pa  che  in  morte  gli  compose  eie-  al  Papa:  ciò  non  ostante  Paolo 
gante  iscrizione:  da  ultimo  questo  Giovio  ed  altri  li  screditarono.  Due 
ritratto  fu  disegnato  e  stupenda-  volte  la  settimana  digiunava;  nei 
mente  inciso  dal  valente  artista  mercoledì  si  asteneva  dal  mangiar 
Samuele  Jesi ,  con  plauso  generale,  carne,  e  nel  venerdì  si  nudi  iva  di 
In  otto  promozioni  creò  quaranta-  semplici  erbe  e  legumi,  come  scrisse 
due  cardinali.  Natale  Alessandro, /Z/^/.  ecc/.  t.  Yllf, 
Sembra  incredibile  la  passione  p.  34-  Nel  conferire  i  benefizi  fu 
che  Leone  X  ebbe  per  la  musica,  pieno  d' integrità.  Nel  promovere 
di  cui  ne  conosceva  perfettamente  gli  studi  delle  arti  e  delle  lettere, 
la  teoria,  e  per  la  caccia  nella  qua-  e  nel  proteggere  e  premiare  i  Iel- 
le si  occupava  tutto  il  tempo  che  terali,  seguì  Leone  X  il  genio  del- 
poteva,  massime  nei  mesi  di  set-  la  sua  famiglia  Medici.  Nato  nel 
tembre  ed  ottobre,  non  polendo-  seno  dell'opulenza,  questo  Papa 
sene  dislaccare,  se  non  che  per  fare  aveane  derivato  il  gusto  sublime 
concistoro  o  cappella  papale.  I  suoi  del  bello,  che  può  avere  avuto  i 
oinamcnli  pontificali  erano  della  suoi  eccessi,  ma  che  produsse  una 
massima  magnificenza.  Nelle  chiese  felice  rivoluzione  nel  suo  secolo  e 
apparve  sempre  così  serio  e  grave,  particolarmente  nelle  arti  :  tulli  con- 
che nel  decoro  e  maestà  delle  sa-  vengono  che  a  ({ueslo  Pontefice  va 
ere  funzioni  superò  tutti  i  suoi  an-  debitrice  l'Italia  del  rinascimento 
lecessori,  come  rilevò  il  Pallavici-  delle  belle  Icllere.  Reslamò  1' uni- 
uo,  [list,  condì.  Dici.  lib.  1,  cau.  2,  vergila  romana,  alla    quale   l'eslilui 


LEO 

le  sue  rendite  eh'  erano  stale  tla 
lungo  tempo  rivolte  ad  altri  usi. 
Vi  chiamò  professori  da  tutta  l'Eu- 
ropa: la  teologia,  il  diritto  cano- 
nico, il  diritto  civile,  la  medicina, 
la  filosofia  morale,  la  logica,  la 
rettorica,  le  matematiche  ebbero 
cattedre  riccamente  dotate  da  lui. 
La  lingua  greca  fu  l'oggetto  delle 
sue  prime  cure  a  mezzo  di  Gio- 
vanni Lascari,  pel  quale  aprì  sul 
Quirinale  un  collegio  al  modo  che 
descrive  il  Piodotà,  t.  III,  p.  i5?.j 
ciò  che  accennammo  all'  articolo 
Collegio  greco.  Inoltre  Leone  X 
perfezionò  pure  la  stampa  greca  : 
la  lingua  latina  formò  del  pari  la 
sua  attenzione  e  le  sue  liberalità, 
così  protesse  le  lingue  orientali.  I- 
stituì  privilegi  per  gli  studenti  delle 
scienze.  La  biblioteca  sua  partico- 
lare la  destinò  alla  patria,  ove  com- 
mise a  Michelangelo  l'erezione  del- 
l'edifìzio;  al  medesimo  commise  ri- 
fabbricare in  Firenze  la  chiesa  di 
s.  Lorenzo.  La  biblioteca  del  Va- 
ticano provò  ancora  le  sue  solle- 
citudini. Questo  palazzo  fu  deco- 
rato dalle  pitture  di  Raffaello  nelle 
famose  loggie,  e  nelle  celeberrime 
camere  ove  campeggiano  gli  em- 
blemi di  Leone  X,  cioè  l'anello 
col  diamante  simbolo  della  solidi- 
tà e  della  forza  ,  e  le  tre  piume,  il 
giogo  unito  all'anello  colle  lettere 
N-SVAVE,  la  qual  impresa  unita 
al  giogo  ed  all'anello  si  legge  :  A- 
nulus  nectit  jiigum  suave.  Evvi  an- 
cora l'altro  emblema  della  famiglia 
Medici,  espresso  da  queste  lettere 
le  une  sottoposte  alle  altre  GLO-VI 
che  si  leggono:  Gloria,  vita,  saliis. 
Il  dotto  monsignor  Nicola  Nicolai 
nell'opera  intitolata  :  Memorie,  leg- 
gi ed  osservazioni  sulle  campagne 
e  sulV annona  di  Roma,  tom.  Ili, 
pag.  65  e  seg.  celebrò  l'abbondan- 


LEO 


4^? 


za  e  la  felicità  che  godè  Roma  nel 
suo  ponlilicato,  per  cui  si  aumen- 
tò notabilmente  il  ninnerò  ih^gli 
abitanti,  che  perciò  furono  fabbri- 
cate molte  case,  massime  nel  Cam- 
po di  fiore.  Poterono  a  ciò  con- 
tribuire le  provvidenze  de'  prede- 
cessoii  e  perfino  il  clima  felice  <li 
quelle  stagioni,  ma  molto  anche 
deve  attribuirsi  alle  provvidenze  del 
gran  Pontefice.  Tra  gli  altri  enco- 
mi, de'  quali  adornarono  il  di  lui 
sepolcro  i  letterali  inconsolabili  di 
aver  perduto  sì  gran  protettore,  vi 
furono  questi  versi. 

Delitiae  Immani  generis,  Leo  ma- 
xime, ter  uni 
Ut  simul  illuxere,  interiere  si- 
nini. 

Della  propensione  ch'egli  ebbe  pel 
celebre  Agostino  Chigi,  ne  trattam- 
mo all'articolo  Chigi  Famiglia.  Spes- 
so avea  assistente  alla  sua  tavola  il 
famoso  poeta  Camillo  Querno  che 
improvvisamente  recitava  un'infi- 
nità di  versi  sull'argomento  che  gli 
veniva  dato.  Dell'uso  che  avea  Leo- 
ne X  di  sentire  mentre  era  a  tavo- 
la silfalti  improvvisatoli  e  dei  buf- 
foni, non  sempre  castigati  per  ri- 
guardo ai  costumi,  onde  nascevano 
le  risate  che  i  buoni  non  applau- 
divano, ne  trattano  il  Giovio  a  p. 
i56,  ed  il  Fabroni  a  p.  iGo.  Tal- 
volta si  abbandonava  a  conversa- 
zioni frivole,  onde  non  pochi  cen- 
sori gli  rimproverarono  una  ten- 
denza alquanto  bizzarra  per  le 
buffonerie.  Per  altro  sosteneva  per- 
fettamente lo  scherzo,  e  se  ne  trae- 
va con  garbo.  Fu  inoltre  tacciato 
di  parzialità  e  di   ambizione. 

Eresse  Leone  X  un  ordine  di 
quattrocento  cavalieri,  che  compra- 
vano   il    loro    posto,    e    ne  aveano 


46 


LEO 


(Inlln  (lognnn  la  rendita  di  cento 
scudi.  Accrebbe  il  collegio  de*  cu- 
biculari al  numero  di  sessanta,  e 
degli  scudieri  al  numero  di  cento 
quaranta.  Rinnovò  il  battisterjo  La- 
toranense,  ed  in  molli  altri  pub- 
blici edifizi,  come  nel  santuario  di 
Loreto  [Fedi),  mostrò  egli  qual  fosse 
la  somma  sua  magnificenza,  per  la 
quale  e  per  le  guerre  che  fece,  fu 
costretto  a  lasciare  impegnale  le 
gioie  ed  altre  cose  preziose  del  te- 
soro pontificio;  oltre  ad  altri  con- 
siderabili debiti,  pe' frutti  de'quali 
ogni  anno  la  camera  apostolica  pa- 
gava quarantamila  ducali  d'  oro. 
Quanto  egli  ebbe  zelo  e  fece  per 
gli  ordini  religiosi  è  notato  ai  ri- 
s[)cttivi  articoli.  Non  risparmiò  né 
spese  né  cure  per  acquistare  anti- 
chi manoscritti  e  per  procurare 
buone  ed  utili  edizioni,  massime 
di  Aldo  Manuzio.  Comprò  per  cin- 
queuìila  zecchini  un  esemplare  dei 
primi  cinque  libri  di  Tacito,  che 
furono  tratti  dall'abbazia  di  Cor- 
wei  in  Westfalia,  e  cui  gli  recò  An- 
gelo Arcomboldo.  Ne allidò  la  stam- 
pa a  Ceroaldoil  giovane,  con  un  bre- 
ve che  pronunziava  contro  ogni  con- 
traffazione la  pena  di  scomunica 
lalae  sententìae ,  un'ammenda  di 
duecento  ducati  e  la  confisca  del- 
l'opera. Uno  stampatore  impruden- 
te per  nome  JMinuziano  incorse  in 
tali  pene  e  fu  obbligato  di  transi- 
gere con  Beroaldo.  Leone  X  com- 
poneva assai  bene  in  poesia;  le 
sue  lettere  si  leggono  con  piacere. 
Di  lui  abbiamo  delle  costituzioni  e 
lettere  in  numero  di  ventitre,  pub- 
blicate nel  t,  XIV  de'  concilii,  e 
molte  altre  negli  annalisti  e  nel  bol- 
lano. Angelo  Poliziano,  slato  mae- 
stro di  Leone  X,  nel  lib.  Vili  àc\' 
Y  epìsl.  ad  Innocenzo  Vili  fa  mi 
magnifico  elogio  del  suo  discepolo. 


LEO 

]\Tonsignor  Paolo  Giovio  scrisse  la 
vita  di  questo  Pontefice  nel  i  ^4^5 
la  quale  dal  Ialino  fu  trndolta  in 
volgare  da  Lodovico  de  Domeni- 
chi,  e  stampata  in  Firenze  nel  i55i  : 
in  francese  la  pubblicò  in  Parigi 
nel  1675  M.  M.  D.  P.  La  scrisse 
ancora  monsignor  Angelo  Fabroni  : 
Leonis  X  P.  31.  Flta,  Pisis  opud 
auctorem  excudebat  Alexander  Lan- 
dius  1797.  Inoltre  la  scrisse  Gu- 
glielmo Roscoe,  che  fu  tradotta  in 
italiano  e  dal  Sonzogno  pubblica- 
ta in  Milano  nel  18  r  6  in  dieci 
tomi,  e  col  titolo:  J^ila  e  pontifi' 
rato  di  Papa  Leone  X.  Nel  182^ 
la  congregazione  dell'indice  de'  li- 
bri proibiti  pose  tra  questi  tale  ope- 
!'a,  colle  aiinolazioni  e  documenti 
inediti  del  conte  Luigi  Bossi.  Molte 
buone  notizie  riguardanti  il  ponti- 
ficato di  Leone  X  trovanti  in  un 
latino  dialogo  di  Raffaello  Rrando- 
lino  giuniore  di  Lippo  fiorentino, 
fatto  stampare  nel  1753  in  Venezia 
da  Francesco  Fogl lazzi,  essendo  in- 
terlocutori il  cartlinal  Alessandro 
Farnese  poi  Paolo  III,  e  Alberio 
Pio  conte  di  Caipi.  Da  ultimo  l'ec- 
cellente storico  cav.  Audin,  autore 
di  altri  importanti  lavori  storici, 
nel  1844  li^  pubblicato  in  Parigi 
VLIisloire  de  Leon  X  etc.  in  due 
volumi.  Vacò  la  santa  Chiesa  un 
mese  e  sette   giorni. 

LEONE  XI,  Papa  CCXLIT.  Ales- 
sandro Otiaviano  de  Medici  dei 
principi  d'Ottaiano,  nacque  in  Fi- 
renze nel  i535,  da  Ottaviano  de 
jMedici  e  da  Francesca  Salviati  fi- 
glia di  Lucrezia  de  Medici  sorella 
di  Leone  X.  Fino  dai  primi  suoi 
anni  si  ujostrò  Alessandro  propenso 
alla  vita  ecclesiastica,  ma  la  madre 
per  impedire  che  si  dedicasse  ad 
essa,  lo  introdusse  nella  corte  di 
Cosimo     I      granduca     di     Toscana 


LEO  LEO  47 
suo  cugino,  il  quale  lo  vestì  cava-  lissinie  ch'erano  in  delta  cliicsa  di 
Jieie  dell'ordine  di  s.  Stefano.  IMor-  s.  Agnese,  cioè  due  di  porta-santa  e 
ta  la  madje,  hranioso  di  menare  due  di  paonazzetto  con  centocjua- 
\ita  quieta  e  tranquilla  e  lontana  ranta  fine  scanalatine  per  ciascuna, 
dai  tumulti  e  dallo  strepito  della  come  uniche  fra  quelle  antiche  con 
corte,  credè  che  fosse  giunto  il  tale  lavorazione.  Venuto  ciò  in  noti- 
tempo  di  porre  ad  esecuzione  il  zia  del  cardinale,  senza  (àrne  dogliau- 
suo  pio  disegno.  Ordinatosi  sacer-  za,  acquistò  le  colonne  necessarie 
dote  ritirossi  alla  solitudine  della  per  la  cappella  della  IMinerva  e 
campagna,  occupandosi  nella  pre-  ne  fece  dono  al  Pontefice.  Questi 
ghiera  e  nella  meditazione  della  allora  conobbe  l'errore  che  si  vo- 
divina  legge.  11  granduca  cono-  leva  fargli  couinietlere,  onde  ab- 
sciute  le  sue  virtù  lo  destinò  ani-  bracciando  il  cardinale,  si  cavò  l'a- 
basciatore  a  s.  Pio  V,  e  rimase  in  nello  dal  dito  con  prezioso  zafllro, 
E.oma  ad  esercitare  con  fama  di  e  regalandolo  al  cardinale  viva- 
straordinaria  probità  e  saviezza  l'of-  mente  lo  ringraziò,  non  tanto  per 
fizio  per  quindici  anni.  Gregorio  le  colonne,  quanto  per  aver  impe- 
XIII  nei  1073  lo  fece  vescovo  di  dito  ch'egli  togliesse  alla  chiesa  di 
Pistoia,  nel  i574  arcivescovo  di  s.  Agnese  le  coloime  sue. 
Firenze,  e  a'  2  dicembre  i583  lo  Clemente  Vili  nel  lOtjG  l'inviò 
creò  cardinale  prete  del  titolo  dei  Legato  apostolico,  con  quel  seguito 
ss.  Quirico  e  Giulitta,  chiesa  che  descritto  a  quell'articolo,  ad  Eniico 
ridusse  nell'interno  e  nell'esterno  IV  re  di  Francia,  che  lo  ricevette  con 
in  miglior  forma,  ed  ornò  con  di-  straordinarie  onoriHcenze,  e  piesso 
verse  pitture.  Da  qtiesto  titolo  pas-  il  quale  dimorò  due  anni.  Delle  ge- 
sò  a  quello  di  s,  Prassede,  in  cui  sta  gloriose  operate  nella  sua  le- 
nella  navata  grande  fece  dipingere  gazione,  ne  trattano  il  Ciacconio, 
alcuni  de'più  divoti  misteri  della  f^it.  PP.  t.  IV,  p.  71,  576,  e  lo 
passione  di  Cristo.  Lo  stesso  fece  Spondano,  y4nn.  eccl.  ad  an.  1096, 
nella  chiesa  di  s.  Pietro  in  Vincoli,  iSqS,  Egli  fu  spedito  in  Francia 
altro  suo  titolo,  e  con  la  chiesa  di  per  trattare  con  Enrico  IV  da  po- 
s.  Agnese  fuori  delle  mura,  che  co  tempo  liconosciuto  dalla  santa 
ornò,  risarcì  e  fece  abbellire  di  Sede  e  con  essa  dopo  l'abiiu-a  del 
pitture:  il  Novaes  dice  che  fu  an-  calvinismo,  riconciliato,  i  punti  che 
Cora  titolare  de'  ss.  Gio.  e  Paolo,  i  procuratori  di  lui  avevano  pro- 
Di  s.  Agnese  il  cardinale  era  com-  messo  in  Pioma,  non  che  per  ista- 
niendatario,  per  cui  Marc'Antonio  bilire  la  pace  tra  lui  e  Filippo  H 
Valena  nel  suo  Diario  mss.  narra  re  di  Spagna,  e  tutto  ottenne.  En- 
questo  aneddoto.  Clemente  Vili  rico  IV  con  lettera  degli  8  dicem- 
Toleva  ornare  la  cappella  de'suoi  bre  1596  ringraziò  il  Papa  per 
antenati,  nella  chiesa  di  s.  Maria  avergli  mandalo  un  soggetto  di 
.sopra  Minerva,  in  proporzione  della  tanta  bontà,  prudenza  e  propensio- 
.sublime  dignità  in  cui  egli  era,  e  ne  alla  sua  persona  e  regno.  JNel 
della  sua  grandezza  di  animo.  Gli  giorno  di  Natale  in  Parigi  ammi- 
fu  perciò  suggerito  dagli  artisti  nisti-ò  al  re  l'Eucaristia,  ed  ammi- 
applicati  alla  ricerca  delle  colonne  se  nella  religione  cattolica  la  prin- 
occorrenti, di  prenderne  quattro  bel-  cipessa    Carlotta     Caterina    de     la 


48  LEO 

Tremouille  col  suo  figlio  principe 
di  Coiiclé,  che  abbandonarono  il 
calvinisuio,  ed  ambedue  comunicò 
ai  9  gennaio,  dopo  aver  celebrato 
solennemente  la  messa  ntlla  catte- 
drale di  Rouen,  Reduce  pieno  di 
gloria  dalla  legazione,,  Clemente 
Vili  lo  ricevè  in  Ferrara  in  con- 
cistoro pubblico  con  somma  onori- 
ficenza, poscia  lo  nominò  prefetto 
della  congregazione  de'vescovi  e  re- 
golari. Indi  a'3o  agosto  1600  lo 
dichiarò  vescovo  di  Albano,  ed  ai 
17  giugno  1602  lo  trasferì  alla 
sede  di  Palestrina.  Ammirato  pel 
candore  e  gravità  de'suoi  costumi, 
per  l'ardente  zelo  per  la  cattolica 
religione,  e  per  nobiltà  e  grandez- 
za d'animo,  intervenne  ai  conclavi 
per  le  elezioni  di  Sisto  V,  Urbano 
VII,  Gregorio  XIV,  Innocenzo  IX 
e  Clemente  Vili. 

Dopo  la  morte  di  Clemente 
Vili,  a'i4  marzo  i6o5  entrarono 
in  conclave  sessantadue  cardinali, 
dirigendo  i  sacri  comizi  il  cardinal 
Pietro  Aldobraudini  nipote  del  defun- 
to. Eransi  presi  per  candidati  fvn  gli 
altri,  i  cardinali  Zacchia,  Blandrata 
e  de  IMedici,  mentre  il  cardinal 
Baronio  ebbe  l'esclusiva  dal  partito 
della  Spagna,  perchè  avea  coope- 
l'alo  all'assoluzione  di  Enrico  IV, 
e  per  avere  ne'suoi  Annali  scritto 
contro  le  pretensioni  del  tribunale 
della  monarchia  di  Sicilia  ;  tutta- 
volta  egli  in  tutti  i  giorni  negli 
scrutini  ebbe  il  maggior  numero 
devoti,  dal  partito  del  cardinal 
Aldobrandini,  cioè  da  venti  sino 
a  trentasette.  Anche  il  ven.  cardi- 
nal Bellarmino  ebbe  molti  voti,  e 
nel  primo  scrutinio  dieci.  Vera- 
mente il  cardinal  Aldobrandini 
portava  più  di  tutti  il  cardinal 
Zacchia,  ma  a  cagione  di  sue  in- 
fermità i  medici  dichiararono,  che 


LEO' 

egli  poteva  al  pii^i  vivere  altri  tre 
mesi,  come  in  fatti  si  verificò. 
Contro  il  cardinal  Blandrata  aper- 
tamente si  dichiarò  il  cardinal 
Farnese,  come  pure  accadde  nei 
seguenti  conclavi,  in  cui  di  nuovo 
si  trattò  di  lui.  Temendo  quindi 
il  cardinal  Aldobrandini,  sempre 
costante  in  favore  del  cardinale 
Baronio,  non  essendo  riuscito  il 
cardinal  Zacchia,  che  tutti  i  cardi- 
nali creati  dallo  zio,  e  che  ne  se- 
guivano la  di  lui  autorità,  potes- 
sero essere  esclusi  con  pregiudizio 
ancora  de'seguenti  conclavi,  si  la- 
sciò persuadere  a  convenire  in  uà 
terzo,  cioè  che  non  fosse  del  suo 
partito,  né  di  quello  del  cardinal 
Rlontalto  nipote  di  Sisto  V.  Fu 
dunque  proposto  il  cardinal  de 
Medici  creatura  di  Gregorio  XIII, 
e  il  cardinal  Aldobrandini  non  Io 
ricusò,  perchè  sebbene  dicesi  non 
Io  volesse,  credette  che  i  sacri  e- 
lettori  non  vi  sarebbero  concorsi 
ad  eleggerlo  ;  ma  avendo  Dio  de- 
stinato alla  tiara  il  cardinal  de 
Medici,  fu  col  primo  scrutinio  alle 
due  ore  di  notte  del  primo  aprile 
i6o5,  con  suffragi  aperti  o  sia  per 
adorazione,  eletto  Papa,  e  prese  il 
nome  di  Leone  XI.  Questa  digni- 
tà, al  dire  del  Ciacconio,  gli  era 
stata  predetta  da  s.  Maria  Madda- 
lena de'Pazzi,  e  da  s.  Filippo  Ne- 
ri, il  quale  un  giorno  gli  disse  : 
voi  sarete  cardinale  e  Papa  ,  ma 
durerete  poco.  Dopo  l'adorazione 
fu  da  tutti  i  cardinali  accompagna- 
to alla  cella  del  cardinal  Farnese, 
essendo  la  sua  stala  svaligiata.  Ai 
IO  aprile,  giorno  di  Pasqua,  fu  co- 
ronalo nella  basilica  vaticana,  ed 
ai  17  dello  stesso  mese,  essendo 
la  domenica  in  Allns,  si  portò  in 
lettiga  aperta  a  prendere  solenne 
possesso  della     basilica    lateranense, 


LEO 

della  qual  funzione  ne  fece  la  re- 
lazione il  cerimoniere  Mucanzio,  in 
bellissimo  idioma  latino,  ed  Ales- 
sandro Macchia  in  italiano,  presso 
il  Cancellieri  nella  Storia  dt  posses- 
si :  quella  del  ]Mucanzio  si  legge 
ancora  nel  p.  Gallico,  Ada  cae- 
remon.  p.  ^01  ;  l'altra  del  Macchia 
fu  stampata  a  parte  in  Roma  nel 
i6o5  de  Guglielmo  Facciotto,  con 
questo  titolo:  Relazione  del  viaggio 
fatto  da  N.  S.  P.  Leone  XI  nel 
pigliare  il  possesso  a  s.  Già.  in 
Laterano^  con  la  descrizione  degli 
apparati,  archi,  trionfi  ed  iscrizio- 
ni fatte,  sì  dal  popolo  romano,  co- 
me dalla  nazione  fiorentina,  segui- 
to il  dì  l'j  aprile  i6o5.  Abbiamo 
inoltre,  Relazione  della  solenne  ca- 
valcala fìtta  in  Roma  il  dì  17 
aprile  160  5  per  l'andata  di  N.  S. 
Leone  XI  a  pigliare  il  possesso  in 
s.  Giovanni  in  Laterano,  con  le 
iscrizioni  ed  epitaffi  degli  archi, 
apparali,  livree ^  ed  altre  cose  oc- 
corse in  essa,  con  una  brei'e  ag- 
giunta delle  feste  fatte  in  Firenze, 
Roma  e  Firenze  i6o5.  Breve  re- 
lazione dell'apparato  e  cavalcata 
fatta  il  giorno  che  la  S.  di  JV.  S. 
Papa  Leone  XI  andò  a  pigliare 
il  possesso  a  s.  Gio.  in  Laterano 
ai  1 7  aprile,  nella  quale  si  de- 
scrive minutanieiìte  gli  archi,  iscri- 
zioni e  livree  fitte  da  diversi,  rac- 
colta da  Flavio  Gualtieri  da  To- 
lentino, e  pubblicata  da  Alessan- 
dro Zannetli  all'arco  di  Camiglia- 
no.  In  Parigi  nello  stesso  tempo  si 
pubblicarono  colle  stampe,  Lacry- 
mae  in  obitii  Cleinentis  Vili,  et 
gaudia  in  asswnptione  Leoni s  XI, 
da  Giovanni  Calvello  ;  e  Y Orazio- 
ne delle  allegrezze  per  la  creazio- 
ne di  Leone  XI,  da  Matteo  Bac- 
cellini. 

La  prima   cosa    che    fece     Leo- 
vOL.   xxxvni. 


LEO  49 

ne  XI,  si  fu  Io  sgravio  di  al- 
cuni tributi,  imposti  dal  predeces- 
sore pel  mantenimento  delle  trup- 
pe, encomiando  il  cardinal  Galli 
che  di  ciò  l'avea  pregato.  Nello 
stesso  tempo  avvertì  i  cardinali 
che  si  astenessero  dal  supplicarlo 
per  tutto  ciò  che  potesse  ledere 
la  giustizia,  o  pregiudicare  alla  sua 
leputazione,  dovendo  invece  da  lui 
attendersi  quanto  ne'  limiti  dell'e- 
quità potesse  concedersi  :  lo  stesso 
inlimò  a' suoi  famigliari.  Nel  me- 
desimo tempo,  correndo  l'opinione 
che  la  sua  esaltazione  non  fosse 
gradita  agli  spagnuoli,  supponendolo 
attaccato  ai  francesi,  Leone  XI  nel 
ricevere  al  bacio  del  piede  il  mar- 
chese di  \  illena  ambasciator^e  del 
re  di  Spagna  Filippo  III,  gli  dis- 
se :  Scrivete  al  vostro  re,  eh'  egli 
non  ebbe  mai,  ne  avrà  in  questa 
cattedra  un  amico  maggiore  di 
noi,  come  si  lesrse  nellOldoino  a 
p.  372.  Dichiarò  penitenziere  mag- 
giore il  cardinal  Cinzio  Aldobran- 
dini,  datario  il  cardinal  Arrigoni, 
e  tesoriere  generale  l'abbate  Cap- 
poni. Distribuì  a'  cardinali  poveri 
generose  somme,  ed  ai  conclavisti 
diecimila  scudi  d'oro,  i  consueti 
privilegi,  ed  i  benefizi  che  non  sor- 
passavano la  reudita  di  duecento 
scudi,  vacati  dopo  la  morte  di 
Clemente  Vili.  Aveva  il  buon 
Pontefice  quasi  cominciato  a  ren- 
dere sicure  le  belle  speranze  che 
in  lui  avevano  i  romani  concepite, 
allorché  contratta  per  la  sua  com- 
plessione delicata  ed  avanzata  età 
un'infermità  nel  prender  possesso, 
fu  poco  dopo  costretto  per  la  feb- 
bre a  porsi  in  letto.  Aggravando- 
si il  male,  e  divenendo  pericoloso, 
tulli  i  cortigiani  l'importunarono 
a  conferire  il  suo  cappello  cardi- 
nalizio  al   nipote,    giovane    di  età, 

4 


DO  LEO 

ma  ti' illibati  costami,  e  da  lui  te- 
neramente amato.  Egli  però  si  mo- 
strò in  ciò  tanto  alieno,  che  facen- 
dogli eguali  premure  il  confessore, 
lo  licenziò  perchè  negli  estremi 
momenti  gli  suggeriva  più  l'amo- 
re de' suoi  parenti,  che  quello  del- 
le cose  eterne  ;  laonde  gli  sostituì 
il  p.  Pietro  della  Madonna  della 
Pegua  carmelitano  spagnuolo,  nel- 
le mani  del  quale,  dopo  avere  ri  - 
cevuto  i  sagramenti,  rese  il  suo 
spirito  al  Creatore  a'  27  aprile 
i6o5,  quando  appena  contava  ven- 
tisei giorni  di  pontificato,  e  set- 
tanta anni  di  età.  Fu  scritto  da 
alcuni,  fra'  quali  il  cardinal  Du  Per- 
von  in  una  lettera  al  re  di  Fran- 
cia, e  il  Doglioni,  che  una  rosa 
attossicata  datagli  nella  funzione  del 
suo  possesso  gli  avesse  cagionato 
la  morte;  ma  dal  suo  cadavere 
aperto  si  conobbe  che  la  sua  mor- 
te era  stata  naturale,  come  atte- 
stano molti  storici  contemporanei 
riferiti  dal  Muratori,  Annali  d'Ita- 
lia,  ad  an.  i6o5.  Leone  XI  fu  di 
presenza  grave,  ma  grata;  di  co- 
stumi e  di  virtù  popolari  ;  liberale, 
magnifico,  affabile,  politissimo  nel 
\eslire  e  nell'  abitazione  ;  divoto 
senza  scrupoli;  di  poche  lettere, 
ma  amatore  degli  uomini  eruditi; 
grato  a  tutti  pel  candore  del  suo 
animo  ingenuo,  e  nemico  delle  fin- 
zioni sì  nelle  parole  che  nelle  o- 
pere.  Nella  sua  famiglia  domesti- 
ca ebbe  uomini  dotti  e  letterati , 
che  facendogli  onore,  in  certo  mo- 
do e  umanamente  parlando,  con- 
tribuirono alla  sua  elevazione.  Ne- 
mico delle  innovazionij  confermò 
le  provvidenze  de'suoi  predecesso- 
ri, come  il  governatore  di  Roma, 
cui  raccomandò  amministrare  la 
giustizia  senza  l'estremo  della  se- 
verità. Non  avendolo    l'esaltazione 


LEO 

invanito,  e  per  le  belle  sue  quali- 
tà, fu  generalmente  compianto. 
Venne  sepolto  nella  basilica  vati- 
cana, pronunziando  ne' suoi  fune- 
rali l'elogio  Pompeo  Ugonio.  Il 
cardinal  Roberto  Ubaldini  suo  pro- 
nipote per  sorella,  nella  stessa  ba- 
silica presso  la  cappella  del  coro 
gli  eresse  un  magnifico  monumen- 
to di  marmo,  di  cui  si  parlò  nel 
voi.  XII,  p.  299  del  Dizionario. 
Decorandolo  le  statue  della  Fortezza 
e  dell'Abbondanza,  colle  rose  e  col 
motto:  sic  fiondi,  c^ax  aggiungere- 
mo, che  nel  suo  possesso  i  fioren- 
tini in  principio  della  via  de'Ban- 
chi  avendogli  eretto  per  ordine  di 
Pietro  Strozzi  un  arco  trionfale, 
nella  sommità  vi  era  l'arma  del 
Pontefice  adornata  con  molti  frut- 
ti al  naturale,  sopra  della  quale 
era  un  mazzo  di  rose,  come  im- 
presa usata  da  lui,  col  moto  sic 
fiondi, '\tt  mezzo  delle  statue  signi- 
ficanti l'abbondanza  e  la  fama. 
Oltre  i  biografi  delle  vite  dei  Pon- 
tefici, trovasi  il  suo  elogio  nel  toni. 
Ili,  p.  320  degli  Elogi  degli  uo- 
mini illnstri  toscani.  Vacò  la  ro- 
mana  Sede  dieciolto  giorni. 

LEONE  XII,  PapaCCLXII,  chia- 
mato  prima  Annibale  della  Genga, 
nacque  nel  castello  della  Genga,  go- 
verno e  diocesi  di  Fabriano,  a'22 
agosto  17G0,  dal  conte  Ilario,  e 
dalla  contessa  Maiia  Luigia  Peri- 
berti  di  Fabriano.  Della  nobile  ed 
antica  famiglia  de'  conti  della  Gen- 
ga, signora  del  castello  di  tal  no- 
me ;  della  flimiglia  Periberti,  e 
delle  notizie  di  Annibale  dalla  na- 
scita all'assunzione  al  pontificato, 
ne  trattammo  all'  articolo  Genga 
Famiglia  [Fedi).  Laonde  solo  qui 
diremo,  che  Annibale  cavaliere  ge- 
rosolimitano, fatto  successivamente 
da  Pio  VI  cameriere   segreto  pur- 


LEO 

tecipante,    cauonico     di    s.  Pietro, 
prelato  domestico,     arcivescovo     di 
Tiro  in  partibiis,  vescovo    assistente 
al  soglio  pontifìcio,  e  nunzio  prima 
di  Colonia  al     trattato     del    Reno, 
in  progresso     fu     incaricato    di  so- 
prainteiidere  alle    missioni  dell'  In- 
ghilterra ed  a  quelle    dell'Olanda  , 
a     fungere    le    veci     del  nunzio  di 
Baviera,  oltre  frequenti    ed  impor- 
tantissime commissioni  rammentate 
al  citato  articolo.   11  successore  Pio 
VII     lo     trasferì      alla     nunziatura 
straordinaria    della    dieta  di  Ratis- 
bona,   incaricandolo    poscia  di   por- 
tarsi in   diversi    luoghi    di   Germa- 
nia, ed  a  Parigi  per  particolari  com- 
missioni,    avendo    sempre    seco     il 
conte  Tiberio    Troni  d' Imola     per 
uditore    zelante,     istruito,  pieno  di 
esperienza  ed  affettuoso  :  nel  conci- 
storo degli    8  marzo    1816  lo  creò 
cardinale  dell'ordine  dei  preti  e  ve- 
scovo di  Senigallia  ,     conferendogli 
poscia  per  titolo  la  chiesa  di  s.  Ma- 
ria in  Trastevere,  dipoi  lo  promosse 
al  vicariato  di  Roma,  con  l'arciprelu- 
va  della  patriarcale  basilica  di  s.  Ma- 
ria Maggiore.  La    robusta    sua  sa- 
lute aveva  soilerto  delle  alterazioni, 
onde  il     nobile     ed    avvenente  suo 
volto  divenne  scolorito  ed  emaciato; 
tuttavolta  la  sua  bella   e    dignitosa 
presenza,  l'alta  sua  statura,  le  soa- 
vi sue  maniere,  il    tratto  disinvolto 
ed  insieme  dignitoso,  lo  rendevano 
grave    e  venerabile  neli'  aspetto.   Il 
suo  temperamento    vigoroso,  man- 
tenuto dall'  esercizio    della     caccia, 
in  cui  fu  abile,  divenne    nel  cardi- 
nalato   cagionevole     e    debole,  per 
cui  alcun     tempo     dimorò    in   vari 
luoghi    di   Spoleto  e  di     Fabriano, 
e  risiedendo  in  Roma  fece  frequen- 
te uso    dei     bagni    di     Acquasanta 
nel  locale  di   tal  nome,    e  di   rado 
intervenne  alla    pontificie  cappelle. 


LEO  5i 

Ciò  non  gli  impediva  di  applicare 
con  indefesso  zelo  all'  esei'cizio  dei 
suoi  doveri,  massime  nella  delicata 
ed  importante  carica  di  vicario  di 
Roma.  Intanto  morì  il  magnanimo 
ed  immortale  Pio  VII  a'20  agosto 
1823,  e  dopo  celebrati  i  funerali 
novendiali  alla  di  lui  grand'anima, 
i  cardinali  entrarono  nel  conclave 
ai  2  di  settembre,  il  quale  non  al 
Vaticano,  ma  nel  palazzo  apostoli- 
co del  Quirinale  per  la  prima 
volta  ebbe  luogo  ,  ed  al  mo- 
do che  ampiamente  dicemmo  al- 
l'articolo Conclave  [Vedi).  È  da 
avvertirsi  che  alla  morte  di  Pio 
VII  il  sagro  collegio  era  composto 
di  cinquantatre  cardinali  ,  quaran- 
tanove  de'  quali  si  portarono  al 
conclave;  non  v'intervennero  i  car- 
dinali Spinucci  arcivescovo  di  Be- 
nevento, de  Beausset  arcivescovo 
di  Parigi,  Ridolfo  Ranieri  arcive- 
scovo d'Olmiitz,  e  de  Cunha  pa- 
triarca di   Lisbona. 

Gli  animi  dei  cardinali  rivolti 
a  dare  un  degno  successore  a  Pio 
VII,  erano  divisi  nelle  opinioni  sulla 
persona  da  scegliersi  a  tanta  su- 
blime dignità,  ed  in  tempi  cala- 
mitosi, dappoiché  l'Europa  non  era 
interamente  tranquilla,  ed  in  molti 
luoghi  i  nemici  dell'ordine  conti- 
nuavano le  loro  prave  macchina- 
zioni contro  la  religione  ed  i  troni. 
Gli  uni  desideravano  veder  spenta 
la  somma  autorità  esercitata  nel 
pontificato  del  defunto  dal  celebre 
e  beuemeiito  cardinal  Ercole  Con- 
salvi segretario  di  stato,  al  quale 
alcuni  rimproveravano  di  aver  te- 
nuti lontani  dal  potere  molti  car- 
dinali di  merito,  non  che  altri,  e 
non  pochi  uomini  capaci  di  gover- 
nare, e  dotti  nelle  scienze  ecclesia- 
stiche; quelli  che  lo  difendono  di- 
cono che  il  cardinal  Consalvi  ebbe 


52  LEO 

buone  ragioni  a  tenere  tale  conte- 
gno, per  riflesso  di  varie  circostan- 
ze che  a  ciò  lo  costrinsero,  e  per 
la  massima  che  dalla  più  ristretta 
circoscrizione  del  potere,  ne  deri- 
vasse ordine  e  vantaggio,  princi- 
palmenle  in  un'  epoca  che  per  le 
noie  vicende  tutto  il  governamenlo 
civile  ricevette  un  nuovo  impasto, 
e  per  l'ecclesiastico  bisognò  essere 
indulgenti,  e  convenire  in  più  con- 
cordati con  diversi  sovrani.  Non 
pochi  cardinali  favorivano  l'idea  di 
eleggere  un  Papa  prudente  e  mo- 
derato, che  continuasse  collo  stesso 
mezzo  del  cardinal  Consalvi  il  me- 
desimo sistema  di  governo  e  di 
colitica  ecclesiastica  :  tutti  i  cardi- 
nali erano  animati  da  mire  saggie, 
religiose,  zelanti  ed  onorevoli,  quan- 
tunque diverse.  11  sagro  collegio 
diviso  principalmente  in  due  par- 
titi, il  primo  composto  d'  italiani 
pose  gli  occhi  sul  cardinal  Antonio 
Gabriele  Severoli  di  Faenza,  arcive- 
scovo, vescovo  di  Viterbo  e  Tosca- 
nella,  già  nunzio  di  Vienna,  uomo  pa- 
cifico, cui  qualcuno  attribuiva  nella 
sua  profonda  religione  e  zelo  eccle- 
siastico, un  carattere  severo  :  a  que- 
sto partito  apparteneva  il  cardinale 
della  Genga,  che  lo  spirito  de'ro- 
mani  designava  per  Pontefice  nel- 
la strofetta  :  Chi  vuol  che  l'ordine 
in  tallo  venga,  preghi  che  scelgasi 
il  della  Genga.  11  secondo  compo- 
sto d'italiani  e  stranieri  era  tutto 
propenso  pel  cardinal  Francesco 
Saverio  Castiglioni  di  Cingoli,  pe- 
nitenziere maggiore,  che  con  petto 
sacerdotale  erasi  opposto  al  gover- 
no straniero,  e  distinguevasi  per 
acume  di  mente,  dottrina  ed  al- 
tre doti.  A'21  settembre  il  cardi- 
nal Albani  in  nome  dell'  Austria 
die  la  Form  ri  le  esclusione  pel  pon- 
tificalo   al    cardinal    Severoli,  per- 


LEO 

che  avendo  avuto  venlisei  voli  negli 
scrutinii  della  mattina,  temeva  che 
nella  sera  otterrebbe  il  ninnerò 
de' voti  suflìciente  per  l'elezione,  che 
allora  dovevano  essere  trentalre, 
corrispondente  al  numero  di  due 
terzi  del  sagro  collegio  non  com- 
preso il  candidato.  Il  sagio  collegio 
nella  maggior  parte  restò  malcon- 
tento per  tale  colpo,  ed  il  cardi- 
nale Castiglioni  che  i  cardinali 
stranieri  eiano  impegnati  di  esal- 
tare, in  vece  dei  dieciotto  voti 
raccolti  al  mattino,  n'ebbe  solo 
otto  allo  scrutinio  e  due  all'accesso 
della  sera.  Si  narra  che  il  cardi- 
nal Castiglioni  per  l'eminenti  sue 
qualità  avrebbe  goduto  il  favore 
anco  del  primo  partito,  se  non  si 
fosse  dichiarato  ammiratore  ed  a- 
mico  riconoscente  del  cardinale 
Consalvi. 

I  cardinali  della  parte  inclusiva 
italiana,  ossia  del  primo  partito,  a- 
vendo  consultato  il  cardinal  Seve- 
roli escluso,  su  chi  poteva  proceder- 
si all'  elezione,  e  venendo  da  es- 
so indicato  il  cardinal  della  Gengn, 
fu  accettato  d'unanime  consenso,  e 
nella  mattina  de'27  settembre  eb- 
be soli  dodici  voti,  e  tredici  Va 
sera  ;  quindi  avendone  raccolti  tren- 
taquattro con  quello  del  francese 
cardinal  Clermont,  che  apparteneva 
all'altro  partito,  nella  seguente  mat- 
tina fu  eletto  Papa  nello  scrutinio, 
nella  cappella  Paolina  del  Quirina- 
le. Inoltre  in  questo  n'ebbero  uno 
i  cardinali  Somaglia  decano.  Pacca 
sotto  decano,  e  Bertazzoli;  due  n'eb- 
bero i  cardinali  Arezzo  e  Rusconi, 
ed  otto  il  cardinal  Castiglioni  che 
nel  seguente  conclave  fu  Papa  col 
nome  di  Pio  VITI  {Fedi).  Qui 
noteremo  che  i  cardinali  che  in 
questo  conclave  ebbero  in  ogni 
scrutinio  i  voti,    furono    Somagha, 


LEO 

clie  giunse  ad  averne  dodici,  Pacca 
cJie  n'ebbe  sino  a  cinque,  Arezzo 
che  fu  onorato  sino  a  sette  suffra- 
gi, COSI  de  Gregorio;  mentre  Ca- 
valchini  ne  ricevette  sino  a  nove, 
oltre  i  cardinali  della  Genga,  Se- 
veroli  e  Castiglioni.  Tra  i  cardi- 
nali che  furono  talvolta  nominati 
con  voti,  sono  a  rammentarsi  Ca- 
selli che  n'ebbe  sino  a  cinque,  e 
Rusconi  che  ne  ricevette  anche 
otto  :  meno  il  primo  giorno  il  car- 
dinal Uertazzoli  fu  distinto  sempre 
con  voti,  i  quali  però  non  supera- 
rono tre.  Da  questa  indicazione  si 
può  prendere  un'  idea  ,  su  chi 
principalmente  il  sacro  collegio  ten- 
ne di  mira  per  la  grande  opera 
dell'elezione.  Seguita  questa  cano- 
nicamente nella  rispettabile  persona 
del  cardinale  Annibale  della  Gen- 
ga, con  quelle  formalità  che  de- 
scrivemmo all'articolo  Elezione  dei 
sonimi  Pontefici  [Fedi),  fu  inter- 
rogato se  accettava:  commosso  il 
cardinale  eletto,  non  senza  lagrime 
rammentò  ai  cardinali  la  mal  fer- 
ma sua  salute,  e  che  eleggevano 
un  cadavere.  Interrotlo  da  mol^ 
ti  cardinali  con  incoraggimenti  e 
persuasioni,  accettò  il  pontificato, 
prendendo  il  nome  di  Leone  XII, 
per  la  divozione  che  nutriva  per 
san  Leone  I  il  JMagno.  Rivolse 
quindi  cortesi  parole  al  cardinal 
Castiglioni  ,  dichiarandogli  essere 
malcontento,  che  non  si  fosse  ef- 
fettuato il  desiderio  di  Pio  VII 
che  designava  il  Castiglioni  per 
successore  col  nome  di  Pio  \1II, 
e  soggiunse,  ch'essendo  egli  pie- 
no d' infermità  presto  aviebbe  a 
lui  lasciato  il  luogo,  siccome  veri- 
fìcossi  dopo  la  sua  morte.  Per  ta- 
li riflessi  vuoisi  che  Leone  XII 
preferisse  il  nome  che  assunse  a 
quello    del    predecesiore,    il  quale 


LEO  53 

pili  comunemente  suole  prendersi 
dall'elettOj  massime  se  dal  defunto 
ha  ricevuto  la  dignità  cardinali- 
zia. Portatosi  Leone  XII  nella 
contigua  sagrestia  per  deporre  la 
croccia  e  gli  abiti  cardinalizi,  e 
prendere  coll'assistenza  dei  maestri 
delle  cerimonie  i  pontifìcii  usuali, 
fu  di  questi  rivestito  dai  suoi  fa- 
migliari, cioè  dai  suoi  conclavisti 
Vincenzo  Mariani  nobile  di  Spo- 
leto maestro  di  camera,  e  JNicola 
Mocavini  di  Eonciglione  cameriere, 
nonché  da  \  incenzo  Petrilli  di 
Piieti  servo  o  baiulo  :  diede  ad  es- 
si aiuto  anche  il  sacerdote  d. 
Paolo  Pericoli  conclavista  del  car- 
dinal Guerrieri  amico  dell'  eletto, 
cui  serviva  la  messa,  ed  al  presen- 
te cameriere  segreto  soprannumera- 
rio, e  canonico  Libeiiano,  per  be- 
neficenza del  Papa  che  regna.  Ve- 
stito coi  detti  abiti,  Leone  XII 
ritornò  nella  cappella  Paolina,  ove 
assiso  nella  sedia  papale  ricevette 
dai  quarantotto  cardinali  riuniti 
in  conclave  la  prima  adorazione 
di  obbedienza. 

Appena  il  cardinal  Somaglia  pei 
primo,  come  decano,  baciò  il  pie- 
de, la  mano,  e  ricevette  l'amples- 
so, fu  da  Leone  XU  dichiarato  se- 
gretario di  slato;  pel  secondo  fece 
l'adorazione  il  cardinal  Pacca,  che 
qual  camerlengo  di  santa  Chiesa  mi- 
se l'anello  piscatorio  al  dito  del  Pa- 
pa, il  quale  perchè  vi  fosse  inciso 
il  proprio  nome,  lo  consegnò  a 
monsignor  Giuseppe  Zucche  prefet- 
to dei  cerimonieri  pontifìcii;  quin- 
di gli  prestarono  l'adorazione  tut- 
ti gli  altri  cardinali.  Dopo  di  aver- 
la allo  stesso  Pontefice  resa  il  car- 
dinal Fabrizio  Ruffo  primo  dell'or- 
dine dei  diaconi,  questi  col  di  lui 
permesso  dalla  loggia  del  palazzo 
Quirinale  annunziò  al  popolo  la  se- 


54  LEO 

guila  eiezione  nella  pei^son»  del  car- 
dinal Annibale  della  Genga  ch'erasi 
imposto  il  nome  di  Leone  XII:  alle 
acclamazioni  del  popolo  fecero  eco 
le  artiglierie  di    Castel    s.    Angelo, 
e  tutte  le  campane  di  Roma.  Welle 
ore  pomeridiane  il    Papa   col    tre- 
no nobile,  avendo  seco  in  carrozza 
i  cardinali    Somaglia    e    Pacca,    si 
portò  nella  sagrestia  della  cappella 
Sistina  del  Vaticano,  passò  ad  essa 
vestito  degli  abiti  sagri    pontificali, 
e  dai  cardinali  ricevette    la  secon- 
da adorazione  ;  quindi  in  sedia  ge- 
statoria fu   trasportato    nella    basi- 
lica vaticana,  dove  dal  sagro  colle- 
gio gli  fu  resa    la    terza  ,    dopo  la 
quale  per  la   prima  volta    dall'al- 
tare   papale    Leone    XII    compartì 
air  immenso  popolo  l'apostolica  be- 
nedizione. Il  Papa  avea  allora  ses- 
santatre anni,  e  dichiarò  di   essere 
nato  alla  Genga  feudo  di  sua  casa, 
rea  si  chiamò  spolelinoje  ritenne  le 
prefetture  delle  congregazioni  della 
sacra  inquisizione,  della  visita  ape- 
stolica,  e  della   concistoriale,  secon- 
do il  costume  de'  suoi    predecesso- 
ri.  A'  5  ottobre  ebbe   luogo    nella 
basilica  medesima    la    solenne    sua 
coronazione,  preceduta    dalla    ceri- 
monia del  bruciamento  della  stop- 
pa, e  della   celebrazione  della  mes- 
sa pontificale;  il  cardinal  Ruffo  pri- 
llo   diacono    impose    sul    capo    di 
Leone  XII  il    triregno    nella    gran 
loggia    di    quel    sontuoso    tempio, 
dalla  quale    il    Pontefice    diede    la 
papale  benedizione  con  indulgenza 
plenaria.  Questo  giorno  Leone  XII 
lo   segnalò  col  rinnovare  il   pio  co- 
stume introdotto  da  s.   Gregorio  I 
il  Magno,  e  seguito  da  altri  Pon- 
tefici, di  alimentare   dodici    poveri 
nel  palazzo  apostolico  ogni  giorno, 
che  di  fri  quente  egli  serviva  a  men- 
sa colle  proprie  sue  mani.  Questo 


LEO 

costume  Leone  XII  osservò  in  tutto 
il    suo    pontificato    con    altrettanti 
convalescenti  degli  ospedali,  e  nel- 
r  anno  santo  con  dodici  pellegrini, 
presi,  cornei  precedenti,    dall' arci- 
confraternita  della  ss.    Trinità    dei 
pellegrini.    Più    tardi    l' arciconfra- 
ternita  ne  mandò  sei  soltanto,  e  gli 
altri  sei  li  mandarono    i    parrochi 
di  Roma  alternativamente  ;  in  man- 
canza degli  uni  o  degli  altri  si  pren- 
devano   i    poveri    delle     pubbliche 
strade.   Oltre  i  dodici  individui  era 
commensale  un    sacerdote    stabile , 
mentre  altro  leggeva.  Dopo  il  pran- 
zo ricevevano  una  medaglia  di  ot- 
tone benedetta,  e  di  argento  quan- 
do li  assisteva  il  Papa,  giacché  le 
altre  volte  prestava    assistenza  alla 
mensa  il  prelato  elemosiniere,  ch'è 
sempre  arcivescovo  in  partibus.  Nel 
giorno    precedente,  nel     cortile    di 
Belvedere,   Leone    XII  fece    distri- 
buire   un    paolo    ad    ogni     povero 
che  vi  accorse;  fece  rilasciare  tutti 
i  pegni  ch'erano  al  monte  di  pie- 
tà dal  primo  gennaio  sino  ai  sette 
paoli  ;  distribuì  cento  doti  di  scudi 
trenta  l'una  ad    altrettante    zitelle, 
ed  alle  concorrenti  che  non  erano 
uscite  al  bussolo  fece  somministra- 
l'e  cinque  scudi  per  cadauna;  inol- 
tre volle  che   si    dispensassero    co- 
piosi biglietti  per  pane  e  carne  alla 
classe  indigente,    e  diminuì    alcuni 
dazi.  Emanò  poscia    diverse    prov- 
videnze,   che    dimostrando   la    sua 
giustizia ,    fermezza    e  sollecitudine 
paterna,  riempirono  i  popoli   delle 
pili  liete  speranze. 

Leone  XII  conferì  al  cardinal 
Severoli  la  carica  di  pro-datario,  e 
confermò  in  quella  di  pro-segre- 
tario de'  memoriali  il  cardinal  Gal- 
leflì:  per  camerieri  segreti  parteci- 
panti dichiarò  i  monsignori  Gio- 
vanni Soglia    ora   cardi uale,    Carlo 


LEO 

Cazzoli,  Vincenzo  Martanl  già  suo 
conclavista,  e  Luigi  Frezza  poi  car- 
dinale: il  primo  colla  qualifica  di 
coppiere,  il  secondo  di  segretario 
d'ambasciata,  il  terzo  con  quella  di 
guardaroba .  Nominò  primo  aiu- 
tante di  camera,  Nicola  Mocavini 
già  suo  cameriere  conclavista,  con- 
fermando per  secondo,  giusta  il  co- 
stume, Giuseppe  Moiraghi,  già  pri- 
mo di  Pio  VII.  Il  suo  caudatario 
d.  Luigi  Fausti  lo  confermò  nel- 
l'ufliziOj  facendolo  cappellano  segre- 
to, e  tale  dichiarò  pure  d.  Vin- 
cenzo Conti  già  suo  segretario  :  il 
novero  degli  altri  famigliari  di  Leo- 
ne XII  si  legge  nelle  annuali 
JSoiizie  di  Roma  del  i824-  Con- 
cesse i  solili  diecimila  scudi  d' oro 
ai  conclavisti,  coi  consueti  privile- 
gi, ed  ai  conclavisti  ecclesiastici 
l'annua  pensione  di  scudi  quaran- 
ta. A'  l'è  ottobre  si  recò  d'improv- 
viso all'ospizio  apostolico  di  s.  Mi- 
chele a  Ripa,  come  poi  fece  in  molti 
pubblici  stabilimenti,,  per  renderne 
il  servigio  più  attivo  e  vigilante  : 
volle  vedere  ogni  parte  di  quel 
grandioso  ospizio,  non  eccettuate  le 
cucine  e  le  dispense,  e  prese  i  più 
minuti  ragguagli  sull'andamento  di 
esso  ospizio.  Nel  primo  concistoro 
de'  27  novembre  ringraziò  il  sagro 
collegio  di  sua  esaltazione.  Pochi 
giorni  dopo  la  coronazione  di  Leo- 
ne XII,  giunse  in  Pioma  la  notizia 
che  le  armi  francesi  comandate  dal 
delfino  Luigi  duca  d' Angouleme 
avevano  represso  i  ribelli  spagnuo- 
li,  riportate  diverse  vittorie,  e  li- 
beralo Ferdinando  VII  re  di  Spa- 
gna: il  Papa  sebbene  non  avesse 
preso  ancora  possesso  della  basilica 
lateranense,  si  recò  in  quel  tempio 
a  rendere  grazie  a  Dio,  insieme  al 
sagro  collegio,  essendo  tali  trionfi 
utili  alla  religione,  accompagnato  iu 


LEO  5^ 

carrozza  dai  cardinali  Bardaxy  spa- 
gnuolo,  e  Clermont-Tonnerre  fran- 
cese ;  intuonò  il  Te  Deum,  e  col 
ss.  Sagramento  die  la  benedizione. 
Nelle  chiese  di  s.  Luigi  de' france- 
si, ed  in  quelle  di  s.  Giacomo  e  di 
s.  Maria  di  Mon  serra  lo  si  fecero 
altri  rendimenti  di  grazie  a  Dio, 
ed  alla  prima  v'intervenne  il  Pa- 
pa, mentre  il  ministro  di  Spagna 
iu  Roma  cav.  Vargas  celebrò  il 
lieto  avvenimento  con  splendide  fe- 
ste, e  dispensa  di  generose  limo- 
sine. 

Le  prime  cure  di  Leone  XII 
furono  dirette  all'  estirpazione  dei 
malviventi  nelle  provincie  di  Ma- 
rittima e  Campagna,  che  descrivem- 
mo all'articolo  Frosinone  (  Fedi)j 
e  per  le  disposizioni  prese  sugli 
israeliti,  massime  di  Roma,  ne  trat- 
tammo all'articolo  Ebrei  [Vedi).  11 
cardinal  Antonio  Pallotta  favorito 
dal  cardinal  Severoli,  fu  nominato 
per  la  sua  energia  e  zelo,  legato  a, 
lalcre  contro  la  malvivenza,  come 
governatore  delle  provincie  di  Ma- 
rittima e  Campagna;  disgraziata- 
mente le  misure  prese  furono  disap- 
provale, ed  i  cardinali  Pacca  e  de 
Gregorio  s'interposero  per  la  sua 
rinunzia.  Nei  primordi  del  pontifi- 
cato istituì  la  congregazione  di  sta- 
to composta  di  cardinali  dei  loro 
tre  ordini,  ma  non  ebbe  lunga  du- 
rata; dappoi  fece  vicario  di  Roma 
il  cardinal  d.  Placido  Zurla.  In- 
tanto il  Papa  cadde  gravemente 
infermo,  si  tenne  per  certa  la  sua 
morte ,  e  nella  vigilia  di  Natale 
prese  dalle  mani  del  cardinal  Gal- 
leffi  il  ss.  Viatico;  la  sua  guari- 
gione prodigiosa  si  attribuisce  in- 
teramente alle  orazioni  del  ven. 
Vincenzo  Maria  Strambi,  già  ve- 
scovo di  Macerata  e  Tolentino , 
della  congregazione    de'  passionisi), 


56  LEO 

che  siccome  antico  e  tenero  amico 
del  Pontefice,  questi  avea  chiama- 
to in  Roma,  e  data  abitazione 
presso  di  lui  nello  stesso  palazzo 
Quirinale,  ov'era  restato  dopo  la 
sua  elezione.  Il  servo  di  Dio  offrì 
Ja  sua  persona  e  vita  al  Signore, 
invece  di  quella  del  capo  della 
Chiesa,  fu  esaudito  prontamente,  e 
dopo  otto  giorni  morì,  come  am- 
piamente è  dimostrato  nel  cap.  XII 
della  Fila  del  ven.  servo  di  Dio 
monsignor  Fince.nzo  Mafia  Stram- 
bi, del  p.  Ignazio  del  Costato  di 
Gesù,  lloma  i844-  '^  Papa  gli  die- 
de in  successore  al  vescovato  il 
conte  Francesco  Teloni  di  Treia, 
già  suo  vicario  generale  in  quello 
di  Senigallia. 

Appena  Leone  XII  migliorò,  si 
accinse  con  tutto  l'impegno  e  mi- 
rabile attività  alle  cure  del  mondo 
cattolico;  ed  a  chi  talvolta  il  con- 
sigliava di  pi  endere  qualche  sollie- 
vo e  riposo,  soleva  rispondere,  che 
la  vita  è  breve,  e  che  conviene 
usar  bene  il  tempo  e  profittarne. 
In  seguito  per  le  istanze  del  re  di 
Francia  nominò  amministratore  del- 
la diocesi  di  Lione,  che  il  cardi- 
nal Fesch  non  volle  rinunziare, 
monsignor  Giovanni  de  Pins  ve- 
scovo di  Limoges.  Quindi  volle  ve- 
dere il  cardinal  Consalvi  che  al- 
lontanato dagli  affari,  con  la  cari- 
ca di  segretario  de"  brevi,  stava  in 
Porto  d'Anzo  per  curare  la  logo- 
rata sua  salute  :  egli  prontamente 
si  portò  dal  Pontefice  die  tratle- 
nendolo  un'ora,  lo  consultò  su  molti 
e  gravi  affari,  sì  politici  che  reli- 
giosi. Leone  XII  si  trovò  soddisfat- 
tissimo delle  risposte  di  quel  gran- 
d'uomo,  gli  offrì  la  carica  di  pre- 
fetto della  congregazione  di  propa- 
ganda y/f/cj  dichiarandosi  lieto  per 
l'accettazione;  giunse  pure  a  dirgli 


LEO 

che  Pio  VII  era  stato  mille  volte  feli- 
ce di  possedere  un  sì  grande  mi- 
nistro, ma  che  la  medesima  buona 
sorte  non  poteva  essere  a  lui  co- 
mune, e  che  avrebbero  in  seguito 
lavorato  spesso  insieme.  Dal  canto 
suo  il  cardinal  Consalvi  fu  conten- 
tissimo dell'accoglienza  e  delle  con- 
fidenze del  Pontefice,  il  quale  nulla 
disse  sulle  mortificazioni  da  lui  ri- 
cevute allorché  il  predecessore  l'in- 
viò a  Parigi,  mentre  il  cardinale 
già  vi  si  trovava  accreditato  pres- 
so tutti  i  sovrani  ivi  allora  riuni- 
ti. Il  colloquio  fu  della  piii  alta 
importanza  per  le  interrogazioni  che 
Leone  XII  fece  al  cardinale,  su 
molti  rilevanti  argomenti,  e  per  le 
franche  e  sapienti  risposte  del  car- 
dinale. Si  narra  che  il  cardinale 
avvertisse  dover  la  segreteria  di  sta- 
to scrivere  poco  e  bene;  procurare 
l'aumento  dell'  intima  amicizia  del 
re  di  Francia,  che  tante  prove  avea 
già  date  al  Papa  di  affezione,  par- 
ticolarmente a  vantaggio  de'  catto- 
lici d'oriente;  parlò  sull'ospitalità 
da  darsi  alla  fannglia  Bonaparte, 
per  la  quale  le  corti  Borboniche 
erano  contrarie,  altre  favorevoli  per 
le  parentele;  della  celebrazione  del 
giubileo  universale;  sui  vescovati 
dell'America  meridionale,  concilian- 
do i  doveri  del  pontificato  con  l'a- 
micizia personale  che  il  re  di  Spa- 
gna aveva  per  lui  ;  usare  sulla  Rus- 
sia una  perenne  vigilanza  per  le 
idee  di  riunione  de'  greci  e  de' la- 
tini, mentre  il  ravvicinamento  della 
Chiesa  greca  alla  latina  tornerebbe 
utilissimo  alla  Russia,  e  compireb- 
be l'incivilimento  di  quel  vasto 
impero;  sperare  che  l'emancipa- 
zione de'  cattolici  nell'  Inghilterra, 
per  la  quale  tanto  avea  faticato  in 
Londra,  si  effettuerebbe  nel  di  lui 
pontificato  ;  fece  elogio   degl'  impig- 


LEO 

gati  delle  materie  ecclesiastiche  di 
Roma,  ed  invocò  la  di  lui  genero- 
sità a  prò  loro.  IMa  la  gioia  pro- 
vata dal  cardinal  Consalvi  per  si 
solenne  benevola  dimostrazione  di 
un  Papa  che  doveva  riguardare 
alieno  da  lui,  gli  cagionò  un  rad- 
doppiamento di  febbre,  e  portò  agli 
estremi  la  preziosa  di  lui  vita:  in 
questo  penoso  stalo  avvisato  dal 
cav.  Italinski  ministro  di  Russia 
presso  la  santa  Sede,  che  l' impe- 
ratore Alessandro  I  avea  l' inten- 
zione di  visitare  Roma,  il  cardinal 
pregò  il  ministro  ad  annunziar  su- 
bito la  notizia  al  Papa.  Questi  pe- 
rò mentr'era  convalescente  e  de- 
bole, fu  estremamente  addolorato 
dal  sapere  in  pari  tempo  essere  il 
cardinale  agli  estremi  della  vita , 
come  ancora  la  propria  sorella  Cate- 
rina IMongalli  da  lui  dichiarata  prin- 
cipessa e  teneramente  amata.  11  car- 
dinal Consalvi  morì  a'  24.  gennaio 
1024,  e  fu  onorato  dalle  lagrime 
di  Leone  XII,  da  quelle  dell"  im- 
menso numero  de'  suoi  ammirato- 
ri, dal  silenzio  de'  suoi  nemici,  e 
dal  dispiacere  dell'intera  Roma.  /^. 
CossALVi  Ercole,  Cardinale.  11  car- 
dinal Albani  fu  nominato  alla  sua 
carica  di  segretario  de'  brevi  pon- 
tificii. Le  guardie  nobili  i^Vedi)^ 
ebbero  nuova  organizzazione  bene^ 
fica    e  regolare. 

Il  Concordato  Ira  Pio  VII  e 
Giorgio  re  d'Annover  [Vedi),  ven- 
ne stipulato  a'  6  marzo  1824  da 
Leone  XII  col  barone  di  Reden  , 
per  l'ordinamento  cattolico  del  re- 
gno d'Annover.  A'  i3  di  detto 
mese  morì  in  Roma  Maria  Luigia 
già  regina  d'Etruria,  infanta  di  Spa- 
gna, duchessa  di  Lucca,  compianta 
per  le  sue  virtù  a  tutti  note  in 
R.oraa  per  la  lunga  residenza  fat- 
tavi, ed  il  Papa  pose  a  disposizio? 


LEO  5j 

ne  la  chiesa  de' ss.  Apostoli  pei  so- 
lenni funerali.  In  questo  tempo  vi- 
sitarono la  capitale  del  cristianesi- 
mo quattro  piincipi  reali,  cioè  i 
figli  dei  re  di  Svezia,  di  Prussia, 
di  Baviera  e  de'  Paesi-Bassi,  tre  dei 
quali  oggi  sono  altrettanti  re.  A'3 
maggio  1824  Leone  XII  pubblicò 
la  consueta  enciclica,  che  sogliono 
mandare  a  tutto  il  coipo  episco- 
pale 1  romani  Pontefici  dopo  la 
loro  assunzione  al  pontificato.  Nel 
medesimo  giorno  tenne  il  Papa  con- 
cistoro de'  vescovi,  e  fece  in  esso 
la  sua  prima  promozione  di  car- 
dinali, cioè  Gio.  Ballista  Bussi  ro- 
mano uditore  della  camera,  e  Bo- 
naventura Gazola  di  Piacenza,  mi- 
nor riformato,  vescovo  di  Monte- 
fiascone  e  Corneto;  indi  a'  17  del- 
lo stesso  mese  restituì  all'  inclita 
compagnia  di  Gesù  il  Collegio  ro- 
mano [P'edi),  ed  istituendo  il  Col^ 
Icgio  de'  Nobili  (Vedi)^  ne  aflldò 
la  cura  ai  medesimi  gesuiti.  Già 
Leone  XII  avendo  ripreso  le  sue 
forze  fisiche,  il  suo  zelo  instancabile 
non  conosceva  più  né  limiti,  né 
requie  ad  utilità  della  Chiesa  uni- 
versale e  dello  stato  pontificio,  mi- 
gliorandone l'amministrazione  eoa 
riforme  concepite  con  rettissime  in- 
tenzioni. R.Ì formò  le  spese  del  pa- 
lazzo apostolico,  ed  aumentò  gli  o- 
norari  di  alcuni  della  Famiglia 
pontificia,  al  modo  che  dicemmo 
in  quell'articolo;  e  con  eroica  gè-» 
nerosità  limitò  i  pi'oventi  devoluti 
al  mantenimento  di  sua  sacra  per- 
sona. A'  27  maggio  pubblicò  la 
bolla  per  celebrare  V Anno  santo 
XX  [Vedi),  dopo  aver  superato  gli 
ostacoli,  e  provveduto  alle  cose,  se- 
condo i  tempi  ;  questa  pubblicazio- 
ne riempì  il  cristianesimo  di  reli- 
giosa consolazione,  ed  i  romani  di 
divoto  entusiasmo.  Ai  3i  poi  dello 


58  LEO 

slesso  mese  Leone  XII  emanò  una 
bolla,  diretta  al  clero  e  popolo  ro- 
mano, con  la  quale  pubblicò  la  vi- 
sita  apostolica  di   tulle  le  chiese  e 
luoghi   pii   di   Roma,  e  ch'egli  stes- 
so avrebbe  aperto  nella  basilica  la- 
terauense  il  giorno  del  suo  posses- 
so, dichiarandosene  prefetto,  e  no- 
minandone   presidente    il    cardinal 
Zurla  vicario   di  Roma.    Inoltre  il 
Papa  invitò  i  patroni    delle   chiese 
e  luoghi   pii   a    restaurarli    ed    ab- 
bellirli, e  con  diverse  chiese  e  luo- 
ghi   pii    fu    egli  che    concorse  alle 
spese,  massime  con  l'antica  sua  chie- 
bd  arcipretale   della    basilica    Libe- 
riana,   per    gl'importanti    restauri 
che  vi  eseguì,  e  pel  magnifico  fon- 
ie battesimale  che  vi  eresse,  e  poi 
benedì,    come   abbiamo    detto    nel 
\ol,  XII,    p.    126    del    Dizionario. 
in  quanto  alle  beneficenze  pratica- 
te da  Leone  XII  con  altre  chiese, 
solo  ci  limiteremo  dire  quanto  fece 
alla  patriarcale    basilica   lateranen- 
se.  Fece  restaurare  tutti  i  mosaici, 
tanto  del  batlistcrio  di  s.  Giovan- 
ni   in    Fonte,    quanto    quelli  della 
basilica.  Fece  un  parato    sacro    in 
quai  lo,    paonazzo,  di   lama    d' oro. 
Diede  i  cristalli  per  le  finestre ,  e 
scudi  seimila  pei  restauri  del  tem- 
pio, per    cui    in    tutto   spese   circa 
■ventiquattromila  scudi.  Dipoi  Leone 
XII  ollenne  da  Carlo  X  re  ili  Fran- 
cia a  favore  del  capitolo  lateranen- 
se  l'annua  pensione  di   ventiquattro 
mila    franchi ,    in    compenso    della 
perduta   abbazia  di    Clairac;    però 
dopo  la  rivoluzione  di  Francia  del 
i83o    il    capitolo    non  ne  ha    più 
fruito.  Per  la  quiete  di    Romagna, 
il  Pontefice  nominò  legalo  di  Ra- 
venna   il    cardinal    Agostino    Riva- 
lula,  personaggio    fornito    di    emi- 
nenti qualità.  Finalmente  a'  i3  giu- 
gno prese  il  solenne  possesso  delia 


LEO 

basilica  lateranense:  di  questa  fun- 
zione ne  trattai  al  voi.  VIII,  p.  i  7  i 
e  seg.  del  Dizionario.  Qui  dirò 
delle  cose  principali  di  quella  di 
Leone  XII,  che  desumerò  da  una 
dettagliata  descrizione  che  a  quel- 
1  epoca  feci,  avendo  onorata  la  fun- 
zione di  sua  presenza  il  corpo  di- 
plomatico, il  duca  Carlo  Augusto 
di  BrunsAvick,  oltre  molti  ragguar- 
devoli  personaggi. 

Avendo  Leone  XII  stabilito  re- 
carsi a  prendere  possesso  della  pa- 
triarcale basilica  lateranense  nelle 
ore  pomeridiane  de!  giorno  in  cui 
correva  la  festa  della  ss.  Trinità, 
ad  esempio  dei  suoi  predecessori 
emanò  diverse  beneficenze  in  pre- 
cedenza. Fece  pertanto  distribuire 
dall'  elemosineria  apostolica  copio- 
sissima quantità  di  pane  ai  pove- 
ri ;  dalla  tesoreria  cento  doti  di 
scudi  trenta  1'  una  a  zitelle ,  che 
avessero  il  partito  pronto  per  ma- 
li tarsi,  e  fossero  prive  di  altre  do- 
ti ;  dal  vicariato  cento  sussidii  o- 
gnuno  di  scudi  dieci  per  ecclesia- 
stici poveri,  per  l'acquisto  di  libri 
sacri  ;  dal  monte  di  pietà  la  resti- 
tuzione degli  oggetti  impegnati  non 
eccedenli  i  paoli  cinque;  condonò 
tutte  le  multe  di  bollo  e  registro, 
e  le  incorse  per  successioni,  ben- 
ché eccedenti  in  complesso  scudi 
centomila;  altrettanto  ordinò  per 
altre  multe  di  qualunque  ramo  e 
valore,  riguardanti  il  pontifìcio  era- 
rio, ti  anne  le  tasse  dovutegli  ec.  ; 
lilialmente  condonò  l' intero  debito 
che  avevano  col  medesimo  erario 
le  comunità  delle  delegazioni  apo- 
stoliche di  Ancona,  Macerata,  Fer- 
mo, Ascoli,  Camerino,  Pesaro  e  Ur- 
bino, per  la  non  completa  leva  dei 
sali  dal  gennaio  182 1  a  tutto  di- 
cembre 1823  in  cui  fu  tolta,  ec. 
Il  Papa  amando  la    residenza    del 


LEO 

Valicano,  vi  si    portò    ad    abitarlo 
a'  7  maggio  ;  ciò  ebbe  per  quell'iin- 
nienso  palazzo  ed  annessi  magnidoi 
stabilimenti   felici  conseguenze,  per- 
chè vi  si  ristabib  la  residenza  pon- 
tificia, vi  restò    Leone    XII    finché 
visse,  e  poscia  ne  imitò  l'  esempio 
il  regnante  Gregorio  XVI,  somma- 
mente benemerito  del  palazzo,  degli 
stabilimenti  e  di   quelli    accresciuti 
e  per  fama   notissimi.   In  quanto  ai 
grandi  vantaggi  che  ne  derivarono 
da  questa  ripristinata  residenza  nel 
Vaticano,  ed  ai  suoi  sontuosi   con- 
tigui slal)ili(nenli  per   grandiosi  ri- 
slauri   ed   abbellimenti,   ne  parlere- 
mo all'articolo  Palazzo  apostolico 
vaticano;   mentre  di  quelli  che  ne 
provennero  al  Borgo  e  Città   Leo- 
nina, lo  dicemmo  a  quegli  articoli. 
Il  possesso  dunque  di    Leone    XII 
fu    preso    da   lui   in  questo    modo. 
Allo    sparo  del  cannone,   e  ad  ore 
vent'una  di   detto  giorno,  uscì  dal 
palazzo  Quirinale  il   treno,  giacché 
ivi  dopo  la  cappella  erasi    portato 
il  Papa  dal  Vaticano.  Precedevano 
i   pontificii  dragoni  ed  i  carabinie- 
ri pontificii,  e  seguivano  pine  a  ca- 
vallo ,  il  battistrada,   il  soprainlen- 
deute  delle  scuderie  papali  col  mae- 
stro delle  medesime,  le  guardie  no- 
bili, i  camerieri   di  onore  del   Pa- 
pa, sì  di     spada    e    cappa    che    in 
ubito   paonazzo ,    il    capitano  della 
guardia  svizzera,    monsignor    Ber- 
iietti   governatore  di  Roma    avanti 
la  croce  pontifìcia  sostenuta  da  mon- 
signor crocifero  pure  a  cavallo.  In- 
di procedeva   la  carrozza  nobile  col 
Pontefice,    e  i    cardinali    Somaglia 
e  Pacca,  col  seguito  delle    guardie 
nubili,  carabinieri,  dragoni,  carroz- 
ze palatine    e  cardinalizie.    Il  tre- 
no in  mezzo  a  folto  ed   acclaman- 
te   popolo    percorse     le     vie    che 
dal  palazzo  conduce   a   santa  Ma- 


LEO  5:.) 

ria  INIaggiore,  ed  alla  piazza  Latc- 
lanense. 

In    questa    Leone  XII    ricevette 
dal   principe  d.   Paluzzo  Altieri  se- 
nature   di   Pioma    furmalmente  l' o- 
maggio  delle  proteste  di  fcdeltà   ed 
obbedienza     del     senato    e    popolo 
romano.   Alla  porta  principale  della 
basilica   smontò  il   Papa  dalla  car- 
rozza, e  fu  ricevuto  da  quel  clero, 
alla   testa  del  quale  si  pose  il  car- 
dinal delia  Somaglia  suo  arciprete, 
quindi  ebbero  luogo  tutte  le    con- 
suete cerimonie    sagre.    Le    parole 
del  senatore,  la  risposta    del  Pon- 
tefice, l'orazione    del    cardinal    So- 
maglia, le  quattro    iscrizioni    com- 
])Oste  da  Francesco    Cancellieri ,   e 
collocate  in  vari  luoghi  della    ba- 
silica, si  leggono    nel    immero    48 
del   Diario  di  Roma.  Mentre  il  Pa- 
pa era  nella  cappella  del    ss.  Cro- 
cefisso a  venerare,    coi  cardinali  e 
gli  altri  che  hanno  luogo  nelle  cap- 
pelle pontificie,  la  ss.  Eucaristia  de- 
corosamente esposta  ;  e  terminatosi 
dai    cappellani    cantori    l' inno    Te 
Deiim  j    il     cardinal     arciprete    nel 
lato    dell'epistola    cantò    i    versetti 
e  l'orazione.   Deus  omnium   vìsila- 
tor,  relativi  all'apertura  della  sagra 
visita,  intimata  come   dicemmo  da 
Leone  XII    per  detto  giorno.    Do- 
po aver  dato  il  Papa  termine   alla 
funzione  colla  sulenne    benedizione 
che  comparti  dalla  gran  loggia  la- 
teranense  al   foltissimo    popolo  che 
lo  acclamava ,    in    sedia    gestatoria 
ili  trasportato  nella  camera  de'  pa- 
lamenti   o   sagrestia   della    basilica, 
dove  commise  al  cardinal  Zurla  vi- 
cario di  Roma  e    presidente    della 
sacra  visita  apostolica,  il  prosegui- 
mento degli  atti  dell'  apertura  della 
medesima,   il  quale  il  cardinale  ese- 
guì nella  mattina  seguente.    Quindi 
Leone  XU  parli  dalla  basilica,  pas- 


Go  LEO 

sì)  tra  gli  evviva  di  gioia  dei  ro- 
mani al  Quirinale,  donde  fece  ri- 
torno al  palazzo  vaticano.  La  me- 
daglia coniata  pel  possesso,  e  di- 
stribuita dal  Ponlefìce  sedente  ia 
trono  ai  cardinali  nella  tribuna  la- 
teranense,  facendo  tal  distribuzio- 
ne le  veci  dell'antico  presbiterio,  fu 
incisa  da  G.  Cerbara.  Da  uu  lato 
rappresentò  il  Papa  in  mozzetla  e 
sloia,  con  l'epigrafe  in  giro:  leo  xii 
PONT.  MAX.  Ali.  I.  Nel  rovescio  il  cali- 
ce, il  triregno,  le  chiavi,  in  significa- 
to tiella  creazione,  coronazione  e  pos- 
.vesso  pontificio,  insegne  iliuniinatedai 
raggi  dell'occhio  Iriiingolare,  simbolo 
dell'eterna  Sapienza,  che  sovrastava 
tali  emblemi.  Inoltre  eravi  questa  i- 
scrizione  :  EtECT.    coROiv.  poss.  xxviii. 

V.     XIII.     SErX.     OCT.      JUN.      MDCCCXXIII. 

MDCccxxiv,  corrispondenti  alle  tre 
«poche  nominale.  Esistendo  nel  lo- 
cale degli  antichi  e  pubblici  gra- 
nari a  Termini,  un  deposito  di 
mendicanti  postovi  da  Pio  Vii  per 
liberare  Roma  dagli  oziosi  accat- 
toni, Leone  XII  pensò  farne  una 
casa  d'industria  per  dare  lavoro 
ai  poveri;  a  tale  eifetto  ne  visitò 
il  locale,  e  con  un  njoto- proprio 
stabili  le  cose  per  regolare  lo  sta- 
l)ilimento,  <;he  poi  prese  forme  più 
stabili ,  ed  ora  è  ia  pia  casa  od 
ospizio  di  s.  Maria  degli  Angeli. 
Con  piacere  ricordò  poi  la  memo- 
rata visita,  e  l'emanato  moto-pro- 
jtrio,  dimostinndo  quanta  parte  a- 
xeano  i  poveri  nel  suo  cuore  ;  anzi 
l)er  conoscerne  i  loro  veri  bisogni, 
e  [irovvcdcie  ponderatamente  senza 
disordine  al  grave  argomento,  cre- 
deva indis[)ensabile  di  ripristinare  in 
i'ionia  le  auliche  maestranze,  ossia- 
no  Unwersiià  arlistiche  [Vedi).  Pru- 
denti e  vantaggiose  istituzioni  ch'e- 
gli avea  veduto  anche  in  Germa- 
nia   giustamente    riguardarsi   come 


LEO 

l'occhio  ed  il  braccio  del  governo, 
per  condurre  e  mantenere  i  popo- 
li nell'abitudine  dell'  industria  mo- 
rale della  religione. 

Leone  XII  portò  quindi  la  sua 
vigilanza  persino  alla  celebrazione 
delle  pontificie  funzioni,  accrescen- 
done il  decoro  in  diversi  modi,  e 
col  contegno  esemplare  ch'esigeva 
da  lutti  quelli  che  vi  avevano  luo- 
go, che  sorvegliava  col  suo  occhio 
linceo  :  nella  cappella  Sistina  del 
Vaticano  fece  fare  una  muta  di 
candellieri  con  sua  croce,  di  me- 
tallo inargentalo,  ed  ai  penitenzie- 
ri vaticani ,  che  intervengono  ai 
pontificali  ed  altre  principali  l'un- 
zioni che  celebra  il  Pontefice,  do- 
nò a  cadauno  tre  pianete  di  da- 
masco con  trine  d'oro,  una  bian- 
ca, l'altra  rossa,  la  terza  paonazza. 
IN'el  giovedì  e  venerdì  santo  rijiri- 
stinò  i  pranzi  dei  cardinali.  In  que- 
sto tempo  il  re  delle  due  Sicilie 
Ferdinando  I  inviò  a  Roma  il  p. 
Porta  da  Cuneo  cappuccino ,  ve- 
scovo di  Termopoli  iti  parlibus  e 
suo  confessore,  per  determinare  il 
governo  pontificio  a  desistere  sulla 
questione  dell'antico  tributo  della 
Cìiinea  [Fedi),  e  relativa  solenne 
protesta  che  il  Papa  faceva  nel 
giorno  della  festa  di  s.  Pietro,  co- 
me tuttora  prosiegue.  Ed  il  Ponte- 
fice credette  bene  spedire  a  Napoli 
il  p.  Lodovico  Micara  da  Fiascati, 
cappuccino  e  predicatore  apostoli- 
co, suo  aulico  amico,  per  chiedere 
al  re  spiegazioni  piri  estese.  In  di- 
versi tempi  Leone  XII  spedì  per 
importanti  affari  in  Baviera,  Vien- 
na e  Milano  il  conte  Tiberio  Tro- 
ni già  suo  uditore  in  tutto  il  lun- 
go tempo  che  amministrò  gli  affari 
ecclesiastici  di  gran  parte  della 
Germania,  ed  in  segno  di  ulìetto 
e  di   verace    stima    \o    decorò    dei 


LEO 

nobilissimo  ordine  di  Cristo,  dichia- 
randolo di  esso  cavaliere.  Leone 
XII  incaricò  il  medesimo  conte 
Troni  dell'acquisto  da  Ini  fatto  in 
Venezia,  della  sceltissima  raccolta 
contenente  le  più  squisite  edizioni 
delle  opere  risguardanti  le  belle 
arti,  già  di  proprietà  del  conte  Ci- 
cognara,  raccolta  che  il  Papa  riunì 
alla  biblioteca   vaticana. 

In  quest'  epoca  l'abbate  La  Men- 
nais  fu  presentato  a  Leone  XII,  ed 
al  cardinal  Somaglia,  il  quale  di- 
mostrò qualche  propensione  per  lui, 
a  cagione  de'  suoi  talenti  e  fama 
eli'  erasi  procacciata,  sebbene  i  teo- 
logi romani  sino  d'allora  facevano 
gravi  rimarchi  alle  sue  opinioni  e 
dottrine  :  breve  fu  la  sua  dimora 
nell'alma  città.  Frattanto  lo  zelo 
del  Papa  per  l'amministrazione  del- 
la giustizia,  la  sua  salutare  severità,  e 
la  vigilanza  che  portava  su  di  tutto, 
sempre  più  gli  procacciò  l'amore 
del  popolo  ;  visitò  di  persona  ed 
all'improvviso  anche  le  prigioni, 
per  osservare  il  loro  trattamento  e 
fargli  sperimentare  tratti  di  clemen- 
za, massime  pei  detenuti  per  de- 
biti che  pagandoli  li  liberò;  pre- 
miò il  diligente  servizio,  minac- 
ciando i  trascurati  :  quindi  punì 
l'appaltatore  delle  milizie,  con  la 
multa  di  mille  quattrocento  novan- 
tasei scudi,  pel  cattivo  pane  che 
somministrava  loro,  e  che  un  sol- 
dato avea  dato  allo  stesso  Papa, 
che  perciò  fu  da  lui  ricompensato, 
e  la  multa  venne  divisa  tra  i  dan- 
neggiati. Leone  XII  riceveva  con 
piacere  le  informazioni  ed  i  consi- 
gli che  potevano  istruirlo  per  pu- 
nire, premiare  e  provvedere.  Il  suo 
scrittoio  era  perciò  pieno  d'avvisi, 
di  querele,  di  denunzie  e  di  pa- 
reri. Nella  cappella  Sistina  il  dì 
primo    d'agosto    il    Papa  consacrò 


LKO  fu 

vescovo  di  IMenfì  Abramo  Cha- 
sciour  di  Taafa,  alunno  del  collegio 
Urbano,  il  più  grande  impostole, 
che  poi  ricevette  la  punizione  che 
si  meritava  :  sagacemente  lu  dato 
a  lui  per  compagno  il  degno  ed 
accorto  p.  Luigi  Canestrari  de'  mi- 
nimi paolotti,  il  quale  discoperto 
l'inganno,  operò  in  modo  che  l'in- 
degno vescovo  non  evitasse  il  castigo. 
Allorché  Chasciour  airivò  in  Egit- 
to il  viceré  Mehcmet-Alì  voleva 
punire  il  suo  intrigo  con  Dirlo  mo- 
rire, e  solo  lo  abbandonò  all'esilio 
per  la  venerazione  che  nutriva  pel 
Papa,  e  per  la  protezione  che  spie- 
gò il  console  francese  Drovetti,  per- 
chè la  congregazione  di  propagan- 
da fide  avea  munito  Chasciour  d'u- 
na commendatizia  dell'  ambasciato- 
re di  Francia.  Il  p.  Canestrari  ri- 
condusse l'impostore  in  Roma,  il 
quale  dopo  accurato  processo  fu 
formalmente  degradato,  e  condan- 
nato a  perpetua  prigione  ;  il  p.  Ca- 
nestrari nel  seguente  anno  fu  pre- 
miato col  vescovato  di  Montalto 
che  ottimamente  governa  ;  e  mon- 
signor Capraiio  segretario  della 
congregazione  di  propaganda,  che 
pel  gran  zelo  della  propagazio- 
ne della  fede  erasi  illuso,  e  la- 
sciato sorprendere  dall'impostore, 
ad  onta  dei  conforti  che  ricevette 
dal  Pontefice,  restò  dal  grave  dis- 
piacere sconcertato  nella  salute.  Nel- 
lo stesso  mese  di  agosto  Leone  XII 
fece  dare  nelle  principali  piazze  di 
Roma  le  sante  missioni  per  pre- 
parare i  romani  a  degnamente  ce- 
lebrare l'anno  santo;  egli  interveu' 
ne  ad  alcuna  di  dette  prediche,  e 
nell'ultimo  giorno  pertossi  alla  mis- 
sione che  facevasi  in  piazza  Navo- 
na  ;  l'udì  dal  balcone  dell'apparta- 
mento abitato  dal  ministro  russo 
cav,  Italinski ,    e    da    esso  balcone 


62  LEO 

hened'i  il  follo  popolo.  Ai  27  set- 
tembre dell'  islesso  anno  1824  Leo- 
ne XH,  dopo  aver  nel  concistoro 
provveduto  a  vari  vescovati,  fece 
la  seconda  promozione  di  tre  car- 
dinali, elle  furono  :  Carlo  Gaetano 
Gaysruk  di  ClangenfLirt  arcivesco- 
TO  di  Milano;  Patrizio  da  Silva 
romitano  di  s.  Agostino,  di  Leira, 
arcivescovo  d'Evora;  e  Carlo  Fer- 
rerò della  Marmora  di  Torino,  già 
vescovo  di   Saluzzo. 

Le    insurrezioni    dei    sudditi     di 
Spagna  essendosi    consolidate     nel- 
l'America, il  governo    di  Colombia 
inviò  a  Pioma   Ignazio    Texada,  in- 
caricato di     chiedere     al    Papa  dei 
•vescovi  e     de'  vicari     apostolici.    Il 
cav.     Vargas      divenuto     marchese 
della  Costanza,    domandò  a  Leone 
XII,  che  Texada  fosse     rimandato 
da  Pioma.  II  Texada   adottò  qual- 
che prudente  temperamento,  ed  il 
Vargas    nell'anniversario    della   co- 
ronazione del   Pontefice,    alla  testa 
del     corpo     diplomatico    pronunziò 
fdla  sua  presenza  una    tenera  e  fi- 
liale allocuzione  ;     cui    Leone     XII 
rispose,  ch'era  commosso     dai  voti 
delle  corti,  ed  assicurolle  che  niu- 
iia     potea    dubitare     del    suo   zelo 
pei  più  solidi  vantaggi  del  cristia- 
nesimo   e  per    la   pace    universale. 
In     questo     tempo      pianse     Leone 
XII  la  morte  di     Luigi    XVIII   re 
di   Francia,  e  si  consolò  deli'assiui- 
zione  al  trono  del     di    lui  fralcllo 
il  conte  d' Artois,  che   prese  il  no- 
me di   Carlo  X;  poscia  nella    cap- 
pella    pontificia     suffragò    l'  anima 
del  defunto.  Morì  ancora  il  caidi- 
ual  Severoli,  che  vuoisi   esercitasse 
qualche     influenza     sull'animo     del 
Papa,  onde  si  disse  che  d'allora  in 
poi    Leone  XII  si    governò    da  sé. 
Fece  perciò   prò  datario  il  cardinal 
Pacca,  camerlengo  di    s.  Chiesa  il 


LEO 

cardinal     Gulefli,    e    segretario  dei 
memoriali   il  cardinal  Guerrieri.  A. 
voler  impedire     le    frequenti  liti,  i 
ferimenti,  le   uccisioni,  e  lo  scialac- 
quo   prodotto     dagli     intemperanti 
bevitori   di   vino,  il  Papa    fece  por- 
re alle   pubbliche  bettole  venditrici 
di  solo  vino     alcuni     cancelletti  di 
legno,  acciò  il  popolo  si  provvedes- 
se del  vino,   ma  non   vi  si  fermas- 
se a  gozzovigliare    a    danno    della 
pi-opria     famiglia    e    salute,     ed    a 
prender     lite     pel     giuoco    funesto 
delle     passatelle,    fomite     di     tanti 
ammazzamenti.     Il      popolo     basso 
mormorò,     i     saggi     benedirono    il 
provvedimento;  e     la     fermezza  di 
Leone   XII    vinse    ogni    ostacolo,  e 
fece     rispettare     i     suoi     ordini  :  le 
felici     conseguenze    di  questi ,  ed  i 
vantaggi  che  ne  derivarono,  piena- 
mente giustificarono  la   misura  pre- 
sa, ad  onta  delle  critiche  che  mol- 
li  fecero  a  tal    temperamento.  Se- 
gui  quindi    1'  ordinamento  cattolico 
della  Polonia  e    della  P>.ussia,   me- 
diante    una     convenzione,     per    le 
bolle    degli    arcivescovati     e  vesco- 
vati  in  punto  di  tasse  ;     e  nel  set- 
tembre il  Pontefice  istituì   la  Con- 
gregazione   degli  studi  i^Vedi),  no- 
minandone    prefetto      il      cardinal 
Bertazzoli.   Quindi  dichiarò  visitato- 
ri apostolici  delle  pontificie  univer- 
sità di    Perugia,     Camerino,  Mace- 
rala   e    Ferme,     il    p.    abbate    d. 
Mauro     Cappellari     camaldolese,  e 
l'  avvocato     concistoriale    Teodoro 
Fusconi ,    e    gli    inviò     alle    mede- 
sime   università  per    riordinarne  e 
migliorarne  i    metodi    dell'insegna- 
mento.   Dipoi     Leone     XII    visitò 
r  Unii'ersità   Romana     [Fedi),  ec- 
citò i  professori  a  prestare  con  ze- 
lo l'opera  loro,  aumentando  il  loro 
onorario  :    ivi    istituì  i  due  collegi 
filusollco  e  filologico ,    oltre  il  col- 


LEO 

legio  medico  chirurgico  da  lui 
ampliato.  Mentre  poi  una  sera  nel 
palazzo  Massimi  all'  Araceli,  resi- 
denza del  cardinal  Bertazzoli  pre- 
fetto della  congregazione  degli  studi, 
alla  presenza  dei  cardinali  compo- 
nenti la  medesima,  tenevasi  un 
esperimento  dell'istruzione  che  ri- 
cevono in  Roma  i  sordo-muli ,  il 
Papa  divisò  di  farvi  un'improvvisa- 
ta. Acciocché  niuno  penetrasse  la  co- 
sa ,  dopo  un'ora  di  notte,  copren- 
dosi il  capo  con  cappello  nero  ec- 
clesiastico, ed  in  compagnia  dei 
camerieri  segreti  i  monsignori  Al- 
tieri e  Barbolani,  con  la  carrozza 
del  primo  si  portò  nelle  camere 
del  cardinal  Bertazzoli.  Non  è  a 
potersi  ridire  qual  piacevole  sor- 
presa recasse  ai  cardinali  e  agli 
altri  l'inaspettata  di  lui  comparsa, 
e  quanta  consolazione  ed  incorag- 
gimento  die  agl'infelici  sordo- muti, 
sia  con  tale  alto,  sia  col  dono  di 
alcune  medaglie  d'argento  che  di- 
spensò loro,  sia  con  le  beneficenze 
di  cui  fu  poscia  largo.  Monsignor 
Altieri ,  ora  cardinale  e  pro-segre- 
tario de'memoriali,  con  lodevole  di- 
•visamento,  a  memoria  perenne  del 
ricevuto  onore,  e  dello  zelo  di  Leone 
XII  per  tal  classe  di  persone,  dal 
pittore  romano  cav.  Conca  fece  rap- 
presentare in  un  quadro  il  punto 
in  cui  il  Papa  ascende  nella  sua 
carrozza  ;  il  quale  quadro  si  vede 
nel  di  lui  palazzo  di  Roma.  Alla 
celebre  accademia  d'  Arcadia  accordò 
Leone  XII  la  promoteca  Capitolina, 
onde  tenervi  le  più  solenni  adunan- 
ze. Già  quest'  accademia  ne  avea 
celebrato  l'esaltazione  al  pontifica- 
to con  opuscolo  pubblicato  con  le 
stampe  del  Salviucci,  ove  si  legge 
l'acclamazione  di  monsignor  Loreto 
Santucci  custode  generale  d'  Arca- 
dia, il  quale  per  andar  l'accademia 


LEO  63 

superba  di  contare  ne'  propri  fa- 
sti nove  Papi  che  si  degnarono 
velare  sotto  pastoral  denominazio- 
ne la  doppia  maestà  di  monarca, 
promulgò  che  Leone  XII  sarebbe 
conosciuto,  onorato  e  venerato  tra 
gli  arcadi,  sotto  la  pastorale  deno- 
minazione di  Leopistate  Cecropio ^ 
cioè  di  Leone  capo  de  fedeli,  poS' 
sedilore  delle  campagne  di  Alene 
celebri  in  Grecia  per  tanti  prodi- 
gi d'arte  e  d'ingegno,  e  simbolo 
di  que'venturosi  successi  che  il  suo 
gran  senno  andava  maturando  a 
prò  delle  buone  lettere,  delle  utili 
scienze,  del  moral  costume,  della 
santa  religione.  Indi  il  custode  a- 
vendo  invitato  i  pastori  a  far 
plauso  al  Pontefice,  pel  primo  il 
cardinal  Pedicini  disse  un  ragiona- 
mento, in  cui  si  parla  della  fami- 
glia della  Genga,  e  delle  notizie 
di  Leone  XII  dalla  nascita  sino 
a  quel  punlo. 

Con  la  lettera  apostolica  Su- 
per universani  soppresse  alcune  Par- 
rocchie di  Roma  {Vedi),  altre  ne  e- 
resse.  A'  2 1  ottobre  di  quest'anno 
1824  si  portò  a  Castel  Gandolfo,  vi- 
sitò la  chiesa  principale^  indi  passò 
ai  cappuccini  di  AlbanOj  e  nel  loro 
refettorio  gli  ammise  a  mensa  col 
p.  Micara  loro  ministro  generale, 
monsignor  Nicolai ,  e  diversi  indi- 
vidui di  sua  corte,  ritornando  ifB 
Roma  la  sera.  Leone  XII  fece 
pubblicare  il  moto-proprio  sulla 
riforma  dell'  amministrazione  pub- 
blica, della  processura  civile^  e 
delle  tasse  giudiziarie;  lavoro  di 
esperti  e  dotti  giureconsulti ,  che 
incontrò  l'aggradimento  del  popolo. 
A'20  dicembre  il  Papa  in  conci- 
storo creò  vari  vescovi,  e  fece  la 
terza  promozione  di  due  cardinali, 
il  primo  fu  Pietro  Inquanzo  Kibe- 
ra  spagQuolo,  arcivescovo  di  Tole- 


64  LEO 

(In;  il  secondo  fu  il  p.  Lodovico 
Rlicara  di  Frascati  minislro  gene- 
rale de'  cappuccini  e  predicatore 
apostolico,  che  non  pubblicò  riser- 
bandolo in  petto,  al  presente  de- 
cano del  sacro  collegio.  Finalmen- 
te a'24  dicembre  Leone  XII  apri 
solennemente  la  porta  santa  della 
basilica  vaticana,  e  die  incomincia- 
nienlo  al  tanto  contrastato  giubi- 
leo, colla  massima  tranquillità,  ad 
onta  dell'  immenso  numero  degli 
spettatori  che  portaronsi  a  vedere 
l'apertura  delle  porte  sante,  delle 
quali  parlammo  nei  voi.  Vili,  p. 
202  e  seg.,  e  XII,  p.  201  e  seg. 
del  Dizionario,  compresa  quella 
della  basilica  di  s.  Paolo,  sebbene 
distrutta  questa  dal  terribile  incen- 
dio del  luglio  1823.  Terminata  la 
funzione,  Leone  XI l  colmo  di  pia 
soddisfazione,  nello  spogliarsi  dei 
paramenti  pontificali  si  lodava  del 
i)uon  ordine  com'erano  procedute 
le  cose,  coi  cardinali  diaconi  assi- 
slenti,  ed  allora  uno  di  questi, 
l'affettuoso  e  lepido  cardinal  Vido- 
ni,  graziosamente  rispose  :  Santo 
Padre,  unallra  volta  saremo  piìt 
pratici j  con  che  venne  a  fare  al 
Papa  ed  a  sé  l'augurio  di  vivere 
almeno  altri  venticinque  anni,  es- 
sendo tale  il  periodo  intermediario 
dalla  celebrazione  di  un  anno  san- 
to all'altro,  sebbene  nel  1800  non 
erasi  potuto  celebrare  a  cagione 
delle  vicende  politiche. 

Nell'anno  santo  Leone  XII  die 
splendido  esempio  di  pietà  nelle 
opere  in  cui  si  esercitò,  e  di  ge- 
nerosità ed  amorevolezza  con  cui 
accolse  i  forestieri,  fra'  quali  il  re 
e  la  regina  delle  due  Sicilie;  bea- 
tificò solennemente  fr.  Giuliano  di 
5.  Agostino  francescano  ,  Alfonso 
Rodriquez  gesuita,  Ippolito  Galan- 
tini    fondatore    della     congregazio- 


LEO 

ne  cristiana  di  Firenze,     e  Angetc» 
d'Acri  cappuccino;  cose    tutte  che 
narrammo  al  citato     articolo  Anno 
Santo,     ove     pur    dicemmo    quali 
personaggi  reali     assisterono  all'  a- 
pertura  della  porta  santa  ;   e  della 
rosa  d'oro     benedetta  donata     alla 
regina   vedova  di    Sardegna  Maria 
Teresa  d'Este,    a  mezzo  del  prelato 
lifag-^iordoriio  (^Vedi).    Incominciato 
l'anno  santo  sotto  felicissimi  auspicii, 
il  Papa  se  ne  compiacque  con  lo  stesso 
corpo  diplomatico, allorché  questo  gli 
presentò  i  suoi  omaggi  al  principio 
del  nuovo  anno    i825;  e  ben  avea 
ragione  di  dimostrarlo,  come  quel* 
lo  che  pieno  di   fiducia   nel    divina 
aiuto,  ed   animato  dallo    spirito  a- 
postolico,  fermamente     avea     soste- 
nuto la  celebrazione  dell'  universa- 
le giubileo,  contro  i  diversi  calcoli 
timorosi  di   potenti     politici,     A'25 
gennaio    1825  Leone  XII  pubblicò 
l'enciclica  diretta   a    tutto    il  corpo 
episcopale,  acciò  invitassero  i  fedeli 
a  concorrere  alla  riedificazione  deU 
la  basilica  di  s.  Paolo,  per  la  qua- 
le il  Pontefice  assegnò    vistose  an- 
nue somme,    ed     istituì    una  com* 
missione  speciale;  il  tutto  può  leg' 
gersi  al   voi.  XII,   p.   219  e  seg.,  ed 
al  voi.  XVI,  p.  272  del  Dizionario. 
Il  Papa  non   mancò  posteriormente 
di  visitare  i   lavori  della  risorgente 
basilica,  né  mancò  d'incoraggire  la 
commissione  ;  alla  sua  voce  le  offerte 
per  la  nuova    chiesa    dell'  apostolo 
delle  genti     affluirono     da  tutte  le 
parti  ;     1'  Austria,     1'  Olanda    e    la 
Francia,  particolarmente,    ed  insie- 
me   ai     loro    sovrani    si  distinsero 
nelle     generose     obblazioni.     A'  1 3 
marzo  Leone  XII   pubblicò  la  boU 
la  controia  setta  dei  ^/«rtìrton  (^e* 
di)  ,  riprovata  anche  dal  predeces- 
sore Pio  VII  nella  bolla     emanata 
contro  la   sotta  de'  Carbonari  {/'e.- 


LEO  LEO  65 

di),  facendo  poi  procedere  cojilio  vate  nelle  fondamenta  delle  porle 
quelli  che  vi  appartenevano.  Qoin-  sante,  collocatevi  nel  i^J^-  Per 
di  a'  2 1  di  detto  mese  il  Pa-  la  duchessa  poi  di  Berry,  nuora 
pa  nel  concistoro  de'  vescovi  fece  del  re,  vedova  del  suo  figlio,  e 
la  quarta  promozione  di  due  car-  madre  di  Enrico  duca  di  Bordeaux, 
dtnali  ;  cioè  Gustavo  Massimiliano  diede  all'ablegato  due  beilissinìi  ca- 
Giusto  de'principi  di  Croy-Dulmen  mei  in  agata  rappresentanti  il  ss, 
della  diocesi  di  Cambray,  grande  Salvatore  e  s.  Pietro,  e  due  reli- 
elemosiniere  di  Francia,  arcivescovo  quie,  una  delle  quali  consisteva  in 
di   Rouenj     ad     istanza    del     re  di      un    pezzetto  del    legno  del   presepio 

Francia;  e     d.     Mauro    Cappellari  di   Betlemme,  e    l'altra    in   un  pez- 

di  Belluno,  abbate  vicario  generale  zetto  della   tomba    del    santo    apo- 

de'camaldolesi,  che  riservò  in  petto,  stolo. 

ed  al    presente    regnante  Pontefice  Nel     Concordato     fra    Pio     VII 
Gregorio  XVI.  A  premiare  il  valore,  e     Massimiliano      Giuseppe    re    di 
la   moderazione,  ed  altre  virtìi    del  Baviera     (Vedi),     quel     Papa   avea 
duca  d'Angouléine    Luigi  delfino  di  concesso     al     principe     regnante    e 
Francia,  e  figlio  del  re^     qual  be-  successori   cattolici,  l'indulto  di  no- 
nemerito generalissimo    dell'armata  minare  agli  arcivescovati    e    vesco- 
francese  che  liberò  in  Ispagna  Fer-  vati;  ed   inoltre  che  il  re  avrebbe 
dinando     VII,     e    ristabilì     la     sua  anche  il  gius    di   nominare  ai   deca- 
autorità  e  l'ordine  in    quel   regno,  nati  e  canonicati  ne'  sei  mesi  detti 
Leone     XII     in     segno     di  solenne  apostolici,   mentre  che     per  tre  de- 
soddisfazione gli   spedi    lo  Stocco  e  gli  altri  sei  mesi   le    elezioni  dove- 
berrettone    henedelli     [Vedi),     che  vano  essere  fatte  dagli     arcivescovi 
soglionsi    benedire    dai    Papi  nella  o  vescovi,  e    pel    resto  del  tempo 
notte  di  Natale,  ma     da  lui   bene-  da'capitoli.  Ma   una   posteriore  boi- 
delti    nella  sua    cappella  segreta  ai  la  dello  stesso  Pio  VII    del  primo 
3  maggio,  giorno  sagro  all'Invenzìo-  aprile    i8i8  dichiarò,  che  i   decani 
ne  della  Croce;  insegne     che  i  ro-  e  canonici   eletti  dal  re  e  dai  capi- 
mani  Pontefici    hanno    sempre  do-  ioli  dovrebbero  rivolgersi,    nei  pri- 
nato    ai     principi     benemeriti  della  mi  sei  mesi  dopo  l'elezione,  al  Pa- 
Chiesa.    Siccome  monsignor     Lodo-  pa  per  ottenere  l'instituzione  cano- 
vico  Ancaiani  parente  di  Leone  XII  nica.   Quindi  il  re    domandò  a  Pio 
e  figlio  del  castellano  o  comandan-  VII  che  tale  instituzione  si    potes- 
te di  Castel  s.  Angelo,  fu  dal  Papa  se  in  vece    dare     dagli    arcivescovi 
dichiarato    ablegalo  apostolico    per  e  vescovi  ;  e  siccome  ciò  non  ven- 
portare  a  Parigi  la  berretta  caldina-  ne  ultimato  in  quel    pontificato,  il 
lizia  pel  cardinale  Croy,  così  Tinca-  re  rinnovate     le     istanze     a   Leone 
ricò  anche  della  presentazione  dello  XII  ,    questi,     memore     di     essere 
stocco  e  berrettone  al  delfino,    per  stato  presso  di   lui   nunzio  apostoli- 
la     cui     moglie    la    delfina    Maria  co,  di  buon  grado     annuì  alla  do- 
Teresa  figlia  di  Luigi  XVI,  Leone  manda,    concedendo     il     privilegio 
XII  consegnò  al  prelato    per  dono  personale  agli  arcivescovi  e  vescovi 
lo  stesso  martello    d'argento  da  lui  bavari,  di     confermare    le    elezioni 
adoperato  nella  apertura  della  por-  del    re    e  dei  capitoli,  dovendo  poi 
la  santa,  e  quattro    medaglie    tro-  i  loro     successori    domandare    alla 
VOL.   xxxviii.  5 


66  LEO 

santa   Sedo  Id  confeima  dell'accor- 
dalo privilegio.  Durante  la  celebra- 
zione dell'  anno    santo,    importanti 
notizie  giunsero  a  Leone  XII  sulle 
persecuzioni  che    infierivano    nella 
Cina  da  cinque  anni  ;  e  che  valo- 
rosi campioni     affrontavano  i  peri- 
coli e  la  morie,  per   maggiormente 
diffondere  le   \erità  del  vangelo;  e 
Roma  ammirò  da  vicino     le  virtù 
dell'  arcivescovo    di    Parigi,  monsi- 
gnor Giacinto  de  Quelen,  che  Leo- 
ne XII  fece  alloggiare  nel  Semina- 
rio   Romano  {Fedi),  da    lui  stabi- 
lito   presso  la    chiesa   di    s.  Apolli- 
nare, nell'antico  locale  del   collegio 
germanico-ungarico  ;   ricolmò  di  fi- 
nezze il  prelato ,    e  nel  partire  be- 
nedi  Parigi,  nella  cui    diocesi  con- 
tasi   circa    un    milione    d' uomini , 
nella  persona  del  suo    degno  arci- 
vescovo   che    gli     avea    implorato 
l'apostolica    benedizione.     Non  solo 
Leone  XII  nel  detto    locale  stabiPi 
il  seminario    romano,    ma    perchè 
fosse  sotto  gli    occhi     del    cardinal 
vicario,  assegnò  a  questi  l'abitazio- 
ne, che  prima  godeva    il    cardinal 
prefetto  del  buon  governo,    pur  di 
ragione  dell'antico     memorato  col- 
legio,   nel  quale    la    diede     pure  a 
monsignor  vice-gerente,  ed  agli  uf- 
fizi    del     vicariato.     Perchè    poi    il 
prefetto  del  buon    governo  godesse 
il  beneficio     dell'  abitazione,    prima 
gli  slabiPi  un  indennizzo,  poi  gliela 
assegnò   nel  palazzo  della   Cancelle- 
ria apostolica  [Fedi):    questa  mi- 
sura dispiacque  al  cardinal  France- 
sco   Guidobono  Cavalchini,    che  il 
medesimo    Leone    XII     avea  fatto 
prefetto.  Il  cardinale  soffriva  mollo 
di  nervi   e     di     stranguria    che  gli 
impedivano    di     andare    persino  in 
carrozza,    e  di    conversare.  Questo 
sistema    di  ritiratezza    diede  luogo 
a  molte  dicerie,  le  quali  si  aumea- 


LEO 

tarono  per  quanto  andiamo  a   nar- 
rare.  Un  giorno    il     Papa  fece  sa- 
pere al  cardinale,  che    a   momenti 
lo    sarebbe    andato    a   visitare.  Il 
cardinale  era  in    quel     dì  più  che 
in  altro  tormentalo  dai  suoi   mali, 
vestilo  in    tutta     confidenza,  e  pel 
suo  vivere   ritirato  privo  della  pro- 
pria corte;  in  somma   non   Irovos- 
si   in  istato  di     ricevere  convenien- 
temente   il    sommo    Pontefice.    In 
tanta  angustia  scrisse    al  maggior- 
domo   che     gli     avea    notificalo  la 
cosa,  che     ringraziasse     il    Papa,  e 
gli  rappresentasse  la  situazione  che 
gli    impediva    accettare    un    tanto 
onore.  Oltre  a  ciò  nella  sera  stes- 
sa il  cardinale  chiamò    a   sé  mon- 
signor Mario  Malici  segretario  del- 
la congregazione  del  buon  governo, 
ora  cardinale,    ed     istantemente  lo 
pregò  recarsi  nel    d\    seguente  dal 
Pontefice  a    rendergli     nuove,  vive 
ed     umili     azioni     di     grazie,  ed  a 
fargli  le  più  rispettose  scuse  pel  cu- 
mulo delle  circostanze  che  non  gli 
permisero  ricevere   lanla  consolazio- 
ne. Il  Papa  ne  restò  persuaso  ;  laonde 
è  tutto  falso  quanto  in  argomento 
si  divulgò,  il  perchè  discendemmo  a 
questi  particolari  ad  onore  di   Leo- 
ne XII  e  del   cardinal     Cavalchini. 
Aggravandosi     a      questi     il     male, 
spontaneamente   dipoi  rinunziò  alla 
carica,  ed    il  Papa  tardò  ad  accet- 
tarla, finché  persuaso  di  sua   impo- 
tenza, la  conferì  al  cardinal  Dandini. 
Intanto    contro    de'  turchi   scop- 
piò  l'insurrezione  de'greci,  che  dai 
saggi  fu  per  la    religione    cattolica 
tenuta  cosa  pregiudizievole.    Essen- 
do l'Olanda  agitata  dalle   turbolen- 
ze   che    vi  suscitava    una  riunione 
di  persone,  conosciuta    sotto  il  no- 
me di  piccola   Chiesa,    Leone    XII 
diresse  a'  17   agosto    1825  un  bre- 
ve ai  fedeli    dell'Olanda,  nel  quale 


LEO 

deplorava  la  Chiesa  callolica  tur- 
bata ancora  dallo  scisma  d'Utieclit  : 
Guglielmo  Vet  osava  appellarsi 
vescovo  di  Devenlei-j  ed  avea  no- 
tificalo al  Papa  la  sua  elezione; 
ma  Leone  XII  la  dichiarò  nulla,  e 
la  sua  consacrazione  illegitlima  e  sa- 
crilega. Nello  stesso  tempo  il  Belgio 
provò  delle  commozioni  religiose, 
perchè  il  re  de'  Paesi  Bassi  Gugliel- 
mo I  avea  decretato  la  soppressio- 
ne de*  seminari  vescovili,  e  l'istitu- 
zione in  Lovanio  di  un  collegio 
filosofico,  il  quale  avrebbe  facil- 
mente aperto  l'adito  alle  dottrine 
protestanti.  Subito  Leone  XII  fece 
un  fortissimo  reclamo  al  governo 
per  mezzo  del  cav.  Reinhold ,  in- 
viato straordinario  e  ministro  ple- 
nipotenziario presso  la  santa  Sede, 
dichiarando  agli  ordinari  del  Bel- 
gio di  tenersi  puramente  passivi, 
se  il  governo  fosse  proceduto  alla 
esecuzione  de' decreti.  Allora  era  vice- 
superiore delle  missioni  di  Olanda 
monsignor  Luigi  Ciamberlani.  L'ar- 
civescovo di  Malines  monsignor 
Francesco  de'  piincipi  di  Mean  , 
dopo  aver  scritto  una  lettera  di 
vivi  rechimi,  si  ritirò  in  una  delle 
sue  terre  presso  Liegi j  per  non  es- 
sere testimonio  di  determinazioni 
cos^  desolanti.  In  mezzo  ad  una 
opposizione  sì  viva  e  sì  giusta  ,  il 
collegio  filosofico  si  aprì  il  gioino 
1 7  ottobre.  F'iìi  tardi  il  Belgio 
rinnovò  quanto  avea  fatto  sotto 
Giuseppe  II,  sposse  il  giogo,  e  si 
eresse  in  regno  indipendente. 

Non  obliando  Leone  XII  le  ne- 
goziazioni intavolate  a  favore  della 
religione,  per  istabilive  una  corri- 
spondenza tra  la  santa  Sede  e  le 
colonie  spagnuole,  massime  colle 
repubbliche  di  Colombia  e  del 
Messico,  credette  suo  dovere  di 
rappresentare  al  governo  spagnuolo 


LEO  67 

le    inquietudini    che    provava     per 
un  affare  sì   importante,  e  che  non 
poteva   riguardare    con  indifferenza 
l'attuale      condizione     della    Chiesa 
ne'possedimenti  spagnuoli  in   Ame- 
rica ;     le     diocesi     erano     prive     di 
vescovi ,  ed  i  fedeli    con  alte  grida 
chiedevano  pastori.  Il  Papa  deside- 
rando conservare  una     perfetta  ar- 
monia col  re  di    Spagna,  pel  mo- 
mento non  avea    creduto    bene  di 
annuire  a     sì   giusti     voti  ;  ma  era 
suo  preciso    dovere     d'impegnare  il 
governo     spagnuolo     a    fare    sforzi 
efficaci     per    ricondurre    le  colonie 
sotto  la  sua  autorità,     od    a  pren- 
dere    almeno     deteiminazioni    tali, 
che  la  Sede  apostolica  potesse   eleg- 
gere i  vescovi  per  le    sedi   vacanti. 
Intanto     oltre    i   dazi    diminuiti  in 
principio   del  pontificato,    come  l'a- 
bolizione dell'appalto  delle   poIVeri, 
l'abolizione    della    fida,  l'abolizione 
della   tassa  dei  geometri,    ed     altro 
da  lui   fatto  successivamente,  Leone 
XII    ordinò    che  Ja     tassa     e  censo 
urbano     sui  fondi  fossero  diminuiti 
di  un  quarto,  tanto  in  Pioma  quan- 
to    in     tutto     lo     stato ,    malgrado 
1  aumento     delle     pigioni  ;    ad  onta 
di   tutto  ciò,  e  delle  spese  dell'an- 
no santo,  il  Papa  incaricò  l'ottimo 
e  sagaci.ssimo  tesoriere  geneiale  mon- 
signor Cristaldi,  di    porre  in   riser- 
va  una  somma  sufficiente    per  for- 
mare il  nucleo  di  un    tesoro  dello 
stato,  come  sapientemente  avea  fat- 
to   Sisto    V,    onde    nei  bisogni  ia 
santa  Sede  non  si   trovasse  costret- 
ta ricorrere  ad    altri     con   sagrifizi. 
Giunto  finalmente  il  dì    24  dicem- 
bre, Leone     XII     die    compimento 
all'anno    santo,     con     la    chiusura 
della  porta  santa  della   basilica  va- 
ticana, e  consuete  cerimonie;   quin- 
di nel  seguente  giorno    pubblicò  la 
bolla,  con  la  quale   estese  il  bene- 


68                     LEO  LEO 

ficio  del  giubileo     a    tutti    i  paesi  zione  delle  figlie  della  Carità  clj'eb- 
della  cristianità,  insieme  ad  un'en-  bero  principio  in  Verona.    Col  mo- 
ciclica  diretta  ai  patriarchi,  prima-  to-proprio  de'  17   febbraio    iS'afì  il 
tij  arcivescovi  e     vescovi  ,    ciò  che  Ponlellce    eresse     la    congregazione 
approvarono     tutti     i    governi.    Più  di   vigilanza,   per  vegliare   sui  pub- 
tardi  r  intrepido  e    zelante  Vuariu  blici  impiegati,  punire  i     colpevoli, 
parroco  di   Ginevra,  ebbe  il  corag-  e  premiare  gli  onesti  e  i  beneme- 
gio    di     pubblicarvi     la    bolla     del  riti.  Ne  dichiarò  prefello     il  cardi- 
giubileo,  onde  i    cattolici     profìlta-  nal  segretario  di  stato,    e   membri 
rono    delle      grazie     spirituali  della  i   cardinali  prefelli,    oltre    il  cardi- 
Sede     apostolica;    e  1'  abbate  Mac-  nal  camerlengo  di    s.  Chiesa,  della 
carlhy   vi  si  portò  a   predicare  con  segnatura,  e  del  buon   governo,  ed 
ubertoso  fruito.  A  quest'epoca  il  Pa-  il  presidente  del    censo;    nonché  i 
pa  restò  assai  afflitto  per  l'inattesa  prelati  uditore    della     camera,    go- 
tnorte    di    Alessandro    1    imperatore  vernatore    di    Roma,     tesoriere  ge- 
di    Russia.   Il  primo  gennaio    1826  nerale,  segretario  di    consulta,  udi- 
Leone  XII    ricevetto    il     corpo  di-  tore  del  Papa,  ed  un  prelato  segre- 
plomatico,  e  lo  accolse     con  parli-  tario  ;  destinando  tre  oflìciali  della 
colari  attestati  di    estimazione  ;  gli  segreteria   di  stalo     al  disbrigo  de- 
espresse il  suo  paterno    gaudio  pel  gli  affari  di  questa  congregazione, 
felice  esito  del     celebrato    giubileo,  A' 27   febbraio    1826  Leone  XII 
non     senza     fargli     osservare,     che  istituì    la    commissione    de'sussidii, 
quelle  persone,     le     quali    si  erano  con  chirografo  diretto    al    cardinal 
sulle  prime    mostrate    contrarie,  a-  Tommaso  Riario    Sforza,    che    di- 
\evano  finito  col    dichiararsene  in-  chiaro  presidente,    come    dicemmo 
teramente    favorevoli;  e  per  ultimo  all'articolo  Elemosineria  apostolica 
soggiunse  protestarsi    ben    contento  [Fedi).  Dipoi  a*  i3    marzo   Leone 
e  soddisfatto  del    concorso  de'prin-  XII    tenne    concistoro    di    vescovi, 
cipi,  e  che  Dio  aveva    fatto     il  re-  e  fece  la  quinta  promozione  di  due 
sto.  Quindi  a'5  gennaio  Leone  XII  cardinali,  pubblicandone  prima  due 
istituì     una     deputazione      centrale  altri  che  avea  anteriormente   creali 
sugli     Ospedali    di    Roma  [Vedi),  e  riservali   in  petto,   cioè    fr.    Lo- 
Aveva   già  intrapresa  la   visita  per-  dovico    Micara  ,  e  il  p.  d.    Mauro 
sonale,  sempre  improvvisa,  de'  me-  Cappellari  sullodati.  Gli  altri    due 
desimi,  volendo  conoscere  ogni  cir-  furono  Francesco  Saverio  di  Cieu- 
coslanza  dell'  assistenza  e    cura  de-  fuegos-y-Jove-Llanos  di  Oviedo,  ar- 
gli  infermi,  gustando     persino  i  ci-  civescovo    di  Siviglia,  e   Gio.  Bal- 
bi e  bevande    pei'  loro    preparate  ;  lista  Maria  Anna  Antonio  de  Latil 
onde  rendere    più    assidua  e    cari-  di  Frejus,  arcivescovo  di  Reims,  ad 
tatevole  l'assistenza  di  quello    di  s.  istanza  del  re  Carlo  X  ,  che  avea 
Giovanni   destinato  alle    donne,  ap-  solennemente  coronato  e  consagra- 
provò  l'istituto  delle    ubiate   speda-  to.  Nell'allocuzione  che  il   Papa  ia 
bere  delle  sorelle    della   Carità    ivi  tal  concistoi'o    pronunziò    al    sacro 
stabilito,  come    si  disse  al  voi.  X,  collegio,    e    tra    i    giusti  elogi  che 
p.   36    del     Dizionario.     Anzi  nella  fece  di  ognuno  de'  quattro  novelli 
seguente  pagina  diciamo    pure  che  cardinali,   ecco  come  si  espresse  pel 
Leone  XII  coulbrmò  la    congrega-  cardinal  Cappellari  che  ora    vene- 


LEO 

viatro  sulla  catledia  tli  s.  Pielio 
col  nome  (li  Gregorio  XVI.  «  Que- 
5>  sii,  ragguardevole  a>sai  per  in- 
»  nocenza  e  gravità  di  costumi  ; 
»  dottissimo  specialmente  nelle  ma- 
»  terie  ecclesiastiche,  sì  numerose 
»  e  lunghe  fatiche  pei"  l'apostolica 
»  Sede  sostenne,  che  quanto  sen- 
"  7a  prendere  riposo  valorosa- 
«  mente  e  con  sommo  applauso 
"  per  la  stessa  apostolica  Sede  egli 
"  operò,  jVoi  col  premio  del  car- 
"  diualato  giudicammo  ricompen- 
>'  sare.  Impmocchè  a  quelli  sol- 
"  tanto  le  dignità  ecclesiastiche  ci 
«  siamo  proposti  di  conferire ,  i 
«  quali  risplendano  per  lode  di 
»  pietà  e  di  dottrina  ;  e  con  que- 
»  sta  e  non  con  altra  carriera  al 
>■>  conseguimento  delle  medesime  si 
»  saranno  aperta  la  strada  ",  In 
quanto  all'elogio  fatto  dal  Papa  al 
audin;il  Micara,  lo  riportammo  al- 
l'articolo Frascati  [P'edi).  Frattan- 
to le  processioni  del  giubileo  fa- 
cevansi  per  tutta  l'Europa,  col  zelo 
più  lodevole,  con  religiosa  magni- 
iìcenza,  e  con  generale  edificazio- 
ne, onde  guadagnarsi  i  tesori  della 
Chiesa  aperti  e  sparsi  dal  magna- 
nimo Leone  Xlf.  Assunto  al  trono 
imperiale  di  Russia  il  regnante  JNi- 
colò  I,  fratello  del  defunto,  il  Papa 
stimò  conveniente  d'inviare  a  Pie- 
troburgo con  la  qualifica  di  am- 
basciatore ,  monsignor  Tommaso 
Cernetti  governatore  di  Pioma,  per 
felicitare  il  nuovo  monarca.  In 
(jiieslo  tempo  PLoma  vide  un  capo 
irochese  <:hiamato  Teoracaron,  ac- 
compagnato da  un  ecclesiastico  : 
Leone  XII  lo  ricevette  con  distin- 
zione ,  lo  ammise  nella  cappella 
pontificia  spettatore  delle  sacre  fun- 
zioni, e  nel  punto  di  sua  parten- 
za gli  fece  vari  doiiati\i,  fra  i  quali 
uu  corpo  santo,    da    collocarsi    in 


LEO  69 

una  chiesa  del  suo  paese  alla  pub- 
blica venerazione.  Dopo  avere  Leo- 
ne XII  nel  concistoro  de'  3  luglio 
1826  fatto  arcivescovo  di  Raven- 
na monsignor  Chiarissimo  Falco- 
nieri Mellini,  e  vescovo  di  Viterbo 
e  Toscanella  monsignor  Gaspare 
Bernardo  Pianetti,  ambedue  li  con- 
sagrò nella  chiesa  di  s.  Maria  de- 
gli Angeli  :  il  Papa  che  regna  creò 
poi   i   due  prelati  cardinali. 

Col  mezzo  del  principe  d.  Ca- 
millo Borghese  il  Papa  inviò  in 
dono  al  re  di  Francia  un  magni- 
fico musaico  lavorato  dal  tedesco 
Chech  nello  stabilimento  de'  mu- 
saici in  Vaticano,  rappresentante  lo 
scudo  d'Achille,  montato  sopra  un 
piedistallo  di  bronzo  dorato  di  un 
disegno  grandioso,  il  cui  costo  si 
fece  ascendere  a  più  di  sedicimila 
scudi.  La  composizione  del  musai- 
co fu  divisa  dal  valente  artefice  in 
dodici  quadretti,  ove  sotto  i  dodici 
segni  del  zodiaco,  maestrevolmente 
figurò  altrettanti  de'  principali  fatti 
narrati  da  Omero.  Con  questo  no- 
bile e  ricco  donativo  Leone  XII 
volle  dare  a  Carlo  X  un  saggio 
tiolla  sua  tenera  riconoscenza  ,  per 
la  benevola  protezione  conceduta 
dal  re  ai  bastimenti  del  dominio 
pontificio,  contro  i  pirati  degli  stati 
barbareschi.  Indi  fece  riattivare  la 
causa  per  la  beatificazione  della 
ven.  Maria  Clotilde  sorella  del  re. 
E  qui  noteremo  che  il  re  di  Fran- 
cia gradì  sommamente  il  sontuoso 
donativo,  e  poscia  inviò  al  Papa 
alcuni  bellissimi  arazzi  della  fab- 
brica di  Gobelins  ,  e  vari  super- 
bi oggetti  di  porcellana  della  ma- 
nifattura di  Sevres.  Gli  arazzi  rap- 
presentano s.  Pvemigio  vescovo,  s. 
Stefano  vicino  ad  essere  lapidato, 
e  la  Beata  Vergine  col  Bambino , 
cuuloruala  da  angeli  ;  in  questo  ul- 


70  LEO 

timo  arazzo,  vuoisi  che  le  figure 
rappresentino  altretlanli  ritraili  del- 
la famiglia  di  Carlo  X.  I  due  pri- 
mi arazzi  sono  nell'apparlamento 
pontifìcio  del  Quirinale  ;  il  terzo 
nel  casino  di  Pio  IV,  del  giardino 
vaticano.  Gli  oggetti  poi  di  porcel- 
lana furono,  un  orologio  a  pendolo 
di  sorprendente  lavoro,  con  fondo 
di  porcellana,  coi  quadranti  dipin- 
ti, rappresentanti  le  tre  principa- 
li epoche  dell'orologeria  ;  due  va- 
si di  porcellana  di  mediocre  gran- 
dezza detti  per  fiori,  col  fondo  co- 
lor lapislazzuli ,  e  con  ornamenti 
d'  oro ,  avente  inoltre  ognuno  un 
quadro  ovale  colorato  rappresen- 
tante scene  di  giuocarelli  infantili; 
ed  un  vaso  di  porcellana  detto  e- 
trusco  da  galleria,  di  una  dimen- 
sione straordinaria,  il  più  grande 
di  tutti  quelli  sino  alloi'a  fabbricati, 
perchè  alto  un  metro  e  venti  cen- 
timetri, col  fondo  color  lapislazzuli, 
con  ricca  guarnizione  di  metallo 
dorato,  avente  sulla  fascia  di  mez- 
zo dipinti  vari  mazzi  di  fiori.  Il 
Pontefice  non  si  potè  saziare  di 
ammirare  sì  stupendi  capolavori  ;  ed 
all'abbate  Feliciauo  cav,  Scarpellini, 
che  fu  incaricato  vegliare  sulla  ri- 
composizione de'  pezzi,  fece  tras- 
poi-tare  il  di  lui  pregevole  gabi- 
netto di  fisica  nel  Campidoglio,  in 
imo  de'  locali  più  elevati ,  cui  si 
aggiunse  pòi  un  osservatorio  astro- 
nomico. Dicemmo  già  all'articolo 
Biblioteca  Valicana  (presso  la  qua- 
le il  Papa  avea  ripristinata  la  stam- 
peria), che  ad  essa  fece  dono  Leo- 
ne XII  dell'orologio  e  de'  tre  vasi, 
il  cui  valore  si  fa  ascendere  quasi 
a  cinquantamila  franchi.  E  qui  no- 
teremo, che  non  è  vero  che  il  Papa 
abbia  donato  a  detta  bil>lioleca  una 
rnccolta  di  scrittori  antichi  ed  altra 
di    classici,  ciò  che  area  fallo  Pio 


LEO 
VII;  bensì  Leone  XII  acquistò  per 
la  biblioteca  valicana  la  preziosa  e 
copiosa  biblioteca  del  conte  Cico- 
gnara,  tutta  relativa  ad  oggetti  di 
belle  arti  ed  antiquaria  ;  come 
neppure  è  vero  che  per  la  me- 
desima biblioteca  e  neppure  pel 
collegio  urbano  acquistasse  dal  ce- 
lebre sinografo  Antonio  Marlucci 
la  numerosa  e  compita  sua  libreria 
cinese  con  ventinovemila  tipi  cinesi, 
oltre  molti  papiri  egizi. 

Intanto  più  confidenziali  si  rin- 
novarono le  amichevoli  relazioni 
tra  la  santa  Sede  e  l' imperiai  ca- 
sa d'Austria  ;  e  nel  passaggio  per 
Roma  di  diversi  reggimenti  austria- 
ci che  portavansi  a  Napoli  per  rin- 
forzare l'esercito  di  occupazione,  o 
che  .  tornavano  dopo  essere  stati 
cambiati  da  altri  corpi,  al  deside- 
rio di  ricevere  l'apostolica  benedi- 
zione, benignamente  corrispose  Leo- 
ne XII  ognora,  benché  malaticcio, 
affacciandosi  o  ad  una  finestra  delle 
camere  da  lui  abitate,  o  ad  una 
di  quelle  del  cortile  vasto  di  Bel- 
vedere, nel  quale  e  sulla  piazza  di 
s.  Pietro  bellamente  si  schieravano 
i  reggimenti,  con  le  loro  armoniose 
bande  musicali.  Più  tardi  recla- 
mando r  Austria  alla  santa  Sede 
una  somma  assai  rilevante  per  al- 
cuni pagamenti  da  essa  sostenuti 
a  favore  delle  provincie  pontificie, 
innanzi  che  queste  fossero  state  re- 
stituite, ebbe  luogo  una  transazio- 
ne. L'Austria  si  mostrò  facile  e  ge- 
nerosa, e  si  contentò  di  soli  cin- 
quantamila scudi,  pagabili  in  cin- 
quanta rate  mensili.  La  Dalmazia 
contava  undici  vescovi,  i  quali,  a 
motivo  delle  scarse  rendite  delle 
loro  sedi,  conducevano  una  vita 
meschina  :  l' Austria  domandò  a 
Leone  XII  che  questi  vescovi  fos- 
sero ridotti  a  cinque,  ed    il    Papa 


LEO 

contliscese  che  si  riducessero  a  sei. 
Anche  con  l'Inghilterra,  dopo  le 
spiegazioni  fatte  in  Roma  a  lord 
IJarrowby,  ristabilì  regolare  cor- 
rispondenza fra  la  corte  e  le  au- 
torità ecclesiastiche  riconosciute  dal 
Papa  in  quel  regno.  Fu  allora  che 
sembrò  opportuno  all'  instancabile 
zelo  del  vigile  Leone  XII,  di  far 
dire  qualche  cosa  nella  gran  Bre- 
tagna, anche  per  la  bocca  de'  vi- 
cari apostolici,  che  si  sapeva  essere 
il  bersaglio  di  triste  calunnie.  Le 
rappresentanze  de*  vescovi  cattolici, 
e  le  querele  dei  fedeli  dirette  ai 
loro  connazionali,  produssero  un  ec- 
cellente effetto  sullo  spirito  di  al- 
cuni pari  del  parlamento  d'Inghil- 
terra, e  d'ini  gran  numero  di  mem- 
bri della  camera  de'  comuni.  Dalla 
fermezza  spiegata  dal  Pontefice  nel 
biasimare  apertamente  la  condotta 
del  governo  de'  Paesi  Bassi,  che 
obliava  i  riguardi  dovuti  ai  catto- 
lici del  Belgio,  il  re  Guglielmo  1 
venne  colpito  dall'effetto  che  avea 
ciò  prodotto  in  Brusselles,  a  Lo- 
vanio  ed  a  Gand,  laonde  giudicò 
a  proposito  d'  inviare  a  Roma  il 
conte  di  Celles  per  gradevoli  spie- 
gazioni ;  ed  allorquando  egli  fu  am- 
messo alla  prima  udienza  del  Papa 
restò  incantato  delle  sue  maniere  , 
franchezza  di  eloquio,  e  ben  si  av- 
vide ch'era  principe  conoscitore  del 
mondo,  esperto  e  coraggioso.  Il  con- 
te ritornò  al  suo  re  con  una  lette- 
ra del  Pontefice,  cui  pel  gradimen- 
to il  principe  rispose  nei  termini  i 
più  rispettosi,  come  avrebbe  fatto 
qualunque  sovrano  cattolico.  Dipoi 
arrivò  in  Roma  nuovamente  il  ce- 
lebre Clinmpollion  giuniore  ;  Leone 
XII  lo  rivide  con  piacere,  ed  ordi- 
nò alla  congregazione  di  propagan- 
da fide  di  raccomandale  l' illustre 
scienziato  nell'  Egitto,    nella  Siria  , 


LEO  71 

ed  ovunque  si  portasse  pei  suoi  slu- 
di .  In  questo  tempo  il  magistero 
dell'inclito  ordine  gerosolimitano, 
rappresentato  dal  luogotenente  Bu- 
sca, ottenne  dal  Pontefice  di  trasfe- 
rirsi da  Catania  [Fedi)  in  Ferrara, 
ove  si  fermò  co'suoi  cavalieri.  L'im- 
peratore Nicolò  I  fu  incoronato  a 
Mosca  a'  3  settembre,  e  monsignor 
Bernetti  ch'era  stato  ricevuto  da 
quel  monarca  con  gran  distinzione  , 
assistette    alla  solenne  cerimonia. 

Ai  2  ottobre  Leone  XII  le- 
ce nel  concistoro  de'  vescovi  la 
sesta  promozione  cardinalizia  di 
dieci  cardinali,  sei  dei  quali  riser- 
bò in  petto,  pubblicandoli  poscia 
nel  concistoro  de'  1 5  dicembre  1 828  ; 
quelli  che  pubblicò  in  questo  li 
accenneremo  :  ecco  i  dieci  cardinali 
secondo  l'ordine  di  loro  creazione. 
Alessandro  de  R.udnay-et-Divek  Ui- 
falu  di  Szent,  arcivescovo  di  Stri- 
gonia.  Pietro  Caprano  romano,  ar- 
civescovo d'Iconio,  segretario  della 
sacra  congregazione  di  propaganda 
fide.  Giacomo  Giustiniani  romano, 
arcivescovo  di  Tiro,  nunzio  di  Ma- 
drid. Vincenzo  Macchi  della  diocesi 
di  Montefiascone,  arcivescovo  di 
Nisibi,  nunzio  di  Parigi.  Giacomo 
Filippo  Fransoni  di  Genova,  ar- 
civescovo di  Nazianzo  ,  nunzio  di 
Lisbona,  che  pubblicò  coi  due  nunzi 
piecedenli.  Francesco  Maria  Ma- 
razza  ni  Visconti  di  Piacenza,  mag- 
giordomo. Benedetto  Barberini  ro- 
mano, maestro  di  camera.  Gio.  An- 
tonio Benvenuti  della  diocesi  di  Si- 
nigaglia,  delegato  apostolico  straor- 
dinario di  Fresinone.  Tommaso 
Bernetti  di  Fermo,  governatore  di 
Roma  ed  ambasciatore  in  Russia, 
che  pure  pubblicò.  Belisario  Crislal- 
di  romano,  tesoriere  generale.  Quin  - 
di  Leone  XII  fece  bibliotecario  di 
£.  Chiesa  il  cardinale    Somaglici;  e 


7»  LEO 

prefetto  generale  della  congregazio- 
ne di  propaganda  y?rfe  e  sua  stam- 
peria il  cardinal  Cappellari.  E  sic- 
come stabiTi  al  prefetto  di  propa- 
ganda l'abitazione  nel  collegio  ur- 
bano, recandosi  Leone  XII  a  dispen- 
sare i  premi  agli  alunni  di  esso , 
■visitò  l'abitazione  che  stava  ridu- 
cendosi convenientemente,  di  che 
ne  trattammo  all'articolo  Collegio 
Urbano  {^Fedi),  ove  pur  dicemmo 
della  pubblica  conclusione  che  l'a- 
lunno Paolo  Cullen  (ora  rettore 
del  collegio  irlandese  e  cameriere 
d'onore  del  Papa  )  dedicò  a  Leo- 
ne XII,  il  quale  ivi  si  recò  ad  u- 
dirla.  Indi  a'26  dello  stesso  mese 
di  ottobre  il  Papa  diede  un  pranzo 
agli  alunni  di  detto  collegio  a  villa 
Altieri,  si  degno  assidersi  a  mensa,  e 
vi  ammise  pure  i  cardinali  Ber- 
tazzoli  che  amava,  Cappellari  e  Ria- 
rio  prefetto  dell'  economia  di  pro- 
paganda. Della  conclusione  poi  che 
gli  dedicò  Camillo  de  Pietro  (  al 
presente  arcivescovo  di  Berito  ed 
internunzio  straordinario  e  delegato 
apostolico  in  Portogallo  )  nella 
chiesa  di  s.  Apollinare,  ove  egual- 
mente Leone  XII  si  recò,  ne  parlam- 
mo all'articolo  Conclusione  [Fedi). 
Da  ciò  si  noti  l'operosità  del  Pon- 
tefice, e  quanto  faceva  per  la  pro- 
tezione degli  studi,  e  per  animare 
gli  alunni  banditori  «lei  vangelo, 
in  ogni  parte  del  mondo.  Indi  Leo- 
ne XII  dichiarò  nunzi,  monsignor 
Luigi  Lambruschini  arcivescovo  di 
Genova,  di  Parigi;  monsignor  Fran- 
cesco Tiberi  arcivescovo  di  Atene, 
già  uditore  di  rota,  di  Madrid  ;  e 
monsignor  Alessandro  Giustiniani 
arcivescovo  di  Petra,  di  Lisbona: 
dall'uditorato  di  rota  promosse  alla 
carica  di  governatore  di  Roma 
monsignor  Marco- y-Catalan.  Mon- 
signor Giovanni  Soglia  lo    nominò 


LEO 

arcivescovo  di  Efeso,  e  suo  elemo- 
siniere segreto,  intervenendo  il  Pa- 
pa al  pranzo  che  fu  fatto  nel  mo- 
nastero della  Chiesa  di  s.  Gregorio 
{^Vedi),  per  la  di  lui  consagrazione, 
come  dissi  meglio  a  quell'  articolo, 
in  cui  notai  aver  Leone  XII  con- 
ferita la  commenda  delle  tre  con- 
tigue cappelle  al  capitolo  Liberiano. 
Intanto  il  Papa  con  moto-proprio 
de'  i4  novembre  1826  istituì  una 
commissione  sui  Conser\'alorii  di 
Roma  [Vedi).  A'  i5  dello  stesso 
mese  il  clero  anglicano  si  riunì  nel- 
la chiesa  di  s.  Paolo  di  Londra, 
ove  il  dottor  Monck  decano  di  Pe- 
terboroug,  predicando  in  latino,  a- 
cremente  inveì  contro  i  cattolici, 
per  impedirne  la  tanto  bramata 
emancipazione  :  l'assemblea  con  que- 
sta convocazione  non  avea  risulta- 
mento  positivo,  ma  voile  con  essa 
provare  il  diritto  che  avea  di  riu- 
nirsi ad  ogni  nuovo  parlamento. 
Nel  medesimo  novembre  uno  stra- 
ripamento dell'Aniene  recò  immensi 
danni  a  Ti\'oli  {^Fedi)j  il  Papa  ac- 
corse per  le  convenienti  riparazio- 
ni, e  poscia  inaspettatamente  ne 
■visitò   le  lavorazioni. 

Leone  XII  approvò  la  congrega- 
zione de'preti  secolari,  detta  degli  O- 
blati  della  B.  Vergine  Maria  {yedi)j 
ed  ebbe  la  paterna  soddisfazione 
d'ammettereal  baciodel  piede  i  mari- 
nai pontificii,  che  fatti  schiavi  delle 
potenze  barbaresche  di  Algeri,  erano 
stati  liberati  per  istanza  del  re  dì 
Francia.  Essendo  ritornato  dall'Aia 
in  Roma  il  conte  di  Celles  con  la 
qualifica  di  ambasciatore  straordi- 
nario e  plenipotenziario  per  con- 
chiudere un  concordato  religioso,  nel 
quale  gl'interessi  dei  belgi  e  degli 
olandesi  cattolici  si  accordassero 
con  quelli  del  re  de'  Paesi  Bassi , 
che  doveva  avere  dei  riguardi  alle 


I 


Li:o 

pretensioni  della  vecchia  Olanda  , 
egli  condusse  per  referendario  e 
consigliere  d' ambasciata  Giovanni 
Germain,  non  che  il  marchese  A- 
lessandro  de  Trazegnies  in  qualità 
di  addetto  alla  medesinna,  venendo 
confermato  il  precedente  segretario 
della  legazione  Carlo  Serruys.  Ade- 
rendo Leone  XII  ai  voti  dell'am- 
basciatore, nello  stesso  novembre 
1826  dichiarò  il  cardinal  Cappel- 
lari  plenipotenziario  per  combinare 
un  concordato  col  re  de'  Paesi  Bas- 
si, colla  coadiuvazione  di  monsi- 
gnor Francesco  Capaccini  sosti- 
tuto de'  brevi,  presidente  e  visita- 
tore apostolico  della  pia  casa  d'in- 
dustria fondala  dal  Papa,  il  quale 
in  molli  gravi  affari  si  serviva  del 
dotto  prelato,  che  avea  goduto  la 
fiducia  e  la  stima  del  cardinal  Con- 
salvi :  dovevano  pure  essere  con- 
sultati i  monsignori  Nasalli  e  Ma- 
zio,  ed  il  canonico  Belli,  poi  car- 
dinali. V.  Co^fCORDATO  TRA  LeOXE 
XII  E  Guglielmo  I  re  de'  Paesi 
Bassi.  A'  22  dicembre  1826  Leo- 
ne XII  approvò  gli  statuti  e  la  so- 
cietà delle  dame  del  Sacro  Cuore 
{^T'edi).  Queste  religiose  furono  po- 
scia stabilite  in  Pioma  presso  le 
Chiese  della  ss.  Trinità  de  Monù, 
e  delle  ss.  Ruffìna  e  Seconda  (^Fe- 
di). A'  27  gennaio  1827  giunse  in 
l'ioma  il  cardinal  Bernetti  ,  che  a- 
vendo  supplicato  il  Pontefice  di 
dispensarlo  di  accettare  la  dignità 
cardinalizia,  non  erasi  fermalo  a 
Parigi  per  riceverne  la  berretta , 
com'era  stato  disposto;  ma  Leone 
XII  non  accettò  la  rinunzia ,  ed 
egli  stesso  gli  impose  colle  solite 
cerimonie  la  berretta  rossa,  e  tutta 
Roma  di  ciò  fu  lieta.  Frattanto  nel 
parlamento  d' Inghilterra,  dopo  la 
leltura  di  parecchie  suppliche  in 
favore  e  contro  i  cattolici,  sir  Fran- 


LEO  73 

Cesco  Burdett  fece  una  proposta  in 
favore  de'cattolici,  riguardante  l;i 
loro  emancipazione.  Jn  appresso 
lord  Elliot  prommziò  un  discordo 
nel  quale  d'avverso  ch'era  al  cat- 
tolicismo,  comparve  invece  propen- 
so, dopo  aver  maturamente  esami- 
nalo l'affare.  Quindi  il  direttore 
del  registro  Copley  combattè  la 
proposta  di  sir  Burdett;  ma  Plun- 
kett  rintuzzò  i  di  lui  argomenti  , 
ed  allora  Peel  segretario  di  slato 
per  gli  aifari  interni,  che  in  ap- 
presso fu  favorevole  ai  cattolici , 
parlò  con  molta  vivacità,  accusan- 
do i  cattolici  d'  idolatria.  Invece 
Brougham  perorò  in  vantaggio  dei 
cattolici,  ma  contro  di  essi  dichia- 
rossi  Goulburn.  Soggiunse  il  segre- 
tario di  stato  Canning,  ch'era  stato 
in  E.oma  sotto  Pio  VII  e  il  car- 
dinal Consalvi,  ed  aveva  ricevuto 
giuste  spiegazioni,  e  conosciuto  le 
intenzioni  saggie  e  leali  di  ambi- 
due.  La  proposizione  di  sir  Bur- 
dett ad  altro  non  tendeva  se  non 
a  dichiarare  che  lo  stato  dell'Ir- 
landa e  dei  cattolici  reclamava  l'at- 
tenzione della  camera:  si  passò  alla 
■votazione  e  si  ebbero  272  voti  fa- 
vorevoli per  la  proposizione,  e  276 
contro,  per  cui  la  causa  de'  catto- 
lici fu  rovinata  per  soli  quattro 
voti,  almeno  per  allora.  Della  cro- 
ce apparsa  in  Francia  nel  villag- 
gio di  Migné  a'  17  dicembre  1826; 
dei  due  brevi  emanati  su  di  essa 
da  Leone  XII,  de' 18  aprile  e  17 
agosto  1827,  e  della  croce  d'oro 
donata  da  lui  al  villaggio,  sene 
parla  al  volume  XVIII,  p.  227  del 
Dizionario. 

Nel  concistoro  de'  2 1  maggio 
1827  Leone  XII  partecipò  al  sa- 
cro collegio,  che  l'arcivescovato  di 
Friburgo  [Vedi),  istituito  con  quat- 
tro    suffraganei     da    Pio   VII,  avea 


7't 


LEO 


ricevjilo  coinpinienlo  e  pieno  effet- 
to, sia  nelle  rendile  assegnate  ai 
vescovi,  che  per  quelle  disposte  pel- 
le cottedrali,  seminari  e  parrochi  , 
provvedendo  intanto  ai  pastori  di 
Friburgo  e  Limhurgo.  Quindi  pro- 
teslù,  che  non  potendo  senza  col- 
pa lasciare  ancora  vedove  diverse 
chiese  d'  America,  a  riparare  le 
conseguenti  calamità,  nominava  i 
vescovi  per  le  sedi  vacanti  di 
Cuenca,  Quito,  Renezuela,  s.  INIar- 
la,  s.  Fede,  Antiochia,  ec.  La  cor- 
te di  Madrid  vedendo  con  dispia- 
cere queste  ultime  determinazioni 
del  Papa,  sebbene  da  dodici  anni 
gli  spagnuoli  non  dominavano  più 
ni  que  luoghi,  temporeggiava  di  ri- 
cevere il  nuovo  nunzio  monsignor 
Tiberi.  In  questo  mentre  il  re  di 
Spagna  Ferdinando  VH  mandò 
in  ambasciatore  straordinario  e 
ministro  plenipotenziario  il  cav. 
Gomez  Labrador,  una  delle  prime 
persone  della  diplomazia  spagnuo- 
la,  ed  il  cardmal  Cappellari  fu 
nominato  dal  Papa  a  trattare  con 
lui.  Nel  concistoro  de'  vescovi  dei 
•^5  giugno,  Leone  XIT  annunziò 
la  morte  di  Giovanni  VI  impera- 
tore del  Brasile,  re  di  Portogallo 
e  degli  Algarvi,  dichiarando  la  sua 
determinazione  di  volergli  far  cele- 
brare le  consuete  esequie  nella 
cappella  papale  ;  indi  fece  la  setti- 
ma promozione  cardinalizia,  crean- 
do cardinale  Ignazio  Nasalli  di 
l'arma,  arcivescovo  di  Ciro,  già 
nunzio  presso  la  confederazione  El- 
vetica, e  Gioacchino  Gio.  Saverio 
Isoard  d'Aix ,  decano  della  rota. 
Due  giorni  dopo  il  Papa  provò  il 
dispiacere  di  sentire  la  morte  del 
cav.  llalinski  ministro  di  Russia, 
per  l'ottima  intelligenza  che  pas- 
sava con  quel  saggio  diplcjmalico. 
Ycr>o  quc-to  tempo  giunse  in  Ho- 


LEO 

ma  In  notizia  della  battaglia  rli 
Navarino,  in  cui  la  fiotta  turco- 
egizia  venne  distrutta  ;  questa  vit- 
toria favoriva  gì'  interessi  della 
Francia,  non  quelli  della  Russia  e 
dell'Inghilterra;  ne  fu  poi  conse- 
guenza r  istituzione  del  regno  di 
Grecia  (^P'edi),  ma  senza  felici  ri- 
sultati pei  cattolici,  come  diciamo 
a  quell'articolo.  Intorno  a  quest'e- 
poca un  decreto  dell'  imperatore 
d'Austria  Francesco  I  die  maggior 
consistenza  agi'  istituti  de'  gesuiti, 
ch'eransi  aperti  ne'suoi  stati.  A'rxc) 
oltobie  1827  il  Papa  recossi  a 
Monte  Porzio,  e  desinò  nel  luogo 
di  villeggiatura  del  Collegio  Ingle- 
se :  di  ciò  ne  parliamo  anche  al- 
l'articolo Frascati.  Indi  a'  2  r  di- 
cembre Leone  XII  pubblicò  il 
moto- proprio  sulla  amministrazione 
pubblica,  ed  il  riparto  territoriale 
dello  stato  ecclesiastico,  di  cui  te- 
nemmo proposito  all'  articolo  De- 
legazioni E  LEGAZIONI  APOSTOLICHE 
DELIO     STATO     PONTIFICIO. 

Nel  gennaio  1828  essendo  stati 
pi'oscritti  gli  armeni  cattolici  sta- 
biliti in  Coslaiilìnopoli  [Vedi),  al 
modo  che  dicemmo  in  quell'artico- 
lo, per  cui  quasi  quindicimila  ar- 
meni furono  ol)bligati  a  ritirarsi 
in  Asia,  tranne  alcuni  che  si  na- 
scosero, e  passarono  in  Grecia, 
l'animo  paterno  di  Leone  XII 
ne  fu  profondamente  amareggiato. 
Quindi  ordinò  di  ricorrere  al  pa- 
trocinio della  Beata  Vergine  con 
una  novena.  Questa  si  fece  nella 
chiesa  del  collegio  Urbano  di  pro- 
paganda fide  con  l'intervento  del 
cardinal  Cappellari  prefetto  genera- 
le della  congregazione  di  propagan- 
da, e  di  tutti  i  prelati  orientali  : 
nell'ultimo  giorno  vi  si  recarono 
riiniora  i  cardinali  della  congrega- 
zione, ed   il   Papa,  compartendo   la 


\ 


LEO 

benedizione  col  ss.  Sacranienlo  il 
cnrdinal  Cappellnri.  Il  re  di  Sar- 
degna Carlo  Felice  inviò  in  Roma 
il  cav.  di  Colobiano  (del  quale  par- 
lammo ancora  nel  voi.  XXVll,  p. 
I  66  del  Dizionario  ed  altrove),  per 
una  missione  straordinaria,  die  Leo- 
ne XII  fece  trattare  ai  cardinali  Ber- 
tazzoli  eCappellari,  nonché  a  mon- 
signor Sala.  In  virtù  di  tali  accordi 
il  re  restituì  agl'istituti  ecclesiastici 
il  resto  di  tutti  i  beni  che  il  go- 
verno imperiale  francese  aveva  riu- 
niti al  dominio  dello  stato.  Ver- 
so lo  stesso  tempo  il  re  di  Bavie- 
ra Luigi  regnante  ristabilì  ne'  suoi 
slati  alcuni  monasteri  di  benedet- 
tini, eh'  erano  stati  soppressi  in 
gran  parte  da  suo  padre.  Il  con- 
cordato pel  ristabilimento  del  ve- 
scovato di  Basilea  venne  rigettato 
dal  cantone  di  Argovia,  ma  lo  ra- 
tificarono gli  altri  cantoni  interes- 
sali di   Soleure,  Lucerna  e  Zug. 

Kel  maggio  1828  sir  Burdelt, 
benché  non  più  appoggiato  da  Can- 
ning  defunto,  fece  alla  camera  dei 
comuni  di  Londia  la  proposta  sul- 
l'emancipazione de'  cattolici,  pei 
quali  con  grave  eIo([uenza  appog- 
giò la  domanda  Brougham,  ma 
Peel  si  dichiarò  contro  di  loro; 
allora  lord  Guglielmo  Paget,  che 
sino  a  quel  punto  aveva  votato 
contro  i  cattolici,  meglio  infoimato 
volò  in  favore,  e  Grani  membro 
del  ministero  pronunziò  un  lungo 
ragionamento  a  vantaggio  della 
proposta.  Passando  la  camera  dei 
comuni  ai  voti,  272  di  essi  furo- 
no favorevoli,  e  2G6  contrari.  Pro- 
seguendo le  trattative  per  l'eman- 
cipazione de'  cattolici,  alla  camera 
dei  pari  la  sorte  del  bill  non  fu 
prospera  ;  diversi  arcivescovi  della 
cl»iesa  anglicana,  lord  Colchester, 
ed  il  duca  di  AYcllingtou    parlaro- 


LEO  7^ 

no  contro;  ed  in  favore  peroraro- 
no lord  Wellesley  fratello  di  detto 
duca,  ed  il  duca  di  Sussex.  Ma  la 
proposta  fu  respmta  alla  maggioran- 
za di  182  voti,  contio  137.  Frat- 
tanto il  Papa  nel  dì  della  Pentecoste 
fece  celebrare  la  solenne  beatificazio- 
ne di  Maria  Vittoria  Fornari  S Ira- 
ta, fondatrice  delle  monache  della  ss. 
Annunziata  dette  turchine  ù  celesti. 
Il  cardinal  Giulio  della  Somaglia 
decano  del  sagro  collegio  e  segre- 
tario di  stato,  essendo  vicino  a  com- 
pire 84  anni  di  sua  età,  e  per  la 
sua  salute  di  molto  alterata,  pre- 
gò Leone  XII  ad  esonerarlo  dalla 
carica  :  il  Papa  accolse  benigna- 
mente le  sue  brame,  e  nominò  se- 
gretario di  stato  il  cardinal  Ber- 
netti,  che  avea  nominato  legato 
apostolico  a  Ravenna,  senza  che 
ancora  vi  si  fosse  recalo;  quindi 
a' 17  giugno  il  cardinal  Bernetti 
incominciò  a  fungere  il  supremo 
ministero.  Nel  giorno  precedente 
erano  state  pubblicate  in  Parigi  le 
regie  ordinanze,  con  le  quali  ven- 
nero ristrette  le  facoltà  al  corpo 
episcopale  sulle  nuove  scuole  spe- 
ciali per  gli  affari  ecclesiastici,  giù 
concesse  dal  re  defunto  Luigi  XVIU, 
ad  istanza  del  metlesimo  corpo  ;  e 
perciò  si  venivano  a  sopprimere 
una  quantità  di  scuole  tenute  dai 
gesuiti,  che  per  tal  modo  erano 
colpiti  d'un  biasimo  immeritato.  I 
vescovi  che  avevano  chiamato  nel- 
le loro  diocesi  i  gesuiti,  reclamaro- 
no costantemente  contro  questa  de- 
terminazione, ma  non  furono  ascol- 
tati ;  diecimila  padri  di  flmìiglia, 
alle  cui  case  tornarono  i  loro  figli 
senza  istruzione,  inutilmente  anche 
essi  alzarono  le  loro  querele.  Car- 
lo X  domandò  consiglio  a  Leone 
XII,  cui  furono  rimessi  i  reclami 
de" vescovi  francesi,  e  i  relativi  do- 


r6                     LEO  LEO 

dimenìi.  Per  malasorte  era  allora  monsignor  del  Drago;  maestro  di 
il  Papa  alquanto  alterato  nella  camera  monsignor  de  Simoni  ;  e 
salute,  nonché  tutto  preoccupato  segretario  di  propaganda  monsignor 
da  molti  argomenti  d'  inquietudine  Castracane,  tutti  poi  creati  cardi- 
c  di  timore  che  da  tutti:  parti  na-  nali  dal  Papa  che  regna,  tranne 
sccvano,  per  lo  stato  delle  cose  re-  il  penultimo  creato  da  Pio  Vili.  11 
ligiose  nella  Prussia,  nell'Inghilter-  gran  Pontefice  era  giunto  al  tra- 
ra,  ove  la  grand'opera  dell'emanci-  monto  di  sua  vita,  né  gli  liiancò 
pazione  de'  cattolici  non  consuma-  qualche  interno  presentimento,  co- 
vasi, nel  Belgio  particolarmente  e  me  si  espresse  con  qualcuno,  e 
nelle  Russie.  Il  Papa  tuttavia  si  dopo  la  sua  morte  fu  trovata  sul 
abbandonò  alla  previdenza  ed  alla  di  lui  tavolino  la  modesta  iscrizio- 
saggezza  del  re;  quindi  nell'otto-  ne  sepolcrale,  che  riportammo  al 
bre  emanò  un  breve  col  quale  ri-  citato  articolo  Genoa,  insieme  a 
spose  alle  rimostranze  della  dieta  quella  che  da  arcivescovo  erasi  fat- 
Elveticii,  relativamente  ai  matrimo-  ta  per  la  sua  sepoltura  nella  chie- 
iii  contraiti  a  Roma  dagli  svizzeri,  sa  di  Monticelli  sua  abbazia.  Le 
i  quali  COSI  eludevano  le  leggi  del-  sagre  funzioni  della  solennità  del 
la  loro  patria.  Il  Pontefice  dichia-  Natale  1828  senza  incomodo  le 
rò  ch'egli  avea  il  diritto  di  ammi-  celebrò  come  negli  anni  precedeo- 
lìistrare  il  sagramento  del  matri-  li  ;  cioè  il  vespero  pontificale,  il 
ruouio  ai  cattolici  di  tutti  i  paesi,  mattutino,  assistette  alla  messa  dei- 
che  però  allorquando  il  matrimo-  la  notte  di  Natale,  la  celebrò  bas- 
nio  potrà  essere  differito  senza  pre-  sa  nella  chiesa  di  sani'  Anasta- 
giudicare  la  morale,  si  esigerà  la  sia,  secondo  l'antico  uso  de'Pon- 
presentazione  dei  necessari  docu-  tefici,  e  poi  la  solenne  nella  ha- 
nienti.  silica  di  santa  Maria  Maggiore. 
Nel  concistoro  de'  i5  dicembre  Nel  seguente  gennaio  1829  la  ve- 
1828,  dopo  avere  Leone  XII  pre-  glia  notturna,  ad  onta  del  laudano 
conizzato  i  nuovi  vescovi,  pubblicò  che  soleva  prendere  per  dormire, 
cardinali  i  prelati  R^udnay,  Capra-  si  aumentò  sensibilmente;  tutta vol- 
no,  INJarazzani,  Barberini,  Benvenu-  ta  godeva  di  un  sufllciente  stato 
ti  e  Crislaldi,  riserbati  già  in  pet-  di  salute,  potendo  eseguire  a'  2 
to  ;  indi  creò  e  pubblicò  cardinali  febbraio  la  lunga  funzione  della 
Anton-Domenico  Gamberini  d'Imo-  candelora,  ma  volle  consegnare  al 
la,  vescovo  d'Orvieto;  e  Gio.  Fran-  prelato  maggiordomo  l'anello  pre- 
cesco  Marco-y-Catalan  della  diocesi  zioso  che  i  Papi  sogliono  usare 
di  Saragozza,  governatore  di  Roma,  ([uando  celebrano  solennemente,  e 
Questa  fu  l'ottava  ed  ultima  prò-  da  noi  descritto  all'articolo  Anello 
mozione  cardinalizia  di  Leone  XII,  de'Papi  o  Pontificale,  nel  timore 
che  nel  suo  pontificato  creò  venti-  che  potesse  smarrirsi  nel  suo  pynto 
cinque  cardinali.  Conseguenza  di  estremo.  Intanto  monsignor  Patrizio 
questo  concistoro  fu  la  noiuina  di  Curtis  arcivescovo  d'Armach,  e  gli 
varie  cariche;  diremo  le  primarie,  altri  vescovi  cattolici  d'  Inghilterra 
F'ece  governatore  di  Roma  monsi-  raddoppiavano  il  loro  zelo  ed  ini- 
guor  Cappelletti;  tesoriere  generale  pegno  pel  bill  di  emancipazione 
aiouiigiior     Malici  ;     maggiordomo  iii     favore     dei  cattolici,    e  la    ses- 


LEO 

sione  del  pailamento  dovea  aprir- 
si a' 5  fiibbiaio;  ina  ne' segieli  <li 
Dio  era  stabilito  cbe  Leone  XII 
non  dovesse  godere  della  paterna 
gioia  e  consolazione  di  sentire  il 
cattolicismo  emancipato  in  Inghil- 
terra prima  di  morire,  giacché  fu 
accettato  a'2  3  febbraio:  questa  leg- 
ge pose  a  livello  i  cattolici  con 
gli  altri  sudditi  dell'  Inghilterra,  gli 
assolvè  dalle  pene  e  dalle  gravezze 
the  pesavano  sopra  di  loro,  gua- 
rentì loro  r  eguaglianza  de'  diritti 
politici,  e  stabili  che  non  \i  sarà 
alcun  velo  per  le  relazioni  colla  san- 
ta Sede.  I  ministri  Wellington  e 
PeeI,  che  avevano  da  prima  com- 
battuta tale  misura,  ne  assicuraro- 
no questa  volta  1'  adempimento  . 
A'  18  gennaio  era  morto  il  cardinal 
Marazzani  già  maggiordomo  del  Pa- 
pa, che  avea  pubblicato  cardinale 
tientatre  [giorni  avanti:  questo  fu 
l'unico  cardinale  da  lui  creato  che 
morì  nel  suo  pontificato,  nel  qua- 
le erano  morti  dieciotto  altri  di 
Pio  VII  suo  predecessore,  compre- 
so uno  di  Pio  VI. 

A'5  febbraio  Leone  XII  per  la  scala 
segreta,  dalle  sue  stanze  si  recò  in 
quelle  del  cardinal  Bernetti  infermo 
di  podagra.  Nella  sera  cominciò  a 
sentire  i  primi  dolori  d'una  stran- 
guria,  ed  il  male  essendosi  aggrava- 
lo, il  chirurgo  Filippo  Todini  che 
godeva  la  confidenza  del  Papa  fece 
quanto  prescrive  l'arte;  ma  Leone 
XII  ch'era  stato  sovente  il  medico 
di  sé  stesso,  volle  subito  il  suo 
confessore  d.  Giovanni  Santini.  Du- 
rante la  notte  il  male  si  aumenti), 
onde  furono  chiamati  non  l'archia- 
tro  pontificio  dottore  Michelangelo 
Poggioli,  ma  solo  i  chirurghi  Giu- 
seppe Sisco  e  Speroni.  INondiraeno 
ne'giorni  6  e  7  la  malattia  andò 
peggiorando  ;  nel  giorno  8  sembrò 


LEO  7- 

alquanto  diminuita,  e  sorgere  qual- 
che speranza,  por   essere  stato  feli- 
cemente siringato  dal  Sisco;   ma    il 
miglioramento  fu    effimero.   11  dot- 
tore Poggioli  visitò  il  Papa,  secon- 
do il  solito  a  lui  stabilito,  nella  so- 
la   domenica,    che    era    il    terzo    o 
quarto     giorno     del    male;    quindi 
non   ebbe    piìi  accesso    nella  came- 
ra del  Pontefice,  e  solo  per  coman- 
do del  cardipal   segretario  di  stalo 
restò  sempre  in  anticamera,  e  dormi- 
va  in  una  stanza  vicina,  senza  però  che 
venisse    giammai    interpellato    sulU» 
grave  infermità  del  Papa.  Nella  stessa 
domenica  verso  sera   il   male  imp»r- 
versò  di   nuovo,   laonde   nel  seguen- 
te   mattino     aumentandosi    sempre 
più  il  pericolo,    il   Pontefice    chiese 
da    sé    medesimo  il  ss.  Viatico,  che 
gli   fu  tosto  amministrato  da  mon- 
signor Alberto  Barbolani,  suo  came- 
riere segreto;    e    poco    dipoi    volle 
che    monsignor    arcivescovo    Soglia 
gli  amministrasse  pure  l'estrema  un- 
zione,   rispondendo    con    edificante 
pietà     e     coraggiosa     rassegna/ione 
alle  preghiere  che   la  Chiesa  usa  per 
tal  sagramento.   Il  cardinal  Bernetti, 
come  segretario  di    stato,  partecipò 
il  grave  pericolo  di   vita  in  cui  tro- 
vavasi  il  Pontefice    al  cardinal   So- 
raaglia  decano,  ed  al  cardinal  Zur- 
la    vicario,    non    che    al    corpo    di- 
plomatico.  Il    cardinal    vicario   im- 
mediatamente   fece    esporre    il    ss. 
Sacramento  nelle    basiliche  Lalera- 
nense,  Vaticana  e  Liberiana,  ed  oi-- 
dinò  a  tutto  il  clero  la   recita   del- 
l'orazione :    Pro    infìniw     Pondfìce 
morii  proxirno  j  ed   in   pari   tenq^o 
furono  sospesi  in  B.oma  tutti  i  pub- 
blici  spettacoli.    Nella    mattina   dei 
nove  il  cardinal  decano  per  im  suo 
gentiluomo   partecipò   a   tutto   il  sa- 
cro collegio  l'uifausta  notizia,  ed  al- 
lora i  cardinali   in  abito  si  recaro- 


78  LEO 

no  nelle  pontificie  camere  per  in- 
formarsi della  preziosa  salute  del 
capo  della  Chiesa,  e  si  traltenneio 
alquanto  se  avesse  voluto  vederli, 
poscia  si  restituirono  alle  proprie  le- 
sidenze.  Nella  stessa  sera  il  cardinal 
Castiglioni  entrò  nella  camera  del- 
l'augusto infermo  e  1'  assistette  se- 
condo i  doveri  della  sua  carica  di 
penitenziere  maggiore,  mentre  il 
Pontefice  che  sino  allora  era  stato 
costantemente  presente  a  sé  stesso, 
cadde  in  un  profondo  sopore  , 
prestandogli  gli  ultimi  uffizi  fino 
allo  spirare  il  dottore  Poggioli,  do- 
po cioè  la  partenza  de'  chirurghi, 
attribuendo  la  voce  pubblica  al 
Todi  ni  il  peggioramento  del  vene- 
rando infermo.  Sul  far  del  giorno 
il  cardinal  Odcscalchi,  per  far  ri- 
posare il  cardinal  Castiglioni,  suben- 
trò nell'assistenza  ;  e  dopo  lunga  e 
placida  agonia,  fra  le  lagrime  e  la 
desolazione  di  tutti  gli  astanti,  nel 
martedì  mattina  io  febbraio  1829, 
ad  ore  quindici  e  tre  quarti,  Leo- 
ne XII  rendette  V  ultimo  respiro, 
nell'  età  d'anni  sessantotto,  cinque 
mesi  ed  otto  giorni,  e  di  pontificato 
anni  cinque,  mesi  quattro  e  gior- 
ni tredici.  A  cagione  dell'inatteso 
e  rapido  corso  del  morbo  da  cui 
fu  condotto  il  Pontefice  in  brevissi- 
mo tempo  alla  tomba,  non  mancò 
chi  avvisasse  ad  una  causa  violen- 
ta, il  che  per  noi  non  vuoisi  qui 
né  ammettere  né  escludere;  riferen- 
do solo  come  illeso  abitualmente 
ei  si  fosse  da  ogni  malore  uretrale 
e  vescicale,  in  modo  che  negli  stessi 
abituali  e  cronici  incomodi  ed  ac- 
cessi emorroidali  ebbe  sempre  ed 
in  ogni  tempo  ad  emettere  le  sue 
acque  spedite,  limpide  ed  abbon- 
danti. 

Dopo    le    consuete    cerimonie    e 
funebri  pompe,  nella  sera  del  secon- 


LEO 

do  giorno  delle  esequie  novendiali, 
il  cadavere  del  Pontefice  alla  pre- 
senza de'cardinali    da    lui  creati  fu 
collocato  dentro    le    solite    casse,  e 
poscia  rimossa    quella   di  Pio  VII, 
fu  posta  nella  nicchia  sopra  la  por- 
ta della  cantoria  del  coro  della  ba- 
silica vaticana.  Nel  nono  ed  ultimo 
giorno  de'novendiali,  dopo  la  mes- 
sa celebrata  dal  cardinal  Odescalchi, 
alla  quale  assistette  il  re  di  Bavie- 
ra nel  più  stretto    incognito,  e  pri- 
ma delle  cinque  solenni  assoluzioni 
intorno    al  tumulo  grande,  monsi- 
gnor   Angelo    Mai    primo    custode 
della    basilica    vaticana,    vestito    di 
cappa  sah  sul  pergamo    a  cornu  e- 
vangelii  della  cappella  del  coro  della 
medesima   basilica,  e  pronunziò   in 
latino  la  funebre  orazione,  essendo 
stato  a  ciò  scelto  dal  sagro  collegio, 
la  quale  con  la  nota  dottrina  dipin- 
se   al     vivo  con   grave  eloquenza  i 
principali     tratti   del  pontificato    di 
Leone  XII.   Il  tumulo  grande  o  ca- 
tafalco, intorno  al    quale  negli   ul- 
timi tre  giorni  de'novendiali  si  fan- 
no le  cinque  solenni  pontificali  as- 
soluzionij  fu  innalzato  in  mezzo  alla 
navata  maggiore  di    detta  basilica, 
con  disegno  del  cav.  Giuseppe  Va- 
ladier,  e  gli  ornali  e  le  figure  del- 
lo scultore  Adamo  Tadolini.   Que- 
sto   magnifico    catafalco    consisteva 
in  una  grandiosa  piramide  egiziana, 
e  ne'  quattro    angoli   eravi  dipinto 
il  ritratto  del  Papa  defunto,  il  suo 
stemma  gentilizio,   quello    della  re- 
verenda   camera    apostolica,    ed    il 
triregno  colle  chiavi  incrociate.  Nel- 
la cima  sorgeva    la    gigantesca  sta- 
tua della  Religione:  nella  parte  del- 
la principale  prospettiva,  in  grandez- 
za naturale,  eranvi  le  statue  simbol- 
leK£;ianti   la  Carità    e  la    Giustizia, 
con  un  genio    accanto  ali  urna  de- 
corata   di    panneggio    eoa    sopravi 


LEO 

duo  cuscini  e  pioporzionalo   triregno 
ed   iscrizione,   figiirando    come    rac- 
chiudesse le  ceneri  dciraiignslo  ile- 
funto.  iVelia  parie  opposta   poi  ven- 
nero dipinti    molti    emblemi    sacri, 
con  due  fame  personificate  e  pian- 
genti, e  soUo    con    pitture  a  chia- 
ro-scuro   venne  rappresentalo    l'ac- 
crescimento delle    cattedre  nell'  ar- 
chiginnasio romano.    Dai    lati   late- 
rali, corrispondenti  a  rimpctto  del- 
le cappelle  del  coro    e  del  ss.  Sa- 
cramento, si  leggevano  quattro  iscri- 
zioni    latine    di     Girolamo    Amali 
scrittore  in  lingua  greca  della  biblio- 
teca vaticana,  nelle    quali   egli   lie- 
pilogò  i  fasti  del  breve,  ma  glorio- 
.so  pontificato  di   Leone  XII,  enco- 
miando   principalmente    sì  nella    i- 
scrizione  minore,  e    con    piìi  diffu- 
sione  nelle    quattro    mentovate,    la 
somma    di    lui    religione    e    pietà , 
quanto  fece  per  la  più  spedita  e  ret- 
ta giustizia,  la  sua  liberali  là  e  prov- 
vida sollecitudine  nel  governo,  e  la 
costanza  del  suo  animo,  instancabile 
nell'esercizio  de'suoi  doveri  ad  onta 
di  sua  inferma    salute,    virtù  tutte 
che    eminentemente    adornarono   s\ 
gran     Pontefice.    Queste     iscrizioni 
sono  riportate  nell'opuscolo  di  mon- 
signor Giuseppe  Baraldi,  intitolato 
Leone    XII    e    Pio   Vili,    e     nel- 
l'edizione   che     nel    1829     ne    fe- 
ce in  Venezia  Giuseppe  Battaggia , 
si  leggono  con  la    versione    in  ita- 
liano del  eh.    dottore  Paravia,  no- 
me   come    quello  del  Baraldi    alle 
lettere  carissimo.  Sotto  1'  urna  con 
pittura  a  chiaro-scuro  venne  figu- 
rata r  apertura    della  porta  santa. 
Quattro  magnifici  candelabri  soste- 
nenti   ognuno    copioso    numero  di 
candele,  aventi  in  cima  una  faccella, 
adornarono  la  bella  e  sontuosa  pi- 
ramide che   posava    sopra    analoga 
base,  e  circondata  da  un  ordine  di 


LEO  79 

scalini.  A  pie  di  questi  nelle  quat- 
tro laterali  estremitii,  e  precisamen- 
te sotto  i  candelabri,  furono  po- 
sti quattro  tappeti  con  altrettanti 
sgabelli  pei  cardinali  che  ne'predet- 
ti  ultimi  tre  giorni,  in  un  al  ce- 
lebrante fecero  le  memorate  asso- 
luzioni, sedendo  il  celebrante  da- 
vanti alla  cappella  del  coro,  luo- 
go ove  i  cardinali,  i  prelati  ec,  ce- 
lebrarono i  novendiali  funerali.  Del- 
l'umile sepolcro  decretato  da  Leo- 
ne XII  vivente  innanzi  la  cappella 
di  s.  Leone  I  Magno,  ne  parlammo 
all'articolo  Ge.vga,  come  del  monu- 
mento di  gratitudine  eretto  nella 
basilica  vaticana,  a  spese  particola- 
ri  del  regnante  Gregorio  XVI. 

Leone  XII,  il  cui  nome  solo  è 
gloria,  sostenne  con  magnanimitìi 
la  grandezza  di  questo  nome  mae- 
stoso per  le  gesta  degli  undici  Pon- 
tefici che  precedentemente  l'aveva- 
no portato;  nelle  quali  se  ne  in- 
contrano diverse  confoimi  a  quelle 
ed  al  carattere  di  Leone  XII,  sic- 
come zelantissimo  dell'apostolico  mi- 
nistero, di  sveglialo  ingegno,  corag- 
gioso e  franco.  Se  E.oma  fosse  sta- 
ta minacciata  da  qualche  nemico, 
esli  sarebbesi  mostrato  senza  dub- 
bio  un  altro  s.  Leone  IV.  Il  perchè 
la  perdita  di  un  tanto  Pontefice  fu 
giustamente  compianta  non  solo  da 
quelli  di  cui  fu  egli  ancora  prin- 
cipe e  padre,  ma  da  tutto  l' orbe 
cattolico,  e  dalla  maggior  parte  dei 
sovrani,  come  dichiararono  nelle  let- 
tere al  sacro  collegio,  ed  a  voce 
per  mezzo  dei  loro  ambasciatori  e 
ministri,  sì  in  forma  pubblica  che 
particolare;  e  pianse  l'intera  Chie- 
sa, essendo  benemerito  della  religio- 
ne e  della  società.  Però  con  la  sua 
vita  non  è  stala  spenta  la  sua  me- 
moria; la  fama  non  può  morire. 
Dopo    il    pontificato   di    Pio    VII, 


8o  LEO 

torno  la  alla  santa  Setle  la  calma, 
Leone  XII  nel  breve  suo  regno  si 
mostrò  tutto  inteso  a  rimettere  le 
cose  di  Roma  e  dei  suoi  domini i, 
in  quello  stato,  nel  quale  non  ave- 
vano potuto  mantenersi  tra  le  pas- 
sate vicende,  con  quelle  provviden- 
ze e  modificazioni  proporzionate  ai 
tempi  ed  ai  bisogni  dei  popoli  ;  e 
ad  esservi  coadiuvato  fece  scelta  di 
egregi  ministri,  esaltando  al  car- 
dinalato personaggi  d'  un  merito 
distinto,  virtuosi  e  dotti,  i  quali 
aumentarono  il  lustro  del  sagro 
collegio.  IMalgrado  la  sua  debole 
salute,  si  può  dire  che  governò 
sempre  da  sé  stesso,  occupandosi 
del  dettaglio  d'ogni  cosa  ;  dichiarò 
aperta  guerra  agli  abusi,  cercò  d'ap- 
plicare una  salutare  riforma  ai  di- 
versi rami  della  pubblica  ammini- 
strazione, s\  civile  che  criminale, 
tanto  sul  giudiziale  che  sull'econo- 
mico, ed  ecco  perchè  alcune  suede- 
terminazioni  furono  biasimate.  Dap- 
poiché essendo  perfettamente  irre- 
prensibile riguardo  alle  cose  religio- 
se, al  dire  di  alcuni  volle  forse  per 
rispetto  alle  cose  amministrative  es- 
sere piìi  corrivo  di  quello  che  si 
convenisse,  spintovi  dall'ardente  bra- 
ma che  avea  di  fare  il  bene  e  la 
felicità  de'  sudditi.  L'  umiltà  sua, 
come  osserva  il  lodato  monsignor 
liaraldi,  gli  fece  talvolta  esclamare 
quando  ammetteva  alcuno  al  bacio 
del  piede:  non  ì)iihi,  sed  Petro ; 
la  sua  mansuetudine  e  dolce  con- 
versare consolava  e  rapiva  chi  avea 
l'onore  di  trattarlo  e  visitarlo,  co- 
me ampiamente  dimostra  il  beneme- 
rito suo  principale  biografo  cav. 
Artaud  di  Montor  già  incaricato 
d'  alFuri  per  la  Francia  a  Pioma 
nel  suo  pontificato.  Varie  società 
segrete  minacciavano  turbare  la  pa- 
ce e   la    tranquillità    di^ll'  Europa  ; 


LEO 

ma  Leone  XII  ripetè  le  proteste 
de'suoi  antecessori  contro  queste  il- 
lecite assemblee,  e  contro  le  loro 
prave  intenzioni  ;  laonde  discoprì 
novelle  trame,  che  osavano  attenta- 
re all'autorità  de'principi  legittimi, 
ed  aveano  altri  tenebrosi  scopi  . 
Condannò  pure  le  società  bibliche; 
mentre  le  sue  allocuzioni,  bolle  ed 
encicliche  saranno  sempre  monu- 
menti per  lui  gloriosi,  siccome  ze- 
lante conservatore  del  culto  divino 
e  della  disciplina  ecclesiastica. 

Promosse  Leone  XII  i  buoni  stu- 
di, protesse  le  arti  ed  i  suoi  cultori  ; 
fu  sostegno  dei  poveri,  degli  infer- 
mi e  de'prigionieri  :  principe  fru- 
gale e  modesto,  e  pieno  d'integrità, 
fu  alieno  dal  nepotismo  e  dall'  in- 
grandimento de'  suoi  parenti  ;  e  fu 
dalla  morte  rapito  quando  nella 
vastità  di  sua  mente  molte  cose 
andava  disponendo  per  il  bene  del- 
la Chiesa,  non  meno  che  per  la 
prosperità  dei  sudditi.  Studiò  inge- 
gnosamente l'abbellimento  tanto  di 
Roma  che  dello  stato  nelle  strade 
pubbliche,  negli  arsenali  di  Ancona 
e  Civitavecchia,  ed  in  altre  opere  da 
lui  intraprese  pel  maggior  decoro 
estrinseco  della  dominante  e  dello 
stato.  In  Roma  edificò  il  Porto  Leo- 
nino  (  Vedi),  per  vantaggio  della 
regione  di  Trastevere  e  della  città 
Leonina.  Nel  palazzo  di  Papa  Giu- 
lio stabilì  una  scuola  e  collegio 
veterinario,  dove  venivano  raccolti 
da  tutte  le  provi ncie  dello  stato 
dei  giovani  abili  a  dedicarsi  a  questa 
utilissima  scienza  :  ivi  erano  istrui- 
ti nell'anatomia,  nella  zoologia,  nella 
patologia  e  nella  mascalcia.  Lo  sta- 
bilimento era  sorvegliato  da  abile 
direttore  ed  assistito  da  valenti  pro- 
fessori, ed  il  tutto  era  regolato  a 
norma  dei  più  famosi  collegi  ve- 
terinari di  Europa.  Nelle  Notizie  del 


LEO 

giorno  di  Roma  del  1842,  al  nu- 
mero 49  si  legge  l'elogio  del  pro- 
fessor Luigi  Metaià,  che  Leone  XII 
prescelse  al  magistero  della  veteri- 
naria in  detto  stabilimento,  conser- 
vandogli nell'università  la  cattedra 
di  zoologia;  ma  nel  pontificato  di 
Pio  Vili  il  collegio  fu  soppresso,  e 
le  cattedre  furono  incorporate  nella 
nominata  università.  Il  macello  pub- 
blico in  Roma,  per  incolumità  della 
città,  fu  per  ordine  di  Leone  XII  edi- 
ficato a  porta  Flaminia  detta  del 
Popolo,  dal  lato  del  fiume  Teve- 
re, a  forma  dei  migliori  di  altri 
luoghi.  In  questo  edifizio  volle  sta- 
bilito un  locale  per  la  mattazione 
di  tulli  gli  animali,  le  di  cui  cai''- 
ni  servono  ad  uso  pubblico,  onde 
così  venissero  tolti  i  pericoli  ed  il 
disordine  che  derivava  dai  ma- 
celli privati.  Questo  vasto  edifi- 
zio fu  eseguito  con  disegno  del- 
l'architetto cav.  Gio.  Battista  Mar- 
tinetti, ed  il  locale  è  capace  della 
mattazione  contemporanea  di  più 
centinaia  di  bestie,  ed  è  fornito  di 
tanta  copia  d'  acqua  corrente  da 
provvedere  all'istante  alla  nettezza 
del  luogo  :  vari  sopraintendenti  di- 
rigono l'utile  stabilimento,  alcuni 
de'quali  invigilano  alla  bontà  delle 
carni,  che  non  vengono  introdotte 
in  città  se  non  sono  giudicate  salu- 
bri, e  si  trasportano  ai  macelli  col 
mezzo  di  carri  coperti,  venendo  co- 
sì rimosso  il  fetore  che  prima  era 
in  essi,  e  nocivo  alla  pubblica  sa- 
nità. Leone  XII  dichiarò  direttore 
sopraintendente  dello  stabilimento 
di  mattazione  o  pubblico  macello, 
il  lodato  professore  Metaxà.  Inol- 
tre Leone  XII  fece  lastricare  la 
Piazza  del  Popolo  [Fedi),  rimosse 
r  antica  fontana  ,  ed  in  vece  in- 
torno all'  obelisco  eresse  una  gra- 
dinala quadrata,  ai  cui  angoli  fu- 
VCL.  xxxvui. 


LEO  8t 

rono  collocali  quattro  leoni  di  mar- 
mo di  stile  egizio,  i  quali  gilta- 
no  acqua  nelle  sottoposte  vasche 
rotonde:  del  vicino  Monte  Pincio 
(  Fedi),  pubblica  e  deliziosa  passeg- 
giata, Leone  XII  fu  benemerito  del 
suo  abbellimento,  come  di  altri  luo- 
ghi di  Roma,  di  che  trattiamo  ai 
rispellivi  articoli.  Di  quanto  poi  fe- 
ce in  vantaggio  della  città  e  san- 
tuario di  Loreto^  l'ho  detto  in 
queir  articolo. 

Per  maestà  e  decoro  del  Ponte- 
fice, allorché  si  reca  in  alcune  se 
lennilà  con  treno  nobile  e  pubblico, 
Leone  XII  fece  fare  la  sontuosa  e 
ricca  carrozza  di  cui  parlammo  al 
volume  X,  p.  119  del  Dizionario^ 
la  quale  nell'odierno  pontificalo  ha 
ricevuto  dei  ragionevoli  migliora- 
menti, acciò  meglio  corrispondesse 
alla  sua  onorevole  destinazione.  Nel- 
la serie  dei  conii  delle  medaglie  pon- 
tificie esistenti  nella  zecca  papale, 
vi  sono  pure  quelli  del  pontificato 
di  Leone  XII.  Oltre  i  conii  delle  sue 
cinque  medaglie  che  si  dispensano 
nel  giovedì  santo  a  quelli  che  fanno 
le  veci  degli  apostoli,  ed  oltre  la 
suddescritla  del  possesso,  e  quella 
che  descrivemmo  all'articolo  Genga, 
vi  sono  i  conii  delle  medaglie  coll'ef- 
figie  dell'arcangelo  s.  Michele,  col 
mollo  :  Prospere  .  Procede  .  Ex .  Re- 
GNA,anch'essa  allusiva  all'incoronazio- 
ne e  possesso;  con  l'eftigie  di  s.  Pietro, 
e  l'epigrafe:  Ut  .  Thesauros  .  Aiv- 
m  .  Sanctiobis  .  Tecum  .  Aperiam  , 
coniata  per  l' apertura  della  porta 
santa;  col  molto  Benemerenti,  per 
premiare  i  benemeriti  delle  arti, 
scienze  ed  utilità  pubblica;  colle 
parole  :  Agademiis  .  Archigvmnasii  . 
Romani,  di  premiazione  dell'univer- 
sità romana;  con  incisione  rappre- 
sentante la  funzione  dell'  apertura 
della  porta  saota^  e  le  parole  :  Ja» 


82  LEO 

jfUAs  .  CoELi  .  ApERUtT;  coii  la  fi- 
gura della  religione  radiata  sedente 
sul  globo,  e  1'  epigrafe  :  Sedet  .  Su- 
per .  Universum  .  Anno  .  Jubilaei  . 
MDCCcxxv  ;  con  l'incisione  che  rap- 
presenta il  Papa  che  chiude  la  por- 
ta santa,  e  l'iscrizione:  Et  .  Clau- 
siT  .  Mscccxxv;  con  l'epigrafe:   Au- 

DITORIBUS.      ArCHIGYMNASU   .    ROMANI, 

medaglia  di  premiazione;  con  l'inci- 
sione in  cui  si  vede  il  Pontefice  vi- 
sitare l'arcispedale  di  s.  Spirito,  e 
la  leggenda:  Infirmus  .  Eram  .  Et  . 
VisiTASTis  .  Me;  col  disegno  del 
nuovo  battisterio  Liberiano,  ed  il 
motto  :  Baptisterio  .  Liberiano  .  E- 
KECTO  .  Dedicato;  con  la  figura  del- 
la Religione,  medaglia  incisa  ad  o- 
nore  del  Papa  dall'alunno  dell'ospi- 
zio apostolico  Davilli,  coU'epigrafe  : 
In  .  Forti  .  Turris  .  In  .  Tua  .  Fi- 
de .  PoRTioR  .  Orcis.  Tutte  queste 
medaglie  hanno  nel  rovescio  l' efH- 
gie  di  Leone  XII,  o  in  raozzelta 
e  stola,  o  in  piviale  e  triregno.  In 
quanto  alla  medaglia  grande  conia- 
ta per  la  congregazione  degli  studi , 
se  ne  può  leggere  la  descrizione  nel 
■volume  XVI,  pag.  276  del  Dizio- 
Ilario. 

Finalmente  diremo  che  Leone 
XII  non  fece  mai  villeggiatura,  so- 
lo recossi  nei  luoghi  suindicati  sen- 
za pernottarvi;  fu  bensì  solito  tal- 
volta recarsi  alla  Cecchignola  a 
pranzo,  con  qualche  famigliare  o 
ministro,  il  perchè  ne  daremo  un 
cenno.  La  Cecchignola  detta  pure 
Piliotti,  Cicomola ,  e  Cicognola,  è 
il  nome  di  due  tenute  dell'agro  ro- 
mano confinanti  fra  loro;  la  pri- 
ma appartiene  oggi  al  principe  d. 
Alessandro  Torlonia,  ed  un  tempo 
fu  del  priorato  gerosolimitano  di 
Roma,  indi  del  palazzo  apostolico, 
e  questa  suol  designarsi  coll'aggiun- 
to  di  Priorato^  o  Cecchignola  nuO' 


LEO 

vaj  l'altra  spetta  alla  nobile  fami- 
glia Lepri,  distinta  col  nome  di  Cec- 
chignola vecchia ,  e  già  fu  pioprie- 
tà  dei  Cenci.  Delle  due  Cecchigno- 
le  tratta  monsignor  Nicola  Maria 
Nicolai  nel  t.  I,  p.  i83  e  i85  del- 
le sue  dotte  Memorie,  l^ggj^  ^^  os- 
servazioni sulle  campagne  e  sull'an- 
nona di  Roma.  La  Cecchignola 
Priorato  resta  cinque  miglia  fuori 
della  porta  di  s.  Sebastiano,  a  destra 
della  strada  denominata  del  Divi- 
no Amore,  l'antica  via  Ardeati- 
na.  Il  nome  di  Cecchignola  de- 
riva da  Cicomola,  leggendosi  nella 
bolla  di  Onorio  HI  del  1217  a 
favore  de'monaci  di  s.  Alessio  di 
Roma,  riferita  dal  Nerini,  De  tempio 
et  coenobio  ec.  pag.  229  e  5i5,  che 
questi  possedevano  duas  pedicus 
terrae  in  Piliotti,  vel  Cicomola.  A 
quell'epoca  pertanto  apparteneva  in 
parte  a  quel  monastero.  In  un  altro 
istromento  riportato  pure  dal  Ne- 
rini, e  pertinente  all'anno  1 349  ^' 
legge  come  confine  di  un  casale 
denominato  Schiaci  il  casale  nnod 
vocalur  la  Cicognola.  Allora  appar- 
teneva tutto  al  monastero  predetto, 
poiché  da  un  documento  del  iSyj 
si  raccoglie,  che  Bartolommeo  ab- 
bate di  s.  Alessio  die  in  affitto  a 
Nucco  di  Pietro  Gibelli  tertiam 
partem  ciijusdani  casalis  dicti  ma- 
naslerii  quod  vocatur  la  Cicogniola. 
La  Cecchignola  Priorato,  luogo  de- 
lizioso con  lago,  essendo  proprietà 
del  priorato  gerosolimitano  di  Ro- 
ma, da  Leone  XII  fu  riacquistato 
alla  camera  apostolica  che  un  tem- 
po n'era  stata  signora.  In  seguito 
come  luogo  opportuno  alla  caccia 
fu  notabilmente  migliorato  da  Leo- 
ne XII,  che  restaurò  ed  ingrandì 
il  casale  già  costrutto  da  Paolo  V. 
Ed  in  occasione  de' lavori  da  lui 
ordinati,  si  trovarono  le  tracce  del 


LEO 

pavimento  clell'antica  via  Ardealina, 
pavimenti    di    musaico ,    ruderi    di 
sepolcri,  molli  dolii  di    terra  cotta 
ec,  indizio  di  un'antica  villa  in  que- 
sto luogo.    Pio    Vili    avendo  fatto 
restaurare  il  palazzo  di  Castel  Gan- 
dolfo,  luogo  della  villeggiatura  pon- 
tificia, ivi  fece  trasportare  dalla  Cec- 
chignoia  parte  del  mobilio  e  stam- 
pe   incise,    con  cui    Leone  XII     a- 
\ea  abbellito  il  casino  della  Cecchi- 
gnola.  Nelle  noie  vicende  del  i83i 
avendo  la  camera  apostolica  dovu- 
to alienare  diverse  possidenze,  ven- 
dette   la  Cecchignola    Priorato  alla 
nobile  famiglia  Torlonia,  ed  il  re- 
stante del  mobilio    e  slampe  incise 
che  vi  avea  collocale  Leone  XII,  le 
fece  il  regnante    Pontefice  traspor- 
tare al  palazzo  pontificio  di  Castel 
Gandolfo  :  ma  il   quadro  della  cap- 
pella della  Cecchignola  dipinto    dal 
Muziani,  e  rappresentante  s.  Fran- 
cesco  d'  Asisi ,    fu    trasferito   nella 
chiesa  di  s.  Sebastiano  fuori  le  mu- 
ru  di  Roma,  e  collocato  nella  cappel- 
la a  mano  manca  dopo  l'ingresso,  in 
sostituzione  ad  un  s.  Carlo  Borro- 
meo, perchè  essendo  ora  la  chiesa  in 
custodia  dei  minori  osservanti,  era 
bene  che    vi  fosse  una  cappella  sa- 
cra al  loro  fondatore  s.  Francesco. 
Per    altre  notizie  del  Pontefice  Leo- 
ne XII   si  possono    leggere  i  Diari 
di    Roma   e  le  Notizie   del   giorno 
pubblicate  nel   suo    pontificalo,  gli 
autori  ed  opuscoli  citali  in  questo 
articolo  ed  in  quello  di  Genoa  Fa- 
miglia, ì  relativi  articoli  del  Dizio- 
nario, e  la  dotta  opera  del  canoni- 
co di  Padova    e  protonotario  apo- 
slolico    d.    Antonio   Nodari,  da    lui 
stesso  donatami  con  onorevole  epi- 
grafe, ed  intitolata  :  Vitae  Pontifi- 
ciini  Ronianorum  Pii  VI,  Pii  VII, 
Leonis  XII^  Pii  Vili,  addito  com- 
mentariolo    de  Gregorio  XVI  ec.j 


LEO  83 

Patavii  typis  Seminari!  1840.  Que- 
sta opera  viene  giustamente  loda- 
ta per  la  grazia  e  per  la  forza 
di  una  latinità  elegante  ed  ener- 
gica; e  le  finezze  di  spirito  famiglia- 
ri a  Tacilo  vi  sono  impiegale  eoa 
ingegno,  oltre  altri  pregi.  La  san- 
ta Sede  vacò  cinquanta  giorni. 

LEONE,  Pontefice  finto.  Corra- 
do Alberstadense  nel  suo  Cronico, 
e  "Vincenzo  nel  suo  Specul.  Just. 
lib.  i4  >  dicono  che  al  Papa  san 
Felice  II  ,  che  patì  il  martirio 
a'  22  novembre  dell'  anno  365, 
successe  un  Pontefice  della  eretica 
sella  degli  ariani,  chiamato  Leo- 
ne, che  poi  morì  precisamente  co- 
me l'eresiarca  Ario;  la  qual  co- 
sa non  credono  improbabile  i  Cen- 
turiatori  di  Maddeburgo.  Ma  non. 
facendone  menzione  né  s.  Girolamo, 
ne  s.  Agostino,  né  s.  Oliato,  né  Teo- 
doreto,  né  Ruffino,  né  finalmente 
altri  antichi  e  moderni  scrittori , 
sembra  manifesto  che  sia  interamen- 
te fittizio  ed  immaginalo  il  Ponte- 
fice Leone,  ed  una  vera  favola.  A 
questa  assegna  qualche  origine  il 
ven.  cardinal  Bellarmino,  De  Rom. 
Pont.  cap.  II. 

LEONE,  Cardinale.  V.  S.  Leo- 
ne I  Papa. 

LEONE,  Cardinale.  V.S.  Leo- 
ne II  Papa. 

LEONE,  Cardinale.  Leone  car- 
dinale prete  del  titolo  di  s.  Dama- 
so,  intervenne  al  concilio  del  Papa  s. 
Zaccaria,lenulo  nell'anno  743  o  'j/\5. 
LEONE,  Cardinale.  Leone  car- 
dinale prete  del  titolo  di  s.  Ana- 
stasia fu  al  concilio  del  743  o  74^, 
celebrato  in  Roma  dal  Pontefice  s. 
Zaccaria. 

LEONE,  Cardinale.  Leone  car- 
dinale vescovo  d'Albano  solloscris- 
se  il  concilio  celebrato  dal  Papa  s. 
Paolo  I  nel  761. 


84  LEO 

hEO^'E,  Cardinale.  V.  S.  Leo- 
ne HI  Papa. 

LEONE,  Cardinale.  V.  S.  Leo- 
ne IV  Papa. 

LEONE,  Cardinale.  Le  one  car- 
dinale prete  del  titolo  di  s.  Ceci- 
lia fu  al  concilio  tenuto  in  Roma 
da  s.  Leone  IV  neU'SSS. 

LEONE,  Cardinale.  Leone  pre- 
te cardinale  del  titolo  di  s.  Loren- 
zo intervenne  neir853  al  concilio 
romano  di  s.  Leone  IV.  Fu  lega- 
to apostolico  alla  corte  dell'impe- 
ratore di  Costantinopoli  in  favore 
di  s,  Ignazio ,  e  contro  1'  intruso 
Fozio. 

LEONE,  Cardinale.  Leone  car- 
dinale prete  di  s.  Ciriaco  fu  al  con- 
cilio tenuto  da  s,  Leone  IV  l'aa- 
no  853. 

LEONE,  Cardinale.  Leone  car- 
dinale vescovo  di  Selva  Candida, 
registrato  tra  i  cardinali  di  s.  Leo- 
ne IV. 

LEONE,  Cardinale.  Leone  car- 
dinale vescovo  di  Sabina  interven- 
ne al  concilio  dell'  872  celebralo 
da  Giovanni  VIII,  e  sottoscrisse  al 
commonitorio  consegnato  ai  legati 
apostolici  ad  oggetto  di  restituire 
l'empio  Fozio  alla  cattedra  patriar- 
cale di   Costantinopoli. 

LEONE,  Cardinale.  Leone  car- 
dinale diacono  intervenne  al  sino- 
do romano  dell'  872,  celebrato  da 
Giovanni  Vili. 

LEONE,  Cardinale.  V.  Leone  V 
Papa. 

LEONE,  Cardinale.  Leone  car- 
dinale prete  di  s,  Balbina  ,  fu  al 
concilio  che  il  Papa  Giovanni  XII 
tenne  nel  964. 

LEONE,  Cardinale.  Leone  car- 
dinale prete  del  titolo  di  s.  Croce 
in  Gerusalemme  sottoscrisse  alla 
bolla  dell'antipapa  Leone  Vili  del 
964. 


LEO 

LEONE,  Cardinale.  Leone  car- 
dinale vescovo  d'Ostia  sottoscrisse 
un  diploma  di  Giovanni  XIII  in 
data  del  969,  e  diretto  a  Gandol- 
fo  primo  arcivescovo  di  Benevento. 

LEONE,  Cardinale.  Leone  car- 
dinale prete  del  titolo  de'  ss.  Gio. 
e  Paolo  fiorì  nel  pontificato  di  Be- 
nedetto VII  del  975. 

LEONE,  Cardinale.  Leone  car- 
dinale prete  di  s.  Nereo  sottoscrìs- 
se nel  998  la  bolla  di  Giovanni 
XVI,  colla  quale  canonizzò  s,  U- 
dalrico. 

LEONE,  Cardinale.  Leone  car- 
dinale prete  di  s.  Sisto  appose  la 
sua  sottoscrizione  alla  bolla  di  Gio- 
vanni XVI,  con  la  quale  nel  993 
canonizzò  s.   Udalrico. 

LEONE,  Cardinale.  Leone  car- 
dinale prete  de'  ss.  Giovanni  e  Pao- 
lo sottoscrisse  ad  una  bolla  di  Be- 
nedetto Vili  del  IO £2,  in  favore 
dell'abbazia  di  s.  Ruffillo  di  For- 
limpopoli. 

LEONE,  Cardinale.  Leone  car- 
dinale diacono  fiorì  nel  pontificato 
di  Benedetto  IX  eletto   nel    io33. 

LEONE,  Cardinale.  Leone  car- 
dinale diacono  sottoscrisse  un  pri- 
vilegio accordato  nel  io44  da  Be- 
nedetto IX  al  patriarca  di   Grado. 

LEONE,  Cardinale.  Leone  car- 
dinale prete  del  titolo  di  s.  Loren- 
zo in  Lucina,  ed  arciprete  della 
santa  romana  Chiesa,  fiorito  sotto 
s,  Leone  IX  del  1049,  abbandonò 
il  Papa  s.  Gregorio  VII,  per  se- 
guire l'antipapa  Clemente  III  ;  laon- 
de condannato  e  degradato  dalla 
sua  dignità,  morì  decrepito  ed  o- 
stinato  nello  scisma,  nel  pontificato 
di   Urbano  II. 

LEONE,  Cardinale.  Leone  car- 
dinale prete  del  titolo  di  s.  Loren- 
zo in  Damaso  fiorì  nel  pontificato 
di  s.  Leone  IX  del   1049,    e    tre» 


LEO 

vossi  presente  al  concilio  celebrato 
da  Nicolò  II  nel  loSg,  come  alla 
solenne  dedicazione  della  basilica 
di  Monte  Cassino  fatta  da  Alessan- 
dro li. 

LEONE,  Cardinale.  Leone  car- 
dinale diacono  di  s.  Maria  in  Cos- 
medin,  fiorito  nel  pontificato  di  A- 
lessandroll,  è  il  primo,  secondo  il 
Ciacconio,  che  dall'officio  di  arci- 
diacono fosse  decorato  della  cari- 
ca di  camerlengo  di  santa  romana 
Chiesa,  che  allora  era  pure  teso- 
riere della  medesima.  E  vero  che 
in  una  bolla  spedita  da  Stefano 
X  a  favore  della  chiesa  d'  Arezzo 
nel  loSy  si  legge:  Scriptum  per 
manus  Gregorii  notarti  et  came- 
rarii  s.  Sedis  apostolicaej  ma  que- 
sto Gregorio  non  era  cardinale.  Sot- 
toscrisse una  bolla  da  Alessandro 
li  nel  1062  spedita  da  Anagni,  ed 
a  lui  si  ribellò  per  giltarsi  al  par- 
lilo dell'antipapa  Clemente  III. 

LEONE,  Cardinale.  Leone  car- 
dinale prete  del  titolo  di  s.  Mar- 
co, registrato  tra  i  cardinali  di  A- 
lessaiidro  li  che  mori  nell'anno 
1073. 

LEONE,  Cardinale.  Leone  car- 
dinale diacono  di  s.  Maria  in  Cos- 
medin,  si  legge  tra  quelli  di  A- 
lessandro  II,  il  cui  pontificato  finì 
nel   1073. 

LEONE,  Cardinale.  Leone  car- 
dinale prete  fiorì  nel  pontificato  di 
s.  Gregorio  VII  eletto  nel  1073. 
Alcuni  lo  dicono  creato  cardinale 
diacono  da  Alessandro  II,  e  che  s. 
Gregorio  VII  lo  trasferì  all'ordine 
dei  preti.  A  lui  si  ribellò  per  aderire 
allo  scismatico  Clemeule  III  falso 
Pontefice. 

LEONE,  Cardinale.  Leone  car- 
dinale vescovo  d'Albano,  creato  da 
Pasquale  II  del  1099,  fu  spedito 
p  Benevento  col  carattere  di  lega- 


LEO  85 

to,  insieme  con  Anastasio  poi  car- 
dinale, per  istabilire  la  pace  coi  nor- 
manni ,  dove  si  trattenne  finché 
le  cose  furono  accomodate  e  quel- 
la città  ridotta  alla  obbedienza  del 
Papa.  Morì  nel  pontificato  di  Pa- 
squale II. 

LEONE,  Cardinale.  Leone  o  Lee- 
na abbate  casauriense  fu  da  Ales- 
sandro HI  a'21  marzo  1 170  crea- 
to cardinale  diacono  in  Verdi,  ove 
nella  chiesa  di  s.  Erasmo  se  ne 
scolpì  in   marmo  la   memoria. 

LEONE  NUOVO  NEL  MESSI- 

CO.     V.    LlNARES. 

LEONE,  Ordine  equestre.  Que- 
sto ordine  militare  lo  istituì  nel- 
l'anno 1080  Enguerrando  I  signo- 
re di  Coucy,  in  memoria  di  un 
feroce  leone  eh'  egli  aveva  ucciso 
nella  foresta  di  Coucy,  perchè  fa- 
ceva terribilissime  stragi.  Istituì  in- 
oltre delle  feste  di  ringraziamento, 
da  doversi  rinnovare  ogni  anno  ; 
ed  i  fondatoli  dell'abbazia  di  Nou- 
gent,  eh'  erano  della  casa  di  Cou- 
cy, obbligarono  l' abbate  di  quel 
monastero  ad  offrire  del  pane  e 
delle  torte  al  signore  di  Coucy 
nella  corte,  ov'era  collocata  l'effi- 
gie del  leone.  Questo  omaggio  ve- 
niva fatto  con  delle  prescrizioni 
bizzarre,  proprie  de'  bassi  tempi,  e 
rinnova'vasi  nelle  feste  di  Natale,  di 
Pasqua  e  di  s.  Giovanni  Battista. 
Lallovette  che  scrisse  nel  1576  la 
storia  genealogica  delia  casa  di 
Coucy,  dice  che  quest'ordine  ven- 
ne rinnovato  da  Enguerrando  li 
nel  secolo  XIII,  sul  cominciare  del 
regno  di  s.  Luigi  IX  re  di  Fran- 
cia; e  che  anzi,  secondo  il  p.  He- 
lyot,  è  forse  assai  più  probabile 
che  Enguerrando  II  sia  stato  il 
vero  istitutore  di  questo  ordine,  i 
di  cui  cavalieri  portavano  per  in- 
segna equestre  una  medaglia    d'o- 


se  LEO 

ro,  in  cui  era   rappresentata   la  fi- 
gura di  un  leone. 

LEONE  D'ORO  d'  Assia  -  Cas- 
SEL,  Ordine  equestre.  Lo  istituì  Fe- 
derico II  landgravio  d'Assia  -  Cas- 
sel  a'i4  agosto  1770.  Sino  al  18 16 
l'ordine  formava  una  sola  classe,  i 
cui  membri  prendevano  il  titolo  e 
grado  di  cavaliere.  Oltre  i  princi- 
pi del  sangue,  i  quali  dalla  nasci- 
ta n'erano  fregiati ,  tra  gì'  impie- 
gati civili  e  militari  non  potevano 
portarne  la  croce  che  quelli  che 
appartenevano  alla  prima  classe.  In 
detto  anno  18 16  l'elettore  d'As- 
sia-Cassel  Guglielmo  I,  volendo  ri- 
compensare i  servigi  resigli  dalle 
persone  impiegate  d'una  classe  in- 
feriore, estese  l'ordine,  e  vi  aggiunse 
all'unica  classe  altre  tre  classi.  Al- 
lora i  membri  della  prima  classe, 
lasciato  il  titolo  di  cavaliere,  pre- 
sero quello  di  gran  croce.  Le  nuo- 
ve classi  vennero  divise  in  com- 
mendatori di  prima  e  seconda  clas- 
se e  in  cavalieri.  Pei  gran  croci 
restarono  in  vigore  gli  antichi  sta- 
tuti. Quanto  agi'  impiegati  fu  sta- 
bilito, che  gli  assiani  di  seconda 
classe  possono  ricevere  la  croce  di 
commendatore  di  prima  classe;  quel- 
li della  terza  classe  hanno  la  cro- 
ce di  commendatore  di  seconda 
classe.  La  decorazione  di  quest'or- 
dine consiste  in  una  croce  collo 
scudo,  entro  cui  è  il  leone  inse- 
gna d'Assia,  coir  epigrafe  intorno: 

VIKTUTE    ET  FIDELITATE  ;    il  naStrO  di 

seta  al  quale  si  appende    la  deco- 
razione è  di  colore  sanguigno. 

LEONE  DI  Zahrixgex,  Ordine 
equestre.  Ebbe  per  istitutore  il  gran- 
duca di  Baden  Carlo  Federico.  Vo- 
lendo questo  principe  premiare  i 
suoi  sudditi  che  fedelmente  lo  a- 
veano  servito  nelle  vicende  politii 
che  dei  primi  anni  del  secolo  cor- 


LEO 

rente,  a' 26  dicembre    1812,   gior- 
no onomastico  della  sua  sposa  Ste- 
fani;!, fondò  quest'ordine    militare 
e  cavalleresco,  ed  in  memoria  de- 
gli antichi  e  potenti  duchi  di  Zah- 
ringen  da  cui  discendeva  gliene  die- 
de il  nome.  Formò  gli  statuti  e  di- 
vise l'ordine  in  tre  classi  :  la   pri- 
ma di    gran  croci,    la    seconda    di 
commendatori,  la  terza   di  cavalie- 
ri semplici.  La  decorazione  formasi 
da  una  croce  nel  cui  centro    vi  è 
il     leone  stemma     dei     Zahringen, 
leggendosi   in  giro  il  motto  ;    Fi'cr 
Ehre  und  PVahrheif,  cioè  per  l'o- 
nore e    la  verità.    La   decorazione 
ha  il  nastro  di  seta  ondata  di  co- 
lor verde,  e  con  orli    di  color    di 
arancio.  Inoltre  il  granduca  Fede- 
rico nell'anno   i8i5  istituì  ancora 
una  medaglia  d'onore  per  que' sud- 
diti che  avessero  bene  meritato  del- 
la patria    e  del    principato ,   tanto 
nell'esercizio  degli    impieghi   civili, 
quanto  per  gesta  militari    durante 
le  sanguinose  vicende    che   desola- 
rono l'Europa  dal   i8i3  al   18 15. 
Questa    decorazione,    se     concessa 
agi'  impiegati  civili,    pende    da    un 
nastro  nero  con  una  lista  di  color 
di  arancio;    se  data  ai  militari,  il 
nastro  è  rosso  con    le   strisce    tra- 
versali bianche,  con  orli  neri. 

LEONE  de'  Paesi  Bassi,  Ordine 
equestre.  Il  re  de'Paesi  Bassi  Gu- 
glielmo I,  dopo  avere  istituito  un 
ordine  cavalleresco  che  dal  pro- 
prio nome  chiamò  Guglielmo,  on- 
de premiare  i  prodi  e  fedeli  mili- 
tari, volle  a' 26  settembre  i8i5 
fondarne  altro  col  titolo  del  Leone 
per  premio  del  merito  civile.  Lo 
divise  in  tre  distinte  classi,  vàie  a 
dire,  di  gran  croci,  di  commenda- 
tori e  di  cavalieri.  La  croce  del- 
l'ordine è  d'oro,  di  forma  ottago- 
na,  smaltata  in  bianco:  sulla  faccia 


I 


LEO 

dello  scudo  ewi  la  figura  del  leo- 
ne, e  nel  rovescio  l'iscrizione:  vir- 
Tus  NOBiLiTAT.  11  iiastro  della  de- 
corazione è  di  seta  color  violetta, 
eoa  orli  color  d'arancio;  però  i 
gran  croci  portano  inoltre  una  pia- 
stra, e  i  corameudatori  una  croce 
ricamala  in  oro,  sulla  parte  sini- 
stra dell'abito.  In  seguito  all'ordi- 
ne del  Leone  pel  merito  civile, 
venne  aggiunto  un  certo  numero 
di  fratelli.,  i  quali  portano  una  me- 
daglia simile  allo  scudo  della  cro- 
ce :  essi  godono  l' annua  pensione 
di  duecento  fiorini,  metà  della  qua- 
le alla  loro  morte  finiscono  le  ve- 
dove de' medesimi. 

LEONE.  Animale  fiaroca  che 
per  la  sua  forza  è  detto  il  re  de- 
gli animali.  Gli  autori  sacri  ne 
parlano  sovente,  anche  in  via  di 
similitudine.  Il  leone  di  Giuda  è 
Gesù  Cristo  sortito  dalla  tribù  di 
Giuda,  che  vinse  la  morte,  il  mon- 
do, il  demonio.  In  Grecia  il  leo- 
ne era  consaci'ato  al  Sole,  in  E- 
gitto  a  Vulcano,  in  altri  luoghi 
alla  dea  Cibele,  come  in  Roma, 
fingendo  i  poeti  che  i  leoni  tiras- 
sero ad  essa  il  carro,  figurando 
nella  dea  la  terra,  nei  leoni  l'a- 
gricoltura. I  gentili  lo  tennero  per 
simbolo  della  virtù  divina,  ed  in 
Egitto  gli  furono  dedicati  templi, 
ed  una  città  chiamata  Leopolea 
ovvero  LenlopoU.  Gli  orientali  so- 
levano tenere  i  leoni  all'  ingresso 
de' loro  templi,  massime  di  quelli 
dedicali  al  Sole,  'come  vendicatore 
degli  spergiuri  e  di  altre  scelleratez- 
ze, acciò  in  que' luoghi  sacri  non 
si  commettessero  da  alcuno.  I  ro- 
mani costumarono  altrettanto,  po- 
nendo le  statue  de'  leoni  alle  por- 
te de'  templi,  taiif/uam  divinorum 
custodes  j  affinchè  il  loro  aspetto 
servisse  di  fieno  e  di  timore  a  co- 


LEO  87 

loro  che  vi  entravano,  per  man- 
tenersi nella  modestia  a' sacri  luo- 
ghi dovuta.  Quindi  è  che  siccome 
il  leone  dai  gentili  fu  tenuto  per 
simbolo  di  diversi  elfetti  naturali, 
o  del  sole  o  della  terra,  e  figu- 
rati nelle  loro  cose  sacre,  così  i 
cristiani,  come  di  un  simbolo  in- 
differente, non  hanno  avuto  diffi- 
coltà di  servirsene,  sì  nelle  sacre 
immagini  come  ne' templi.  Questo 
u';o  la  Chiesa  sembra  averlo  preso 
più  dalla  sacra  Scrittura  che  dal 
gentilesimo,  il  quale  forse  anch'es- 
so lo  tolse  da  egual  fonte,  per  cui 
vediamo  le  figure  de'  leoni  impie- 
gate nel  tempio  e  nel  trono  di 
Salomone.  Similmente  tra  i  quat- 
tro misleriosi  animali  mostrati  da 
Dio  al  profeta  Ezechiele,  e  poi 
all'apostolo  s.  Giovanni,  vi  fu  an- 
che il  leone,  onde  la  Chiesa  appli- 
cò le  effigie  de'  quattro  simbolici 
animali  per  esprimere  i  quattro  e- 
vangelisti,  ed  i  quattro  suoi  prin- 
cipali dottori;  figurando  tra  i  primi 
in  quella  del  leone  san  Marco,  ed 
il  massimo  de' dottori  s.  Girolamo 
nei  secondi.  Il  p.  Mamachi  t.  I, 
p.  191,  De  coslumi  deprìmi  cri- 
stiani^ dice  ch'essi  dipingendo  e 
scolpendo  i  leoni,  denotavano  la  for- 
tezza con  cui  dovevano  sopporta- 
re qualunque  patimento  per  Ge- 
sù Cristo  ,  o  la  vigilanza  che  fa 
d'  uopo  usare  per  non  cadere 
nel  peccato,  o  il  nostro  Reden- 
tore chiamato  nelle  sacre  lettere, 
Leone  della  tribù  di  Giuda.  Poscia 
i  cristiani  senza  badare  al  costume 
de'gentili,  ma  solo  a'simboli  che  si 
riconoscono  nelle  immagini  de'leo- 
ni,  usò  di  collocare  le  statue  dei 
medesimi  in  varie  maniere  nelle 
chiese.  Narra  il  Baronio,  che  in  Car- 
tagine, convertito  il  tempio  della 
Dea  celeste  in  chiesa,  si  giudicò  per 


88  LEO 

una  gran  vittoria,  che  quel  leone 
sul  quale  sedeva  quel  falso  simula- 
cro, stasse  sotto  la  cattedra  del  ve- 
scovo, e  da  essa  il  vangelo  si  pro- 
mulgasse. Aggiunge,  essersi  intro- 
dotto nella  Chiesa  la  consuetudine 
che  ne'postergali  delle  sedie  de' ve- 
scovi si  scolpissero!  leoni, per  deno- 
tare che  la  superbia  del  mondo  è 
opposta  alla  dottrina  di  Cristo,  ed 
ancora  la  fierezza  del  demonio  in 
quella  del  leone,  che  però  fu  sog- 
giogato dalla  virtù  della  Croce,  Ec- 
co dunque  perchè  nelle  sedie  di 
molte  antiche  cattedrali  si  vedono 
effigiati  i  leoni,  ed  in  Roma  somi- 
glianti figure  sono  nelle  tribune 
e  sedie  di  marmo  di  alcune  chiese 
e  basiliche,  che  servirono  antica- 
mente ai  Pontefici,  a' vescovi,  ed  ai 
loro  titolari.  Altri  leoni  scolpiti  si 
vedono  ne' piedistalli  de'candellieri 
sì  degli  altari  come  de'  cerei  pa- 
squalij  e  delle  colonne  che  sosten- 
gono i  pochi  amboni  superstiti  o 
pulpiti,  variamente  effigiati ,  come 
nelle  chiese  di  s.  Maria  in  Cosme- 
din,  di  s,  Balbina,  di  s.  Pietro  in 
Vincoli,  ed  in   altre    chiese. 

Soprattutto  poi  gli  antichi  fedeli 
collocarono  i  simulacri  de'leoni  alle 
porte  delle  chiese,  con  più  giusto  e 
diretto  fine  di  quello  che  facessero 
i  gentili,  affinchè  tacitamente  ricor- 
dassero a'fedeli  il  timore  del  giu- 
sto sdegno  di  Dio,  se  alcima  irri» 
verenza  in  que'Iuoghi  sacri  si  com- 
mettesse. Molte  chiese  antiche  di 
Roma  hanno  conservato  questo  co- 
stume, vedendosi  due  leoni  interi 
fuori  delle  porte  della  patriarcale 
basilica  di  s,  Lorenzo  presso  il  cam- 
po Yerano;  uno  intero  in  un  an- 
golo fuori  del  portico  della  basi- 
lica de' ss.  Xil  Apostoli,  mancan- 
do r  altro  dalla  parte  opposta. 
Quattro   mezzi    leoni    adox'uauo  gli 


LEO 

angoli  di  prospetto  de'due  amboni 
nella  chiesa  di  s.  Pancrazio;  due 
leoni  sono  alle  porte  delie  chiese 
di  s.  Lorenzo  in  Lucina,  de'  ss.  Gio. 
e  Paolo,  di  s.  Saba,  e  due  avanti 
alla  cappella  della  Beata  Vergine 
nella  chiesa  di  s,  Bartolomeo  all'I- 
sola, i  quali  anticamente  erano  alla 
porta  della  chiesa.  Due  sono  nella 
chiesa  di  s.  Maria  in  Candelora  in 
Banchi,  della  quale  parlammo  al  voi. 
XXVI,  p.  2  3o  del  Dizionario,  ed 
in  altre  chiese  ;  due  gran  leoni  si 
vedono  avanti  la  porta  maggiore 
di  s.  Salvatore  in  Lauro,  e  due  a 
quella  laterale.  Due  teste  grandi 
di  leone  sono  affisse  sopra  gli  ar- 
chitravi del  portico  della  diaconia 
di  s.  Giorgio  in  Velabro^  e  sopra 
quella  di  s.  Giovanni  avanti  porta 
Latina.  Que'simulacri  di  leoni  che 
sono  alle  porte  delle  chiese,  e  che 
alcuni  tengono  fra  le  zampe  un'i- 
strice o  altro  animale,  ovvero  un 
uomo  o  bambino,  sembrano  opere 
gotiche  piuttosto  che  de'gentili.  E» 
giziani  e  di  granito  bigio  sono  quel- 
li ch'erano  avanti  la  chiesa  di  s. 
Maria  ad  Martyres  o  Panteon,  ivi 
forse  collocati  da  M,  Agrippa,  lascia- 
tivi dal  Papa  s.  Bonifacio  IV  al- 
lorché la  ridusse  in  sacro  tempio, 
trasferiti  da  Sisto  V  alla  sua  fonte 
Felice  a  Termini,  e  dal  regnante 
Gregorio  XVI  nel  museo  Egizio  da 
lui  fondato  in  Vaticano,  di  che  ne 
parlammo  al  voi.  XXV,  p.  167  del 
Dizionario,  insieme  ai  due  leoni 
eh'  erano  anticamente  nella  porta 
maggiore  della  basilica  lateranensej 
e  dal  medesimo  Sisto  V  trasporta- 
ti a  detto  fonte.  Dei  due  memorati 
leoni  egizi  lavorati  in  Menfi  e  for- 
se rappresentanti  il  dio  Mophta  Ni- 
lotico del  Pantheon,  eruditamente 
ne  scrisse  il  p.  Rircher  in  Oedipo 
Aegypt.  t.  \\\,synlag.  i3,  e.  a.  Due 


! 


LEO 

leoni  di  pietra  di  basai  le  ed  egiziana, 
sono    nel    principio  della  salita  del 
Campidoglio^  al  quale  articolo  se  ne 
fece  menzione,  dicendosi  che  dalla 
porta  della  chiesa  di   s.  Stefano  del 
Cacco  de'silvestrini,    ivi    li  fece  si- 
tuare   Pio  IV.    Nella    chiesa  di    s. 
Tommaso    a'  Cenci,     giuspatronato 
delia    fomiglia    Cenci-Bolognetti,  la 
mensa  dell'altare  maggiore  è  soste- 
nuta da  due  grossi  marmi  in  forma 
di  piedistalli  scolpiti  con  intagli  di- 
Tersi,    che    nel    prospetto    figurano 
due  teste  di    leoni,   colle    corna  di 
montone,   barbe    lunghe   di    capra, 
con  due  ali  stese.  Pompeo  Ugonio, 
delle  Stazioni  dì  Roma  a  p.  28,  os- 
serva che  siccome  il  leone  ha  la  pro- 
prietà che  quando    veglia  tiene   gli 
occhi    chiusi,    e    quando   dorme    li 
tiene  aperti  e   sfavillanti  come  fuo- 
co, è  il  vero  simbolo  del  vigilante 
e  fedele   custode,  e   perciò  con  ra- 
gione posto  alla  custodia   dei    sacri 
templi   sì  de'gentili    che   de' cristia- 
ni. Il  padre  Lupi  t.  I  delle  sue  Dis- 
sertazioni p.  40)  citando  il  Ciampi- 
nij  discorre  de'leoni  di  marmo  posti 
nelle  antiche  chiese  de'cristiani,  o- 
pinando  essere  appartenuti  al  tem- 
pio d'  Iside    quelli   che  decoravano 
il  Pantheon,  e     di   marmo  ad  ope- 
ra greca  quelli  eh'  erano  avanti  la 
porta  lateranense    del  gran  portico 
o  patriarchio.   Il  Marangoni  dotta- 
mente traila   de'leoni    rappresenta- 
ti in  islatue  alle  porte    e  nelle  chie- 
se, nella  sua    erudita    opera    Delle 
cose  gentilesche    e  profane  traspor- 
tate  ad  uso  e  ad  ornamento    delle 
chiese.  Inoltre  le   statue  de'leoni  si 
posero  anche  sui   sepolcri  o  presso 
i   medesimi. 

Il  Santini,  /Memorie  di  Tolenti- 
no p.  60,  descrive  il  sarcofago  di 
marmo  bianco  di  Tolentino,  dove 
è  riposto  il  corpo    de'  ss.  Caterve, 


LEO  89 

Sellimia,  Severina  e   Basso,   soste- 
nuto da  quattro  leoni,  i  quali  han- 
no nelle  branche  la  croce,  ed  una 
bambina,  la  quale  in    uno   di  essi 
sta  rita  in  piedi  colle  mani  alzate 
verso  il  capo,  e    negli    altri    giace 
distesa  in  terra.    La    bambina  egli 
la  prende     per  simbolo  della    reli- 
gione cristiana  nascente;  quanto  ai 
leoni  dimostra    l' antichissimo    uso 
di  far  sostenere  i  sepolcri  dai  leo- 
ni, tanto  dagli  egizi,  ebrei,    greci, 
romani  e    cristiani,    non    solo   per 
ornamento,    ma  come   simbolo    di 
vigilante  custode.  Può  il  leone    a- 
vente  con  sé  una  bambina  rappre- 
sentare   più     significati ,     come    la 
mansuetudine,  se  la  persona  è  im- 
belle di     sua    natura  ;     il    simbolo 
della  maestà  o  quello  della  magna- 
nimità e  fortezza.   In  Italia  inoltre 
si  vedono  leoni  avanti  alle  antiche 
chiese,  a  Genova,  a  Parma,  a  Pia- 
cenza,    a  Verona,  a    Ferrara,    ad 
Ancona,  e  in   altri  luoghi    come  a 
Monza  ed  a  Modena.  Entrando  in 
questa  ultima   cattedrale,   a  destra 
ed  a  sinistra  si  vede  un  uomo  rag- 
gruppato sopra  un  leone  sostenen- 
te una  colonna  sulle  sue   spalle,  e 
vuoisi  simbolo  della  religione,  base 
della  ragione  umana    che  ci   dà   la 
forza  per  sopportare  le  tribolazioni. 
Quanto    ai    leoni    che    sottostanno 
alle     colonne     della     facciata    della 
medesima     cattedrale    di    Modena, 
tenenti     un    agnello     sotto    le  loro 
zampe  anteriori,    si  dicono    imma- 
gine del  forte  che  sostiene  il  debo- 
le o  dell'innocenza,  protetta    dalla 
religione,    poiché   gli    agnelli     non 
compariscono    spaventati     né    mal- 
trattali. JNel   medio  evo  solevasi  a- 
vanti  la  porta  principale  de'templi 
rendere  giustizia,    ed    ivi  erano    le 
arti  pubblicate  ed  autorizzale.  Per- 
tanto si  legge    nelle  antiche    carie 


f)o  LEO 

di  quel  lempo  la  formola:  Domi- 
no nostro  sedente  inter  leones,  che 
indica  il  luogo  in  cui  sedeva  il 
signore  feudale  sopra  la  scalinata 
in  mezzo  ai  leoni.  Anche  fuori  d'I- 
talia molti  ediBzi  sacri  sono  ador- 
nali colle  figure  ili  leoni,  con  di- 
versi emjjlemi  e  significati. 

LEONESSA,  Ordine  equestre.  I 
cavalieri  o  compagnia  della  leones- 
.sa,  equites  laenae,  laenae  societas, 
ebbe  origine  dalle  turbolenze  e 
dalle  guerre  sanguinose  cagionate 
nel  regno  di  Napoli,  dalle  due  fa- 
zioni che  seguivano  nel  declinar 
del  secolo  XIV  e  ne'  primi  anni 
del  secolo  XV,  Ladislao  figlio  di 
Carlo  III  Durazzo,  e  Luigi  II  d'An- 
giò  per  l'adozione  fatta  da  Gio- 
vanna I  di  Luigi  I  d'Angiò.  Vi 
furono  pertanto  molti  gentiluomi- 
ni di  quelli  che  si  erano  dichia- 
rati per  la  casa  d'Angiò,  che  pre- 
sero per  divisa  un  arcolaio  d'  oro, 
che  portavano  sul  braccio  sinistro 
in  fondo  rosso,  come  meglio  si  dis- 
se all'articolo  Arcolaio.  I  gentiluo- 
mini poi  che  parteggiavano  per 
Margherita  vedova  di  Carlo  IH  e 
pel  figlio  Ladislao,  adottarono  per 
impresa  una  leonessa  d'argento, 
la  quale  aveva  i  piedi  legati,  quale 
portavano  in  petto  pendente  da  un 
nastro,  qualificandosi  per  cavalieri. 
11  p.  Bonanni  nel  Catalogo  degli 
ordini  equestri,  a  pag.  LXVII  ri- 
porta la  figura  del  cavaliere  della 
leonessa,  ma  lo  confonde  con  quel- 
lo dell'arcolaio,  supponendolo  con- 
trario a   Margherita  e  Ladislao. 

LEONIDA  (s.),  marfire.  Filosofo 
cristiano,  nativo  di  Alessandria,  e- 
gualtnente  versalo  nelle  scienze  sa- 
cre e  profane.  Fu  padre  di  sette 
figliuoli,  il  maggiore  de'  quali  fii 
il  grande  Origene,  che  educò  egli 
stesso  con  cura  speciale.  Mentre  la 


LEO 

persecuzione  contro  i  cristiani,  au- 
rizzata  dall'imperatore  Severo  nel- 
l'anno 202  ,  infieriva  in  Alessan- 
dria, Leonida  fu  preso  e  messo  in 
prigione  per  ordine  di  Leto  go- 
vernatore d'Egitto  ;  e  perseverando 
fermamente  nella  fede ,  fu  decapi- 
tato. Alcuni  credettero  che  s.  Leo- 
nida fosse  stato  insignito  della  di- 
gnità episcopale.  E  onorata  la  sua 
memoria   ai   22   d'aprile. 

LEONISTA  o  LIONISTA.  No- 
me dato  sopra  tutto  in  Germania 
agli  eretici  che  chiaraaronsi  in  Fran- 
cia poveri  di  Lione:  questi  sono 
gli  stessi  che  i  valdesi,  chiamati  leo- 
nisli  o  lionisti,  perchè  ebbero  pi'in- 
cipio  nella  città  di  Lione. 

LEONORIO  (s.),  vescovo  regio- 
nario in  Bretagna.  Uscito  di  un'il- 
lustre famiglia,  abbracciò  lo  stato 
monastico  nel  paese  di  Galles,  do- 
po essere  stato  allevato  sotto  la 
disciplina  di  s.  Iltuto.  Passato  in 
Francia ,  di  cui  la  provincia  di 
Domnonea  faceva  parte,  fondò  un 
monastero  tra  il  fiume  Rance  e 
d'Arguenon,  avendogli  Giona,  con- 
te del  paese,  donato  il  terreno  ne- 
cessario. Il  re  Childeberto  lo  ave- 
va in  grande  estimazione  per  le 
sue  virtù,  ed  invitollo  colle  più 
pressanti  inchieste  a  venirlo  tro- 
vare a  Parigi  :  il  santo  si  arrese, 
e  vi  fu  accolto  con  venerazione. 
Al  suo  ritorno  intese  la  morte  fu- 
nesta di  Giona  suo  protettore,  da 
Conomoro  spogliato  del  principato 
e  della  vita.  Egli  accolse  e  protes- 
se Indualto,  figlio  dello  sventura- 
to conte  ;  e  senza  temere  lo  sde- 
gno dell'usurpatore,  si  adoperò 
presso  il  re  pel  di  lui  ristabilimen- 
to nel  paterno  dominio.  Non  si  sa 
l'epoca  della  morte  di  s.  Leonorio. 
Il  suo  corpo  fu  trasferito  in  una 
chiesa  presso  a  s.   Malo,  che  portò 


LEO 

)ioscia  il  suo  nome.  La  sua  festa  è 
celebrata  al  primo  di  luglio,  e  quel- 
la della  sua  traslazione  ai  1 3  d'ot- 
lobre. 

LEONTINI  o  LENTINI,  Leonti- 
ni  seu  Leonlium.  Città  vescovile  an- 
tichissima del  regno    delle  due  Si- 
cilie, nella  Val    di    Noto    presso  la 
riva  del    fiume    Lisso  influente  del 
Teria,  o  fiume  di  s.  Leonardo,  di- 
stante venti  leghe  da  Siracusa,  ca- 
poluogo di    cantone  della  provincia 
della     Valle     Minore     di    Siracusa. 
Si  dice  edificata    dai    calcidesi,  es- 
sendo gli   edifici  moderni  di  buon 
gusto,     tutti    quasi    eretti     dopo  il 
teiremoto  dell'anno    1693   che  ro- 
vinò la  città.  Possiede  diverse  chie- 
je,  ed  in  quella   de'  cappuccini    so- 
novi  due    tavole    dipinte  dal    Tin- 
toretto  e  dal  Bassano.  I  campi  leon- 
tini  fra  il  Teria  e  l'Erice  sono  famo- 
si per  la  loro  ubertà:  il  suo  terre- 
no è  uno  dei  più    fertili  della  Si- 
cilia. Questa  antica  città  di  origine 
greca,,    portò    secondo    Diodoro    il 
nenie  di  Xulhia,o  almeno  così  chia- 
mavasi  il  piccolo    paese    ove  fu  e- 
dificata,  e  che  sembra  aver  appar- 
tenuto agli  antichi    lestrigoni  di  a- 
tletiche    forme.     Dionisio    discacciò 
gli  abitanti,  ed  obbligoUi  ad  accre- 
scere   la    popolazione    di    Siracusa, 
mentre  munì  Leontini,  collocando- 
vi un  presidio  di  truppe  scelte.  La 
diede  poi  come  stipendio  ai  soldati 
mercenari,  ed  i  successivi  domina- 
tori di  Siracusa  la  riguardarono  sem- 
pre come  un  suo  antemurale.   Go- 
dè il  municipale  reggimento,  tran- 
ne   il    tempo    che    soggiacque    alla 
tirannia  di    Falaride    d'  Agrigento. 
Nell'anno     214    avanti     Gesù  Cri- 
sto fu  presa    dai    romani,  indi   nel 
4H8  vi  nacque    Gorgia  :  nelle  sto- 
rie delle  guerre  tra'  romani  e  i   car- 
lagiuesi  è  molto  nominata.  Di   poi 


LEO  9' 

nell'anno  4^8  dell'era  nostra  se  ne 
impadronirono  i  maomettani  d'A- 
frica, dai  quali  fu  poi  liberata.  La 
sede  vescovile  fu  eretta  nel  III  seco- 
lo, sotto  la  metropoli  di  Monreale. 
S.  Neofito  è  il  primo  vescovo  co- 
nosciuto, che  ne  occupava  la  sede 
l'anno  258  circa;  a  lui  successe  s. 
Piodippo.  Tra  i  di  lui  successori  no- 
mineremo s.  Luciano,  che  nel  689 
assistette  al  concilio  Lateranense,  e 
Costanzo  che  fu  al  secondo  conci- 
lio di  Nicea  nell'  anno  707.  Dopo 
questa  epoca  non  si  conoscono  più 
altri  vescovi  di  Leontini.  F'.  Rocco 
Pirro,  Sicilia    sacra    lib.    II,   pag, 

44'- 

LEONTOPOLI.  Sede  vescovile 
di  Egitto  nella  seconda  Augustamui- 
ca,  sotto  il  patriarca  di  Alessandria, 
eretta  nel  quinto  secolo,  che  poi 
divenne  metropoli  ed  ebbe  i  seguen- 
ti dieci  vescovati  per  suffraganei:  A- 
treus,  Heliopoli  o  Matarea,  Bu- 
basta  o  Basta,  Carbetus  o  Phar- 
betus,  Babylon,  Scena  Mandrorum, 
Thoum,  Antithoum,  Scia,  ed  A- 
rabias.  Questa  città  fu  chiamata 
città  de'  Leoni  ,  Leonuni  civitas , 
e  Tolomeo  la  colloca  tra  il  fiu- 
me Attribite  e  quello  di  Busiri- 
de,  cioè  tra  la  parte  superiore  del 
ramo  Pelusiaco  ed  il  Phathmetico. 
Secondo  alcuni,  Leontopoli  corri- 
sponde al  Tel-Essahe  degli  arabi,  che 
significa  collina  del  Leone.  Quattro 
vescovi  si  conoscono  di  Leontopoli: 
Ischirione  che  sottoscrisse  alia  lega- 
zione di  Eugenio  diacono  della  chie- 
sa di  Amila,  a  s.  Atanasio,  in  fa- 
vore del  loro  vescovo  ;  Metrodoro 
che  fu  al  concilio  di  Efeso;  Gennaro 
che  nel  concilio  di  Calcedonia  non 
volle  sottoscrivere  la  condanna  di 
Dioscoro  ;  e  Teodoro  che  assistè  al 
quinto  concilio  generale  e  fu  uno 
di  quelli  deputati  ad  invitarvi  il  Va,- 


9^ 


LEO 


pa  Vigilio.   Oriens  chrìst.  tom.    II, 
p.  554. 

LEONTOPOLT.  Sede  vescovile 
di  Isauria  nella  diocesi  di  Antio- 
chia, sotto  la  metropoli  di  Seleu- 
cia,  alla  città  della  quale  si  vuole 
che  r imperatore  Leone  gli  dasse 
il  proprio  nome.  Dalla  legge  4>/"' 
ris  graec.  rom.  p.  227,  pare  che 
fosse  eretta  in  metropoli  dall'im- 
peratore Marciano.  Ne  furono  ve- 
scovi Zaccaria  che  sottoscrisse  il 
VI  concilio  generale  ed  i  canoni 
in  Trullo;  e  Giovanni  insieme  ad 
alcuni  altri  vescovi,  portò  querela 
contro  Fozio  innanzi  al  Pontefice 
iSlefano  V  detto  VI.  Oriens  christ. 
t.  II,  p.  102 1.  Leontopoli ,  Leon- 
topolitan,  città  vescovile  di  Bitinia, 
è  un  titolo  vescovile  in  parlihus 
che  conferisce  la  santa  Sede,  sotto 
la  metropoli  pure  in  partibiis  di 
Elenopoli.  Portò  questo  titolo  Gioac- 
chino da  s.  Maria  di  Nazareth , 
della  diocesi  di  Porto  in  Portogal- 
lo, da  Pio  VII  nel  concistoro  dei 
23  agosto  18  ic)  traslato  alla  chie- 
sa vescovile  di  s.  Lodovico  di  Ma- 
ragna  no. 

LEONZIA  (s.),  martire.  Sofferse 
il  martirio  in  Africa,  sotto  Unne- 
rico  re  de'  vandali,  nell'anno  4^4j 
in  compagnia  di  s,  Dionisia,  s.  Dati- 
va, s.  Terzio,  s.  Emiliano,  s.  Boni- 
facio, s.  Maiorico  ed  altri.  Il  marti- 
rologio romano  ne  fa  menzione 
sotto  il   giorno  6  di  dicembre. 

LEONZIO  (s.),  vescovo  di  Fre- 
jns  nella  Provenza.  Nacque  a  Ni- 
iiies  nella  Linguadoca,  ed  ebbe  a 
fratello  s.  Castore  vescovo  di  Apt. 
Innalzato  all'episcopato,  si  distinse 
per  le  più  esimie  virtù.  Indusse  s. 
Onoralo,  suo  amico,  il  quale  vo- 
leva menare  vita  solitaria,  a  stan- 
ziare nella  sua  diocesi,  e  gli  asse- 
gnò l' isola  di  Lerino,  ove  Onora- 


LEO 

to  pose  un  monastero  che  divenne 
poi  celebre.  S.  Leonzio  di  Frejus 
si  annovera  fra  i  vescovi  delle  Gal- 
lie,  a  cui  i  Papi  s,  Bonifazio  I  e  s.  Ce- 
lestino I  scrissero  per  affari  impor- 
tanti. Mori  circa  l'anno  4^2,  ed  è 
onorato  il  i.°  dicembre.  Gli  è  stalo 
dato  talvolta  il  titolo  di  martire,  e 
fu  eziandio  confuso  con  Leonzio 
d' Arles  e  con  altri  vescovi  dello 
stesso  nome. 

LEONZIO  II  (s.),  vescovo  di 
Bordeaux.  Uscito  d'  uno  dei  più  il- 
lustri casati  d'Aquitania,  militò  in 
sua  gioventù  nella  guerra  contro  i 
visigoti,  in  Ispagna  e  nella  Gallia 
Narbonese.  Sposò  Placidina,  la  qua- 
le contava  tra'  suoi  maggiori  s.  Si- 
donio  e  l'imperatore  Avito.  L'in- 
tegrità della  sua  condotta,  la  pu- 
rità de'  suoi  costumi,  il  suo  amore 
alla  giustizia  e  alla  pietà ,  le  sue 
limosine,  lo  fecero  giudicar  meri- 
tevole dell'episcopato  ;  laonde  il  clero 
ed  il  popolo  di  Bordeaux  lo  elessero 
a  loro  pastore  dopo  la  morte  di  s. 
Leonzio  I  detto  il  Vecchio,  verso 
l'anno  541.  D'allora  in  poi  non  ris- 
guardò  egli  Placidina  che  quale  so- 
rella; ed  impiegò  i  suoi  considerabili 
beni  a  costruire  e  a  dotare  un  gran 
numero  di  chiese.  Assistette  al  se- 
condo ed  a!  terzo  concilio  di  Pa- 
rigi, tenuti  negli  anni  55 1  e  557- 
Ne  radunò  egli  pure  uno  della  sua 
provincia  a  Saintes  nel  565,  e  mo- 
ri circa  questo  leni  pò.  È  onorato 
a  Bordeaux  ai  i5  di  novembre; 
ma  non  si  trova  il  suo  nome  nei 
martirologi. 

LEONZIO ,  Cardinale.  Leonzio 
prete  cardinale  del  titolo  di  s.  Su- 
sanna, fu  uno  de'  cardinali  che  tro- 
vossi  nel  761  al  concilio  celebralo 
dal  Pontefice  s.  Paolo  I. 

LEONZIO,  Cardinale.  Leonzio 
cardinale    dell'  ordine    de'  diaconi , 


LEO 
intervenne    al    concilio    clie     tenne 
in  Roma  s.  Leone  IV  nelT  8^3. 

LEOPEPtTO,  Cardinale.  Leoper- 
to  cardinale  vescovo  di  Palestrina, 
sottoscrisse  a'  io  maggio  1067  una 
bolla  spedita  da  Alessandro  II,  a 
favore  del  celebre  monastero  di 
Monte  Cassino.  Fu  amico  di  s.  Pier 
Damiani,  e  si  recò  in  Germania  ad 
accompagnare  l'imperatrice  Agne- 
se madre  di  Enrico  IV.  Mori  nel 
pontificato  di  Alessandro  II ,  che 
pare  Io  avesse  fatto  cardinale. 

LEOPOLDO  (s.),  quarto  di  que- 
sto nome  e  soprannominato  il  P/o, 
marchese  d'Austria,  figlio  di  Leo- 
poldo III,  e  di  Ita  figlia  dell'  im- 
peratore Enrico  III.  Coltivò  in  gio- 
vinezza la  sua  mente  collo  studio 
delle  scienze;  ma  maggior  premu- 
ra si  diede  di  prepararsi  una  bea- 
ta eternità,  mortificando  le  sue  pas- 
sioni e  i  suoi  sensi,  rinunziando  ai 
diletti  del  mondo,  nutrendo  l'ani- 
ma sua  coll'orazione,  versando  lar- 
ghe limosine  in  seno  ai  poveri ,  e 
praticando  ogni  maniera  di  opere 
buone.  Morto  il  suo  genitore  nel 
1096,  mentr'egli  era  ancor  molto 
giovine,  si  tenne  maggiormente  in 
obbligo  di  procurare  la  felicità  dei 
suoi  sudditi ,  di  cui  riguardavasi 
piuttosto  padre  che  sovrano.  Il  suo 
palazzo  divenne  la  sede  della  vir- 
tù, della  giustizia,  della  beneficen- 
za. Essendosi  accesa  una  guerra 
civile  tra  l'imperatore  Enrico  IV 
scomunicato  dal  Papa ,  ed  il  suo  fi- 
glio Enrico  V,  Leopoldo  credette  di 
poter  prendere  la  difesa  di  que- 
st'ultimo ;  ma  sembra  che  dopo  si 
pentisse  di  questo  contegno,  e  lo 
espiasse  con  una  severa  penitenza. 
Nel  1 106  sposò  Agnese  figlia  dello 
stesso  imperatore  Enrico  IV,  e  ve- 
dova di  Federico  duca  di  Svevia, 
principessa  degna  di  lui,  dalla  quale 


LEO  93 

ebbe  diciotto  figli,  di  cui  sette  mori- 
rono in  fresca  età,  gli  altri  resero 
chiari  i  loro  nomi  per  virtìi  e  gran- 
diosi fatti,  distinguendosi  fra  essi 
il  celebre  Ottone  vescovo  di  Fri- 
singa .  Nel  1127  Leopoldo  fon- 
dò il  monastero  della  santa  Croce 
dell'ordine  de'  cistcrciensi,  presso  il 
castello  di  Kalnperg,  ove  faceva 
sua  residenza  ;  poscia  di  concerto 
colla  pia  sua  consorte  un  altro  ne 
fondò  di  canonici  regolari  col  ti- 
tolo di  Nostra  Signora  di  Neu- 
bourg,  due  leghe  lungi  da  Vien- 
na. Allorché  Stefano  II  re  d'  Un- 
gheria entrò  a  mano  armata  nel- 
l'Austria, Leopoldo  gli  mosse  con- 
tro colle  sue  truppe,  e  gli  diede 
campale  battaglia.  Gli  ungheresi 
tornarono  qualche  anno  dopo;  ma 
la  loro  armata  fu  sconfitta  dal 
marchese  d'Austria  per  modo,  ch'es- 
si non  ne  poterono  che  colla  fuga 
salvare  gli  avanzi.  Alla  morte  del- 
l' imperatore  Enrico  V,  avvenuta 
nel  I  125,  molti  elettori  volevano 
innalzare  Leopoldo  alla  dignità  im- 
periale; ma  restò  eletto  Lotario  II 
duca  di  Sassonia,  al  quale  Leopol- 
do rimase  fedele,  ed  accompagnollo 
in  Italia.  Finalmente  dopo  un  re- 
gno glorioso  morì  della  morte  dei 
giusti,  ai  i5  novembre  11 36,  e 
fu  sepolto  nel  monastero  di  Neu- 
bourg.  Avendo  Iddio  glorificato  il 
suo  servo  con  molti  miracoli,  il 
Papa  Innocenzo  Vili  lo  canonizzò 
nel  i485.  La  sua  festa  è  notata 
nel  martirologio  romano  il  i5  di 
novembre,  ed  in  altri  trovasi  quel- 
la della  sua  traslazione  ai  i5  di 
febbraio. 

LEOPOLDO,  Ordine  equestre 
d'Austria.  Allorché  la  Francia  nei 
primi  anni  del  secolo  corrente  do- 
minava in  gran  parte  l'Europa, 
l'augusta  casa  d'Austria  più  volte 


94  LEO 

dovette  gnerieggiare  cogli  eserciti 
fiancesi,  ed  il  capo  di  essa  1'  im- 
pera loie  Francesco  I,  con  mirabile 
accorgimento,  non  ommise  cosa  al- 
cuna per  mantenere  ne'  sudditi  la 
fedeltà  e  l'allezione.  Considerando 
che  l'ordine  di  s.  Stefano  era  stato 
eretto  dopo  la  metà  del  secolo  pre- 
cedente per  compensare  il  merito 
civile  de' nobili ,  sino  dal  1808 
r  imperatore  medesimo  per  le  con- 
tingenze in  cui  si  trovava,  saggia- 
mente divisò  di  fondarne  altro  per 
le  classi  inferiori,  senza  l'aiuto  del- 
le quali  quello  de'  nobili  non  era 
sulìiciente.  L' intendimento  fu  il 
creare  una  rimunerazione  onorifi- 
ca, la  quale  avesse  per  iscopo  te- 
nere i  cittadini  perseveranti  nella 
difesa  della  patria  libertà,  contro 
chi  pretendeva  privameli  colla  pre- 
ponderanza delle  armi.  Dipoi  pose 
ad  effetto  il  concepito  disegno  nel 
celebrare  il  suo  matrimonio  con 
l'arciduchessa  d'Austria  Luigia, 
cioè  due  giorni  dopo  le  celebrate 
nozze;  ed  in  onore  dell'  imperato- 
re Leopoldo  II  suo  padre,  lo  chia- 
mò r  ordine  di  Leopoldo.  Gli  sta- 
tuii di  esso  furono  pubblicati  a' 1 4 
luglio  1808,  ove  si  legge  essere 
l'ordine  istituito  espressamente  per 
premiare  coloro  cbe  in  guerra  si 
distinsero  per  valore,  ed  eziandio 
quelli  che  avessero  dato  prove  so- 
lenni di  attaccamento  al  governo 
ed  alla  famiglia  d'Austria.  In  que- 
sto ordine  sono  tre  classi  differen- 
ti, destinate  tanto  pei  soldati  quan- 
to pei  cittadini,  secondo  i  diversi 
gradi  di  merito.  La  prima  classe 
si  compone  di  gran  croci,  la  se- 
conda di  commendatori,  la  terza 
di  semplici  cavalieri  ;  a  tutte  e  tre 
possono  appartenervi  i  meritevoli, 
senza  distinzione  alcuna  di  nascila 
o  di  religione.  La  decorazione  con- 


LEO 

siste  in  una  croce  o  stella  a  otto 
raggi  smaltati  in  rosso,  con  intor- 
no un  filetto  bianco.  Sulla  faccia 
della  croce  sono  incise  le  lettere 
iniziali  F.  I.  A.  cioè  :  Franciscus 
Iinperalor  Austriaca  ed  in  giro  ev- 
vi  l'epigrafe  :  otegritati  et  merito. 
Nel  rovescio  poi  vi  è  il  motto  e- 
gualmente  inciso,  dell'imperatore 
Leopoldo  II:  opes  regum  corda  sub- 
DiTORU-vf.  La  croce  si  appende  dal 
lato  sinistro  del  petto,  per  un  na- 
stro di  seta  di  colore  rosso  con  liste 
bianche  ed  orli  turchini.  A  rendere 
memorabile  il  giorno  dell'  istituzio- 
ne di  questo  ordine  cavalleresco,, 
l'imperatore  Francesco  1  decretò 
che  per  l'ordine  fosse  festa  solen- 
ne, per  la  quale  stabi b  la  dome- 
nica dopo  r  Epifania.  A  meglio 
estendere  il  benefizio  del  nuovo  or- 
dine, venne  statuito  che  chiunque 
nell'atto  di  ricevere  la  gran  croce 
non  avesse  ancora  la  dignità  di  con- 
sigliere intimo,  tosto  l'ottenesse,  e 
gralisj  che  i  commendatori,  se  ne 
facessero  istanza,  ricevessero  senza 
tassa  il  titolo  e  grado  di  barone; 
e  che  ai  cavalieri  semplici,  ricercan- 
dola, si  conferisse  loro  la  nobiltà 
ereditaria. 

LEOPOLDO,  Ordine  ec/ncstre 
del  Belgio.  Dopo  l'istituzione  del 
regno  del  Belgio  (Fedi),  venne  so- 
lennemente inaugurato  per  primo 
re  il  regnante  Leopoldo  I  di  Sas- 
sonia-Coburgo,  a'';i4  luglio  i83i. 
Conoscendo  questo  monarca  saggio 
ed  illuminato,  quanto  vantaggioso 
fosse  accattivarsi  l'animo  de' sud- 
diti, stabib  premiare  con  onorifi- 
cenza equestre  quelli  che  meglio 
avessero  servito  al  bene  del  regno 
Belgico;  per  cui  un  anno  dopo  la 
sua  elevazione  al  trono,  agli  1 1 
luglio  i832,  fondò  questo  ordine 
militare  e  cavalleresco,  cui  impose 


LEO 

il  proprio  nome  di  Leopoldo,  dan- 
dogli analogbi  statuti.  In  essi  ven- 
ne stabilito,  che  il  re  sarebbe  sem- 
pre il  gran  maestro  dell'ordine;  che 
l'ordine  verrebbe  diviso  in  milita- 
re ed  in  civile,  ed  ognuno  in  quat- 
tro differenti  classi  e  gradi,  cioè 
di  gran  croci,  di  commendatori , 
di  uffiziali  e  di  cavalieri  semplici. 
Dai  medesimi  statuii  risulta  anco- 
ra, che  ogni  soldato  di  un  grado 
inferiore  a  quello  di  uffiziale,  uni- 
tamente all'ordine,  riceve  una  pen- 
sione annua  di  cento  franchi  :  pen- 
sione che  cessa  allorquando  il  sol- 
dato giunge  al  grado  di  uffiziale 
nel  corpo  militare  cui  appartiene. 
La  decorazione  dell'ordine  consiste 
in  una  croce  di  argento  smaltata 
in  bianco,  nella  forma  quasi  simi- 
le a  quella  dell'  ordine  gerosolimi- 
tano, i  cui  quattro  spicchi  o  rag- 
gi sono  legati  da  una  corona  di 
quercia.  In  un  lato  della  croce 
evvi  uno  scudo  smaltato  in  nero 
con  orlo  rosso,  ed  ivi  tra  due  cer- 
chi d'oro  sono  alcuni  fregi,  ed  in 
mezzo  si  vede  la  cifra  del  re  ; 
mentre  nel  rovescio  nel  centro  del- 
lo scudo  vi  è  il  leone  belgico  co- 
ronato, e  tra  i  due  cerchi  l'epi- 
grafe :  l'  uniox  fait  la  force.  La 
croce  è  sovrastata  da  una  corona, 
e  si  appende  ad  un  nastro  di  se- 
ta ondata  di  colore  amaranto.  Va 
notato,  che  i  gran  croci  oltre  la 
descritta  decorazione  portano  una 
piastra,  e  i  commendatori  una  cro- 
ce. Il  marchio  distintivo  de' sol- 
dati sono  due  spade  che  sostengo- 
no la  corona  della  croce  dell'or- 
dine. I  gran  croci  ed  i  commen- 
datori nello  scudo  della  piastra 
portano  le  spade  che  sormontano 
a  croce. 

LEOPOLI  oLEMBERG  {Leo- 
polien).  Città  con  residenza  di  tre 


LEO  cv7 

arcivescovi  chiamata  ancora  Leo- 
polcl,  ed  in  polacco  Tavciw^  in  la- 
tino Leopolis.  Città  dell'antica  Po- 
lonia, in  passalo  capitale  della  Lo- 
domiria  o  della  Russia  Rossa  nella 
piccola  Polonia,  ed  ora  capitale 
della  Galizia  o  Galiizia  o  Galicia 
austriaca,  capoluogo  del  circondario 
del  suo  nome.  La  Galiizia  e  Lo- 
domiria  è  uno  degli  stati  della  mo- 
narchia austriaca,  ed  il  primo  con 
titolo  di  regno:  il  carattere  de- 
gli abitanti  differisce  generalmente 
di  poco  da  quello  de'polacchi.  Quan- 
tunque il  governo  austriaco  abbia 
abolita  quivi  sino  dal  1782  la  ser- 
vitù, pure  le  proprietà  territoria- 
li essendo  tutte  fra  le  mani  della 
nobiltà,  il  galliziano  ignobile  poco 
s'interessa  del  commercio  che  ab- 
bandona agli  ebrei.  Esiste  nelle 
sue  montagne,  verso  le  frontiere 
dell'Ungheria,  una  razza  d'uomini 
chiamati  goralì,  che  per  le  fattez- 
ze, pel  carattere  indipendente  e 
per  le  loro  abitudini  si  distinguo- 
no dagli  abitanti  delle  pianure  e 
riconoscono  un  capo:  si  credono 
discendenti  de'sauromati,  tribù  che 
ritirossi  in  Europa,  cacciatavi  dalle 
armi  di  Mitridate,  circa  80  anni 
prima  della  nostra  era.  La  Galli- 
zia,  prima  chiamata  Halicz,  è  la 
Lodomiria  anticamente  detta  Wo- 
lodimir  o  Vladimir,  che  nel  me- 
dio evo  erano  due  ducati  indipen- 
li.  Dal  secolo  XII  fino  verso  la 
fine  del  XIV  questi  ducati  fecero 
parte  del  regno  d'Ungheria;  nel 
1874  passarono  alla  Polonia  col 
mezzo  di  un  matrimonio  ;  ma  i  re 
d'Ungheria  ne  conservarono  il  titolo 
e  eli  stemmi.  Al  momenlo  della  divi- 
sione  della  Polonia  nel  1772,  Maria 
Teresa  d'  Austria  si  fece  restituire 
questi  ducali ,  coi  quali  formò  il 
retino     di     Galiizia    e     Lodomiria  ; 


96  LEO 

nella    seconda   divisione    della  Po- 
lonia nel    1795  l'impero  austriaco 
aumentò    questo    regno     di     molti 
possedimenti    polacchi,    ma    la  Lo- 
domiria  sembra  essere  stata  distac- 
cata, non    portando    presentemente 
questo  regno  che  il     solo  nome  di 
Gallizia  ;   fu  esso  diviso  in   Gallizia 
orientale  ed  occidentale.  Nel   1809 
r  Austria  dovendo    cedere  al  re  di 
Sassonia,  in  conseguenza    del  trat- 
tato di  Tilsit,  una  gran  parte  della 
sua  porzione  della  Polonia,  la  par- 
te più  considerabile  di  tale  cessio- 
ne, composta  di  quasi  tutta  la  Gal- 
lizia occidentale,  entrò  allora  a  for- 
mare il  gran  ducato  di  Varsavia  ; 
quindi    è  oggidì  compresa    nel  re- 
gno di  Polonia,  ed   il  restante  della 
Gallizia    forma    attualmente    il  re- 
gno di  questo    nome.    Il  regno  di 
Gallizia  ha  un  governatore  che  ri- 
siede nella    capitale.    Nel   1817   ri- 
cevette una  costituzione  ed  un  go- 
verno rappresentativo;  gli  stati  sono 
composti  di  deputati  del  clero,  dei 
nobili,  dei    cavalieri    e    delle    città 
reali  :  questi    deputati  ricevono  un 
trattamento  fìsso  dal  governo.  Leo- 
poli  ossia  Lemberg  sede  della  die- 
ta, è  la  sola  città    che  mandi  de- 
putali   agli    stati.  Nei    primi    mesi 
del  corrente  anno   scoppiò  in  Gal- 
lizia una    rivoluzione,  e    si  solievò 
pure  Cracovia  che  le  truppe  delle 
tre  potenze    protettrici    subito  sop- 
pressero. Quella  della   Gallizia  pro- 
vocata   da    alcuni    nobili    polacchi, 
fu  repressa  con  grande  spargimento 
di  sangue  e  massacri,  dai     paesani 
addetti    alla    gleba    e  divisi    in  di- 
verse bande ,  i    quali    reclamarono 
l'abolizione  delle  prestazioni  perso- 
nali ed   una  riforma    delle  leggi  e- 
conomiche  che    reggono  al  presen- 
te le  proprietà  di    questa  nazione. 
11  provvido  governo  immediataraen- 


LEO 

te  ricondusse  l'ordine  nel  regno  e 
la  calma  negli  animi,  e  si  occupa 
del  suo  mantenimento  con  analoghe 
organizzazioni  e  modificazioni ,  per 
migliorare  la  condizione  del  popolo 
sulle  giurisdizioni  patrimoniali  dei 
signori  e  possidenti. 

Questa  grande  e    ben    fabbrica- 
ta città  giace  presso  molti  ruscelli, 
che  si  riuniscono  onde    formare  il 
PelteWj   affluente  del  Bug.    E   di- 
stante centotrenta  leghe   da  Vien- 
na e    sessantotto     da  Cracovia,    E 
sede  di   un  arcivescovo    latino^    di 
un  arcivescovo    di    rito  armeno,  e 
di  un  arcivescovo  di  rito  greco  ru- 
teno: dei  due  ultimi  se  ne  parle- 
rà ne' due  seguenti  articoli.  Vi  ri- 
siedono ancora  le   principali  auto- 
rità civili  e   militari  della  Gallizia, 
del  suo  generale   comando    milita- 
re e   del  tribunale    di  appello.    E 
cinta  da  quattro  grandissimi    sob- 
borghi   chiamati    Halicz,    Krakau, 
Zolkiew  e  Brody,  che  s'innalzano 
per  un  dolce    declivio    sulla    som- 
mità di  ridenti  alture,  tutte  coper- 
te di    belli    giardini,    e    di    chiese, 
monasteri  e  superbi  edifizi,  che  per 
per  la  loro  varietà  offrono  un  col- 
po d'occhio  amenissimo.    La    città 
propriamente  detta  è  piccola,  non 
contenendo  forse  al    di  là    di  tre- 
cento abitazioni.  I  suoi  antichi  ba- 
stioni sono    convertiti    in    deliziosi 
passeggi.    Ha    ancora   due   castelli, 
uno  nell'interno,  l'altro  fuori  del- 
la città,  sopra    una  montagna.    In 
generale  la  città,  edificala    in  pie- 
tra, ha  molte  strade  larghe  e  be- 
ne lastricate.  Vi  si  osserva  nel  cen- 
tro una  bella  piazza,  in    cui  stan- 
no il  palazzo  comunale,  la  prigio- 
ne ed    una  cisterna    a    ciascun   la- 
to. Gli  altri  pubblici    edifizi    sono 
la  cattedrale  cattolica,  con    cupole 
e  torri    assai  alte;    il  palazzo    del- 


LEO 

l'arcivescovo  armeno,  che  per  la  sua 
elegante  architettura  ed  elevata  si- 
tuazione è  uno  de' più  belli  orna- 
menti della  città;  un  gran  nume- 
io  di  chiese  per  le  diverse  comu- 
nioni ;  nove  conventi,  uno  de'qua- 
li,  quello  de'domenicani,  possiede 
una  bella  chiesa  eretta  sul  model- 
lo di  quella  di  s.  Carlo  di  Vien- 
na, e  rinchiude  il  mausoleo  della 
madre  dei  conti  Borowski  o  Bor- 
kuski,  opera  del  celebre  Torwald- 
sen;due  sinagoghe,  le  quali  hanno 
un  rabino  superiore  per  gli  ebrei, 
non  che  cinque  ospedali.  L'istru- 
zione pubblica  vi  conta  una  uni- 
versità fondata  nel  1782,  un  gin- 
nasio, una  scuola  principale ,  ed 
altre  luterane  ed  ebree.  Dal  1827 
s'incominciò  a  stabilire  un  museo 
nazionale  ed  una  pubblica  biblio- 
teca, che  Leopoli  o  Lemberg  deve 
in  gran  parte  alia  liberalità  del 
conte  Ossolinski.  Questa  città  è 
più  commerciante  che  manifattu- 
riera ;  vi  sono  però  alcune  fabbri- 
che di  panni  e  tessuti  di  cotone, 
buone  tintorie,  conciatoi  ,  ec.  La 
sua  posizione  le  apre  varie  impor- 
tanti relazioni  con  Odessa  ed  altri 
porti  russi  del  Mar-Nero,  e  fa  in 
qualche  modo  questa  città  il  fon  • 
daco  del  commercio  di  questi  por- 
ti con  Vienna  e  l'interno  della 
Germania.  Vi  si  tengono  delle  fie- 
re considerabili,  in  cui  i  russi  por- 
tano pelli  e  pelliccerie,  che  cam- 
biano con  merci  dell'Austria.  Ar- 
riva pure  dalla  Moldavia  molto 
bestiame  cornuto,  con  cui  si  prov- 
vedono l'Austria  e  la  Slesia.  Col 
mezzo  di  questa  città,  la  Polonia 
e  la  Gallizia  spediscono  i  loro  grani 
ad  Odessa.  Conta  più  di  52jOOO 
abitanti,  de'  quali  1 5,ooo  sono  e- 
brei;  vi  sono  pure  molti  armeni 
e  greci,  ed   anche  de'turchi.    Poco 

VOL.    XXXVIII, 


LEO  97 

lontana  al  sud  trovasi  nel  piccolo 
villaggio  di  Winika  la  magnifica 
fabbrica  imperiale  del  tabacco.  Fu 
questa  città  presa  da  Casimiro  III 
detto  il  Grande,  re  di  Polonia,  nel 
1 340,  e  dipoi  assediata  da  Chmi- 
nieski  capo  de'  cosacchi ,  1'  anno 
1648.  Nel  i636  si  difese  corag- 
giosamente contro  i  russi;  ma  nel 
1671  i  turchi  la  misero  a  contri- 
buzione. Carlo  XII  re  di  Svezia 
la  prese  di  assalto  nel  1704,  e  vi 
fece  incoronare  re  di  Polonia  Sta- 
nislao Leczinski,  nativo  della  città, 
che  per  le  sue  virtù  fu  detto  il 
Benefico.  Nel  1773,  al  tempo  del- 
lo smembramento  della  Polonia, 
Leopoli  col  suo  palatinato  passò 
sotto  il  dominio  austriaco.  Nel 
1781,  a  nove  leghe  di  distanza, 
si  scMopri  un'abbondante  miniera 
di   zolfo. 

La  sede  arcivescovile  fu  eretta  di 
rito  latino  nel  1362  dal  Pontefice 
Urbano  V,  indi  Gregorio  XI  nel 
1375  la  trasferì  ad  Halicia,  ove  fu 
eretta  in  metropoli;  ma  poscia  i  po- 
lacchi la  fecero  ritornare  a  Leopoli 
nel  i4'4>  conservando  la  dignità 
metropolitica.  Ebbe  a  sulFraganee  le 
sedi  episcopali  di  rito  latino  di  Ha- 
licia che  si  riunì  a  Leopoli  nel  se- 
colo XV,  Premislia,  Chelma,  Kio- 
via,  Wolodimiria  e  Caminiec.  Al 
presente  Leopoli  ha  due  vescovati 
suffraganei,  cioè  di  Premislia  e  di 
Tarnovia.  Nell'anno  i556  Luigi  Lip- 
pomano  vescovo  di  Verona  e  lega- 
to apostolico  di  s.  Pio  V  in  Polo- 
nia, tenne  un  concilio  provinciale 
a  Leopoli,  in  cui  fu  pubblicata  una 
formola  di  fede  compresa  in  tren- 
tasei articoli.  Mansi,  Siippl.  cle'con- 
cilii  t.  V,  p.  797.  Fra  gli  arcivesco- 
vi latini  che  occuparono  la  sede 
di  Leopoli  noteremo  Gedeone,  che 
sottoscrisse  la  lettera  sinodale  di  Mi- 
7 


(,8  LEO 

chele  meliopolitano  del  rito  greco 
ruteno  à\  Kiovia  (  Fedi),  al  Ponte- 
fice Clemente  Vili  per  la  riunio- 
ne. Arsene  assistette  al  concilio  che 
Partenio  tenne  in  Moldavia,  per 
condannare  gli  errori  di  Cirillo  Lu- 
caris,  settario  calvmista.  Costantino 
Ziclinski  dal  1698  al  17  io:  egli  ab- 
brarciò  il  partito  di  Stanislao  Lec- 
zinski  che  incoronò  re  di  Polonia 
nel  l'joS,  e  venne  da  quel  principe 
nominato  a  Clemente  XI  arcivesco- 
TO  di  Gnesna;  in  seguito  fu  fatto 
prigioniero  dal  re  Augusto  li,  e 
mandato  a  Roma,  dove  diventò  e- 
lemosiniere  di  Maria  Casiraira  de 
la  Grange  d'Arquien  regina  vedo- 
va di  Giovanni  HI  re  di  Polonia. 
Essendo  ritornato  alla  sua  antica 
sede  di  Leopoli,  cadde  nelle  mani 
de'russi,  e  mori  in  prigione  a  Mo- 
sca nel  17  IO.  Gli  successe  nel  me- 
desimo anno  Giovanni  Skarbeck,  già 
vescovo  di  Livonia.  Sotto  di  lui 
Clemente  XllI  colla  costituzione 
Jn  supereininentìs,  del  primo  apri- 
le 1759,  presso  il  Bull.  Roni.  Con- 
nnuatìo,  tom.  XI,  p.  1  i  i,  confer- 
mò l'erezione  della  università,  sot- 
to la  direzione  de' gesuiti,  coi  pri- 
vilegi di  quella  di  Cracovia.  Allor 
che  nel  1  778  Leopoli  passò  sotto  l'im- 
peratore Giuseppe  II,  n'era  arcivesco- 
vo Venceslao  Sieiakowski,  traslato 
da  Clemente  XIII  nel  1760  da  Pre- 
mislia.  Gli  successero,  nel  1780 
Ferdinando  Kicki  per  coadiutoria  ; 
Gaetano  Ignazio  Kicki  per  coadiu- 
toria traslato  da  Solca  in  pariihiis; 
nel  i8i5  Andrea  Luigi  Arckwicz; 
a  questi  il  regnante  Papa  Gregorio 
XVI  diede  in  successore  a'28  giu- 
gno 1834  monsignor  Francesco  Sa- 
verio de' principi  di  Luschin,  Iras- 
lalandolo  da  Trento.  Di  poi  il  me- 
desimo Pontefice,  nel  concistoro  del 
primo    febbraio   i836,    dopo    aver 


LEO 

trasferito  il  precedente  a  Gorizia, 
preconizzò  rultimo  arci  vescovo  Fran- 
cesco di  Paola  Pischtek  di  Polo- 
zich  arcidiocesi  di  Praga  ,  ch'era 
vescovo  di  Tarnovia,  ed  il  quale 
morì  il  primo  febbraio  i84^>  la- 
sciando di  sé  benefica  memoria  :  al 
presente  la  sede  è  vacante. 

La  cattedrale,  magnifico  e  vasto 
edifìzio  di  architettura  gotica,  è 
dedicata  a  Dio,  sotto  il  titolo  del- 
la Beala  Vergine  assunta  in  cielo. 
11  capitolo  si  costituisce  di  quattro 
dignità,  delle  quali  è  la  prima  il 
preposto  ;  sei  sono  i  canonici  capi- 
tolari, dieci  i  canonici  onorari ,  ed 
oltre  ad  essi  sonovi  quattro  vicari, 
ed  altri  preti  cooperatori  e  chierici 
addetti  al  divino  servizio.  Nella  cat- 
tedrale vi  è  la  cura  d'  anime,  che 
si  esercita  da  un  canonico  e  dai  no- 
minati vicari,  ed  il  fonte  battesima- 
le. Tra  le  reliquie  si  venera  il 
corpo  del  b.  Giacomo  di  Strepar 
arcivescovo  di  Halitz,  che  morto 
santamente  in  Leopoli  nel  i4ri,e 
sepolto  nella  chiesa  di  s.  Croce,  l'ar- 
civescovo Ferdinando  Kicki  lo  tras- 
portò nella  metropolitana.  Il  pa- 
lazzo arcivescovile,  ampio  e  splen- 
dido, non  è  molto  lungi  dalla  cat- 
tedrale. Oltre  questo,  nella  città  e- 
sistono  altre  otto  chiese  parrocchiali 
che  hanno  il  sacro  battisterio,  quat- 
tro conventi  di  religiosi,  tre  mona- 
steri di  monache,  alcune  confrater- 
nite, monte  di  pietà,  e  seminario 
con  più  di  cento  chierici.  L'arcidio- 
cesi  si  estende  per  una  metà  del 
regno  di  Galizia,  contiene  cento- 
novant'una  parrocchie,  più  città, 
castelli  e  luoghi.  Ogni  nuovo  arci- 
vescovo è  tassato  nei  libri  della  came- 
ra apostolica  in  fiorini  cento,  corri- 
spondenti ai  fruiti  della  mensa,  qua- 
li ascendono  a  circa  sedicimila  fiorini 
d'argento  di  quelle  parti  all'anno. 


LEO 
LEOPOLI  (  Leopolien  Armeno- 
rum  ).  Arcivescovato  di  rito  arme- 
no la  cui  sede  dell'  arcivescovo  è 
in  Leopoli  [Vedi),  capitale  del  re- 
gno di  Galizia.  Gli  armeni  furono 
chiamati  nella  Russia,  nella  Galizia, 
e  Lodomiria  o  Uladimiria  dai  princi- 
pi di  quei  luoghi,  perchè  fossero  loro 
di  aiuto  nelle  guerre  che  sostenevano. 
Finite  queste,  e  concessa  loro  la  liber- 
tà o  di  rimanere  ivi  o  di  ritorna- 
re alla  patria,  molti  si  fermarono 
in  Galizia,  Moldavia,  Vallachia,  e 
ciò  avvenne  nel  secolo  IX,  Erano 
da  principio  cattolici,  e  dipendeva- 
no dal  patriarca  che  risiedeva  in 
Armenia.  Caduto  questo  nello  scis- 
ma vi  trasse  seco  anche  gli  armeni 
di  Polonia.  Nell'anno  1620  Nicolò 
Torossovicz  fu  consecrato  dal  pa- 
triarca di  Ezmiazin  (  Vedi  )  arci- 
vescovo di  Leopoli  simoniacamente, 
e  per  fini  puramente  umani  nel 
i635  abiurò  gli  errori,  e  fu  segui- 
to dal  clero  e  dal  popolo,  non 
senza  però  oppositori,  che  emigra- 
rono piuttosto  che  riconciliarsi  col- 
la Chiesa  romana.  Sebbene  la  con- 
versione non  avesse  un  fine  retto 
.sotto  tutti  i  riguardi,  pure  sortì 
un  buon  effetto,  essendo  questi  ar- 
meni sempre  rimasti  cattolici,  quan- 
tunque non  senza  vicende  piene 
(li  pericoli  e  d'interesse.  11  detto 
arcivescovo  venne  in  Roma  nel 
medesimo  anno  i635,  fece  la  so- 
lenne professione  di  fede,  e  da  Ur- 
bano YIII  riportò  grazie  e  favori. 
La  giurisdizione  dell'arcivescovo  ar- 
meno di  Leopoli  si  estendeva  su 
tutti  gli  armeni  di  Polonia,  della 
Lituania,  della  Moldavia,  Vallachia 
e  Crimea.  Aveva  in  questa  parte 
del  regno  diecisetle  parrocchie,  ma 
nella  divisione  di  questo,  sette  pas- 
sarono sotto  il  dominio  de'mosco- 
,.    vili,  e  si  sono  potute    salvare  dal- 


LEO  99 

la  totale  estinzione  io  questi  anni 
di  oppressione  per  parte  di  quel 
governo.  L'  arcivescovo  armeno  di 
Leopoli  non  avea  che  scudi  cin- 
quanta di  rendita  provenienti  da 
un  censo,  e  scudi  duecento  annui 
gli  erano  somministrali  dalla  sacra 
congregazione  di  propaganda  fide. 
L'  imperatore  d'Austria  Francesco 
I,  come  re  di  Galizia,  avendo  ot- 
tenuto da  Pio  VII  la  nomina  a 
questo  arci  vescovato,  ne  dotò  l'or- 
dinario prò  tempore  con  tremila 
annui  fiorini,  la  scelta  però  del- 
l'arcivescovo procede  così.  11  clero 
armeno  di  Leopoli  elegge  tre  sog- 
getti, dei  quali  1'  imperatore  ne 
nomina  uno  in  arcivescovo.  Il  re- 
sto non  si  allontana  dalle  leggi 
canoniche,  per  la  via  di  propagan* 
òa  fide,  come  solevasi  praticare  per 
lo  innanzi,  dappoiché  il  breve  e- 
uianato  a' 19  settembre  18 19  da 
Pio  VII,  volle  salvi  i  diritti  della 
medesima  congregazione  di  propa- 
ganda f,de.  Ecco  il  novero  degli 
arcivescovi  armeni  di  Leopoli,  do- 
po che  Leopoli  col  suo  palatinalo 
nel  1773,  all'epoca  dello  smembra- 
mento della  Polonia,  passò  sotto  il 
dominio  austriaco.  Giacomo  Ago- 
stinovicz  nato  in  Leopoli,  succedu- 
to per  coadiutoria  nel  1/52,  era 
arcivescovo  a  tale  avvenimento;  a- 
veva  per  coadiutore  con  futura 
successione  Giacomo  Tumanowicz 
di  Stanislopoli  diocesi  di  Leopoli, 
fatto  vescovo  di  Camaco  in  parti- 
bus  nel  1  77  I,  che  successe  al  pre- 
cedente nel  1784-  Giovanni  Simo- 
nowicz  fatto  arcivescovo  a' 12  set- 
tembre 1800.  Gaetano  Varteresse- 
vicz  di  Leopoli,  fatto  arcivescovo 
a'  21  febbraio  dell'anno  1820. 
Al  presente  lo  è  monsignor  Sa- 
muele StefanoAvicz,  fatto  arcivesco- 
vo a'  i3  marzo    i832.  Questo   ar- 


loo  LEO 

civescovato    non  ha  vescovi  suffra- 

ganei. 

La  chiesa  delle  monache  arme- 
ne tiene  anche  il  luogo  di  catte- 
drale. L'arcivescovo  ha  dieci  par- 
rocchie nella  Galizia,  sette  delle 
quali  hanno  le  chiese  di  solido  ma 
terialcj  le  altre  sono  di  legno.  Il 
capitolo  si  compone  di  quattro  ca- 
nonici; vi  sono  quattro  vicari,  e 
quattro  giovani  sacerdoti  attendo- 
no a  reudei'si  idonei  nella  cura  del- 
le anime.  Le  dette  monache  arme- 
ne hanno  monastero,  e  seguono 
la  regola  di  s.  Benedetto.  Esse  sen- 
za mancare  alla  propria  santifica- 
zione istruiscono  nella  pietà  e  nei 
lavori  un  numero  grande  di  fan- 
ciulle. Esisteva  un  collegio  in  Leo- 
poli  per  educarvi  la  gioventù  di 
rito  armeno,  ed  era  comune  anche 
ai  ruteni,  ma  ne  parleremo  per 
ultimo,  essendo  stato  soppresso  dal 
governo  nel  1784:  non  è  vero  che 
oggi  questo  collegio  in  qualche  par- 
te esista  presso  i  monaci  armeni 
mechitaristi  di  Vienna.  Vi  è  un 
monte  di  pietà  della  sorte  capita- 
le di  scudi  ventimila  d'oro,  fon- 
dato coi  pii  legati  dei  fedeli,  am- 
ministrati dai  laici  non  sempre  co- 
scienziosi in  trattare  questi  affari. 
L'arcivescovo  fa  elogio  del  suo  po- 
polo, il  quale  si  mostra  molto  alie- 
no da  tante  mancanze  comuni  ad 
altre  nazioni.  Ignorante  è  il  popo- 
lo scismatico,  ma  niente  piìi  istruito 
è  il  suo  clero,  che  alti-onde  non 
si  mostra  tanto  alieno  dai  cattoli- 
ci; anzi  i  medesimi  scismatici  spes- 
so intervengono  alle  funzioni  delle 
chiese  cattoliche,  e  non  senza  con- 
versioni ed  abiure.  Ma  già  è  noto 
che  gli  armeni  scismatici,  se  non 
conoscono  il  Papa  per  capo  della 
Chiesa  di  Gesìi  Cristo,  ne'loro  libri 
liturgici  lo  riconoscono    come    pie- 


LEO 

tra  della  fede,  e  supremo  ammi- 
nistratore della  Chiesa  medesima. 
La  popolazione  armena  della  Ga- 
lizia ascende  ad  ottomila,  sei  mila 
de' quali,  e  cattolici,  sono  in  Leo- 
poli.  Oggi  dipende  ancora  da  que- 
sto arcivescovato,  oltre  la  Galizia, 
anche  la  provincia  di  Bukovina, 
che  formava  parte  della  Moldavia. 
Giace  tra  la  Galizia,  la  Transil- 
vania  e  la  Moldavia;  Ischernowitz: 
è  il  capoluogo,  con  34oo  abitanti. 
I  cattolici  armeni  sono  numerosi 
nella  città  di  Czernovich,  e  non 
mancano  in  Soczavia.  Questa  ulti- 
ma città  mancando  di  chiesa  di 
rito  armeno,  i  divini  uffici  si  eser- 
citano nelle  chiese  Ialine.  In  Czer- 
novich è  stata  di  fresco  terminata 
una  chiesa  e  dichiarata  parrocchia. 
Vi  erano  ultimamente  due  padri 
mechitaristi  di  Vienna  che  vi  spe- 
di monsignor  Aristace  arcivescovo 
di  Cesarea  in  parlibus,  superiore 
di  quella  congregazione,  sotto  l'im- 
mediata dipendenza  dell'ordinario 
armeno  di  Leopoli,  secondo  un  de- 
creto imperiale  approvato  nel  1882 
dal  Papa  regnante  Gregorio  XVI. 
Inoltre  l'imperatore  d'Austria  as- 
segnò una  pensione  ai  monaci  me- 
chitaristi di  Vienna,  ai  quali  fu 
commessa  la  conversione  degli  ar- 
meni scismatici  ,  che  si  trovano 
sparsi  in  questa  provincia.  Al  pre- 
sente questi  monaci  avendo  rinun- 
ziato a  tale  diritto,  non  lo  go- 
dono più. 

Il  collegio  di  Leopoli  fu  eretto 
dalla  sacra  congregazione  di  pro- 
paganda nel  i665.  Fu  da  princi- 
pio fondato  per  i  soli  giovani  ec- 
clesiastici di  rito  armeno.  Furono 
questi  dieci,  e  dovevano  chiamarsi 
dall' .Armenia  Maggiore,  ed  erano 
mantenuti  ad  un  annuo  assegno 
della  sacra    congregazione.     Erano 


LEO 

affidali  alla  cura  de' religiosi  teati- 
ni sotto  la  dipendenza  di  Roma  : 
il  priuio  rettore  fu  il  celebre  p. 
Galano.  Si  cominciavano  a  sentire 
gli  effetti  favorevoli  di  questa  fon- 
dazione, quando  si  portò  il  rifles- 
so sui  bisogni  de' ruteni  venuti  po- 
co prima  all'  unione  della  Chiesa 
cattolica.  Quindi  s'ideò  un  nuovo 
collegio  per  questi,  e  si  diede  prin- 
cipio alla  fondazione  impedita  dal- 
la guerra.  Nel  1709  entrarono  due 
ruteni  nel  collegio  armeno,  man- 
tenuti parimenti  a  spese  della  sacra 
cougicgazione.  Con  duemila  fiorini 
somn)iuistrali  dal  nunzio  di  Polo- 
nia monsig.  Pignattelli  poi  cardinale, 
e  con  diveise  somme  date  dalia 
congregazione,  si  acquistò  pel  man- 
tenimento degli  alunni  ruteni  dai 
religiosi  di  s.  Giovanni  di  Dio  il 
villaggio  Dublany.  Crebbero  nel 
collegio  altri  sei  alunni  ruteni,  a 
spese  della  medesima  congregazio- 
ne, allo  zelo  della  quale  si  deve 
attribuire  se  i  vescovi  ruteni  di 
Leopoli,  di  Luck  e  di  Premislia 
assegnarono  dei  fondi  pel  mante- 
nimento di  alcuni  alunni  delle  lo- 
ro diocesi.  Nel  1724  il  p.  Radana- 
scki  rettore  ottenne  in  dono  dal  real 
principe  Sobieski  un  eminente  lo- 
cale per  la  fabbrica  del  collegioj 
che  non  fu  reso  abitabile  in  par- 
te che  nel  ly^ì.  La  sacra  con- 
gregazione non  cessò  mai  di  man- 
dar sussidi  al  nascente  stabilimen- 
to, da  cui  traeva  operai  evangelici 
per  le  missioni  armene  non  meno 
che  per  le  rutene.  Seguita  la  di- 
visione della  Polonia,  ed  essendo 
passato  Leopoli  sotto  il  governo 
austriaco  di  Giuseppe  II,  si  comin- 
ciò a  perturbare  il  sistema  stabili- 
to, volendosi  far  passare  gli  alunni 
ruteni  ed  armeni  in  ampio  locale 
destinato  ad   un    sistema    generale 


LEO  lor 

di  studi .  Non  era  rilornala  in 
Vienna  la  risposta  della  santa  Se- 
de dissenziente,  e  già  il  governo 
di  Galizia  avea  soppresso  il  col- 
legio, essendosene  impadronito  nei 
1784,  non  che  confiscato  beni  mo- 
bili ed  immobili:  il  collegio  fu  in- 
di destinato  per  l'alloggio  delle  mi- 
lizie. Si  voleva  trasferire  il  collegio 
in  Kaminiek,  ma  senza  restituzio- 
ne de' suoi  fondi,  poiché  il  gover- 
no avea  applicato  i  beni  alla  cas- 
sa di  religione,  nulla  valutando  i 
reclami  della  sacra  congregazione 
di  propaganda  contro  un  simile 
spoglio.  Non  fu  che  nel  1790  che 
venne  restituito  il  collegio,  e  nel 
1796  la  villa  di  Dublany;  ma 
quanto  altro  mì  avea,  fu  incame- 
rato e  soppresso.  Anche  nella  ter- 
ra di  Morozow  avea  per  ragione 
d'  ipoteca  la  sacra  congregazione 
dei  diritti,  ma  questa  terra  era  nei 
dominii  russi  :  era  anche  suo  il  lo- 
cale de'  gesuiti  donato  dal  re  di 
Polonia  in  Raminiek  ;  era  sua  la 
biblioteca  del  collegio  di  Leopoli 
trasportata  in  quella  città,  ma  tut- 
to fu  tolto.  Nel  i8o4  la  sacra  con- 
giegazione  decretò  di  vendere  al 
governo  austriaco  il  collegio,  ven- 
dila che  non  ebbe  effetto  che  nel 
1824  al  fisco  regio  imperiale,  pel 
valore  di  quarantamila  fiorini  di 
carta,  equivalenti  a  sedicimila  fio- 
rini di  buon  argento.  La  sacra  con- 
gregazione desiderosa  d' impiegare 
questa  somma  pel  fine  che  si  era- 
no proposto,  cioè  per  l'educazione 
dei  giovani  ruteni  ed  armeni,  In- 
nocenzo XI,  i  cardinali  Pignatlelli 
e  Grimaldi,  non  che  la  duchessa 
di  Buglione,  ed  alcuni  signori  po- 
lacchi, tutti  benemeriti  di  questa 
pia  fondazione,  incontrò  infinite 
diflicoltà  contro  l'esportazione  del 
denaro;    e  le  difficoltà  furono   alla 


,o2  LEO 

fine  superate,  essendosi  depositato 
in  Vienna  quanto  doveva  il  go- 
verno, in  compenso  di  quanto  spet- 
tava al  collegio.  Non  è  vero  che 
si  applicassero  le  somme  al  mona- 
stero dei  monaci  mechitaristi  di 
Vienna,  perchè  considerati  come 
missionari  esteri,  e  perciò  non  sog- 
getti alle  leggi  ecclesiastiche  au- 
striache, ai  quali,  al  dire  di  quelli 
che  asserivano  la  cosa,  incombeva 
l'obbligo  di  educare  giovani  arme- 
ni e  ruteni  in  un  numero  pro- 
porzionato alla  rendita ,  sotto  la 
dipendenza  del  nunzio  apostolico, 
al  quale  i  religiosi  sarebbero  stati 
tenuti  di  rendere  ragione,  per  poi 
rendere  conto  alla  congregazione 
di  propaganda  fide  a  cui  il  colle- 
gio appartiene  nella  sua  integrità. 
Non  esiste  ne  ha  mai  esistito  il 
detto  collegio  presso  i  mechitaristi 
viennesi. 

LEOPOLT,  HALTCU  e  KAME- 
NEC  {Leopolien,  Halicien  et  Carne- 
ceri  riuheni  rilus).  Arcivescovati  u- 
niti  di  rito  greco-ruteno,  la  cui  se- 
de dell'  arcivescovo  è  in  Leopoli 
[P'edi),  capitale  del  regno  di  Ga- 
lizia. La  sede  vescovile  greco-rute- 
na di  Leopoli  fu  eretta  nel  secolo 
XIII;  il  vescovo  di  Leopoli  venne 
all'unione  quasi  un  secolo  dopo  de- 
gli altri  vescovi  ruteni,  che  come 
si  disse  all'articolo  Kiovìa  [Vedi), 
di  cui  era  suffraganeo,  essi  rientra- 
rono nella  comunione  cattolica  sotto 
Clemente  Vili.  Nel  1807  agli  8 
marzo  il  Papa  Pio  VII,  colla  bolla 
III  universali  Ecclesia,  elevò  la  se- 
de vescovile  di  Leopoli  di  rito  gre- 
co-ruteno al  grado  arcivescovile  e 
metropolitico,  assegnandogli  per  snf- 
fraganee  le  sedi  vescovili  di  Chel- 
ina  e  Belzi  unite ,  non  che  Pre- 
ruislia,  la  quale  riunì  i  titoli  ve- 
scovili    di    Saml)oria    e     Sanodiia. 


LEO 

Inoltre  all'arcivescovato  di  Leopoli 
furono  riuniti  i  titoli  arcivescovili 
di  Halicia  e  di  Kamenec  [Fedì). 
Questa  erezione  di  Leopoli  in  me- 
tropoli fu  fatta  perchè  i  sudditi 
austriaci  non  dipendessero  dai  ve- 
scovi ruteni  residenti  fuori  dei  do- 
minii  austriaci.  Dipoi  il  vescovo  di 
Chelma  e  Belzi  fu  dichiarato  sog- 
getto immediatamente  alla  santa 
Sede;  Chelma  per  un  tempo  fii 
pure  suffraganea  della  metropoli  di 
Posnania.  Allorché  nel  lyyS  Leo- 
poli  col  palatinato  del  suo  nome 
fu  smembrato  dall'antico  regno  di 
Polonia,  e  passò  sotto  il  dominio  au- 
striaco regnando  l'imperatore  Giu- 
seppe II,  era  vescovo  di  rito  greco- 
ruteno  di  Leopoli  e  di  Kamenec 
Leone  Lodovico  Szeptychi  basilia- 
no  della  diocesi  di  Premislia,  fatto 
vescovo  nel  i  749  e  coadiutore  del 
suo  metropolitano  a'  20  dicembre 
1762.  Ne  furono  di  lui  successori, 
nel  178-2  Pietro  Bielonski  ;  nel 
1799  in  vescovo  di  Leopoli,  Hali- 
cia e  Kamenec  uniti,  nella  Galizia 
Polono-Austriaca,  Nicolò  Skorodyn- 
ski  della  Galizia  orientale.  Primo 
arcivescovo  poi  di  Leopoli,  Halicia 
e  Kamenec  uniti  di  rito  greco- ru- 
teno, fu  fatto  l'odierno  monsigno- 
re Michele  Lewicki  di  Pokucia , 
traslato  da  Premislia  agli  8  mar- 
zo 18 16,  per  breve  di  Pio  VII  e- 
raanato  a  mezzo  della  sacra  con- 
gregazione di  propaganda  Jide.  A 
questo  prelato  li  r5  luglio  i84i 
il  regnante  Gregorio  XVI  dichiarò 
in  concistoro  ausiliare  e  vescovo  di 
Poinpeiopoli  in  partibus  monsignor 
Gregorio  Jacliimowicz  di  Podber- 
ge  arcidiocesi  di  Leopoli,  per  eser- 
citare i  poiitiiìcali  e  le  funzioni 
sacre. 

L'esimio  e  zelantissimo  metropoli- 
tano dei  greci    imiti   ruteni,  che    in 


LEO 

gran  numero  abitano  la  Galizia,  par- 
te dell'  antica  Polonia,  monsignor 
Michele  Lewicki,  a' io  marzo  i84i 
indirizzò  loro  una  lettera  enciclica 
che  incomincia  colle  parole  Priina- 
tuin  Ecrlcsiae  catìiolicae  esse  dii'i- 
nae  insdtntionis.  Con  essa  conforta 
i  greci  uniti  ruteni  a  perseverare 
fermi  nella  loro  divozione  ed  ob- 
bedienza alla  suprema  Sede  apo- 
stolica di  Pietro,  Gli  avvenimenti 
religiosi  eh'  ebbero  luogo ,  non  è 
guari  tempo,  in  uno  stato  confi- 
nante colla  Galizia,  danno  un'al- 
tissima importanza  a  questo  pre- 
zioso documento,  che  può  leggersi 
nel  voi.  Xir,  p.  439  e  seg.  degli 
Annali  delle  scienze  religiose,  che 
si  pubblicano  in  Roma.  Nel  voi. 
XV  de'  medesimi  Annali  si  ripor- 
ta a  p.  1)5  il  breve  Perlaliim  ad 
nos  est  exempluni ,  del  Papa  Gre- 
gorio XVI,  die  17  julii  1841,  di- 
retto al  rispettabile  arcivescovo  Le- 
wicki, encomiandolo  per  l'encicli- 
ca e  per  la  sua  unità  cattolica. 
Comunicando  il  prelato  a'  suoi  dio- 
cesani tal  breve  pontificio,  lo  ac- 
compagnò con  quella  bella  lettera 
che  si  legge  a  p.  104  degli  stessi 
y^/mfl//,  scritta  agli  i  i  ottobre  1841, 
dabamus  Leopolì  ad  ccclesiani  no- 
strani archicalhedraleni  s.  Magni 
inartyris  Georgiì.  Fra  le  cliiese  di 
questo  arcivescovato,  no  lineremo 
quelle  dell'Assunzione  della  B.  Ver- 
gine, e  di  s.  Onofrio  con  monastero 
spettante  alla  confraternita  Stauro- 
pigiana.  Uno  dei  Ire  ospedali  di 
Leopoli  ha  una  scuola  che  spetta 
alla  detta  confraternita,  che  ab  im- 
memorabili non  è  soggetta  alla  giu- 
risdizione deir(jrdinario  se  non  nel- 
lo spirituale.  La  mensa  arcivesco- 
vile ha  di  rendita  in  beni  stabili 
'scudi  i5oo.  L'arcivescovo  abita  uu 
palazzo  magnifico.   Del  collegio    di 


LEP  io3 

Leopoli  comune  agli  armeni  ed  ai 
greco-ruteni  ne  parlammo  al  pre- 
cedente articolo.  La  popolazione  ru- 
tena del  regno  di  Galizia  di  rito 
cattolico  si  fa  ascendere  a  più  di 
due  milioni. 

LEPANTO,  Naupaclus.  Città  ar- 
civescovile della  Grecia  nella  Li- 
vadia, sulla  costa  settentrionale  del 
golfo  del  suo  nome  presso  al  suo 
ingresso,  chiamata  pure  Ainahakht 
o  Enebachle.  Giace  sul  declivio  di 
una  collina  di  forma  conica,  distan- 
te trentotto  leghe  da  Atene,  e  qua- 
ranta da  Jannina.  Considerata  co- 
me già  facente  parte  dell'  impero 
turco,  fu  il  capoluogo  di  un  san- 
giacato.  Cinta  di  alte  mura  in  cat- 
tivo slato,  ha  due  sobborghi,  una 
fortezza  posta  sopra  un'  altura,  ed 
un  piccolo  castello  i-ovinoso.  L'at- 
tacco di  questa  piazza  era  assai  dif- 
ficile prima  dell'uso  del  cannone. 
Nel  i4o8  obbediva  all'imperatore 
di  Costantinopoli,  ma  Emmanuele 
la  cedette  a'  veneziani,  dai  quali 
fu  posta  in  tale  stato  di  difesa  che 
i  turchi  nel  i^'j^  furono  costretti 
di  allontanarsi  dopo  quattro  e  più 
mesi  di  ostinato  assedio,  e  dopo  aver 
perduto  più  di  trentamila  uomini. 
Nel  149S  Baiazetto  II  la  prese  però 
ai  veneziani.  L'ammiraglio  Grima- 
ni  padre  del  cardinale  Griniani 
Dontenico  [Vedi),  fu  perciò  con- 
dannato in  prigione,  nella  quale 
con  memorabile  esempio  volle  se- 
guirlo il  figlio.  Presso  il  golfo  di 
Lepanto  e  presso  ad  Azio,  luogo 
celebratissimo  per  la  battaglia  che 
decise  dell'  impero  del  mondo  tra 
Marcantonio  ed  Augusto,  a'  7  ot- 
tobre 1 571  l'armata  cristiana  del- 
la triplice  àllean/a  di  s.  Pio  V,  cogli 
spagnuoli  e  veneti,  nel  navale  com- 
battimento benedetto  dal  legato  a- 
poslolicu    Giorgio  Odescalchi,  lipor- 


io4  LEP 

tò  contro  vSelim  li  imperatore  dei 
turchi  quella  strepitosa  vittoria  di 
cui  parlammo  iu  lauti  articoli  del 
Dizionario,  massime  a  Costantino^ 
poli  ed  Ingressi  solenni  in  Roma. 
Quanto  a  Lepanto  fu  ripresa  dai 
veneziani  nel  1687,  indi  la  resti- 
tuirono ai  turchi  nel  1699  in  con- 
seguenza della  pace  di  CarioAvitz, 
dopo  per  altro  aver  demolito  il  ca- 
stello di  Romelia.  Gli  antichi  greci 
avevano  in  NaupacLus  quattro  cele- 
bri templi  dedicati  a  Venere,  Net- 
tuno, Esculapio  e  Diana.  Servì  un 
tempo  di  ritirata  agli  etolii  nemici 
de'  romani,  e  poscia  divenne  uu 
luogo  di  rifugio  a  diversi  corsari, 
per  cui  le  fu  dato  il  nome  di  pic- 
colo Algeri.  In  oggi  Lepanto  fa 
parte  del  nuovo  regno  di  Grecia, 
ed  appartiene  alla  sezione  della 
Grecia  occidentale,  dipendendo  da 
Missolongi,   che  n' è  il  capoluogo. 

Naupaclus  o  Lepanto  nel  V  se- 
colo divenne  sede  vescovile  dell'e- 
sarcato di  Macedonia,  nel  IX  me- 
tropoli, nel  XIII  esarcato  dell' E- 
tolia.  Nel  secolo  XV  la  residenza 
del  metropolitano  passò  ad  Arta  o 
Larta  nell'  Epiro.  Larta  però  fu 
fatta  essa  pure  metropoli,  e  venne- 
ro ad  essa  uniti  anche  i  diritti  me- 
tropolitani della  chiesa  di  Nicopoli, 
capitale  dell'antico  Epiro.  La  me- 
tropoli di  Lepanto  ebbe  i  seguenti 
nove  suffraganei  :  Nicopoli,  Leuca, 
Phenica ,  Corfù,  Ragusi,  Yentza, 
Aiton  o  Calydou,  Acheloo  e  Do- 
done.  Si  conoscono  dieci  vescovi 
che  occuparono  la  sede  di  Lepan- 
to, di  cui  il  primo  fu  Callicrate 
che  intervenne  al  primo  concilio 
di  Efeso,  cui  succedette  Ireneo,  che 
fu  al  concilio  di  Calcedonia.  Gli 
altri  vescovi  furono  Antonio  N.  .  .  ; 

Basilio  del  ii56;  N dei  11 85; 

Giovanni    del     1229;    Xero  ;    Gio- 


LEP 

vanni  del    1266;   ed  N di 

cui  è  fatta  menzione  nella  lettera 
degli  orientali  scritta  al  Papa  Gre- 
gorio X,  e  nella  risposta  che  loro 
fece  il  Papa.  Oriens  christ.  t.  II, 
pag.  198.  Ebbe  altresì  Lepanto  i 
suoi  vescovi  latini,  cioè  R.ostagno 
Candela  dell'ordine  de'  predicatori 
nel  1237;  Giovanni  nel  i345; 
Eustachio  d'Ancona  de' frati  mi- 
nori; Ermanno  nel  i366;  ed  An- 
tonio Maria  Pallavicini,  il  quale  ac- 
compagnò nel  173  i  il  cardinal  Pie- 
tro Ottoboni  mentre  faceva  la  vi- 
sita della  patriarcale  basilica  late- 
ranense  di  cui  era  arciprete,  a'  7 
ottobre.  Oriens  christ.  t.  Ili,  p=  994- 
Al  presente  Lepanto,  Naupacten,  è 
un  titolo  arcivescovile  in  partibus 
che  conferisce  la  santa  Sede ,  con 
un  titolo  vescovile  in  partibus  per 
suifraganeo,  cioè  Calidon. 

LEPTINES  o  LETINES  o  LE- 
STINES  o  LIPTINES  o  LISTINES, 
ed  oggi  L'ESTINES-AU-MONT. 
Villaggio  dei  Paesi  Bassi  nella  pro- 
vincia di  Hainaut,  diocesi  di  Cam-  ■ 
bray,  presso  Binche.  Eravi  un  pa-  » 
lazzo  dei  re  di  Francia  della  pri- 
ma stirpe.  Ivi  furono  tenuti  due 
concilii.  Il  primo  nel  743  sotto 
Carlomanno  re  di  Francia,  e  si  fe- 
cero quattro  canoni  sulla  regola  di 
s.  Benedetto,  sui  beni  ecclesiastici, 
sui  matrimoni  illeciti,  e  contro  su- 
perstizioni pagane  :  si  accordarono 
delle  rendite  ecclesiastiche  al  re 
per  le  spese  della  guerra  contro 
Aldeberto  eretico.  Vi  presiedette  s. 
Bonifacio,  ed  i  vescovi,  i  conti,  i 
governatori  vi  promisero  di  osser- 
vare il  concilio  di  Germania  ;  tut- 
to il  clero  si  sottomise  agli  anti- 
chi canoni.  Gli  abbati  ed  i  monaci 
riceverono  la  regola  di  s.  Benedet- 
to. Vi  si  dice,  che  a  motivo  delle 
guerre  presenti,    il    principe    pren- 


LER 
deih  per  un  certo  lempo  una  por- 
zione dei  beni  di  chiesa ,  a  titolo 
di  prestito  e  di  censo,  per  prov- 
vedere al  mantenimento  delle  sue 
truppe  ;  a  condizione  di  pagare  o- 
gni  anno  alla  Chiesa  un  soldo  del 
Talore  di  dodici  denari,  vale  a  di- 
re venticinque  soldi  della  moneta 
di  F'rancia.  Reg.  t.  XVII;  Labbé 
t.  VI;  Arduino  t.  III.  Il  secondo 
fu  tenuto  nel  736  sopra  la  disci- 
plina. Ibidem.  Tuttavolla  il  p.  Pa- 
gi in  Critic.  ad  an.  74^>  "•  '2,  i3, 
ha  dimostrato  che  questi  due  con- 
cilii  non  sono  propriamente  che  un 
solo,  tenuto  nel  74?  e  non  nel  743, 
sotto  Carlomanno  re  di  Francia  , 
e  sotto  s.  Bonifacio  legato  della 
santa  Sede,  come  viene  provato 
dalla  lettera  IX  del  Papa  s.  Zac- 
caria al  medesimo  s.  Bonifacio.  Man- 
si, Sappi,  t.   I,  p.   600. 

LERCARI  Nicola  Maria,  Cardi- 
nale. Nicola  Maria  Lercari  sortì  la 
sua  origine  da  una  delle  più  cospicue 
famiglie  di  Genova  ,  ma  nacq  uè  ai 
c)  novembre  1675  in  Taggia  nella 
diocesi  di  Albenga.  Condotto  a  Ro- 
ma nel  1 686  nella  tenera  età  di 
undici  anni,  dopo  avere  con  suc- 
cesso applicato  agli  .studi  ,  fu  da 
Innocenzo  XII  nel  1699  fatto  re- 
ferendario di  segnatura,  e  da  Cle- 
mente XI  nel  1701  impiegato  nel 
governo  delle  città  di  Todi  e  poi 
di  Benevento ,  dove  la  specchiata 
sua  integrità  e  religione  gli  gua- 
dagnò la  grazia  dell'  arcivescovo 
cardinal  Orsini,  poi  Benedetto  XIII. 
Da  Benevento  fu  trasferito  al  go- 
verno di  Camerino,  e  lichiamalo 
a  Pv.oma  ebbe  luogo  tra  i  ponenti 
di  consulta,  e  dopo  alcuni  mesi  fu 
di  nuovo  destinato  al  governo  del- 
le città  di  Ancona,  di  Civitavec- 
chia e  di  Perugia;  indi  restituitosi 
in  Roma  fu  ammesso  tra  i  votauti 


LER  io5 

di  segnatura.  Appena  eletto  Bene- 
detto Xlil,  ricoidevole  delle  sue 
belle  qualità,  lo  fece  suo  maestro 
di  camera  e  dopo  due  anni  segre- 
tario di  stato  ed  arcivescovo  di 
Nazianzo,  creandolo  a'  9  dicembre 
1726  cardinale  prete  del  titolo  dei 
ss.  Gio.  e  Paolo,  donde  poi  passò 
a  quello  di  s.  Pietro  in  Vincoli. 
Lo  ascrisse  a  tutte  le  congregazio- 
ni cardinalizie,  colla  piotettoria 
de' canonici  regolari  lateranensi.  Mo- 
rì in  Roma  ai  20  marzo  1757 
d'anni  ottantadue  non  compiti,  con 
infinito  rammarico  de'  poveri,  le 
miserie  de'  quali  trovavano  presso 
di  lui  tenera  compassione  e  gene- 
roso sovvenimento.  Le  sue  ceneri 
furono  collocate  nel  centro  della 
chiesa  titolare  di  s.  Pietro  in  Vin- 
coli, sotto  una  semplice  lapide,  col- 
le insegne  cardinalizie  ed  il  solo 
suo  nome.  Dipoi  il  suo  degno  ni- 
pote Giovanni  Lercari  arcivescovo 
di  Genova,  nella  cappella  gentilizia 
di  loro  casa,  nel  battisterìo  lale- 
ranense,  gli  eresse  un  elegante  mo- 
numento, ove  al  destro  lato  collo- 
cò il  di  lui  busto  di  marmo  in  atto 
di  orare  genuflesso,  con  magnifico 
elogio.  Questo  cardinale  dopo  ave- 
re ricevuto  Benedetto  XIII  nel  suo 
palazzo  in  Albano,  da  lui  fabbri- 
cato, generosamente  lo  lasciò  per 
uso  perpetuo  dei  cardinali  vescovi 
di  Albano. 

LERIDA  (Illcrden).  Città  con 
residenza  vescovile  della  Spagna 
nella  Catalogna,  capoluogo  della 
provincia  del  suo  nome ,  distante 
trentaquattro  leghe  da  Barcellona 
e  venticinque  da  Saragozza.  Giace 
in  fertilissimo  territorio,  sulla  riva 
destra  della  Segra  o  Sicori,  che  si 
attraversa  sopra  un  bel  ponte  di 
pietra  di  sette  archi,  ed  è  celebre 
perchè  di  cesi    che    prima    portava 


io6  LER 

arene  d'oro.  Una  parte  di  questa 
città  è  fabbricata  in  forma  di  an- 
lltealro,  sul  pendio  di  un'alta  mon- 
tagna, sulla  cui  sommità  vedesi  una 
cittadella;  il  restante  si  estende  lun- 
go la  Segra,  sino  al  piede  d'un'al- 
tura  su  cui  è  situato  il  forte  Gar- 
den. Lerida  è  una  delle  più  im- 
portanti piazze  di  guerra  della  Ca- 
talogna ;  ha  buoni  baluardi  bastio- 
nati, e  dal  lato  del  nord-ovest  fosse 
piene  d'acqua.  Eccettuata  la  strada 
che  r  attraversa  nella  parte  bassa, 
che  ha  un  quarto  di  lega  di  lun- 
ghezza, tutte  le  altre  sono  piccole 
e  tortuose.  Le  più  belle  case  sono 
nella  riviera,  ove  si  osserva  una 
bella  strada  lungo  l'acqua.  Il  solo 
edilizio  che  fissar  possa  l'attenzio- 
ne è  la  magnifica  cattedrale;  vi  si 
vedono  pure  sulla  collina  del  forte 
gli  avanzi  dell'antico  palazzo  dei 
re  di  Aragona.  Avvi  un  ospizio, 
un  ospedale  militare,  un  collegio 
e  degli  ameni  passeggi.  Celebre  era 
l'antica  sua  università  che  a'  tempi 
di  Adriano  VI  era  insigne  ,  come 
rilevasi  dall'opera  del  suo  famiglia- 
re Ortiz.  Calisto  III  già  canonico 
di  Lerida,  fatto  dall'  antipapa  Be- 
nedetto XIII  canonico  della  catte- 
drale, avea  nella  medesima  uni- 
versità ricevuto  il  grado  di  dottore, 
ed  ivi  era  stato  professore  di  leg- 
ge. Anche  s.  Vincenzo  Ferreri  as- 
sunse il  grado  di  dottore  nell'  in- 
signe università  di  Lerida,  la  quale 
fu  poi  soppressa  nel  1717,  ed  uni- 
ta a  quella  di  Cervcra  da  Filippo 
V  re  di   Spagna. 

Lerida  è  l' antica  Herdan  capi- 
tale del  paese  degli  ilergeli.  Lungo 
tempo  prima  dell'  invasione  de'  ro- 
mani ebbe  dei  principi  particolari, 
gli  ultimi  de'  quali  Mundonio  ed 
Indibilis,  avendo  alternativamente 
preso  parte    contro  i    cartaginesi  e 


LER 

contro  i  romani,  furono  le  vittime 
di  questi  due  popoli.  Nelle  vici- 
nanze di  questa  città  Scipione  ri- 
portò una  segnalata  vittoria  sopra 
Annone,  generale  cartaginese,  l'an- 
no di  Roma  537,  e  Giulio  Cesare 
vi  sconfisse  Afranio  e  Petreio  luo- 
gotenenti di  Pompeo,  V  anno  705 
di  Roma,  dopo  averla  conquistata. 
I  romani  le  diedero  il  titolo  di  cit- 
tà municipale,  e  sotto  il  dominio 
de'  goti  cadde  nella  decadenza  del 
romano  impero.  Caduta  in  potere 
dei  mori  nel  716  della  nostra  era, 
venne  conquistata  sui  medesimi  da 
R.aimondo  Berengario  re  d'Aragona 
nel  I  1 49)  6  divenne  quindi  per 
qualche  secolo  la  residenza  dei  re 
d'Aragona.  I  francesi  se  ne  impa- 
dronirono durante  la  rivolta  de' ca- 
talani, ma  gli  spagnuoli  la  ripre- 
sero, e  sconfissero  il  corpo  di  trup- 
pe del  maresciiillo  de  la  Mothe  nel 
i644-  Enrico  di  Lorena  conte  d'Har- 
court  fu  obbligato  di  levarne  l'as- 
sedio nel  1646,  e  così  pure  Luigi 
di  Borbone,  II  di  nome  e  principe 
di  Condé,  nel  1647.  Filippo  duca 
d'Orleans,  comandante  dell'arma- 
ta di  Filippo  V  re  di  Spagna,  la 
prese  di  assalto  nel  giorno  1 1  no- 
vembre 1707,  dopo  sei  settimane 
di  assedio,  e  la  fece  saccheggiare, 
avendo  preso  il  partito  dell'arcidu- 
ca Carlo  d'Austria  poi  imperatore. 
Cadde  in  potere  de'  francesi  il  i\ 
maggio  18 IO,  e  nel  iSiS  aprì  le 
sue  porte  ai  francesi  ed  alle  trup- 
pe reali  spagnuole. 

La  sede  vescovile  fu  eretta  verso 
l'anno  600,  secondo  Commanville  , 
altri  dicono  nel  III  secolo  e  fatta 
sulFiaganea  della  metropoli  di  Tar- 
ragona  di  cui  lo  è  tuttora.  Fino 
dall'anno  269  viene  nominato  s. 
Licerio  o  Glicerio  in  vescovo  di  Le- 
rida :  intli  si  trovano  altri    vescovi 


LER 
clie  sottoscrissero  a  diversi  concilii 
/ino  al  716,  nel  quale  anno  i  mori 
s'impadronirono  di  questa  città.  Fu 
allora  che  i  vescovi  di  Lerida  sta- 
bilirono la  loro  sede  a  Roda  sui 
confini  della  Catalogna,  dove  fuvvi 
fabbricato  in  seguito  un  monaste- 
ro pei  canonici  di  s.  Agostino.  iVel 
I  149  poi,  che  come  dicemmo  la 
città  fu  conquistata  dal  re  d'  Ara- 
gona, scacciandovi  gì'  infedeli,  i  suoi 
vescovi  abbandonarono  la  sede  di 
Roda  e  ritornarono  a  Lerida.  Nel 
secolo  corrente  furono  vescovi  Gi- 
rolamo Maria  de  Torres  della  dio- 
cesi di  Pamplona,  fatto  vescovo  da 
Pio  VI  nel  1783.  Emmanuele  de 
Villar  traslato  da  Titopoli  in  par- 
tibiix  da  Pio  VII  nel  18 16.  Simo- 
ne Antonio  a  Reateria-y-Reyes  del- 
la diocesi  di  Santander,  nominato 
dal  detto  Papa  nel  1819.  Paolo 
Colmenares  monaco  benedettino  del- 
la diocesi  di  Calahorra,  fatto  ve- 
scovo da  Leone  XII  nel  1824.  Il 
regnante  Papa  Gregorio  XVI,  per 
morte  del  precedente,  nel  concisto- 
ro de'  i5  aprile  i833  preconizzò 
in  vescovo  Giuliano  Alonso  dell'or- 
dine premonstratense  della  diocesi 
di  Zamora.  In  (juesto  tempo  la 
sede  è   vacante. 

La  cattedrale,  vasto  edifizio,  è  sa- 
cra a  Dio,  e  sotto  il  titolo  della 
Beata  Vergine  assunta  in  cielo.  Il 
capitolo  si  costituisce  di  sei  dignità, 
delle  quali  è  prima  il  decano,  di 
venticjuattro  canonici  comprese  le 
prebende  del  teologo  e  del  peni- 
tenziere, di  trentalre  beneficiati,  e 
di  altri  pcrzionari  e  cappellani  in- 
servienti all'ufSziatura  ecclesiastica. 
JN'ella  cattedrale,  di  fonte  battesima- 
le munita,  vi  è  la  cura  d'  anime  ; 
non  lungi  da  essa  sorge  l'episco- 
pio ,  palazzo  di  ottima  struttma. 
Oltre  la    cattedrale    nella    città    vi 


LER  107 

sono  altre  quattro  parrocchie,  in 
due  delle  quali  vi  è  il  battisterio; 
e  vi  è  pure  il  seminario.  Ogni  nuo- 
vo vescovo  è  tassato  ne'  libri  della 
camera  apostolica  i5oo  asseritur 
ad praesens  ascendere  ad  3oo,ooo 
circiter  regalhun  moneta  e  de  Vel- 
lori  nuncupatae  pensionibus  gra- 
vati. 

Concilii  di  Lerida. 

Il  primo  concilio  fu  tenuto  nel 
5i4  o  524  sotto  Teodorico,  com- 
posto di  otto  vescovi,  che  vi  fece- 
ro sedici  canoni,  il  primo  de'  quali 
ordina,  che  quelli  che  servono  al- 
l'altare si  astengano  di  versar  san- 
gue umano,  sotto  qualsivoglia  pre- 
testo, anche  di  difendere  una  città 
assediata,  sotto  pena  di  due  anni 
di  penitenza  e  di  non  essere  mai 
promo-ssi  a  gradi  maggiori.  Da  que- 
sto canone  apparisce  che  la  neces- 
sità di  difendersi  dalle  incursioni 
dei  barbari  faceva  insensibilmente 
dimenticare  ai  chierici  l'antica  dol- 
cezza ecclesiastica.  R^egia  t.  I;  Lab- 
bé  t.  IV;  Arduino  t.  II;  Diz.  dei 
conc. 

Il  secondo  concilio  ebbe  luogo 
nel  546  sopra  la  disciplina  eccle- 
siastica.  Aguirre  t.   III. 

Il  terzo  nell'anno  1229.  Aguir- 
re  t.   III. 

Il  quarto  concilio  si  tenne  nel 
I  246  per  la  riconciliazione  di  Gia- 
como I  l'C  d'Aragona,  che  avea  fat- 
to mozzare  la  lingua  al  vescovo  di 
Girona,  perchè  avea  scritto  al  Pa- 
pa Innocenzo  IV  contro  di  lui;  ma 
avendo  quel  principe  confessato  pub- 
blicamente il  suo  delitto,  fu  assolto 
dal  Pontefice  e  prosciolto  dalla  sco- 
munica. Aguirre  t.  Ili  ;  Arduino 
t.   VII  ;  Mariana  lib.  XIII,  e.   6. 

Il  quinto  concilio  si  celebrò  nel 


io8  LER 

12^7   pei  privilegi  de' vescovi.     A- 
guirre  t.    III. 

LERliXS  o  LERINO,  Congrega- 
zione di  monaci.  Prese  il  nome  da 
una  delle  due  isole  del  suo  nome, 
ove  fu  il  celebre  monastero  che 
sussisteva  sul  finire  del  passato  se- 
colo. Lerins  sono  due  isole  del  ma- 
re Mediterraneo  sulla  costa  della 
Provenza,  poco  distanti  l'uiia  dal- 
l'altra, e  situate  in  faccia  a  Can- 
ne e  verso  Antibo.  Alcuni  geografi 
ne  parlano  sotto  il  nome  di  Pla- 
nasia  e  di  Lero,  altri  sotto  quello 
di  Lero  e  Larina.  Lero  è  la  più 
grande  delle  isole,  chiamata  in  oggi 
s.  Margherita;  Planasia  o  Larina 
è  l'isola  minore,  detta  di  s.  Onorato 
perchè  questo  santo  vi  fondò  il 
detto  monastero  nel  3^5  o  nel 
391  o  nel  4 IO-  Il  santo  cacciò  dal- 
l' isola  i  serpenti  che  la  rendeva- 
no deserta,  e  procurovvi  una  fonte 
di  acqua  dolce;  poi  fu  nominato 
arcivescovo  d'Arles.  Questa  solitu- 
dine fu  per  molti  secoli  il  semi- 
nario de'  vescovi  della  Provenza  e 
delle  Provincie  vicine.  Diede  alla 
Chiesa  dodici  arcivescovi,  altrettanti 
■vescovi,  dieci  abbati,  quattro  monaci 
messi  nel  numero  de'santi  confessori, 
con  una  infinità  di  martiri,  senza 
parlare  di  un  grandissimo  numero 
di  monaci  illusili.  Ennodio  chiamò 
l'isola,  la  nndrice  de'xanlij  e  Sido- 
nio  Apollinare  ne  parla  vantaggio- 
samente, cHiiamandola  Planasia,  In- 
sula plana.  Le  isole  di  Lerins  htui- 
110  provato  diverse  vicende.  Molte 
volle  furono  saccheggiate  dai  cor- 
sari. Gli  spagnuoli  le  sorpresero  nel 
settembre  i635  e  ne  furono  espulsi 
nel  maggio  iGSy  ;  ma  ne'  due  an- 
ni che  le  dominarono  desolarono  il 
santo  luogo,  di  cui  s.  Eucherio  ci 
ha  lasciala  una  amenissima  descri- 
zione.  Ce   lo   ha   dipinto    come  un 


LER 

luogo  vago  e  dilettevole,  pieno  di 
fontane,  coperto  di  erbe,  smaltato 
di  (lori,  piacevoli  egualmente  alla 
Vista  che  all'odorato.  Ma  gli  spa- 
gnuoli tagliarono  le  foreste  di  pi- 
ni, che  formavano  una  gralissiraa 
ombra  contro  gli  ardori  del  sole, 
e  che  la  natura  avea  disposti  in 
viali,  al  termine  de' quali  s'incon- 
travano degli  oralorii  fabbricati  in 
onore  dei  santi  abbati  o  monaci 
dell'  isola.  I  turchi  sempre  la  ri- 
spettarono, e  mai  vi  discesero,  quan- 
tunque ciò  fosse  loro  agevolissimo. 
Gettando  s.  Onorato  i  fonda- 
menti di  Lerins  avea  convenuto 
con  Leonzio  vescovo  di  Frejus,  sot- 
to la  du'ezione  del  quale  era  allo- 
ra queir  isola,  che  i  chierici  ed  i 
sacerdoti  sarebbero  ordinali  dal  so- 
lo vescovo,  o  da  colui  al  quale  egli 
ne  avrebbe  data  la  permissione,  e 
ch'egli  solo  conferirebbe  la  sacra 
cresima,  ma  che  tulli  i  monaci  lai- 
ci sarebbero  sotto  la  dipendenza 
degli  abbati  da  loro  eletti.  Mal- 
grado questa  convenzione,  il  vesco- 
vo Teodoro  avendo  preteso  una 
giurisdizione  assoluta  su  tutto  il 
monastero,  Ravennio  arcivescovo 
d'  Arles  convocò  un  concilio  ove  le  ^ 

questioni  furono  pacificale ,  obbli-  I 
gandosi  Teodoro  a  quanto  avea 
convenuto  Leonzio.  La  regola  che 
seguivano  in  origine  i  monaci  di 
Lerins  si  congettura  che  fosse  di 
s.  Macario,  in  seguito  osservarono 
quella  di  s.  Benedetto,  cioè  verso 
il  IX  secolo,  quando  ncll' 8 1 7  il 
concilio  d'  Aquisgrana  1'  impo.se  a 
tulli  i  monasteri,  ovvero  solamente 
quando  s.  Odilone  abbate  di  Clu- 
ny  venne  incaricato  della  direzio- 
ne di  questa  abbazia  nel  997.  Cer- 
to è  che  nel  66 1  i  monaci  di  Le- 
rins elessero  per  loro  abbate  Ai- 
guUu    tnouaco    di    Fleury ,    quello 


LKR 

stesso  che  avea    portato  in  Francia 
le  reliquie  di   s.   Bcnedello;  laonde 
pare  che  un   uomo    così    attaccato 
a    quel   santo,    senza    dubbio  avrà 
proposto  la  sua  regola  a   quelli  che  si 
soggettarono  alla  sua  direzione.  Que- 
sto pio  abbate  soffrì  le  persecuzio- 
ni di  alcuni   furibondi    monaci ,    e 
con    alcuni    del    suo    partito    ebbe 
tagliala   la   lingua  e  cavati    gli   oc- 
chi :  questi   furono  i  primi  martiri 
di  Lerins,  il  di  cui   sangue  consoli- 
dò maggiormente    la    riforma.    La 
riputazione  di  santità   eh'  ebbero  i 
successori   di  s.  Aigulfo,  attirò    nel- 
r  isola    un    numero     prodigioso    di 
persone  che  andavano  ad    impara- 
re la  perfezione  sotto    la    loro  di- 
rezione, e  dicesi  che   la    comunità 
fu  composta   di  più  di  cinquecento 
religiosi,  quando  i   saraceni  invase- 
ro l'isola  negli    anni    780  e  ySi. 
S.  Forcarlo  che  n'  era  abbate,  pre- 
vedendo tal   disastro,  ebbe  cura  di 
far   ritirare  in   Italia   trentasei   gio- 
vani religiosi,  e  sedici  fanciulli  che 
si  educavano   nel  monastero;  tutto 
il  restante  fu   massacrato  dagli  in- 
fedeli, a  riserva   del  vecchio  Eleu- 
terio,  per  essersi  nascosto,  che  poi  di- 
venne abbate,   e  di  quattro  giova- 
ni monaci  che  fuggirono  nel  bosco, 
donde  tornarono   a  Lerins,   Vi   fu- 
rono diversi  priorati  tanto  in  Plan- 
cia, che  in  Italia    ed  in  Catalogna 
dipendenti  dall'abbate    di    Lerins, 
e    i    di   cui    priori    dovevano    tro- 
varsi ai    capitoli    generali.    Eranvi 
altresì  dei  monasteri  di  donne  che 
ne    dipendevano,    come    quello    di 
Tarascona,  ch'era  rimasto  sotto  la 
giurisdizione  dell'abbate,  ed  anco 
uno  di    canonici    regolari.    11    mo- 
nastero   di     Lerins    dipendeva    da 
principio  dall'abbazia  eli  Cluny  ;  fu 
soggettato  in  seguito  a  quella  di  s. 
\iltore  di  Marsiglia    nel    i366)  e 


LER  109 

fìnatmente  Agostino    Grimaldi    ve- 
scovo di   Grasse,  essendone    abbate 
nel    i5o5,   lo    assoggettò  alla    con- 
gregazione dei    benedettini  della  ri- 
forma   di    Monte  Cassino    e    di  s. 
Giustina  di  Padova,  che  ne    prese 
possesso  l'anno    i5i5;    ciò    appro- 
vando il   Papa  Leone  X,    ed  il   re 
di   Francia  Francesco  L  Dopo  que- 
st'epoca  gli   abbati  non   furono  piìi 
perpetui,  e   1  abbazia  divenne  com- 
menda. Vi  furono  stabiliti  i  monaci 
della    congregazione    di    s.    Mauro 
nel    i638,  unione   che  poco    durò. 
Tutta  r  isola  era    sotto    la    dipen- 
denza del  monastero.   Gallia  Chri- 
stiana t.  Ili,  p.    I  189  e  seg.   11   p. 
Bonnani   nel    Catalogo  degli  ordini 
religiosi  par.  I,  ce  ne  dà  la  figura  a 
p.  CXXIV,  dice  che  l'abito  de' mo- 
naci  lirinensi  era  nero,  della  forma 
di   quello  de'  greci,  con  piccolo  cap- 
puccio,   e    che  di    essi    scrissero  il 
Choppino  nel    suo  Monasticon,    il 
Surio  nel  tom.  V,    il  Mireo  nella 
Cronica,  ed  il  Baronio. 

LERO  o  LEROS,  Leria.  Sede 
vescovile  nell'  isola  del  suo  nome, 
nell'esarcato  d'Asia,  sotto  la  metro- 
poli di  Rodi,  eretta  nel  IX  secolo, 
e  chiamata  anche  Larosa.  Leros 
isola  dell'Arcipelago,  presso  la  co- 
sta d'Anatolia  nel  mare  Egeo,  una 
delle  Cicladi,  è  considerabile  per 
il  suo  doppio  porto,  e  per  l'aloe 
che  vi  cresce.  Coperta  di  monta- 
gne assai  alte,  vi  sono  molte  api 
che  danno  un  miele  eccellente.  Fu 
patria  di  diversi  uomini  illustri, 
come  di  Patroclo,  ed  era  una  an- 
tica colonia  di  milesii,  che  ave- 
vano una  grande  riputazione  di 
probità.  L'isola  rinchiude  una  cit- 
tà dello  stesso  nome,  situata  sulla 
costa  orientale,  sul  pendio  d'una 
montagna,  fra  due  porti.  E  do- 
minata da    un    castello    fortificato 


I  IO  LES 

in  rovina,  già  eretto  dai  genove- 
si. Si  osserva  sulla  costa  settentrio- 
nale il  porto  Parlhein,  che  può 
contenere  una  squadra,  e  cli'è 
ben  difeso  dalla  piccola  isola  Ar- 
cangelo, posta  innanzi  al  suo  in- 
gresso. La  sede  vescovile  di  Lero 
ebbe  per  vescovi,  Giovanni  che  si 
trovò  al  quinto  concilio  generale;  Ser- 
gio che  intervenne  al  settimo  ;  Giu- 
seppe all'ottavo;  e  Calisto  che  sede- 
va sul  finire  del  VI  secolo.  Orieiis 
christ.  1. 1,  p.  956.  Al  presente  Lero, 
LereH)  è  un  titolo  vescovile  in  par- 
tibus,  sotto  l'arcivescovato  pure  in 
pardhus  di  Rodi,  che  conferisce  la 
santa  Sede.  Ne  furono  ultimi  a 
portarlo  Emmanuele  de  Schimen- 
ski  di  Breslavia,  fatto  da  Pio  VI 
a'  18  dicembre  1797,  non  che  suf- 
fraganeo  di  Uladislavia,  morto  nel 
182 5;  e  monsignor  Vincenzo  An- 
novazzi  di  Civitavecchia  fatto  a'  3 
luglio  1826  da  Leone  XII,  e  suf- 
fraga neo  di  Porto,  s.  Piullìna  e  Ci- 
■vilavecchia ,  indi  nel  i838  dal 
Papa  regnante  Gregorio  XVI  tras- 
lalato  ad  Anagni  che  paternamen- 
te governa. 

LESBO,   r.  Metelino. 

LESCAR  .  Città  vescovile  di 
Francia  nel  Bearn,  capoluogo  di 
cantone  del  dipartimento  dei  Ba^si- 
Pirenei,  situata  sopra  una  collina, 
distante  duecento  leghe  da  Parigi, 
presso  la  riva  destra  del  Gave  di 
Pau.  Alcuni  autori  credono  che  que- 
sta città  sia  stata  fondata  verso 
l'anno  1000  colle  rovine  di  ^e^r- 
nensiuni  Civitas^  come  la  chiama- 
rono i  latini,  poscia  Lascura  Bcne- 
harniim,  indi  Benaniensium  iirbs  : 
questa  città  l'avevano  distrutta  i 
normani  neir84'>.  Altri  dicono  che 
Guglielmo  Sancio  duca  di  Gua- 
.scogna  la  rifcdjbricò  nel  980  e  pre- 
se alloia  il  nome  di  Lesrar,  a  nio- 


LES 

tivo  di  molti  ruscelli  e  fontane 
che  trovansi  ne'suoi  dintorni,  e  che 
gli  abitanti  del  paese  chiamano 
las  escourres.  Fu  la  città  assai  im- 
portante nelle  guerre  di  religione, 
e  nel  1569  il  conte  di  Montgom- 
mery  la  prese  e  ne  saccheggiò  le 
chiese.  Vi  si  coltiva  molto  il  lino. 
La  sede  vescovile  fu  fondata  nel 
V  secolo,  e  fatta  suffraganea  pri- 
ma d'Elusa  o  ElusaCj  che  unitasi 
nell'VIlI  secolo  ad  Auch,  lo  diven- 
ne di  questa  metropolitana.  Il  pri- 
mo vescovo  di  Lescar  o  Benarnuni 
fu  san  Giuliano,  ordinato  vescovo 
di  Bearn  da  Leonzio  arcivescovo 
di  Treveri  in  principio  del  V  se-  I 
colo.  Gli  successe  s.  Galattorio,  il 
quale  assistette  al  concilio  d'  Agde 
nel  5o6.  Rovinata  nell'  84^  Bearn, 
dice  Commanville  che  il  vescovo 
si  ritirò  a  Morlano,  borgo  distan- 
te quattro  leghe.  Nel  seguente  se- 
colo avendo  Guglielmo  duca  di 
Guascogna ,  come  dicemmo,  rifab- 
bricata la  città  col  nome  di  Lescar, 
fu  ripristinata  la  sede  vescovile  nel- 
la nuova  città,  e  poscia  Sancio  suo 
figlio  ristabilì  l' antica  cattedrale 
dedicata  alla  Beata  Vergine.  Cin- 
quantuno furono  i  vescovi  di  Le- 
scar, dall'epoca  dell'  istituzione  di 
questo  vescovato  sino  alla  soppres- 
sione; la  maggior  parte  di  essi  si 
distinsero  per  religione,  dottrina  e 
zelo  nel  governo  della  diocesi . 
L'ultimo  vescovo  fu  Marc' Anton  io 
de  Noè  della  diocesi  di  Rochelle, 
fatto  vescovo  da  Clemente  XIII  ai 
16  maggio  1763,  dimissionario  nel 
1S02  quando  Pio  VII  pel  concor- 
dalo soppresse  la  sede,  morendo 
nel  medesimo  anno  a  Troyes,  alla 
cui  sede  il  Papa  lo  avea  traslata- 
to  da  pochi  giorni.  Il  vescovo  di 
Lescar  era  presidente  degli  stati  di 
Bearn,.  primo  consigliere   del    par- 


LES 
Jatnenlo  tli  Pau,  e  primo  barone 
di  Learn.  Il  capitolo  della  calle- 
diale  coruponcvasi  di  sedici  cano- 
nici e  di  oUo  prebendati.  JXella 
città  eravi  un  collegio  di  barnabi- 
ti, e  nella  diocesi  conlavansi  due- 
cento quaranta   parroccliie. 

LESINA  (Pharen).  Città  con 
residenza  vescovile  in  Dalmazia, 
sulla  costa  dell'  isola  del  suo  no- 
me, huigi  dieci  leghe  da  Spala- 
tro,  posta  parte  in  monte  e  parte 
in  una  valle  ristretta,  il  cui  piano 
forma  la  sua  piazza  e  parte  del 
molo.  È  il  capoluogo  dell'  isola 
Lesina  o  Liesina  ,  Pliaros ,  Fini- 
rà o  Pharia  del  mare  Adriatico, 
d'aria  salubre  e  dolce;  l'isola  fu 
eretta  in  repubblica  da  una  colo- 
nia di  parli,  indi  passò  sotto  il 
dominio  degli  antichi  re  d' Illiiia, 
nel  584  sotto  quello  devoniani,  i 
quali  nelle  guenc  con  Filippo  re 
di  Macedonia  più  volte  distrussero 
la  città.  Passò  in  seguilo  con  al- 
tre isole  in  potere  de'  narenlini  a 
cui  fu  tolta  dal  doge  veneto  Pie- 
tro Orseolo  li  nel  997,  finché  di- 
venuta proprietà  di  signori  parti- 
colari, uno  di  questi,  Aliota  Cape- 
na,  nel  1424  'a  cedette  alla  re- 
pubblica di  Venezia,  alla  quale  se- 
condo, altri  l'isola  si  diede  spon- 
taneamente nel  i4'2i.  Quanto  alla 
città  di  Lesina,  la  situazione  è  de- 
liziosa, mentre  le  sue  case  disposte 
in  forma  di  anfiteatro  gli  danno 
un  aspetto  bello,  sebbene  sieno 
nella  maggior  parte  in  cattivo  sla- 
to. Il  palazzo  del  governatore  , 
quello  del  vescovo,  la  cattedrale, 
e  molte  altre  chiese  sono  degne  di 
essere  osservate.  Questa  città  è  mu- 
nita di  un  castello  fortificato  in  fi- 
gura circolare,  eretto  dagli  spagnuo- 
li,  sulla  sommità  di  un  pietroso 
ed  erto  monte,,   che    sorge    a   sct- 


LES  1  1 1 

tentrione  e  che  la  domina.  Il 
porto  scavato  nel  iSgy  è  spazioso, 
profondo ,  e  perfettamente  difeso 
da  roccie  ;  esso  è  cinto  di  buona 
muraglia  ed  ha  due  ingressi,  ciò 
che  permette  di  giungervi  con  ven- 
ti diversi,  per  cui  quantunque  non 
vi  si  faccia  un  esleso  commercio, 
vengono  ivi  per  allro  ad  ancorar- 
si moltissimi  navigli,  che  qui  aspet- 
tano il  tempo  favorevole.  Nel  1  353 
fu  questa  città  saccheggiata  dai  ge- 
novesi, nel  i5oo  i  turchi  1'  attac- 
carono, ma  il  generale  veneto  Pe- 
saro gli  sconfìsse.  Nel  1571  fu 
presa  la  città  dal  corsaro  Ulaza- 
li,  ma  non  tardò  a  ritornare  in 
potere  dei  veneziani,  dopo  il  qual 
tempo  seguì  i  destini  della  Dal- 
mazia. 

La  sede  vescovile  da  un' arci- 
pretura  ch'era  sotto  la  diocesi  di 
Spalatro,  un  arcivescovo  di  Piago- 
si nel  ii4o  l'eresse  coli' autorità 
del  Pontefice  Eugenio  III  in  sede 
vescovile,  altri  dicono  nel  i  1 5o, 
ciò  che  confermò  nel  1198  Inno- 
cenzo HI,  sotto  la  metropoli  di 
Spalatro,  donde  passò  suffraganea 
di  quella  di  Zara,  come  Io  è  tut- 
tora. Ne  furono  ultimi  vescovi  An- 
gelo Pietro  Galli  di  Corfù,  fiuto 
vescovo  da  Pio  VII  nel  1801.  Do- 
po alcuni  anni  di  sede  vacante  il 
medesimo  Papa  dichiarò  vescovo 
Giovanni  Scacoz  di  Traù  nel  1822. 
Per  sua  morte  il  Papa  che  regna 
Gregorio  XVI,  nel  concistoro  de'2  i 
febbraio  iSSg,  trasferì  dalla  sede 
di  Sebenico  a  questa  di  Lesina 
l'odierno  vescovo  monsignor  Filip- 
po Bordini  di  Scardona.  La  cat- 
tedrale, moderno  edifizio,  è  sacra 
a  Dio  sotto  r  invocazione  di  san 
Stefano  1  Papa  e  martire.  Il  ca- 
pitolo si  compone  di  due  dignità, 
la   prima  delle  quali  è    l'arciprete, 


ìli  LES 

di  sei  canonici  comprese  le  prebende 
del  teologo  e  del  penitenziere,  aiu- 
tati nelle  sacre  funzioni  da  cinque 
preti  e  tre  chierici.  Nella  catte- 
drale vi  è  il  fonte  battesimale  e 
la  cura  delle  anime,  di  cui  è  par- 
roco l'arciprete:  tra  le  reliquie  che 
in  essa  si  venerano^  vi  è  il  corpo 
di  s.  Prospero  martire,  patrono  di 
tutta  l'isola.  Presso  la  cattedrale 
è  il  palazzo  vescovile.  Oltre  la  cat- 
tedrale in  città  non  vi  sono  altre 
chiese  parrocchiali  o  collegiate;  vi 
è  un  convento  di  religiosi,  un  mo- 
nastero di  monache,  una  confra- 
ternita, un  ospedale;  ma  il  monte  di 
pietà  ed  il  seminario,  secondo  la 
proposizione  concistoriale  per  l'at- 
tuale vescovo,  si  desideravano.  Am- 
pia è  la  diocesi,  compresa  in  cir- 
ca centottanta  miglia  di  paese, 
comprendendovi  pure  tre  isole,  qua- 
li sono  quelle  di  Lesina,  Brazza  e 
Lissa.  Ad  ogni  nuovo  vescovo  la 
mensa  è  tassata  ne'libri  della  can- 
celleria apostolica  in  fiorini  qua- 
rantuno,  ascendenti  i  frutti  annui 
della  medesima  in  fiorini  9700 
delle  monete  di  quel  luogo. 

LESINA  o  LESIRIA.  Città  ve- 
scovile del  regno  delle  due  Sicilie, 
nella  provincia  di  Capitanata,  di- 
stretto di  s.  Severo  da  cui  è  di- 
stante sessanta  miglia,  sulla  riva  di 
un  lago  cui  dà  il  nome.  Sta  alle 
radici  aquilonari  del  Monte  Gar- 
gano, e  dicesi  fondata  dai  cristia- 
ni pescatori  di  Lesina  isola  della 
Dalmazia.  Fu  distrutta  e  più  vol- 
te desolata  dai  saraceni,  e  poi 
dagli  abitanti  di  nuovo  riedificata. 
La  regina  Margherita  madre  di 
Ladislao  re  di  Napoli,  la  donò  al- 
la chiesa  ed  al  monastero  della 
ss.  Annunziata  di  Napoli,  con  lutti 
i  suoi  diritti  nel  i4'i>  '^  quale 
■vi  esercitò  il  suo    dominio  tempo- 


LES 

rale,  e  vi  teneva  pure  un  cappel- 
lano. Il  terremoto  del  1627  la 
distrusse  quasi  intieramente,  e  non 
vi  restò  che  un  piccolo  villaggio 
che  trovasi  presso  il  golfo  di  Ro- 
dia,  sul  pescoso  lago  di  Lesina,  che 
è  il  Pantanus  Incus  di  Plinio,  chia- 
mato anche  Salso  o  Salpe,  il  qua- 
le si  estende  sui  contorni  di  s. 
Nicandro  e  di  s.  Paolo,  e  non  è 
diviso  dall'Adriatico,  in  cui  sboc- 
ca, che  mediante  una  lingua  di 
terra  bassa  e  ristretta.  La  sede 
vescovile  di  Lesina  vuoisi  eretta 
nel  secolo  X,  ma  il  primo  vescovo 
di  cui  si  ha  notizia  fu  Nicolò  ca- 
nonico di  Benevento,  sotto  la  cui 
metropoli  era  la  sede,  ed  il  qua- 
le fiorì  nell'anno  1254.  Gli  suc- 
cessero, Perono  che  nel  i265  pose 
la  prima  pietra  nella  chiesa  di  s. 
Maria  di  Valle  Verde;  Lorenzo  nel 
i343;  Guglielmo,  morto  nel  i348; 
fr.  Alberto  francescano,  in  detto 
anno  traslato  da  Nicomedia  da 
Clemente  VI;  fr.  Andrea  de  Cal- 
viiiis  francescano  nel  i35i,  e  quelli 
che  registra  1'  Ughelli  nell'  Italia 
sacra  t.  Vili,  p.  309.  Tra  que- 
sti faremo  menzione  di  Francesco 
de'couti  Titignani  da  Todi  cistcr- 
ciense, fatto  vescovo  nel  1400. 
Nicolò  de'Tartagli  cistcrciense,  no- 
minato da  Gregorio  XI  l  nel  i4o9> 
mentre  dimorava  in  Gaeta.  Dopo 
di  lui  nel  14519  Pio  II  uni  que- 
sta chiesa  alla  metropolitana  di 
Benevento,  ma  dipoi  nel  1472 
tornò  a  dividersi,  e  Sisto  IV  vi 
nominò  in  vescovo  fr.  Tommaso 
di  Bitonto,  cui  successero,  nel 
1482  Masello  de  Auria  napoleta- 
no; nel  i5o7  Francesco  Nomeci- 
si  ;  nel  i526  fr.  Luca  Matteo  Ca- 
racciolo carmelitano;  nel  medesimo 
anno  tV.  Jacopo  mantovano  dei 
predicatori;     e     nel     i538    mor"i  il 


LES 
successore  Antonio  Pannella  napo- 
letano. 11  Sarnelli  nelle  sue  Memo- 
rie p.  11^  dice  che  1'  ultimo  ve- 
scovo fu  Orazio  Greco  di  Troia 
in  Puglia,  eletto  a' 1 8  febbraio  iSTi 
da  Giulio  IH,  che  nel  i556  fu 
vicario  generale  dell' aicivescovo  di 
Benevento  Giovanni  della  Casa  : 
intervenne  al  concilio  di  Trento 
sotto  Pio  IV,  e  nel  sinodo  provin- 
ciale del  cardinal  arcivescovo  Sa- 
■velli,  celebrato  agli  i  i  aprile  1567. 
Verso  questo  tempo  la  sede  fu 
soppressa,,  e  di  nuovo  riunita  alla 
metropoli  di  Benevento,  divenendo 
arcipretura. 

LESINGI  Erardo,  Cardinale. 
Erardo  Lesingi  della  diocesi  di 
Langres,  decano  e  poi  vescovo  di 
Auxerre,  essendosi  trasferito  a  Ro- 
ma per  difendere  i  diritti  della 
sua  chiesa  contro  il  conte  d'  Au- 
xerre, da  Giovanni  XXI,  secondo 
il  Ciacconio,  o  da  Nicolò  111,  se- 
condo il  Cardella^  nel  1276  o 
1277  fu  creato  cardinal  vescovo 
di  Palestrina.  Prima  di  essere  fre- 
giato di  questa  dignità  recitò  una 
orazione  alla  presenza  di  s.  Luigi 
IX  re  di  Francia,  onde  persua- 
derlo ad  obbligare  gli  scomunicati 
a  chiedere  1'  assoluzione  della  sco- 
munica, prima  che  terminasse  l'an- 
no dacché  era  stata  lanciata.  Morì 
nel  1277  o  1278  in  Roma,  e  fu 
sepolto  nella  basilica  di  s.  Stefano, 
senza  alcuna  memoria,  nella  tom- 
ba di  Guido  di  Mellotto  eh'  era 
slato  suo  predecessore  nel  vescovato. 

LESTAT.  Luogo  della  diocesi 
di  Cambray,  ove  il  Pontefice  Pa- 
squale II  nel  1107  tenne  un  con- 
cilio, assicurando  al  vescovo  di 
Verdun  il  possesso  de'  beni  con 
franchigia  assoluta,  sotto  pena  del- 
la scomunica  contro  chi  lo  mole- 
Stasse  in  avvenire  per  tale  motivo, 
voi.  XXXVIII^         ^.»,.....«.,.^ 


LET  113 

il  Papa  erasi  portalo  in  Francia 
per  implorar  l'aiuto  del  re  Filip- 
po I  contro  r  imperatore  Enrico 
V.    Mansi,   Sappi,   t.   II,  p.    237. 

LETARDO  (s.),  vescovo.  Seguì 
in  Inghilterra  la  regina  Berta,  fi- 
glia di  Caroberto  I  re  di  Parigi, 
destinata  sposa  ad  Etelberto  il  più 
possente  dei  sovrani  dell'Eptarchia, 
circa  la  metà  del  sesto  secolo,  in  qua- 
lità di  suo  limosiniero  e  direttore, 
ed  adoperossi  zelantemente  per  as- 
sodarla sempre  piìi  nelle  cristiane 
virtù.  I  pagani  edificati  della  vita 
esemplare  e  dei  discorsi  del  vene- 
rando prelato,  lasciarono  a  poco  a 
poco  le  loro  superstizioni;  e  lo  stes- 
so Etelberto  sentiva  diminuire  la  sua 
avversione  per  la  religione  professa- 
ta dalla  regina  sua  moglie,  per  cui 
in  appresso,  fattosi  anch'egli  segua- 
ce dell'evangelo,  divenne  santo.  In 
tal  guisa  i  semi  del  cristianesimo 
che  Letardo  gettò  nel  regno  di  Kent, 
apparecchiarono  le  vie  al  santo  mis- 
sionario Agostino.  Fu  seppellito  sot- 
to la  porta  maggiore  dell'antica  chie- 
sa di  s.  Martino,  ov'egli  celebrava 
i  divini  misteri  per  la  regina  Ber- 
ta. Onoravasi  per  lo  addietro  a 
Cantorbery;  e  nella  chiesa  abbazia- 
le  di  s.  Agostino  si  custodivano  le 
sue  reliquie  che  si  portavano  alla 
processione  delle  Rogazioni.  Veniva 
invocato  massimamente  in  tempo 
di  siccità,  e  spesso  si  provarono  i 
prosperi  effetti  della  sua  intercessio- 
ne. Alcuni  moderni  hanno  preteso 
che  s.  Letardo  fosse  vescovo  di  Sen- 
lis;  ma  è  più  verosimile  ch'ei  fos- 
se vescovo  regionario,  e  forse  anche 
non  fu  consacrato  vescovo  che  quan- 
do passò  in  Inghilterra  colla  regi- 
na. La  sua  festa  è  segnata  a'  24 
febbraio. 

LETO  (s.).  Nacque  nel  Beni  e 
passò  i  primi  aoni  della  sua  infau- 


■^>^iù^\ 


ii4  LET 

7.ia  a  gtinrtlare  la  greggia  di  suo 
nadie.  Eiili'ò  giovanelto  in  un  mo- 
nastero, dal  quale  uscì  in  appresso 
pel  desiderio  di  maggior  perfezione, 
e  passò  in  quello  di  Micy  presso 
Orleans.  Strinse  amicizia  con  s.  A- 
\ito,  e  tutti  e  due  si  ritirarono  in 
una  solitudine  della  Sologna.  Essen- 
do s.  Avito  tornato  a  Micy,  s.  Leto 
andò  ad  abitare  nel  bosco  d'inatoi- 
re,  detto  poscia  Foresta  alle  loggie, 
nella  Reauce.  11  concetto  di  santità 
di  cui  egli  godeva  trasse  a  lui  pa- 
recchi solitari  di  somma  pietà.  La 
sua  morte  si  crede  avvenuta  circa 
l'anno  534.  Costruitasi  una  cappella 
nel  luogo  della  sua  tomba,  vi  si 
formò  in  seguito  un  villaggio  assai 
considerabile,  che  prese  il  uome 
di  s.  Lié  o  s.  Leto.  Le  sue  reli- 
quie sono  nella  collegiata  di  Plu- 
viers,  nella  diocesi  d'Orleans.  E  men- 
zionato ai  5  di  novembre  ;  ma  non 
è  certo  ch'egli  fosse  prete,  quantun- 
que gli  si  dia  questo  nome  nel  mar- 
tirologio d'  Usuardo  e  nel  romano. 

LETTERA  o  LETTERE,  Let- 
teranum.  Città  vescovile  delle  due 
Sicilie,  nella  provincia  del  Principa' 
to  Citeriore,  distretto  di  Castella  ma- 
re, in  amena  ed  ubertosa  valle,  di- 
stante cinque  miglia  da  Nocera  dei 
Pagani  e  tre  da  Castellamare.  Fu 
fabbricata  dai  romani,  e  cosi  ap- 
pellala dalle  lettere  che  il  senato 
romano  inviò  a  Lucio  Siila,  il  qua- 
le iu  tempo  della  guerra  italica  si 
era  accampalo  nelle  alture;  per  la 
sua  deliziosissima  posizione  e  per 
la  temperatura  del  suo  cielo,  ven- 
tie  scelta  dai  dominatori  dei  mon- 
do a  luogo  di  riposo  e  di  sollievo, 
come  attestano  i  diversi  monu- 
menti e  le  iscrizioni  superstiti.  Al- 
loichè  sorse  la  repubblica  di  A- 
malfì  altro  destino  si  preparò  a 
Lettera,  che  come  sorella  a  quella 


LET 

città  pel  suolo,  pel  clima,  pei  co- 
stumi e  per  l'indole  de' suoi  abi- 
tanti, doveva  concorrere  alla  sua 
politica  libertà ,  quale  mantenne 
sino  al  1075.  Fu  allora  che  sulla 
cresta  del  colle,  come  luogo  atto 
a  fortificarsi  ed  a  rendeisi  inespu- 
gnabile, gli  abitanti  alzarono  il  suo 
rinomato  castello,  che  cangiò  il 
luogo  da  villeggiatura  in  piazza  di 
guerra.  Quindi  i  letterani  uniti  in 
armi  agli  amalfitani  pugnarono 
accanitamente  contro  i  surrenlini, 
e  successivamente  contro  i  pisani, 
i  siculi,  e  quindi  contro  gli  stessi 
amalfitani,  con  che  debilitarono  le 
loro  forze,  laonde  non  poterono 
poscia  resistere  all'  imperatore  Lo- 
tario li,  ed  al  normanno  Rugge- 
ro 1.  Già  i  letterani  sino  dalla  me- 
tà del  secolo  XI  cooperarono  co- 
gli amalfitani  a  fondare  iu  Geru- 
salemme un  ospedale,  che  poscia  fu 
culla  al  nobilissimo  e  potente  or- 
dine gerosolimitano.  Il  detto  ca- 
stello di  Lettera  è  noto  per  uno 
de' più  validi  forti  della  contrada, 
perchè  elevasi  sulla  vetta  d'  un 
colle  che  s' innalza  a  picco  sulle 
pianure  d'Angri.  Difeso  natural- 
mente dai  monti,  più  da  altri  pic- 
coli presidii  che  stavano  iu  poca 
distanza,  guarnito  di  torri  e  di 
mura  validissime,  non  poteva  non 
essere  che  difficile  ad  essere  pre- 
so. Ma  ora  esso  è  rovinato,  e  ben- 
ché la  torre  sia  priva  di  merli 
supera  tuttavia  in  altezza  palmi 
centosessanta.  Le  tre  torri  che  so- 
no agli  altri  angoli  sono  minori 
assai  in  grandezza,  e  trovaosi  ia 
sufficiente  stato.  Una  di  esse  è  tut- 
ta vuota,  chiamandosi  la  Torre  del 
grano,  per  le  vettovaglie  che  ivi  si  M 
custodivano  negli  assedi.  I  creduli  1 
del  luogo  bonariamente  ritengo- 
no che  sia    abitata    dalle    favolose 


LET 

l'Ili*',  le  quali,  essi  dicono,  lianno 
un  libro,  ov'è  registrala  la  vita 
die  menano  gli  uomini,  non  die 
il  nome  di  ciascuno,  con  altri  li- 
dicoli  racconti,  dettati  dallo  spa- 
vento con  cui  riguardano  il  luogo. 
Lettere,  Lettenun,  Lycterae,  fu 
erelta  in  sede  vescovile  dal  Papa 
Giovanni  XV  detto  XVI  nel  98-, 
quando  eresse  Amalfi  in  metropoli  di 
cui  la  fece  sufiraganea.  L'antica  cat- 
tedrale di  s.  Andrea  apostolo  caden- 
do in  rovina  ed  essendo  troppo  lon- 
tana dalla  dimora  degli  abitanti,  il 
Pontefice  s.  Pio  V  accordò  al  vesco- 
vo Bartolomeo  Ferri  di  Lugo  do- 
menicano il  permesso  di  fabbricar- 
ne altra,  sotto  il  titolo  della  Assun- 
zione della  Beata  Vergine  detta  del 
Popolo;  indi  nel  i57o  autorizzò  il 
vescovo  Filippo  Fasio  Capponi  pa- 
lermitano di  trasferire  nella  nuova 
cattedrale  il  capitolo  e  le  sante  re- 
liquie. Era  ufficiata  da  dieci  cano- 
nici, di  cui  quattro  erano  dignita- 
ri. Nella  cattedrale  la  cura  di  ani- 
me veniva  disimpegnata  da  un  sa- 
cerdote scelto  dal  capitolo;  la  dio- 
cesi era  piccola,  dappoiché  non  con- 
teneva che  la  città  e  due  borghi. 
Il  primo  vescovo  di  Lettere  fu  Ste- 
fano ordinato  dall'arcivescovo  di  A- 
malfi  Leone  I,  nel  pontificato  di 
Giovanni  XVI,  verso  1'  anno  994- 
S'ignorano  i  successori  fino  al  vesco- 
vo Pietro,  che  ne  occupava  la  se- 
de nel  II  18;  nel  1169  gli  succes- 
se altro  Pietro;  il  vescovo  Giovan- 
ni nel  1179  intervenne  al  concilio 
generale  Lateranense  111,  celebrato 
da  Alessandro  111.  Meritano  tra  i 
vescovi  di  Lettere  special  menzione 
i  seguenti  :  Giacomo  fatto  nel  i  :ì86 
da  Onorio  IV;  Giovanni  di  Pisa 
domenicano  insigne,  nominato  da 
Bonifacio  IX  nel  1892;  Antonio 
arciprete  di  s.   Maria  ad   Martyves 


LET  it5 

di  Roma,  creato  nel  t44'  ^^  ^^'^" 
genio  IV;  Andrea  Curiali  nobile 
di  Sorrento,  eletto  nel  i5o3  da  A- 
lessandro  VI,  intervenne  al  conci- 
lio generale  Lateranense  V  ;  Gio. 
Antonio  Pandosio  nobile  di  Cosen- 
za, dichiarato  nel  1^47  da  Paolo 
III,  fu  al  concilio  di  Trento,  loda- 
to per  mirabile  dottrina,  onde  scris- 
.<e  sulla  predestinazione,  della  gra- 
zia, del  libero  arbitiio,  del  vero 
corpo  e  sangue  di  Gesù  Cristo;  gli 
successe  nel  i562  Sebastiano  Lec- 
cavella  greco,  insigne  teologo  dome- 
nicano, traslato  da  Naxia:  ancor  lui 
intervenne  al  concilio  di  Trento; 
morì  in  Pioma  nel  i566,  e  fu  se- 
polto in  s.  Maria  sopra  Minerva, 
Clemente  Vili  nel  1599  fece  ve- 
scovo fr.  Francesco  Bruschi  di  Sezze 
dotto  minore  conventuale,  morto 
nel  i625;  fu  sepolto  in  patria  nel-, 
la  chiesa  di  s.  Bartolomeo,  A  que- 
sti Gregorio  XV  diede  per  coadiu- 
tore Andrea  Caputo  nobilissimo  na- 
poletano, encomiato  per  dottrina  ed 
erudizione,  fatto  perciò  vescovo  di 
Costanza  in  partibus  ;  egli  di  suo 
peculio  rifabbricò  il  palazzo  vesco- 
vile, abbellì  la  cattediale,  cui  pure 
donò  molte  suppellettili  sacre.  Gli 
successe  per  volere  d' Innocenzo  X 
nel  i65o  Onofrio  Ponte  napoleta- 
no, sotto  il  quale  le  rendite  del  sop- 
presso convento  di  s.  Maria  Annun- 
ziata degli  agostiniani,  e  quelle  di 
s.  Maria  Belvedere  in  Pimonte  furo- 
no applicate  all'erezione  del  semina- 
rio. Questa  fu  effettuata  da  Antonio 
Molinari  genovese  che  nel  1676  gli 
successe,  il  quale  consecrò  la  nuo- 
va cattedrale  nell'anno  1696.  Inol- 
tre ornò  e  riparò  la  chiesa  di  san 
Leone  in  Graniano,  nel  quale  luo- 
go morì  e  fu  trasportato  nella  cat- 
tedrale. Il  suo  successore  Giovanni 
Anacleto  Citi  patrizio  di  Rossano,  nel 


ii6  LET 

1706  riparò  ed  ornò  la  cattedrale 
rovinala  dal  terremoto,  ed  eresse 
dai  fondamenti  la  torre  campanaria. 
Nel  1709  fu  fatto  vescovo  il  teati- 
no Domenico  Gagliani  napoletano 
de'  marchesi  Pompilii,  benemerito 
della  cattedrale  e  dell'episcopio,  e 
per  altre  cose.  Domenico  Galisi  no- 
bile napoletano,  fatto  vescovo  nel 
17 18  da  Clemente  XI,  è  l'ultirao 
della  serie  dell'Ughelli,  iLalia  sacra 
t.  VII,  p.  270,  la  cui  continuazio- 
ne si  legge  nelle  annuali  Notizie 
di  Roma.  INIentre  n'  era  vescovo 
Bernardo  della  Torre  di  Capo  di 
Monte,  traslato  da  Marsico  JNuovo 
da  Pio  VI  nel  1797,  il  Papa  Pio 
VII  nel  18 18  colle  lettere  De  iiti- 
liori  Dominìcae,  soppresse  la  sede 
vescovile  di  Lettere,  e  l'unì  a  quel- 
la di    Castellnmare  (  f^edi). 

LETTERA ,    Litem.    Carattere 
dell'alfabeto;  figura  di   cui   un  po- 
polo si  serve  per  signitìcare  qualche 
cosa,   e  la  di  cui  unione  fa  conosce- 
re i  pensieri  degli  uni  e  degli  altri. 
Le  lettere  dell'alfabeto  furono  im- 
maginate per  conservare  le  espres- 
sioni de'  diversi    suoni    che  si  for- 
luano    parlando,    e    secondo  Rollin 
la  loro  funzione  è    quella  di   farle 
passare  fedelmente    al  leggitore,  co- 
me un  deposilo  che  loro  è  confida- 
to.   La    primaria    invenzione    delle 
lettere  si  attribuisce  a  Dio,   il  qua- 
le allorché  diede  all'uomo  la  ragio- 
ne e  l'uso  della    parola,  gì' insegnò 
pure  il  segreto  di  esprimere  i  suoi 
pensieri  per  mezzo    della    scrittura. 
Altri  in   vece  danno  il    vanto  d'in- 
ventori delle  lettere  ad  Adamo,  ov- 
vero a  Noè,  al  dire  di   s.  Agostino, 
ch'è  di  opinione  che  come  istruito 
nelle  arti  meccaniche,  scrivesse  cou 
caratteri  alfabetici;  Giuseppe  Ebreo 
conferma  questa    opinione,  giacché 
narra  che  i  figliuoli  di  Set,  nato  da 


LET 

Noè,  fecero  due  colonne  nelle  qua- 
li lasciarono  scritte  e  scolpite  tutte 
le  arti,  ed    egli  afferma    di  averne 
veduta  una  in  Siria.     Filone  Ebreo 
le  attribuisce  ad  Abramo,  altri  a  Mo- 
sè    autore  della    legge    scritta  sulle 
tavole  col  dito  di  Dio;  altri   dicono 
che  ne  furono    inventori    i   fenici!, 
gli  egiziani,  ec.  Crinito  dice  che  Abra- 
mo   inventò  le  lettere  siriache  e    le 
caldaiche;  Mosè  l'ebraiche;  i  fenieii 
le  proprie  che   comunicarono  poscia 
ai  greci;  Iside  le  egiziane;  Nicostrato 
quelle    de'latiui  ;    Ultìla    quelle   dei 
goti.  Gli  egizi  ed    i   fenicii  si  sono 
per  lungo  tempo  disputata  la  glo- 
ria di  avere   inventati  i  caratteri  al- 
fabetici, ed  ignorasi  a  quale  di  que- 
sti popoli   debba    con    maggior  ra- 
gione attribuirsi.  Credesi  che  l'Eu- 
ropa ignorasse  i  caratteri  della  scrit- 
tura sino  all'anno    2620   del   mou- 
do,   in  cui    Cadmo,   che  fiori  qua- 
ranta   anni   dopo    Mosè,    passando 
dalla   Fenicia  nella  Grecia,  comuni- 
cò ai  greci  la  cognizione  delle  lettere, 
cognizione  che  Evandro   dopo  due- 
cento anni  trasmise  ai  latini.  Fino  ai 
tempi  di  Plinio  lutti  i  popoli  cono- 
sciuti si  servivano  dei  caratteri  gre- 
ci ;  ma  in    appresso   l' alfabeto    ro- 
mano ebbe  a  prevalere,  ed  è  quello 
che  oggidì  si  applica  a  quasi  tutte 
le  lingue  europee.   Il  Buonarroti  os- 
serva che   nelle  iscrizioni  latine  an- 
tiche, vi  sono    mischiate  lettere  ed 
intere  parole  scritte  cou  lettere  gre- 
che.  F'.  gli  articoli  Lingua,  Stampa, 
e  tutti  quelli    che    sono    relativi  a 
questo  argomento.  Atenodoro  Filip- 
po stoico,  grande    amico  di  Augu- 
sto che  lo  fece  precettore  di  Tibe- 
rio, lo  consigliò  a  contare  le  venti- 
quattro lettere  dell'alfabeto,  prima 
di  seguire  i  moti  della  sua  collera. 
Erodoto   Attico,    figliuolo  di  Attico 
prefetto  di  tutta  l'Asia  sotto  Nerva 


LET 

imperatore,  ebbe  un  figliuolo  cosi 
inetto,  che  non  poteva  mai  appren- 
dere le  lettere  dell'alfabeto  :  suo  pa- 
dre pensò  di  dargli  ventiquattro 
schiavi,  ciascun  de'quali  aveva  una 
lettera  dell'alfabeto  dipinta  sul  pet- 
to. A  forza  di  vederli  e  di  chia- 
marli, quell'imbecille  conobbe  l'al- 
fabeto, ed   imparò  a  leggere. 

La  parola  alfabeto  è  composta  di 
Alpha  e  Beta,  nomi  delle  prime 
due  lettere  dell'  alfabeto  greco.  La 
parola  alfabeto  significa  il  cata- 
logo delle  lettere  usate  da  un  po- 
polo per  rappresentare  i  suoni  ele- 
mentari della  lingua  ch'egli  parla. 
Si  attribuisce,  come  dicemmo,  ai  fe- 
nicii,  agli  egizi  ed  anco  agli  assi- 
rii  l'invenzione  de'  caratteri  alfabe- 
tici. L'uso  delie  lettere  esisteva  nel- 
l'Arabia avanti  l' epoca  di  Giobbe, 
contemporaneo  di  Giacobbe  nipote 
di  Abramo;  poiché  nella  provincia 
di  Canaan  v'  era  una  città,  molto 
prima  di  Giosuè,  chiamata  Dahir, 
la  quale  in  origine  chiamavasi  Ca- 
rialh'Sepher,  vale  a  dire  Ciuà  del- 
le lettere.  Platone  dice  positivamen- 
te che  Thaut  fu  il  primo  in  Egitto 
che  distinse  le  lettere  in  vocali,  e 
consonanti,  in  mute  e  in  liquide. 
L'arte  di  rappresentare  le  parole 
col  mezzo  di  caratteri  alfabetici  non 
si  propagò  se  non  che  assai  lenta- 
mente nelle  diverse  regioni  del  mon- 
do: tranne  gli  egiziani  ed  alcuni  po- 
poli dell'Asia,  le  altre  nazioni  igno- 
rarono per  molli  secoli  questa  arte 
così  utile.  Gli  storici  piìi  antichi  si 
accordarono  nel  dire  che  Cadmo  fu 
il  primo  che  portasse  in  Grecia  la 
cognizione  de'segni  alfabetici,  ma  il 
suo  alfabeto  non  conteneva  che  die- 
cisette lettere  :  Palamede  alla  guer- 
ra di  Troia,  ne  aggiunse  altre  quat- 
tro. I  fenicii,  come  la  più  parte  dei 
popoli  orientali,  non   seguavano  le 


LET  117 

vocali  nello  scrivere,  e  si  contenta- 
vano di  aspirarle  nella  pronunzia.  I 
greci  convertirono  queste  aspirazioni 
in  vocali  che  rappresentarono  con 
appositi  segni  nella  scrittura  :  un  an- 
tico storico  ne  attribuì  l'invenzione 
a  Lino  precettore  di  Orfeo,  di  Ta- 
miri  e  di  Ercole.  Nel  secolo  XVI 
il  Trissino  paragonando  la  nostra 
pronunzia  colla  scrittura ,  giudicò 
che  quest'  ultima  fosse  difettosa  e 
mancasse  di  lettere  ad  esprimere 
tutti  i  suoni;  quindi  propose  di  ag- 
giungere nell'alfabeto  italiano  tre 
altre  lettere  greche,  come  pure  la 
/e  i' consonanti  ;  anche  il  Tolomei 
tentò  di  aggiungere  altre  lettere 
a  quelle  già  proposte  dal  Trissi- 
no, ma  furono  queste  innovazio- 
ni gagliardamente  impugnate  ,  e 
rimasero  senza  eflètto  ad  eccezione 
della 7  e  v  consonanti,  che  il  nostro 
alfabeto  ritenne  e  delle  quali  va 
debitore  al  Trissino.  I  caratteri  alfa- 
betici presentando  ad  un  tempo  e  i 
nomi  delle  cose,  e  il  loro  numero, 
e  le  date  degli  avvenimenti,  e  le  idee 
degli  nomini,  diventarono  ben  pre- 
sto mistici  segni  agli  occhi  di  coloro 
medesimi  che  gli  avevano  inventati. 
I  caldei,  i  sirii,  gli  egizi  attribuirono 
qualche  cosa  di  divino  alla  combi- 
nazione delle  lettere  ed  alla  manie- 
ra di  pronunziarle.  Alcune  analoghe 
erudizioni  si  leggono  nel  Cancellie- 
ri, Descrizione  della  setlimana  san- 
tó,  in  nota  alle  Lamentazioni.  Il  Sar- 
nelli  nelle  sue  Lettere  eccl.  nel  toni. 
Vili,  scrisse  la  lett.  XVIII:  Del  si- 
gnificato de'  nomi  e  delle  Jigure  di 
alcune  lettere  dell'  alfabeto.  Il  me- 
desimo ne!  tom.  IX,  lett.  XXX: 
Enoch  come  scrisse  il  suo  libro  de- 
gli Egregori,  parla  delle  lettere  e- 
bree  come  le  prime  del  mondo,  per- 
chè derivate  dalle  assirie,  siriache 
e    fenicie.    Nel  tom.    IV,    lett.    Il; 


ii8  LET 

Degli  inventori  delle  lettere ,  indi 
della  stampa,  dopo  aver  notato  che 
le  lettere  ebree  che  ora  sono  in  uso, 
sono  dette  assirie  come  insegnano  gli 
ebrei,  riporta  le  iscrizioni  che  agli  in- 
ventori delle  lettere  da  Sisto  V  fatti 
dipingere  nella  biblioteca  vaticana,  il 
medesimo  Papa  fece  porre  sotto  le  fi- 
gure, che  andiamo  ad  accennare  an- 
che coll'autorità  del  Taja,  Descrizio- 
ne del  palazzo  vaticano  p.  432  e  seg. 
Negli  otto  pilastri  che  reggono  la 
volta  della  gran  sala  della  biblioteca 
sono  dipinti  in  sette  di  essi  e  ne'  quat- 
tro lati  di  ognuno  gl'inventori  tutti 
dei  caratteri  delle  varie  lingue, i  quali 
Ciuatteri  veggonsi  formati  entro  una 
cartella  per  di  sopra  a  ciascuna  figu- 
ra. Il  pilastro  ultimo  attaccato  agli 
archi  a  dritta  dell'  ingresso  contiene 
l'immagine  di  G.  C.  coli'  iscrizione  : 
Jesus  Christus,suninms  magister,coe- 
leslts  doctrinae  auctor;  nel  secondo 
lato  vi  è  l'effigie  del  Papa  s.  Silvestro 
I  coll'epigrafe  :  Chrisli  l'icariiisj  nel 
terzo  si  vede  la  figura  dell'imperatore 
Costantino  Magno,  col  motto;  Fidei 
defensor.  Nel  pilastro  che  rimane  a 
dritta  dell'ingresso  evvi  l'effigie  di  A- 
damo  riguardato  come  l'inventore 
delle  antiche  lettere  ebraiche,  confor- 
me si  esprime  da  questa  iscrizione  :  A- 
dani,  divinitus  edoctus,  prinius  scien- 
tiaruni  et  Utleraruni  inventar j  la  figu- 
ra è  cinta  di  pelli  e  con  una  zappa  in 
mano.  Nel  primo  pilastro  isolato  veg- 
gonsi nella  faccia  che  guarda  le  fine- 
stre a  sinistra  i  due  figli  di  Set,  che  fe- 
cero due  colonne,  una  di  mattoni  cot- 
ti, l'altra  di  mattoni  crudi  ed  empi- 
ronle  di  volumi  per  salvarli  dall'acqua 
e  dal  fuoco.  Sopra  è  l'alfabeto  ebrai- 
co antico,  e  sotto  leggesi  :  Filii  Seth 
colnmiiis  duabus  rerum  coelestium 
disciplinani  inscribwit.  La  secon- 
da faccia  del  pilastro  medesimo  rap- 
presenta Àbramo,  il    quale  cinge  la 


LET 

spada  con  allusione  alla  guerra  che 
fece  ai  cinque  re:  ha  in  mano  la 
squadra  e  le  seste  per  aver  insegna- 
to le  matematiche  agli  egiziani,  co- 
me vuole  Giuseppe,  o  perchè  da 
alcuni  venne  reputato  come  perito 
nella  scoltura.  Sul  suo  capo  è  l'al- 
fabeto siriaco  e  sotto  i  piedi  l'epi- 
grafe: Abraham  syras,  et  chaldaicas 
litleras  invenit.  Nella  terza  faccia  è 
dipinto  Mosè  colle  tavole  della  legge 
posate  su  due  fibri;  e  perchè  Eu- 
sebio lo  dice  anch'egli  inventore  del- 
l'alfabeto ebraico  antico,  questo  si 
vede  sopra  di  lui,  e  sotto  i  piedi  la 
scritta:  Moyses  antiquas  hebraicas 
littcras  invenit.  Si  vede  nella  quar- 
ta faccia  Esdra  in  abiti  sacerdotali, 
coir  alfabeto  ebraico  odierno  e  la 
iscrizione  :  Esdras  novas  Hebraeo- 
rum  litteras  invenit.  La  prima  fac- 
cia del  secondo  pilastro  ha  un'  Iside, 
da  s.  Agostino  creduta  inventrice 
dell'alfabeto  egizio,  che  le  sta  sopra, 
avendo  sotto  queste  parole  :  Isis  re- 
gina aegyptiaruni  litieraruni  i/i« 
ventrix.  Nella  seconda  faccia  si  ve- 
de Mercurio,  creduto  inventore  dei 
geroglifici  egiziani;  suini  è  un  al- 
fabeto, che  si  vuole  usato  già  in 
Egitto,  e  sotto  leggesi:  Mercurius 
Tlioyt  Acgyptiis  sacras  litteras  con- 
scripsitj  è  figurato  nella  terza  faccia 
Ercole  egizio,  tenuto  inventore  delle 
lettere  frigie,  come  afferma  l'iscrizio- 
ne :  Hercules  Aegyptius  phrigias  litte- 
ras conscripsitj  a'  piedi  di  Ercole  è  un 
fanciullo,  alludente  al  racconto  di  E- 
rodoto,  cioè  che  un  bambino  educa- 
to senza  mai  udire  a  parlare,  da  sé 
pronunziasse  una  parola  frigia,  si- 
gnificante il  pane;  per  di  sopra  è 
l'alfabeto  di  quella  lingua.  L'ulti- 
ma faccia  ha  1'  effigie  di  Menone , 
stimato  anch'  egli  trovatore  delle 
lettere  egizie,  che  gli  stanno  im- 
presse sopra,  avendo  per    di  sotto 


LET  LET                   HO 

le  pillole  :   Meinnon  Phoroneus  ne'  strade,  della   virtù  o  del   vizio,  che 
qualts  litteras  in  Aegyplo   iinrnU.  V  uomo  prende  dopo  la  fanciullex- 
La  prima  fat^cia   del   terzo  pilastro  za.   Nella    terza   faccia    è    Epicarmo 
ha  Cecrope  re  d'Atene  ;  tiene  nel-  poeta,  da  alcuni  credulo  inventore 
la  destra   un  giogo,    come  simbolo  di  due  lettere  greche,  colla  scritta: 
della  fede    coniugale,  perchè    viene  Epicharmiis  Siciilus   dnas    f^niecai 
creduto  istitutore     del    matrimonio  addidit    liUeras.     Nella    quarta     si 
tra 'suoi   popoli,  da    lui    ridotti  dal  vede  Simonide  colla    lira,  il  quale 
vivere  selvaggio  al  civile,     per  cui  trovò     quattro     lettere,    e  sotto  ha 
gli  sta  presso  un  satiro  mezz'uomo  le  parole  :  Simonides  Melicus  qua- 
e  mezzo     bestia  ;     per    di  sopra  è  tuor   graecary.ni     Ihterarum  inveri' 
l'alfabeto,     di    cui    lo  fa  inventore  tor.    11    quinto     pilastro    ha    nella 
l'iscrizione  che  segue,    quantunque  prima  faccia  l'effigie  di     Nicoslrata 
si   pretende  che    non    trovasse  più  Carraenla  madre  di   Evandro,  che 
che     sedici    o     diecisette    lettere:  si     vuole     invenlrice    dell'alfabeto 
Cecrops  Diphyes^  primus  Aihenien-  latino  A,  B,   C,  D,  E,   F,  G,  H, 
siimi    rex ,    graecarum    lillerarum  I,  L,  /!/,  N,   O,  P,   Q,  R,  S,   T, 
auclorj  nella  seconda  faccia  è  di-  f^,    conforme    dice     la    iscrizione: 
pinto  Fenice,  avente  sul  capo  l'ai-  Nicostrala  Carmenta  latinaruni  Ut' 
fabeto  fenicio,  e  sotto     ai    piedi  si  teraruni    invenlrixj    nella    seconda 
legge:   Phoenix  litteras  Phoenìcibus  è     Evandro     inventore     di     alcune 
tradiditj  sulla  terza  è  effigiato  Cad-  lettere    sul     capo     notale,    e   sotto 
mo,  colle  parole:    Cadnius  Phoeni-  lui  si  legge:    E\>ander    Cannentae 
cis    frater     litteras    sexdecim    in  fìlius    Aborigines    litteras    docuit  j 
Graeciani  intulit;    nella    quarta  si  nella  terza  si     scorge    Claudio  im- 
osserva  Lino  tebano    colla    sua   li-  peratore,  che  trovò  tre  lettere,  due 
ra  ;   per  di  sotto    è    scritto  :   Linus  delle    quali     andarono     in     disuso, 
Thebanus  liiieranint  graecarum  in-  per  cui    sopra  ha  solo  l' F ,  e  sot- 
ventor.  La  prima  faccia    del  quar-  lo    l' epigrafe  :    Claudius    inip.  tres 
to  pilastro  contiene  l'effigie  di  Pa-  novas  litteras  adinvenil;  nella  (piar- 
lamede  in  armi,  sotto  cui  è  l'epi-  ta     vedesi    Demarato   corintio   col- 
grafe  :     Palamedes,  bello   Trojano^  V  alfabeto   etrusco  ,    e    l' iscrizione  : 
graecis  litteris  IIII  adjecit.  La  se-  Demaratus    Corinlhius    etruscarnrn 
conda    ha    Pitagora    inventore  del-  litteranwi  aiictor.    Il  sesto  pilastro 
l' Y  ;    egli     sta  in     atto   d' intimar  contiene  nella    prima    faccia    Ulfila 
silenzio,  ed  ha  presso   una  stadera  vescovi  de'goti  che  trovò  le  lettere 
allusiva  a  quel  suo    detto  con  cui  di  cui  quella  nazione  fece  uso,  co- 
insegnava   la     moderazione,     cioè  :  me  si    ha  dall'  iscrizione  :     Ulphilas 
Stateram  ne  excedas  ;    la  iscrizio-  episcopus    Golìioruin    litteras   iiwe- 
ne  poi  da  piedi  dice  :  Pjthagoras  nitj  nella  seconda  si  osserva  s.  Gio- 
Y  lilLeram  ad  mnanae  vitae  exent-  vanni   Crisostomo,  autore  dell'alfa- 
plum  invenit;    perchè    il  piede  di  belo   armeno,  conforme  rilevasi  dal- 
questa  lettera  mostra,  come  si  pre-  le  parole:   *$".    Joan.Chrysosl.   lilte- 
tende,  la  fanciullezza  che   va  sem-  ramni     armenicaruni    aurlor  ;     la 
pre  diritta  nella  sua    semplicità,  e  terza     ha    l*  effigie    di  s.  Girolamo, 
il  dividersi  in  due  linee  una  stret-  come    inventore  delle    lettere  illiri- 
ta,    l'altra    larga,  significa  le  due  che,  colla    scritta:    S.  Hieronynnis 


120  LET 

liuerarum  iUyricarum  iaventor;  nel- 
la quarta  è  s.  Cirillo  vescovo  degli 
schiayoni  che  trovò  altre  lettere  illi- 
riche :  egli  ha  sotto  il  motto  :  S. 
Cyrillus  aliarum  iUyricarum  Ut' 
tcrarum  aucior.  V.  l'articolo  Lin- 
gua, ove  si  parla  ancora  della 
scrittura  e  linguaggio  dello  stato 
pontificio,  e  della  denominazione  di 
ciascun  alfabeto  e  storia  di  alcuno 
di  essi. 

LETTERA  DOMENICALE,  Liù- 
ter  a  Dominicalis .  Le  lettere  dome- 
nicali sono  quelle  che  servono  a 
denotare  la  Domenica  (J^edi),  nel 
Calendario  (Fedi),  e  propriamente 
quelle  per  le  quali  è  stato  inven- 
tato il  periodo  solare,  y.  Ciclo, 
e  Indizione. 

LETTERATO,  Lileratus,  literis 
cxcuàus,  eruditus.  Scienziato,  che 
ha  lettere,  che  studia  di  lettere.  Dai 
nostri  più  antichi  scrittori  si  rileva 
che  letterato  era  ne'  più  antichi 
tempi  chi  era  istruito  nelle  lettere, 
e  più  attendeva  a  leggere  i  hbri, 
che  non  a  qualunque  altra  opere^ 
manuale ,  come  dai  claustrali  ri- 
chiedevasi  ;  ma  in  appresso  si  este- 
se il  significato  di  quel  vocabolo, 
si  applicò  anco  alle  scienze,  e  si 
disse  alcuno  letterato,  e  anche  lette- 
ralissimo  in  teologia,  il  che  giusti- 
fica la  spiegazione  data  nei  nostri 
vocaljolari,  ove  si  traduce  il  lette- 
rato per  iscienzialo.  I  cinesi,  come 
forse  facevano  anche  gl'italiani  più 
antichi,  danno  il  nome  di  lettera- 
li a  coloro  che  sanno  leggere  e 
scrivere  nella  loro  lingua;  e  non  si 
può  giungere  alla  carica,  alla  di- 
gnità di  mandarino  senza  essere 
jiconosciuto  come  letterato.  Que- 
sto avveniva  anche  in  vari  paesi 
dell'Europa  ne'bassi  tempi,  perchè 
alle  cariche  più  cospicue  e  più 
imporlauli  non  potevano  ascendere 


LET 

se  non  che  quelli  che  istruìll  era- 
no nelle  lettere,  e  da  questo  prin- 
cipio estendendosi  le  umane  co- 
gnizioni, venne  l'uso  di  non  am- 
mettere a  certe  cariche  se  non 
che  i  graduati  in  qualche  scienza 
o  in  qualche  facoltà.  Ma  nelU 
Cina  il  nome  di  letterati  si  d^ 
ancora  ad  una  setta  che  si  sta* 
bili  in  quel  paese  verso  1'  annq 
i4oo  dell'era  volgare,  e  della  qua- 
le certo  Confut-Zee  viene  riguar- 
dato come  il  fondatore,  se  pure 
non  si  è  fatta  qualche  confusione 
nei  nomi,  e  non  si  è  attribuita  a 
questo  nuovo  settario  una  porzione 
dei  donimi  dell'antichissimo  Confu- 
cio. Il  nome  di  letterati  negli  stati 
inciviliti  dell'Europa  si  dà  general- 
mente alle  persone  istrutte  ^  e  a 
quelle  che  oltre  lo  studio  delle, 
lingue  e  delle  lettere  propriamen- 
te dette,  hanno  con  altri  studi  col- 
tivati i  talenti  loro,  cosicché  si  con- 
fondono sovente  i  nomi  p  i  titoli 
di  letterato,  di  scienziato,  di  dotto 
ec.  Sovente  però  il  nome  di  lette- 
rato annunzia  una  persona  versata 
in  ogni  genere  di  letteratura  e 
fornita  di  buon  gusto,  e  sotto  que- 
sto aspetto  si  è  spesso  abusato  e  ^ 
si  abusa  di  quel  titolo.  I  letterati  H 
sono  una  delle  porzioni  più  ama- 
bili, stimabili  ed  utili  della  socie- 
tà ;  riescono  di  lusti  o,  decoro  e  or- 
namento alle  nazioni  ;  la  loro  vita 
è  dedicata  all'amore  scientifico  e 
letterario.  I  loro  buoni  studi  e  le 
loro  scoperte  danno  vigore  ed  au- 
mento alla  cosa  pubblica,  al  costu- 
me, alla  religione,  alla  prosperità 
dei  popoli.  Se  taluno  sfugge  alla 
miseria,  rare  volte  isfugge  all'  in- 
vidia e  al  livore  degl'  ignoranti  e 
degli  sfaccendali,  i  quali  quando  non 
possono  fare  altro,  tentano  dimi- 
nuirne il  merito  intrinseco  col  giun- 


LET 

gere  talvolta  a  mettere  in  forse  i 
parti  del  loro  ingegno  e  dei  libe- 
rali doni  di  Dio,  massime  se  im 
letterato  trae  origine  da  mediocre 
(condizione,  o  non  abbia  fatto  i  re- 
golari studii.  Essi  però  vogliono 
ignorare  i  tanti  esempi  che  abbia- 
mo di  coloro,  che  senza  educa- 
zione scientifica,  pure  con  costante 
alacrità,  fatica  e  indefessa  applica- 
zione pervennero  a  prendere  posto 
fra  i  più  chiari  letterati,  e  si  ele- 
varono alla  gloria  delle  lettere,  ra- 
gionevolmente con  maggior  lode  e 
henemerenza  di  chi  le  apprese  per 
principio  e  comodamente,  per  cui 
sono  segno  dell'ammirazione  dei 
saggi  e  degli   imparziali. 

Ji  Sarnelli  nel  tom.  Ili,  pag. 
1  1 4  delle  Lttt.  eccl.  narra  che 
Cicerone  nel  lib.  Ili,  De  orato- 
re fa  menzione  delle  seguenti  ac- 
claaiazionij  che  si  praticavano  coi 
letterati  e  cogli  oratori:  Bene  prae- 
clare  ,  belle ,  festive  :  non  polest 
melius.  Ed  Orazio  nell'Arte  poetica: 
Pulcre,  bene,  recte.  Persio,  Euge. 
Plutarco,  Center,  ingeniose,  floride, 
in  opusc.  De  audit.j  biasima  però 
quelle  ch'egli  chiama  voci  forestie- 
re, come  è  quella  divine,  che  pas- 
sa dall'applauso  all'adulazione.  In- 
oltre il  Sarnelli  t.  I,  p.  29,  osser- 
va che  pessimi  chiama  il  diritto 
canonico  que' prelati,  che  avendo  la 
fortuna  di  avere  sacerdoti  virtuosi 
e  dotti  presso  di  loro,  li  uegligen- 
tano  se  poveri.  Nel  tomo  X  poi 
riporta  la  lett.  XV  :  Sui  scrittori 
moderni  che  si  approfittano  degli 
antichi,  come  cosa  ragionevole,  a- 
vendo  pure  gli  antichi  pigliate  da 
altri  quelle  dottrine  e  concelti  dei 
quali  si  sono  serviti.  Giovanni  Bur- 
ckard  Mencke  è  autore  delle  dis^ 
sertazioni  intitolate  De  charlatane- 
ria  eruduorum  declaniatione,    Lu- 


LET  121 

cae  1726.  Fu  ristampato  il  libro 
ad  Amsterdam  nel  1 747  cuni  no- 
tis  varioruni;  e  se  ne  hanno  altre 
edizioni.  Lo  scopo  dell'  autore  è  di 
additare  le  astuzie  e  gli  artifizi  che 
usano  i  falsi  dotti  per  usurpare 
una  riputazione  di  cui  sono  inde- 
gni. 11  medesimo  Mencke,  chiama- 
to pure  Menchenio,  fece  una  rac- 
colta ben  curiosa  ed  istruttiva  sulle 
calamità  de'  letterati  e  la  stampò 
in  Lipsia  sua  patria,  col  titolo  : 
Analecla  de  calanutate  literatoruni, 
dove  ancora -inserì  il  trattato  del 
bellunese  Pietro  Valeriano  Bolza- 
ni.  Sulla  infelicità  de'  letterali.  Be- 
nedetto Menzioi  costretto  per  in- 
vidia di  emigrare  da  Firenze,  ve- 
rificandosi in  lui  r  antico  prover- 
bio :  Nenio  propheta  in  patria  sua, 
si  ritirò  in  Roma  ove  mori  cano- 
nico di  s.  Angelo  in  Pescheria  e 
professore  sostituto  di  belle  lettere 
neir  università  della  Sapienza,  do- 
po avere  sperimentato  la  protezione 
della  regina  di  Svezia  Cristina.  Egli 
è  autore  del  trattato  :  De  invidia 
hominis  lilerali.  Il  Cancellieri  a  p. 
5o  delle  sue  Dissertazioni  cita 
l'opera  di  Michele  Lilienlal  :  Oh- 
sen>at.  de  nianuuni  eruditaruni  ele- 
gantia,  inter  Stlecta  historica  et 
litteraria.  Regiom.  et  Lipsiae  i  7  1 9. 
Da  tale  dissertazione  ove  è  il  ca- 
talogo de'  calligrafi  letterali  regi- 
strati per  nazione,  avvertì  Girola- 
mo Tarlarotti  in  una  lettera  in- 
torno all'eloquenza  italiana  di  mon- 
signor Fontanini,  inserita  nel  XXXI II 
degli  opuscoli  del  p.  Calogerà  , 
parlando  della  necessità  di  scrivere 
bene,  nominando  alcuni  gran  lette- 
rati, eh'  ebbero  bel  carattere,  e 
sforzandosi  di  provare  che  tal  pre- 
gio dovrebbe  essere  proprio  di  cia- 
scheduno ,  e  particolarmente  del- 
l'uomo  dotto    e    civile,   e    non  dei 


123  LET 

soli  segietari,  copisti  e  amanuensi, 
benché  corra  il  proveibio,  che  gli 
uomini  di  riguardo  e  i  letterati 
scrivono  male.  Quanto  poi  pregiu- 
dichi la  mancanza  di  questo  pre- 
gio, di  cui  si  dolevano  di  essere 
sfornili  Erasmo  e  Budeo,  per  la 
perpetuità  delle  opere  che  lasciano 
i  letterati,  per  essere  alcuni  mss. 
d*  uomini  dottissimi  ininlellegibili, 
si  perdettero  preziose  opere. 

11  p.  Menochio  nelle  sue  Stuore 
o  traltaiimenù  eruditi,  tom.  II,  cen- 
turia VII,  cap.  LXXII  discorre: 
Se  siano  vere  le  ragioni  che  alcu- 
ni apportano  per  mostrare  che  og- 
gidì pochi  riescono  gran  letterati. 
Egli  pubblicò  l'opera  nel  1689,  e 
dice  così.  »  Spesse  volte  si  odono 
lamenti  d'uomini  eruditi  e  d'inge- 
gno, i  quali  deplorano  1'  infelicità 
de'lempi  nostri,  perchè  non  essen- 
do ora  gì'  ingegni  meno  abili  ad 
imparare  le  scienze  degli  antichi, 
e  vedendosi  che  in  altre  professio- 
iì\^  che  in  quella  delle  lettere,  non 
mancano  di  quelli  che  fanno  se- 
gnalata riuscita,  come  nella  pittu- 
ra, scoltura,  architettura,  arte  mi- 
litare, e  simili,  ad  ogni  modo  po- 
chissimi sono  quelli  che  nelle  scien- 
ze liberali  arrivino  a  qualche  emi- 
nenza, ed  adeguino  la  gloria  degli  . 
antichi  filosofi,  istorici,  teologi,  ma- 
tematici, medici,  legisti.  Facilmen- 
te quelli  che  cos'i  discorrono  si 
accordano  in  dire,  che  quelli  che 
oggidì  si  applicano  allo  studio  del- 
le lettere  non  usano  tanta  diligenza 
ed  assiduità  nell'iniparare  come  gli 
antichi,  che  però  non  è  da  mera- 
vigliarsi se  minore  è  il  profitto 
di  quelli  de'quali  l'industria  non  è 
eguale.  Gli  antichi  iufianimati  dal 
desiderio  di  sapere,  non  si  davano 
ai  piaceri,  erano  parchi  e  castigati 
nel  mangiare,  nel  bere    e  nel  dor- 


LET 

mire;  si  strigavano  delle  faccende 
e  negozi  temporali  e  domestici, 
come  anche  dai  ptibblici  maneggi, 
e  tanto  pertinacemente  studiava- 
no, che  mettevano  a  pericolo  la 
sanità  e  la  vita;  laddove  oggidì  si 
dà  solamente  quel  tempo  allo  stu- 
dio, che  avanza  alle  ricreazioni,  ed 
agli  spassi,  all'ambizione  ed  all'a- 
varizia, onde  non  è  meraviglia  se 
non  sono  pari  a  quelli  che  to- 
talmente erano  posti  nell' imparare 
e  studiare,  lasciata  da  parte  ogni 
altra  cura,  e  qualsivoglia  altro  ne- 
gozio. Avevano  gli  ateniesi  fatto 
un  editto  che  niun  megarese,  sot- 
to pena  della  vita,  fosse  ardito  di 
entrare  nella  loro  città.  Eucli- 
de eh'  era  cittadino  di  Megara, 
e  che  prima  di  quell'ordine  tan- 
to severo  avea  cominciato  a  fre- 
quentare la  scuola  di  Socrate,  non 
voleva  perdere  le  lezioni  che  avea 
incominciato  ad  udire,  né  essere 
privo  de'  profittevoli  congressi  col 
suo  maestro  ,  all'  imbrunir  dun- 
que delia  sera,  in  abito  di  donna, 
col  capo  coperto  di  veli,  se  ne  ve- 
niva in  Alene,  e  la  mattina  per 
tempo  all'isfesso  modo  mascheralo 
si  riconduceva  alla  patria  ;  tanta 
era  la  stima  eh'  egli  faceva  della 
dottrina  di  Socrate,  e  tanto  gran- 
de era  il  desiderio  di  apprenderla, 
che  non  istimava  il  pericolo  della 
vita,  ne  la  lunghezza  del  viaggio  di 
quaranta    miglia.    »»    ^.    Lettere 

BELLE. 

Nel  1769  fu  stampata  in  Na- 
poli un'opera  di  Antonio  Genovesi 
intitolata:  Lettere  accademiche  sul- 
la questione  se  sieno  pi ìi  felici  gli  i- 
gnoranti,  che  i  scienziati.  Fu  ri- 
stampala in  Venezia  nel  177^1  e 
ne  fu  dato  un  breve  giudizio  nel- 
le Effemeridi  leti,  di  Roma  ntun. 
I,   del    1773.    Dello   spacco    del- 


LET 

la  croce  che  fanno  gì'  illcllera- 
ti  che  non  eanno  scrivere,  in  ve- 
ce di  sottoscrizione,  ne  parlammo 
al  voi.  XVIIF,  p.  245  e  246  del 
Dizionario,  h'  imperatore  Licinio 
abborr'i  talmente  le  lettere  che  le 
chiamava  veleno  e  peste  della  re- 
pubblica; l'imperatore  Giuliano  l'A- 
postata le  proibì  ai  figli  dei  cristia- 
ni, acciocché  non  avessero  sì  po- 
tente arme  contro  i  pagani;  e  Mi- 
chele Baldo  le  vietò  ai  giovani,  af- 
finchè non  sapessero  più  di  lui. 
Giunsero  tuttavia  al  supremo  sovra- 
no potere  molti  illetterati,  massime 
se  fortunati  o  valorosi  conquistatori, 
di  cui  ne  sono  piene  le  istorie.  Si  è 
in  fatti  disputato  da  molti  aiitoii, 
se  siano  da  preferirsi  le  armi  alle 
lettere,  con  le  dissertazioni  che  ri- 
porta il  Cancellieri  nelle  sue  Dis- 
sertazioni epistolari  a  p.  8  ;  ma  d. 
Sebastiano  Ciampi  nelle  sue  Me- 
morie di  rnesser  Cina  da  Pistoia, 
p.  116,  dimostra  che  spesso  i  mi- 
litari sì  sono  creduti  assai  onorati  di 
poter  intrecciare  ai  loro  allori  di 
Marte,  anche  la  laurea  dottorale, 
licitato  p.  Menochio  nel  t.  I,  centu- 
ria I,  cap.  LXXIX  tratta  :  Del  det- 
to del  Savio,  Eccles.  e.  6;  Melior 
est  sapientia,  quain  arma  bellica; 
e  se  più.  nobili  e  pili  degne  sieno 
le  armi  0  le  lettere.  Conchiude  e- 
ruditamente,  che  la  professione  del- 
le lettere  è  più  degna  di  quella 
delle  armi.  Il  secolo  X  fu  per  la 
santa  Chiesa  il  più  funesto  e  il  più 
infelice  per  rozzezza,  ignoranza  e 
malvagità,  dunque  non  deve  recare 
meraviglia  se  essendo  la  maggior 
parte  del  clero  illetterato,  tale  pu- 
re fu  alcuno  de'  Pontefici  di  quel- 
l'epoca lagrimevole,  eletti  talvolta 
dalla  potenza  delle  fazioni;  in  quei 
tempi  non  minore  era  l' ignoranza 
de'  laici,  tranne  ben  pochi.  IN'ell'ygG 


LET  123 

per  la  potenza  del  marchese  di  To- 
scana divenne  Papa  Stefano  VII, 
ignorante  delle  sacie  Scrittine.  Be- 
nedetto X  antipapa,  eletto  nel  io5ii 
per  opera  di  alcuni  signori  roma- 
ni, era  tanto  illelteiato,  che  s.  Pier 
Damiani  protestò  che  lo  avrebbe 
liconosciuto,  se  avesse  spii-g;iio  un 
sol  verso  ó*  qualuncjue  omelia.  An- 
che tra  i  cardinali  si  noverano  de- 
gli illetterati,  ed  alcuni  parenti  dei 
Pontefici;  ma  ciò  non  può  stare  al 
confronto  di  tante  centinaia  di  dot- 
tissimi e  santissimi  cardinali  che 
fiorirono  in  tutte  le  epoche,  aven- 
done riportato  i  cognomi  de' prin- 
cipali al  voi.  X,  p.  24  e  2ì  del  Di- 
zionario. Furono  di  poche  lettere, 
come  si  può  leggere  alle  loro  bio- 
grafie, i  cardinali  Sisto  Giara  della 
Rovere,  Ipnocenzo  del  Monte,  An- 
drea Perelli,  Giambattista  Deti,  Ja- 
copo Sannesi,  Antonio  Giori,  Fran- 
cesco Maidalchini  ed  Enrico  de  la 
Grange,  per  non  dire  di  qualche 
altro.  Essi  però  nella  maggior  par- 
te furono  fregiati  di  altre  belle 
qualità.  Immenso  poi  è  il  numero 
dei  Pontefici  protettori  de' letterati, 
che  alla  santità  di  vita,  ed  alla  ma- 
gnanimità delle  azioni,  congiunsero 
profonda  dottrina,  e  presero  luogo 
essi  medesimi  fra  i  letterati;  anzi  si  è 
osservato  che  alcuni  Papi  alla  loie 
mediocre  letteratura  supplirono  con 
proteggere  le  lettere  e  con  altre  eccel- 
se doti,  virtù,  equità  e  buon  senso,  e 
disimpegnarono  con  lode  la  subli- 
me rappresentanza  di  capo  della 
Chiesa  e  di  sovrano.  I  romani  Pon- 
tefici dunque  non  solo  furono  sem- 
pre munifici  protettori  de'  letterati 
e  delle  scienze,  ma  queste  eglino 
stessi  professarono,  al  modo  che 
audiamo  ad  accennare. 

Il   principe  degli   apostoli    e  pri- 
mo Pontefice  s.  Pietro,  per  ia  scieu- 


124  LET 

za  ricevuta  dallo  Spinto  Santo ,  e 
per  aver  il  primo  predicato  l'evan- 
gelica dottrina  a  Roma,  capitale 
allora  del  mondo  conosciuto,  ed 
ora  del  cristianesimo,  si  deve  pri- 
mieramente porre  nel  novero  dei 
Papi  dotti  che  andiamo  a  registra- 
re. Eruditissimo  fu  il  Pontefice  s. 
Dionisio  fiorito  l'anno- 261.  Con 
abbondanza  di  dottrina  governò  s. 
Anastasio  I  del  SgS.  Di  grande  in- 
gegno fu  s.  Innocenzo  I  del  ^oi. 
Dottore  principale  della  Chiesa  e 
sommamente  dotto  fu  s.  Leone  I 
il  Magno  del  44^,  il  quale  chia- 
mò a  sé  tutti  i  pili  dotti  uomini 
che  allora  fossero  nella  Chiesa.  Il 
Papa  s.  Ilario  del  461,  per  l'amo- 
re alle  scienze,  pose  due  biblioteche 
nella  basilica  lateranense.  Nel  533  fu 
eletto  s.  Giovanni  II,  chiamato  Mer- 
curio per  la  sua  eloquenza.  Crea- 
to nel  535  s.  Agapito  I,  meritò 
l'elogio  di  eruditissimo  delle  rego- 
le ecclesiastiche.  Dottore  della  Chie- 
sa e  fecondatore  di  essa  per  le  sue 
dotte  opere,  ^, fu  s.  Gregorio  I  il 
Maglio  del  590.  Nel  657  fu  crea- 
to s.  Vitaliano,  che  viene  parago- 
nato pel  sapere  ai  piìi  illustri  Pa- 
pi. D' insigne  dottrina  ed  eloquen- 
za, peritissimo  nella  musica  sacra, 
viene  lodato  s.  Leone  II  del  682. 
Di  somma  dottrina  fu  s.  Gregorio 
li  del  715  ;  come  uno  de' pili  dot- 
ti del  suo  tempo  venne  tenuto  il 
successore  s.  Gregorio  III.  Anasta- 
sio Bibliotecario  assai  commendò  s. 
Zaccaria  del  741  per  scienza  e  mu- 
nificenza. Stefano  III  detto  IV  del 
768  era  erudito  nelle  divine  scrit- 
ture e  dotto  nelle  ecclesiastiche  tra- 
dizioni. Amatore  e  premiatore  dei 
letterati,  erudito  e  facondo  fu  s. 
Leone  III  del  795.  Neil' 827  fiorì 
Gregorio  IV,  ornato  di  gran  dot- 
trina   ed    eloquenza  ;    neh'  847     s. 


LET 

Leone  IV,  di  singoiar  dottrina,  con- 
siglio e  magnificenza  ;  nell'  858  s. 
Nicolò  I  il  Magno  ,  ornato  di 
sapere  e  magnifico  nelle  sue  azio- 
ni. Il  Papa  Formoso  dell'Sgi  era 
profondo  nelle  scienze  divine  ed 
umane.  D' una  rara  erudizione  fu 
Gregorio  V  del  996.  Silvestro  II 
del  999,  insigne  filosofo,  matemati- 
co egregio,  fu  versato  pure  in  al- 
tre scienze.  Fornito  di  sapienza  e 
pienamente  erudito  in  ogni  dot- 
trina fu  s.  Leone  IX  del  1049-  H 
magnanimo  difensore  della  libertà 
ed  immunità  ecclesiastica  s.  Grego- 
rio VII  del  1073,  fu  eloquentissi- 
mo,  profondo  nella  giurisprudenza 
ecclesiastica!  e  nelle  sante  scritture. 
Eugenio  III  del  i  i45  fu  beneme- 
rito del  diritto  canonico,  amatore 
degli  studiosi  e  premiatore  de'dotti. 
Gli  successe  nel  1 153  Anastasio  IV 
versatissimo  nel  gius  civile  e  ca- 
nonico. Nel  I  i59  divenne  Papa  A- 
lessandro  III  d'una  letteratura  cui 
giunsero  pochi  de'  suoi  predecesso- 
ri da  cento  anni  addietro.  Nel  1 198 
fu  creato  Pontefice  Innocenzo  III 
versato  in  ogni  scienza,  massime 
nella  ragione  civile  e  canonica ,  a- 
vendo  singoiar  facondia,  acutissimo 
in2;e2;no  e  felice  memoria.  Gli  sue- 
cesse  Onorio  III,  già  maestro  di  Fe- 
derico II  imperatore,  di  rara  dot- 
trina, conosciuto  anche  sotto  il  no- 
me di  Cencio  Camerario.  Grego- 
rio IX  del  1227  fornito  di  pene- 
trante ingegno,  ed  istruito  in  ogni 
ramo  di  sapere  e  nelle  arti  libe- 
rali, fiume  di  eloquenza,  beneme- 
rito della  collezione  delle  decretali. 
Nel  1243  fiori  Innocenzo  IV,  pro- 
fondo giureconsulto,  e  monarca  del- 
le divine  ed  umane  leggi.  Clemen- 
te IV  del  1265  fu  chiamato  pa- 
dre del  diritto.  Bonifacio  Vili  del 
1294,  famoso  giureconsulto,  pi'ofon- 


1 


LET 

do  letterato,    compilò    il    VI  libro 
delle  decretali,   e   fu  intrepido    di- 
fensor  della  Chiesa.  Di  Benedetto  XI 
del     i3o3    non    si    seppe    decidere 
se  fosse  o  più  scienziato  o  più  san- 
to. Giovanni  XXII   del    i3i6  fu  di 
vasta  scienza,  eloquente  e  di  acuto 
ingegno.    Clemente    VI    del    1842 
accoppiò  al    profondo    sapere    una 
prodigiosa  memoria.  Gli  successe  nel 
j352  Innocenzo  VI,  peritissimo  nei 
canoni  e  nelle  leggi,    favori    gene- 
rosamente i  letterati,  molti  ne  pro- 
mosse e  beneficò,    dicendo    che  le 
dignità  ecclesiastiche  non  erano  pre- 
fiiio  della  nascita  ma    della    virtù. 
IJi  bano  V  del    i  36^  professore  in- 
signe de'  canoni,  fu  gran  protetto- 
re delle  lettere  e  de'  letterati.  Gre- 
gorio XI  del    1870  applicò    molto 
agli  studi  massime  delle  leggi,  dei 
canoni    e    della    teologia ,  onde  fu 
reputato  uno  de'  più  scienziati  del 
suo  secolo,  ed  ebbe  lode  di  mece- 
nate de' letterati.  Nel  1878  gli  suc- 
cesse Urbano  VI,  che  nelle   decre- 
tali ebbe  stima  di  egregio  dottore, 
e  tu  benevolo  co'  letterati. 

Alessandro  V  del  1409  nella  fi- 
losofia e  teologia  fu  chiamato  dot- 
tore refulgido,  come  fu  grande  o- 
ratore.  Eccellente  nelle  scienze  e 
mollo  erudito ,  venne  riguardato 
Martino  V  del  i4i7-  ^'i  successe 
nel  i43i  Eugenio  IV,  insigne  nelle 
cognizioni  storiche,  benefattore  del- 
l' università  romana ,  e  protettore 
de'  letterali.  Egli  nel  rimunerare 
gli  eruditi  diceva,  che  non  solo  si 
doveva  amare  la  loro  erudizione, 
ma  ancora  si  doveva  temere  la 
loro  indignazione,  poiché  non  so- 
gliono essere  impunemente  offesi  , 
e  sono  armati  di  quelle  armi,  che 
difficilmente  si  possono  scausare.  In 
ciò  Eugenio  IV  abbracciava  il  sen- 
timento di  Platone,  il   quale   sole- 


LET  125 

va  dire,  "  esser  meglio  aver  nemico 
un  esercito  armato,  che    un  poeta 
o  oratore  irato,    mentre    l' esercito 
coll'esercito  si  respinge,  ma  Io  stile 
di  quegli  con   ninna  cosa  si  oppri- 
me ".  Nel    144?    f^i    elevato    alla 
cattedra  apostolica   Nicolò  V,  gran- 
de amatore  delle  belle  lettere  e  dei 
letterati  eh'  egli  tenne  e  trattò  quali 
parenti,  meritò  lode  ancora  per  le 
sue  magnifiche  idee  ad    incremen- 
to delle  belle  arti,  e  pel  suo  uni- 
versale sapere.  Come  egli    cooperò 
al  risorgimento  delle  lettere  in  Ita- 
lia ,    accogliendo     generosamente    i 
dotti  greci   fuggiti    da    Costantino- 
poli, lo  dicemmo  agli  articoli  Eru- 
dizione e   Grecia.  Gli  successe  nel 
1455  Calisto  III,    dottissimo    nelle 
leggi  canoniche  e  civili,  laonde  nel- 
la sua    ottuagenaria    età ,    citava  i 
testi  con   mirabile  prontezza.  Dopo 
di  lui   nel    14^8  fiorì  Pioli,  savio 
leggista  e  molto  ammaestrato  nelle 
lettere  profane,  eloquentissimo,  pro- 
fondo erudito  ed  amatore    de'  let- 
terati. Sisto  IV  del    1^7  ì,  profes- 
sore di  filosofia  e  teologia,    venne 
chiamato  teologo  acutissimo  ed  o- 
ratore  egregio  ;  possedeva  in  grado 
eminente  la  filosofia,  il  talento  della 
facilità    di  scrivere,    e    fu  eziandio 
dotto  nelle  lingue:   benemerito  del- 
la biblioteca  vaticana,  lo    fu    pure 
degli  scienziati.  Leone  X  eletto  nel 
i5i3j  versato  nelle  scientifiche  co- 
gnizioni, nel  promuovere  gli  studi 
delle  arti  e  delle  lettere,  nel  pro- 
teggere e  premiale  i  letterati  seguì 
il  genio  della  sua  famiglia  Medici, 
e  die  il  proprio  nome  al  suo  secolo. 
Paolo  III  del    1 534  apprese  in  gio- 
ventù egregiamente  le  lettere   gre- 
che e   latine,    onde    divenne    pro- 
fondo nelle   cose  divine  ed  umane; 
conversava  spesso  con  eccellenti  fi- 
losofi e  teologi,  e  fu  mecenate  degli 


17.6  LET 

soienziali.  Dolio  ed  eloquente  fu 
Giulio  III  del  i55o;  e  più  di  lui 
il  successore  Marcello  II  del  i555, 
il  quale  si  distinse  in  molte  scien- 
2e  e  in  diversi  esercizi  meccanici. 
Paolo  IV  del  i555,  non  solo  fu 
versato  nello  studio  delle  lingue  e 
delle  belle  lettere,  ma  fu  splendi- 
do protettore  di  quelli  che  le  pro- 
fessavano. Pio  IV  del  iSSg  ebbe 
lode  di  eloquente,  ed  ornato  di 
tenace  memoria  ;  elevò  al  cardina- 
lato uomini  dottissimi  e  letterati 
insigni.  Gregorio  XIII  del  1572, 
^'  indole  nata  per  le  scienze,  in 
queste  e  nella  giurisprudenza  di- 
venne profondo  ,  e  dei  letterati  fu 
magnanimo  proteggitore.  Nel  i585 
gli  successe  Sisto  V,  dotto  nelle  belle 
lettere  e  nell'  eloquenza,  beneficò  ì 
letterati.  Clemente  Vili  del  iSgi, 
di  vasta  mente,  favorì  generosa- 
mente i  letterati ,  fra'  quali  egli 
ebbe  un  posto  distinto.  Gregorio 
XV  del  1621,  profondo  giurecon- 
sulto, gli  scienziati  furono  le  sue  de- 
lizie. Urbano  Vili  che  nel  i6z3 
gli  successe,  ornato  di  vivissimo  in- 
gegno, dottrina,  e  di  non  volgare 
letteratura,  fu  liberale  e  munifico 
co'  letterati.  Tra  questi  è  noveralo 
Alessandro  VII  del  1655,  siccome 
istruito  in  tutte  le  scienze,  di  mi- 
rabile eloquenza ,  e  di  vasta  eru- 
dizione :  promosse  tutte  le  scienze 
ed  i  coltivatori  delle  medesime , 
e  nutrì  il  progetto  di  fondare 
in  Roma  un  collegio  di  uomini 
nell'ecclesiastica  erudizione  più  il- 
lustri che  avesse  l'Europa,  e  di 
mantenerli  ivi  agiatamente  a  van- 
taggio della  Chiesa  universale,  e 
poscia  premiarli  con  ragguardevoli 
dignità.  Dopo  aver  desinato,  Ales- 
sandro VII  godeva  di  passare  qual- 
che tempo  coi  più  dotti  del  suo 
tempo  il)  eruditi  ragionamenti,  or 


LET 

di  umane  lettere,  or  di  storia  ec- 
clesiastica, or  di  scienze  sacre.  Cle- 
mente XI  del  1700,  d'ingegno  acu- 
to e  memoria  tenace,  perito  nelle 
lingue  greca  e  latina,  uno  de'  più 
eruditi  della  sua  epoca,  dotto,  elo- 
quente, ammirò  gli  scienziati  ed  in 
mille  guise  gli  onorò  e  provvide. 
Benedetto  XIV  del  1740,  eruditissi- 
mo e  profondo  letterato,  dotato  di 
vasta  dottrina  come  si  ravvisa  nelle 
sue  opere;  quindi  corrispondente 
fu  la  di  lui  munificenza  cogli  eru- 
diti, coi  letterati,  che  fecero  a  gara 
in  dedicare  ad  un  tanto  conosci- 
tore e  mecenate  le  loro  opere.  Il 
dettaglio  delle  egregie  doli  de'  Pon- 
tefici qui  lodati,  e  di  quelli  non 
mentovati,  benché  dotti  e  protei-  i 
tori  delle  lettere  e  de'  letterati ,  è 
riportato  alle  loro  biografie  o  re- 
lativi articoli.  A  questi  ed  a  quelle 
sono  notate  le  qualità  dotte,  e  le 
beneficenze  profuse  cogli  scienziati  , 
dai  degni  successori  di  Benedetto 
XIV. 

Essendo  la  memoria  la  facoltìi 
per  la  quale  senza  l'azione  imme- 
diata delle  cose  esterne  tornano  al- 
l'animo le  sensazioni,  in  modo  so»  ^ 
migliante  a  quello  in  che  furono  ^ 
generate  già  da  esse  cose ,  e  tor- 
nano all'animo  le  idee  in  addie- 
tro concepite  ;  la  memoria  adun- 
que è  l'ornamento  più  bello  de'  let- 
terali, ed  è  tanto  maggiore  ed  utile, 
quanto  è  più  viva,  felice,  tenace  e 
vasta,  siccome  la  cosa  più  essenzia- 
le delle  sciente  e  dell'erudizione. 
Ausonio  avvertì,  che  ci  dimentichia- 
mo per  lo  più  delle  cose ,  con  la 
stessa  velocità  con  cui  le  leggiamo; 
e  chiamò  dono  divino  l'esimia  me- 
moria dell'oratore  Tiberio  Vittore  M 
Minervio.  Seneca  osservò,  che  fra-  « 
gilè  è  la  memoria,  e  che  non  può 
bastare  al  gran  numero  delle  cose 


LET  LET                   177 

che  l'opprime,  restando  cancellale  H  divcnnd  .^memorali,  con  un  ap- 
io idee  delle  cose  antiche  dalle  pendice  delle  bihliolecìie  degli  scrit- 
uuove.  Quindi  sono  stali  serapi-e  lori  sopra  gli  eruditi  precoci,  la 
ammirati  e  tenuti  in  sommo  pie-  memoria  artificiale,  Varie  di  tra- 
gio  tulli  quelli  che  hanno  la  gran  scegliere  e  di  notare,  ce.  Ripoite- 
sorte,  e  veramente  invidiabile,  di  es-  renio  dunque  qui  appresso  breve- 
sere  dotali  di  singoiar  memoria,  mente  que'Ietterali  che  furono  di- 
Rilevò  Tertulliano,  essere  stata  a  sliìiti  e  privilegiati  dalla  natura, 
ragione  chiamata  da  Platone,  la  della  mirabile  potenza  dell'anima, 
salute  de'  sensi  e  dell'  intelletto;  vera  ed  unica  tesoriera  delle  cose 
come  da  Plinio  fu  detta  il  bene  apprese  ,  la  preziosa  memoria  dei- 
più  necessario  della  vita,  e  da  Ci-  le  cose  e  delle  scienze  apprese, 
cerone  il  tesoro  di  tutte  le  cose.  Benedetto  Accolti  aretino  ripetè 
Né  men  giustamente  pronunziò  Gas-  l'  allocuzione  di  un  ambasciatore 
siodoro,  essere  un  gran  vantaggio  del  ré  d'  Ungheria  ai  fiorentini. 
il  non  conoscere  il  difetto  della  Ad  esso  fu  consimile  Bernardo  Ac- 
dimeuticanza;  ed  accostarsi  pei'ciò  colti  pure  d'Arezzo,  di  cui  scrisse 
in  certo  modo  alla  divinità,  chiun-  Pietro  Cortesi,  De  hominibus  docli.t 
que  può  aver  sempre  presenti  alla  p.  5^:  niemoriani  tanluni  crai  vec' 
niente  le  cose  passate.  Soleva  dir  borunt  et  rerum,  ut  omnia,  quae 
Socrate,  che  le  lettere  inventate  uuquani  legerat,  meminisset:  anche 
per  aiuto  della  memoria,  somma-  il  Filelfo  nel  lib.  28  delle  sue  Lei- 
mente  le  avevano  pregiudicato.  Poi-  tere  chiamò  la  sua  memoria  piut- 
chè  gli  uomini  per  l' addietro  a-  tosto  divina,  che  umana.  Teo- 
scollando  qualche  bella  sentenea,  dette  celebre  oratore  di  Sicilia , 
non  potendo  scriverla  ne'  libri,  la  discepolo  di  Platone  e  di  Aristo- 
scrivevano  per  dir  così  e  la  scoi-  tile  ,  si  ricordava  di  un  poema 
pivano  nella  memoria  ,  la  quale  benché  letto  una  sola  volta.  Car- 
corroborata  da  questo  continuo  e-  mide  recitava  gli  scrini  altrui  come 
sercizio,  conservava  ciò  che  appren-  li  avesse  letti.  Cinea  legato  di  Pir- 
deva  r  intelletto,  ch'è  la  potenza  ro  a  Roma,  salutò  a  nome  tutti  t 
dell'anima  colla  quale  l'  uomo  è  senatori  ed  i  plebei  nel  giorno  se- 
atto  a  conoscere  le  correlazioni  del-  guente  al  suo  arrivo.  Scepsio  Me- 
le idee,  e  quelle  che  le  idee  han-  trodoro  rammenlavasi  di  tuttociò 
no  coi  fatti.  Trovate  poi  le  lettere,  che  udiva  .  Ortensio  si  ricorda- 
fidandosi  de' libri,  non  si  sono  più  va  di  tutti  i  suoi  scritti  e  pen- 
impegnati  a  custodire  le  scienze  sieri,  e  di  tuttociò  che  avevano 
nella  mente.  Così  non  esercitando-  detto  i  suoi  avversari.  Cassio  Seve- 
sì  come  prima  la  memoria,  la  co-  ro  vedendo  condannati  i  suoi  li- 
gnizione  delle  cose  è  divenuta  me-  bri  alle  fiamme,  disse  che  ritenen- 
no  estesa,  e  l'uomo  sa  meno,  per-  doli  tutti  in  mente,  per  toglierne 
che  non  sa  quello  che  può  rite-  la  memoria  bisognava  bruciare  an- 
nere  a  memoria.  L'  eruditissimo  ch'esso,  dappoiché  ciò  che  impres- 
Francesco  Cancellieri  nel  18 15  so  nell'animo  non  può  levarsi  se 
pubblicò  colle  stampe  in  Roma  :  non  si  leva  anco  la  vita.  Carnea- 
Dissertnzione  intorno  agli  uomini  de  riteneva  scolpita  in  mente,  co- 
dotati  di  gran  memoria^  ed  a  quel-  me  nella    cera,  1'  idea  di  tutte    le 


128  LET 

cose.  Giulio  Cesare  dava  udienza, 
leggeva,  e  dettava  a  più  persone 
in  un  tempo.  Ciro  nominava  ad 
uno  ad  uno  tutti  i  suoi  soldati . 
Scipione  salutava  i  suoi  soldati  a 
nome.  L'imperatore  Adriano,  dot- 
tissimo, ed  amante  delle  lettere, 
rammentavasi  i  nomi  di  tutti  i 
suoi  soldati,  de'  negozi  trattati,  e 
de'luoghi  visitati.  Esdra  sapeva  a 
memoria  tutta  la  legge.  Girola- 
mo Aleandro,  dotato  di  prodigiosa 
memoria,  recitava  a  mente  le  co- 
se lette  molti  anni  addietro.  IMu- 
tio  Pignattelli  giovane  di  trent'anni, 
in  Napoli,  ad  imitazione  di  Giulio 
Cesare,  dettava  a  più  cancellieri  in 
un  tratto;  ed  una  volta  tra  le 
altre  scrivendo  egli  medesimo,  det- 
tò a  venticinque  in  diversi  lin- 
guaggi, alla  presenza  di  grandi  si- 
gnori, che  ne  restarono  stupiti.  Il 
p.  Serafino  da  Vicenza  cappucci- 
no, recitava  e  trascriveva  le  pre- 
diche udite,  senza  commettere  il 
minimo  sbaglio;  si  racconta  ch'e- 
gli non  a  tre  copisti,  come  si  nar- 
ra di  Giulio  Cesare,  né  a  sette 
come  si  è  scritto  di  Origene,  ma 
sino  al  numero  di  dieciotto  ama- 
nuensi, dettava  al  tempo  stesso  di- 
verse e  disparate  materie,  in  lin- 
gua latina  e  volgare,  in  verso  ed 
in  prosa  su  quegli  argomenti  e- 
ziandio,  che  gli  venivano  sommini- 
strati dai  circostanti.  V.  Lingue. 
Leandro  Alberti  chiamò  Gregorio 
Amaseo  uomo  d' alto  ingegno,  e 
ad  ogni  generazione  di  dottrina 
disposto;  onde  quasi  d'ogni  scienza 
talmente  parlava,  che  ciascuno  rima- 
neva stupefatto  per  la  gran  me- 
moria che  in  lui  si  ritrovava.  Fran- 
cesco d'  Andrea  famoso  avvocato 
napoletano,  qualificato  per  un  ful- 
mine e  prodigio  di  eloquenza^  in 
età  tenera  ripeteva  le  prediche  in- 


LET 

tiere  che  udiva.  Suora  Anselmi 
domenicana  di  s.  Maria  Nuova  di 
Bologna,  ebbe  in  dono  dalla  na- 
tura tanta  felicità  di  memoria,  che 
dopo  tre  mesi  e  più  d'avere  ascol- 
tate le  prediche ,  le  poneva  esalta- 
mente in  carta.  Prospero  Podia- 
no  perugino  teneva  a  memoria  i 
primi  due  o  tre  versi  di  tremila 
libri  da  lui  acquistati  ;  ed  Antonio 
IVIario  avea  il  soprannome  delia 
memoria,  al  pari  di  Francesco  Vit- 
torio ,  perchè  possedeva  a  mente 
quindicimila  passi  di  diversi  auto-  ^ 
ri.  Fu  s.  Antonio  di  Padova  d'u-  * 
na  memoria  così  stabile,  che  non 
si  dimenticava  giammai  di  tutto 
quello  che  una  volta  avea  appre*  fl 
so.  Il  p.  Paolo  Ardizzoni  genovese, 
benché  cieco,  citava  le  parole  e 
fino  i  versi  degli  autori  appresi 
a  memoria  ;  mirabil  foi'za  di  que- 
sta non  distratta  dalla  folla  degli 
oggetti,  che  si  affacciano  per  gli 
occhi.  Luigia  Aubery  marchesa  di 
Chambre!  ,  imparò  a  mente  la 
Bibbia.  Benedetto  Averani  di  luci- 
do intelletto ,  citava  a  memoria 
tutti  gli  autori  da  lui  letti.  An- 
drea Barbazza  giureconsulto  sici- 
liano citava  nelle  dispute  centinaia 
di  ragioni  e  di  argomenti.  Pietro 
degli  Angeli  detto  Bargeo,  di  dieci 
anni  sapeva  a  mente  tutte  le  co- 
struzioni greche.  Il  p.  Daniello 
Bartoli  gesuita,  costretto  di  getta- 
re in  mare  le  sue  prediche,  com- 
pi in  Palermo  il  suo  quaresimale 
ritenuto  a  memoria.  Filippo  Beroal- 
do  fu  chiamato  biblioteca  vivente, 
altri  disse  essere  una  ricca  botte- 
ga ma  non  ben  disposta.  Il  cardi- 
nal Giovanni  Bona  fu  dotato  di 
una  mostruosa  memoria.  France- 
sco Bordoni  fu  chiamato  bibliote- 
ca, da  vivo  e  dopo  morte,  per  le 
opere  stampate.  Il  cardinal  Dome- 


LET 

nico  Capranica  si  ricordava  di  tiit- 
tociò  che  avea  letto  in  duemila 
volumi. 

Clemente  VI  per  una  ferita  ri- 
portata in  capo,  migliorò  tanto 
nella  memoria  che  parve  cosa  pro- 
digiosa, poiché  non  poteva  piìi  di- 
menticarsi tutto  quel  che  leggeva, 
ancorché  lo  desiderasse.  Gio.  Cot- 
ta da  Legnago  fu  di  altissimo  in- 
gegno e  di  stupenda  memoria.  Ja- 
copo Critonio  scozzese,  fornito  di 
pronta  memoria,  ripeteva  qualun- 
que predica  ed  orazione  da  lui  u- 
dita  :  egli  disputò  col  celebre  Ja- 
copo Mazzoni,  eh'  erasi  fissato  in 
mente  dieciottomila  e  più  luoghi 
di  autori.  Gio.  Battista  Egnazio 
narrava  fedelmente  tuttociò  che  a- 
vea  letto  ed  udito.  Gio.  Battista 
Guarino  fu  d'una  memoria  incre- 
dibile, ed  occupavasi  in  una  conti- 
nua lettura.  Porcio  Latrone  si  ri- 
cordava di  tutte  le  sue  declama- 
zioni, e  tesseva  la  storia  di  qua- 
lunque eroe  che  si  nominava.  Ip- 
pio  ripeteva  tutti  i  vocaboli  una 
volta  uditi.  Plinio  nel  decantare 
la  venuta  in  Roma  d'Iseo  dalla  Gre- 
cia, qual  retore  insigne,  dice  che 
era  di  portentosa  memoria,  che 
dopo  di  aver  parlato  all'improvvi- 
so per  lungo  tempo,  ritornava  da 
capo  ripetendo  esattamente  ogni 
ancorché  piccola  parola  de'suoi  di- 
scorsi. Giusto  Lipsie  era  pronto 
ad  esporre  il  petto  ad  un  pugnale 
se  nel  recitar  gli  annali  di  Tacito 
avesse  commesso  vino  sbaglio  :  con- 
sigliò di  leggere  prima  di  prender 
sonno,  per  esercizio  del'a  memoria. 
11  p.  Francesco  Macedo  francesca- 
no vantavasi  di  non  conoscere  obli- 
vione, e  di  trascrivere  tutte  le  o- 
pere  de' santi  padri- senza  vederle: 
sostenne  in  Roma  per  tre  giorni, 
?      e  per  otto  in  Venezia  ogni  genere  di 

VOI.    XXXVIII, 


LET  129 

conclusioni.  Girolamo  Magio  com- 
pose in  carcere  il  trattato  de  Tin- 
linnahiilis,  citandovi  circa  duecento 
autori  senza  sbagliare.  Antonio  Ma- 
gliabecchi  fu  chiamato  biblioteca 
animata ,  archivio  vivente,  museo 
ambulante,  heh'O  libroruni:  il  p. 
Finardi  trovò  nelle  parole  Anlo- 
niiis  Magliahtchius ,  l'anagramma 
Is  iinus  hibliotheca  magna.  Inol- 
tre furono  coniate  quattro  me- 
daglie in  suo  onore;  ma  per  non 
interrompere  la  lettura,  si  asten- 
ne dal  notare  ciò  che  leggeva,  e 
perciò  non  lasciò  verun'  opera  no- 
tabile .  11  padre  Nicolò  Male- 
branche per  una  caduta  da  ca- 
vallo acquistò  una  gran  memoria, 
di  cui  sembrava  privo  del  tutto  in 
gioventù,  onde  sviluppò  il  suo  acu- 
to e  sottile  ingegno.  Lodovico  An- 
tonio Muratori  fu  dotato  di  una 
gran  memoria.  Francesco  Paniga- 
rola  vescovo  d'Asti  non  sapeva  co- 
sa fosse  oblivione;  suo  padre  aven- 
dogli promesso  di  regalargli  tante 
monete  per  quanti  testi  imparava 
a  mente,  fu  costretto  a  rompere 
l'accordo  per  non  impoverire.  L'a- 
gostiniano p.  Onofrio  Panvinio  i- 
gnorò  solo  ciò  che  non  volle  sa- 
pere.  Pico  della  Mirandola^  chiama- 
to la  fenice  del  suo  secolo,  e  dallo 
Scaligero  mostro  senza  vizio,  sape- 
va ripetere  le  parole  di  due  pagine 
intere,  anche  in  ordine  retrogrado; 
nell'età  di  ventiquattro  anni  ten- 
ne una  disputa  di  novecento  con- 
clusioni o  questioni  in  Roma,  trat- 
te dagli  autori  latini ,  greci  e- 
braici  e  caldei  sopi'a  le  scienze,  per 
difenderle;  obbligandosi  di  pagare 
il  viaggio  e  le  spese  a  chiunque 
voleva  venire  ad  argomentargli  cen- 
tra. 11  p.  Luca  Ramires  francescano, 
per  la  portentosa  memoria  fu  chia- 
mato con  anagramma  :  Res  mira} 
9 


i3o  LET 

dappoiché  per  tre  giorni  conlinui  in 
età  tli  treutaduc  anni  pubblicamente 
sostenne  tutta  la  dottrina  (Icll'ange- 
lico  s.  Tommaso,  dopo  aver  difeso 
nell'anno  precedente  quella  del  dot- 
tissimo Scoto.  Giuseppe  Scaligero 
Tu  di  rara  memoria.  Seneca  reci- 
tava duemila  nomi  coli'  ordine 
con  cui  gii  avea  uditi,  e  più  ver- 
si dall'  ultimo  fino  al  primo.  TI 
cardinal  Guglielmo  Sirleto,  di  sin- 
goiar dottrina  e  memoria,  per  non 
perdeie  tempo  a  notare  non  die  alla 
luce  che  poche  cose.  Gio.  Dome- 
nico Tedeschi  compose  in  carcere 
trecento  sonetti,  li  ritenne  a  men- 
te e  poi  li  scrisse  dopo  la  sua  li- 
berazione. Fr.  Tommaso  agosti- 
niano inglese  sapeva  a  mente  le 
opere  di  Scoto.  Alfonso  Tostato 
vescovo  ó.'  Avila,  di  stupenda  me- 
moria, visse  quarant'anni  ne'qua- 
li  compose  tredici  Volumi  di  opere. 
Filippo  Valentin!  riteneva  a  mente 
tuttociò  che  leggeva,  e  cavalcando 
col  cardinal  Gasparo  Contarini,  gli 
raccontava  le  storie  ecclesiastiche  e 
profane  come  le  leggesse.  Apostolo 
Zeno  fu  fornito  di  prodigiosa  me- 
moria. 

Come  vi  furono  molti  fenome- 
ni e  prodigi  di  natura  sulla  mera- 
vigliosa memoria,  principale  dote 
che  si  ricerca  in  un  letterato,  anzi 
necessaria  ed  indispensabile ,  cos\ 
non  pochi  fenomeni  abbiamo  sul- 
r  argomento  contrario  di  averla 
perduta  e  di  smemorati  famosi. 
Artemidoro  grammatico,  per  lo  spa- 
vento che  gli  cagionò  un  cocco- 
drillo in  cui  a  caso  avea  inciam- 
palo, obliò  del  tutto  le  lettere. 
Bamba  re  de'visigoti  perde  la  me- 
moria per  un  veleno.  Francesco 
Barbaro  si  dimenticò  intieramente 
della  lingua  greca  di  cui  era  pe- 
ritissimo e  vi  avea  tradotto  le  yi' 


LET 

(e  di    Plafone    e     di     Aristide.     Il 
dotto  Alessio    Simmaco    Mazzocchi 
perdette  ir)teramente  la  memoria; 
la  perdo  pure  il  summenfovato  Ja- 
copo  Mazzoni.   Filippo  Decio  si  ri- 
dusse smemorato.  Il  p.  Guido  Gran- 
di  camaldolese,  dottissimo  letterato 
ed  autore  di  quarantaquattro    vo- 
lumi, a    stento    si   ricordava     delle 
persone  a  lui   più   famigliari.  Carlo 
Linneo,  che  gli  svedesi  chiamarono 
alias  Deus,  già    di    eccellente    me- 
moria,    giunse     a     dimenticarsi     il 
nome  delle  proprie  figliuole  e   do- 
mestici.   L'oratore  Messala  Corvino 
arrivò  ad  obliare  il   proprio  nome; 
altrettanto  avvenne  ad  Orbilio.   Ei- 
mogene    famoso  retore,  nell'età    di 
ventiquattro  anni   obliò  quanto  sa- 
peva, onde  fu    detto    vecchio  nella 
sua  gioventù,  e  fanciullo  nella  sua 
vecchiezza.    Il  cav.    Serpetri   per  u- 
na  malcurata    ferita    perde  la   me- 
moria, questa  riacquistò  nel   riaprir- 
la    e    medicarla     bene.     Toi-quato 
Tasso  teneva  a  mente   tre  o  quat-     ± 
trocento  stanze  ;    divenuto    smemo-      ■ 
rato  fece  uso  di   alcune  pillole  .   11      I 
famoso  Giorgio  Trapesunzio  andava       *■ 
per  Roma  lacero  e  pezzente, senza  più 
ricordarsi  di  nulla,   L' eloquentissi-      ■ 
mo    oratore    conventuale    p.     Gio.     ^ 
Carlo   Vipera    divenne  smemorato. 
Jacopo    Blarlini   modenese    di  sette 
anni  sostenne  una  pubblica  dispula 
in  diverse  scienze,    ma  poi    disim- 
parò ogni  cosa.  Si  è  osservato  che 
comunemente     i  flinciulli,    i     quali 
troppo    presto    cominciano    a  dare 
prova  di    sliaordinario   ingegno,  o 
sono  da  immatura  morte  rapiti,  o 
col  crescere  degli    anni    divengono 
quasi  stupidi  ed  insensati,  come  se 
fosse  quello  uno  forzo    che    la  na- 
tura   non    può    sostenere    lunga- 
mente. Trattarono  de  doclis    prac- 
cocibus,  Baillet,   Rorlholt,  Schulte- 


LET 

10  o  Wolfio.  Plutarco  nel  suo  au- 
reo opuscolo  De  sanitaic  luenda, 
dimostra  che  la  giustizia  individua- 
le comanda  ai  letterati  la  conser- 
vazione delia  salute,  essendo  tra  le 
cause  primarie  che  guastano  la 
salute  de'letterati:  la  mancanza  del 
moto;  le  perdite  del  sonno;  e  la 
intensa  applicazione  della  mente. 
Marsilio  Ficino  scrisse:  De  vita  sa- 
na, seu  de  cura  valetudinìs  contin, 
cjin    lileratiirae   studio     incumhiint. 

11  riempio  ci  diede  :  De  togatorum 
de  valetudine  curanda ,  opera  eru- 
ditissima. Gregorio  Horstio  è  au- 
tore: De  tuenda  sanitate  studioso- 
rum.  In  Venezia  nel  1762  si  pub- 
blicò l'encomiata  opera  del  dottore 
Giuseppe  Antonio  Pujati,  intitola- 
ta :  Della  preservazione  della  sa- 
lute de'  letterali  e  della  gente  ap- 
plicata a  vita  sedentaria.  Abbiamo 
di  Staickins:  De  doctonini  vita 
privata,  Halae  1760/  e  di  Bottner  : 
Disp.  de  eruditis  studioruni  intem- 
perie mortem  sibi  accellerantibus, 
[.ipsiae  1761.  Non  mancano  esem- 
pi di  longevità  anche  per  i  lette- 
rati, che  vissero  con  temperamen- 
to robusto,  seguendo  salutari  pre- 
cetti, e  ne  trattano  le  seguenti  o- 
pere.  Specimen  bihliot.    eruditorwn 

longaevorum,    Lipsiae    1730.    Epi- 
stola   de    longaeviSi    Helmestadiae 

i664-  Schediasma  conlinens    deca- 
devi    virorum,    <jid    semisaecidum 

fere  lahoribus  scholastici  vacarunt, 
Misenae  17 io.  De  vita  longa  era- 
ditorum,  Jenae  1707.  Dissertatio 
hist.  phìlosophica  de  senio  erudi- 
torum,  Lipsiae  1711.  De  erudids 
mortuis  anno  81  climaterico  ma- 
ximo  aelatis,  Rostochii    1707. 

LETTERE  APOSTOLICHE,  o 
CANONICHE  o  ECCLESIASTI- 
CHE,  ec.  Le  lettere  apostoliche, 
litlerae  apostolicae,  sono   le  lettere 


LET  i3r 

dei  romani  Pontefici,  che  chiamansi 
più    comunemente.     Bolle,    Brevi, 
Costituzioni,    Encicliche,     Rescriltiy 
delle  quali  se  ne  tratta  a  delti  ar- 
ticoli,   ed     a     lutti     quelli     che   vi 
hanno    relazione,    laonde  si  posso- 
no anche  consultare  gli  articoli,  Can- 
celleria  Apostolica,  Dateria  Apo- 
stolica ,     Penitenzieeia     Apostoli- 
ca, Diploma     ed  altri.    Numerose, 
come     vedremo  ,     furono     antica- 
mente le  lettere    apostoliche,  cano- 
niche, ecclesiastiche,    ed  era  neces- 
saria una  tale  precauzione  special- 
mente nei    primi    secoli,    ossia  nel 
tempo  delle    persecuzioni,    quando 
era  pericoloso  fidarsi  dei  forestieri, 
ì   quali  avrebbero  potuto  farsi  cre- 
dere cristiani,  senza  che  veramente 
lo  fossero,  ossia    per    non  comuni- 
care cogli  eretici,  ossia    finalmente 
per  non  essere  ingannati  dagli  uo- 
mini   che  falsamente  si    avrebbero 
attribuiti  i  privilegi  del  chiericato. 
Anche  al    presente    si    usa  di  non 
permettere  ad  un    sacerdote  estra- 
neo celebrar    la     messa    od    altra 
funzione,  se  non  è    munito    di  un 
exeat  o  di  un  attcstato  del  suo  ve- 
scovo o  ordinario,    quando  almeno 
non    sia    altronde    sufficientemente 
conosciuto,     I    concilii     ed    i  Papi 
pubblicarono  utilissime  provvidenze 
sulle  lettere  apostoliche,    canoniche 
ed  ecclesiastiche.    Il     Rinaldi  parla 
delle  diverse  specie    di    siffatte  let- 
tere, che    i    vescovi    solevano  sug- 
gellare    coir  anello,    e    scriverle  in 
tavolette  d'avorio,  in  carte  e  talvol- 
ta in  pergamena.  L'ufficio    di   por- 
tare le  lettere  ecclesiastiche    fu  af- 
fidato ai   Cursori  [Vedi).  Le  lettere 
apostoliche     in    fatti,     perchè    ven- 
gano più    facilmente     a     notizia  di 
lutti,  né  alcuno  possa    addune  l'i- 
gnoranza  di    esse,    i    Papi  sogliono 
decretare,    giusta    il    costume,   che 


i32  LET 

i  cursori  apostolici  o  pontifìcii  le 
pubblichioo  alle  porte  della  basili- 
ca di  s.  Pietro,  della  cancelleria 
apostolica,  della  curia  generale  in- 
nocenziana,  e  nella  piazza  di  Cam- 
po di  fiore  di  Roma,  e  ne  riman- 
ghino  ivi  affìssi  gli  esemplari  :  e 
che  le  medesime  per  tal  modo 
pubblicate  abbiano  la  piena  forza 
presso  tutti  cui  si  riferiscono,  come 
se  fossero  state  personalmente  in- 
timate. Inoltre  l'ufficio  di  portare  le 
lettere  appartenne  ai  lettori  ed  ai 
suddiaconi,  e  da  s.  Cipriano  nel- 
l'epist.  25  si  ha  non  essere  lecito 
mandar  lettere  ecclesiastiche  se  non 
per  ecclesiastici, 

I  Papi  scrivevano  pure  in  pas- 
sato tre  sorta  di  lettere  risguar- 
danti  i  benefizi,  di  cui  se  ne  ri- 
servavano la  collazione:  le  prime 
erano  lettere  monitorie  di  non 
conferire  quei  benefizi  ;  le  seconde 
lettere  preceltorialì  o  precettive, 
per  obbligare  gli  ordinari,  sotto 
una  pena  qualunque,  a  non  confe- 
rire quei  benefizi  ;  le  terze  erano 
le  esecutorie f  per  punire  la  con- 
tumacia degli  ordinari,  che  aveva- 
no conferito  od  annullato  Ja  loro 
collazione;  delle  quali  lettere  trat- 
ta il  Fleury.  Le  epistole  de'Papi  si- 
no a  quelle  di  s.  Siricio  eletto  nel 
385,  da  vai-i  critici  come  supposi- 
tizie vengono  impugnate,  ma  non 
perciò  perdono  la  loro  autorità, 
come  citate  dai  santi  padii  e  dai 
sacri  canoni.  Delle  lettere  ponti- 
ficie fino  a  s.  Siricio  se  ne  parla 
all'articolo  Decretali,  ove  l'enume- 
rammo, trattando  delle  collezioni 
delle  lettere  pontificie.  Sopra  di 
che  è  a  vedersi  monsignor  Bortoli  : 
Instit.  jur.can.,  Ansugii  1749-  H 
Papa  s.  Sisto  I  del  182  determinò 
che  niun  vescovo  chiamato  a  Ro- 
ma e    ritornato     al    vescovato,   vi 


LET 

fosse  ricevuto  senza  presentare  al 
popolo  le  lettere  apostoliche  chia- 
mate Formate  [Vedi),  colle  quali 
significavansi  l'  unità  della  fede  e 
il  mutuo  amore  fra  il  capo  e  le 
membra. 

Di  varie  sorte  di  lettere  si  ser- 
vi la  Chiesa  anche  nei  primi  tem- 
pi. Oltre  le  già  dette  formate,  se 
ne  dispensavano  altre  chiamate  cO' 
municatorie  o  ecclesiastiche  o  ca- 
noniche, che  pur  davansi  a'vescovj 
che  ritornavano  alla  loro  giurisdi- 
zione, e  servivano  ancora  per  viep•^ 
più  rassodare  l'unità  della  fede,  e 
lo  scambievole  amore  tra  il  pasto- 
re ed  il  popolo  ;  con  esse  il  me- 
tropolitano notificava  al  clero  ed 
al  popolo  di  qualche  diocesi  la 
consecrazione  da  lui  eseguita  del 
loro  pastore.  Altre  lettere  denorai- 
navansi  pacifiche  e  comunicalorie, 
che  accordavansi  a'  pellegrini,  per 
far  nota  la  sincerità  della  loro  fe- 
de cattolica  e  ch'erano  nella  co- 
munione della  Chiesa.  Commenda- 
tizie erano  quelle  che  servivano  ai 
medesimi  pellegrini  per  il  loro  via- 
tico ;  inoltre  colle  commendatizie 
raccomandavansi  coloro  che  ne  era- 
no muniti,  acciò  conseguissero  quan- 
to nelle  stesse  lettere  era  esposto. 
Sino  dai  primi  secoli  della  Chiesa 
i  cristiani  con  queste  lettere,  che 
da  Lattanzio  sono  chiamate  /idei 
tesserae,  e  da  Tertulliano  contes- 
serationes  hospitalitatis,  erano  co- 
me fratelli  accolti  dagli  altri  cri- 
stiani. Le  commendatizie  si  dissero 
ancora  simboliche,  viaticae  e  con 
voce  greca  syslaticae.  Chiamaronsi 
lettere  de'  cattivi  quelle  che  i  ve- 
scovi solevano  scrivere  pel  riscatto 
degli  schiavi.  Dimissorie  (  Vedi  ), 
si  denominarono  quelle  colte  quali 
il  chierico  faceva  conoscere  eh'  era 
uscito    dalla    diocesi    col    permesso 


LET 

«Jet  suo  prelato,  e  di  queste  avea 
ancor  bisogno  il  vescovo  uscendo 
dalla  propria  giurisdizione  :  il  con- 
cilio di  Trento  le  chiamò  reveren- 
due.  Diversi  hanno  creduto  che 
tra  le  pnncipali  lettere  essendo  sta- 
te le  dimissorie  e  le  formate,  molte 
altre  fossero  comprese  sotto  la  loro 
specie.  Le  lettere  commonitorie  o 
memoriali  servivano  ad  istruzio- 
ne de'legati  apostolici,  per  adera- 
pieie  le  ingiunte  commissioni.  Si- 
nodali o  sinodiche  appeilavansi 
quelle  che  si  davano  dai  sinodi  a 
diversi,  dette  ancora  tractaloriae  j 
lettere  invitatorie  analoghe  alle 
sinodiche,  furono  quelle  lettere  che 
spedivansi  dal  Papa  ai  vescovi  im- 
mediatamente soggetti  alla  santa 
Sede,  per  invitarli  a  venire  in  Ro- 
ma all'anniversario  di  loro  elezione, 
nella  quale  occasione  si  soleva  ce- 
lebrare un  sinodo.  Se  il  vescovo 
invitato  non  avesse  per  legittima 
cagione  potuto  prestarsi  all'  invito, 
il  Papa  intesa  la  medesima  ne  lo 
dispensava  con  altra  lettera  deno- 
minata excusatoria.  Inoltre  le  let- 
tere trattatone  servivano  ai  pri- 
mati per  chiamare  ai  concilii  i  ve- 
scovi suffìaganei  ;  col  medesimo 
nome  si  chiamarono  pur  quelle 
colle  quali  i  vescovi  rendevano 
conto  agli  altri  vescovi  di  ciò  che 
si  era  da  essi  operato  intorno  a 
qualche  affare  di  rilievo.  Altre  let- 
tere, quando  dispensavansi  a  tutti  i 
fedeli,  dicevansi  encicliche  cioè  cir- 
colari; e  cattoliche  quando  si  diri- 
gevano a  tutte  le  chiese.  Decretali 
quelle  de'romani  Pontefici,  colle 
quali  rispondevano  a  diversi  con- 
sulti o  prescrivevano  ciò  che  si  do- 
veva fare  o  tralasciare.  Pastorali 
(Vedi)  quelle  che  davanti  dai  ve- 
scovi per  istruzione  del  proprio 
gregge.    Confessorie    o  conunenda- 


LET  i33 

torie  quelle  che  davansi  nel  tempo 
della  persecuzione  dai  cristiani  ri- 
tenuti in  prigione  per  Gesù  Cristo, 
con  cui  raccomandavano  ai  vescovi 
i  caduti  ed  i  sottoposti  alla  peni- 
tenza canonica,  cioè  quelli  che  do- 
po i  tormenti  o  per  timore  di  es- 
si avevano  rinegata  la  fede;  e  ser- 
vivano perchè  fossero  ammessi  alla 
penitenza  :  dell'interposizione  dei 
confessori  o  martiri  della  fede,  co- 
me dell'abuso  che  ne  provenne,  ne 
parlammo  agli  articoli  Indulgenza  e 
Lassi.  Le  lettere  penitenziali  furono 
nei  bassi  tempi  in  uso  frequente, 
quali  compartivansi  q  que'peniten- 
ti,  che  muniti  delle  lettere  del  pro- 
prio vescovo  si  recavano  a  Roma 
per  adempirvi  la  penitenza  canoni- 
ca loro  imposta  ;  nel  ritorno  alle 
loio  diocesi  si  consegnavano  ad  es- 
si queste  lettere  penitenziali,  colle 
quali  venivano  raccomandati  alla 
pietà  de'fedeli  pei  necessari  sussidi 
del  viaggio,  apostoliche  quelle  che 
davansi  dai  sommi  Pontefici  per 
apostolica  autorità,  delle  quali  ve 
n'erano,  come  ve  ne  sono,  di  più 
sorte  e  di  sopra  notate,  cioè  co- 
stituzioni, brevi,  bolle,  encicliche,  e 
lettere  apostoliche  propriamente 
dette.  Le  lettere  apostoliche  si  e- 
manano  per  la  condanna  di  qual- 
che errore,  per  la  collazione  d*  un 
benefizio,  per  concedere  una  di- 
spensa, per  assoluzioni  da  censure, 
ed  altro.  Anticamente  lettere  brevi 
furono  dette  quelle  carte,  nelle 
quali  erano  descritti  i  beni  eccle- 
siastici, poi  dette  coramemoratorii, 
inventarli  o  registri.  S,  Cipriano 
fa  menzione  di  certe  lettere  che 
dicevansi  cleriche,  le  quali  davansi 
dal  clero  in  tempo  di  sede  vacante. 
Quelle  poi  che  non  erano  notate 
con  pubblico  titolo  di  comunicazio- 
ne o  altri  segni    pubblici,  chiama- 


i34 


LET 


■vansi  prh'ate  e  commonitorie,  cioè 
non  avevano  i  simboli  della  pace, 
di  salute  e  benedizione;  dappoiché 
queste  lettere  i  vescovi  cattolici  le  in- 
dirizzavano agli  eretici,  agli  scismati- 
ci ed  ai  pagani.  Lettere  rogatorie 
erano  quelle  che  scrivevano  i  po- 
poli al  romano  Pontefice,  dopo  la 
canonica  elezione  de'loro  vescovi , 
supplicandolo  a  volerli  confermare 
e  consecrare  :  questa  sorte  di  let- 
tere furono  dette  anco  suggesLiae, 
cioè  istanza  o  testimoniale.  Lettere 
vocalorie  si  dissero  quelle  colle 
quali  il  Papa  al  clero  e  popolo  di 
quelle  diocesi  a  lui  come  metropo- 
litano immediatamente  soggette,  in- 
timava di  condurre  a  Roma  il 
nuovo  da  loro  eletto  vescovo  per 
essere  consecrato  :  consimile  uso  te- 
nevano i  metropolitani  riguardo  al 
clero  e  popolo  delle  diocesi  loro 
dipendenti  e  suffiaganeej  con  lette- 
re vocatorie.  In  seguito  vocalorie 
hanno  significato  quelle  lettere  più 
forzose,  colle  quali  a  taluno  inti- 
mavasi  di  dover  comparire  avanti 
quel  tribunale  a  cui  era  stato 
chiamato.  Sinonimi  a  quello  di 
vocatorie  sono  i  termini  di  citato- 
rie, di  requisitorie,  e  di  commoni- 
torie,  applicati  a  tali  lettere.  Tutta- 
■volta  anticamente  litterae  coinmo- 
nitoriae,  o  commonitoria  rescripta 
hanno  dinotato  una  lettera,  o  di 
comando,  o  di  esecuzione  di  ciò 
che  in  essa  ingiungevasi.  Anche  per 
semplice  istruzione  data  ai  nunzi 
od  ai  deputati,  si  è  alcune  volte 
adoperato  questo  stesso  vocabolo  ; 
cos'i  non  altro  che  istruzioni  con- 
Icngonsi  in  quel  commonitorio,  di 
cui  il  Papa  s.  Celestino  I  incaricò 
i  legali  da  lui  spedili  al  concilio 
generale  di  Efeso  nel  43  e  ;  e  l'al- 
tro del  concilio  romano  ai  legali 
del  Pontefice    Giovanni    Vili,  che 


LEI 

dovevano  recarsi  a  Costantinopoli. 
Nel  secolo  ottavo  la  significazione 
del  kM-mine  commonitorio  o  Moni- 
torio [f^edi)  cominciò  ad  estender- 
si non  solamente  alle  citazioni  giu- 
ridiche sotto  pena  di  scomunica, 
ma  alle  stesse  sentenze  di  scomu- 
nica e  di  anatema;  queste  ultime 
però  furono  più  frequentemente 
chiamate  litterae  o  decreta  exconi- 
municationis.  Ne'  tempi  successivi 
le  lettere  commendatizie  di  cui 
parlammo  di  sopra,  furono  eslese 
ad  altri  oggetti,  e  compartite  non 
solamente  dai  vescovi  e  dagli  ab- 
bati, ma  da  altre  persone  ancora, 
e  da  inferiori  altresì  a  superiori  di- 
rette. Se  per  qualche  grave  infortu- 
nio un  monastero  od  una  famiglia 
era  ridotta  ad  estrema  miseria; 
con  lettera  commendatizia  di  au- 
torevole personaggio,  colla  quale 
tutti  i  fedeli  a  prestar  soccorso  ve- 
nivano esortati,  soccorso  spesse  vol- 
te in  effetto  ne  ottenevano.  Se  bra- 
mava un  ecclesiastico  di  essere 
ammesso  al  clero  di  altra  dioce- 
si, od  un  monaco  di  passare  stabil- 
mente ad  altro  monastero  ;  con 
lettera  commendatizia,  quegli  del 
suo  vescovo,  questo  del  suo  abbate, 
ne  riportava  1'  intento.  Paschales 
erano  quelle  lettere  che  scriveva 
il  patriarca  d'Alessandria  avvisando 
l'epoca  in  cui  cadeva  la  solennità 
della  Pasqua.  Solevano  inoltre  i 
prelati  della  Chiesa  con  scambievo- 
le carità  scriversi  tra  di  loro  nelle 
feste  solenni,  e  questa  sorte  di 
lettere  erano  chiamate  sacre,  come 
si  legge  in  s.  Cirillo  Alessandrino 
e  in  Teodoreto.  Delle  lettere  fe- 
stive o  òacre  con  cui  gli  antichi 
cristiani  si  auguravano  bene  nelle 
solennità,  ne  trattammo  in  diversi 
articoli,  alcuni  de'quali  sono  citati 
all'articolo  Lettere  epistolari. 


LET 

Parlammo  altiove  sulle  formole 
do'  Fonteflci  nelle  loro  lettere  apo- 
sloliche,  come  al  voi.  V,  pag.  65 
del  Dizionario,  Saluleni  et  aposto- 
licani  benedictionem,  ed  all'articolo 
Bolla,  quella  di  Grcgorius  seiviis 
scn'orum  Dei.  Questa  adottò  san 
Gregorio  I  per  rintuzzar  la  tra- 
cotanza di  Giovanni  Digiunatore, 
clie  si  arrogava  il  titolo  di  vesco- 
vo universale  :  nel  declinar  del  se- 
colo X  volevano  alcuni  vescovi  u- 
Siire  nelle  lettere  la  medesima  for- 
mula ,  ma  restò  solo  al  romano 
Pontefice.  Quanto  al  saluto  ponti- 
fìcio con  cui  si  annunzia  la  grazia, 
s.  Pietro  lo  praticò  nelle  sue  let- 
tere, così  s.  Paolo  e  s.  Giovanni, 
come  riporta  il  Rinaldi  all'anno 
4),  num.  28.  Laonde  s'introdusse 
ad  esempio  degli  apostoli  nelle  let- 
tere apostoliche,  annunziandosi  la 
grazia  insieme  con  la  benedizione.  Lo 
stesso  Piinaldi  all'anno  849,0.  i3 
e  19,  avverte  che  le  lettere  pon- 
tificie debbonsi  ricevere  con  rive- 
renza, dappoiché  i  disprezzatori  di 
cs<ie  furono  puniti  da  Dio,  ciò  che 
egli  racconta.  Sulla  direzione,  ag- 
giungeremo le  seguenti  erudizioni. 
Papa  s,  Simmaco  scrivendo  ai  ve- 
scovi delle  Galiie  pospose  il  suo 
nome  :  Dilectissiinis  fralribus  uni- 
vcrsis  episcopis  per  Gallias  con- 
sistcnlihus,  Syrninacus  ;  e  così  fece 
scrivendo,  Dilectissinio  atque  ca- 
rissimo fratri  Laurentio  Mediola- 
ncnsis  ecclesìae  archiepiscopo,  Syni- 
maciis  episcopus  in  Domino  sala- 
teni  j  così  scrisse  san  Damaso  I, 
Dileclissimo  fratri  Acholio,  Dania- 
siis.  S.  Leone  I  Magno,  Gloriosis- 
simo et  clementi ssimo  Thcodosio 
Angu<;to,  Leo  episcopus  et  sancta 
synodus  Roniae  colicela  ;  Vigilio, 
Gloriosissimo  et  clemcnlissimo  fi- 
Ho  JustinianOi  Figiliusj  s.  Grego- 


LET  i35 

rio  I  I\Lngno,  Domino  gloriosissimo 
nlque  praecellenlissìnio  jiUo  Edil- 
herto  angloruni  regi ,  Gregorius  : 
termina  l'epistola,  incolunten  ex- 
cellentiani  l'estrani  gratia  superna 
cuslodiat.  Domine  fdi.  In  altra 
scritta  al  vescovo  d'Arles,  Reve- 
rendissimo et  sanctissiino  fratri 
Elherio  coepiscopo,  Gregorius  ser- 
VHS  scn'oruni  Deij  nel  fine.  Deus 
te  incolumen  custodiat,  reverendis- 
sime frater.  S.  Martino  I,  Domi- 
no piissimo  et  serenissimo  victon\ 
triumphalori  fiUo,  diligenti  Denni 
et  Dominwn  nostrum  Jesum  Ckri- 
stum,  Constanti  Augusto^  Marti- 
nus  episcopus  servus  servoruni  Dei; 
finale,  piissimnm  Domini  impera- 
toreni  superna  grada  custodiat,  et 
omnium  genlium  cercives  ci  sno- 
dai. Giovanni  VII,  Dominis  emi- 
nentissimis  Etelredo  regi  Mercio- 
rum,  et  Alfridi  regi  Decrorum  et 
Berniciorum,  Joannes  Papa.  Altri 
Pontefici  il  loro  nome  fecero  pre- 
cedere ,  allorché  la  dignità  delle 
persone  non  esigeva  altrimenti  . 
Il  Papa  s.  Sergio  I  incomincia  una 
sua  lettera,  Sergius  gratta  Dei 
Pontfex  Romanus  Heroni  Lingo- 
num  praesuli  ;  s.  Zaccaria ,  Zac- 
charias  urbis  Romae  episcopus  ser^ 
vus  servorum  Dei.  Giovanni  XVIIl 
in  una  sua  bolla  così  comincia , 
Johannes  gratia  Dei  Romanae  se- 
dis  episcopus  salutem  carissimam 
cum  benedictionc  apostolica;  in  al- 
tra, Johannes  sanctae  caiholicae 
et  apostolicae  Ecclesiae  apostohcus 
praesul.  Benedetto  Vili  dava  corain- 
ciamento  colle  seguenti  espressioni  : 
Benedictus  servus  servorum  Dei  san- 
ctae universalis  Ecclesiae  benedi- 
ctionem ex  parte  Dei  omnipotentis , 
et  b.  Petri  apostolorum  principis,  et 
mea,  rpiipraesulatunijicct  indigniis, 
tenere    videor   apostolicae  sedis. 


i36  LET 

Ecco  poi  alcuni  formolari  di 
lettere  sciitte  ai  Papi.  L'  impe- 
latore  a  san  Leone  II  :  Fla^'ius 
ConsLantinus  fidelis  in  Jesit  Chri- 
òlo  Deo  imperator  Leoni  sanctis- 
sirno  et  beatissimo  archiepiscopo  ve- 
teris  et  clarissiniae  urbis  Roinae  , 
et  oecunienico  Papae  j  finale,  Deus 
te  in  miilia  tempora  custodiat,  san- 
dissime  et  beatissime  Pater.  Fedi 
Imperatore.  II  concilio  africano  al 
Pontefice  Teodoro  I ,  Domino  bea- 
tissimo, apostolico  culmine  sublima- 
to^ Patri  Palruni  Theodoro  Papae, 
et  summo  omnium  praesulum  Pon- 
tifici. Un  patriarca  de' quattro  mag- 
giori soleva  dirigere  le  sue  lettere 
al  Papa  con  queste  espressioni.  San- 
tissimo, et  beatissimo fratri,  et  com- 
ministro, Domino  Cons tantino,  Joan- 
nes  indignus  episcopus  in  Domino  sa-r 
lutem.  11  primate  dell'Africa  intitola? 
va  le  sue  :  Domino  beatissimo,  devo- 
tissimo j  et  honorabili  sancto  fratri 
Teodoro  Papae,  Fictor.  Un  vesco- 
vo del  74o  scrivea  :  Reverentissimo 
patri,  dilectissimo  Domino,  cum  ti- 
more et  tremore  venerando  magi- 
Siro  apostolico  honoris  privilegio 
praedito,  ponlijicatus  infula  apo- 
stolicae  sedis  sublimato  Zacchariae, 
Bonijacius  exiguus  servus  vester, 
licet  indignw!  et  ultimus ,  tamen 
legatus  germanicus  devotissìmus  , 
optabileni  in  Christo  imniarcescibilis 
caritatis  salutem.  E  da  osservarsi, 
che  l'imperatore  Marciano  pospo- 
neva il  suo  nome  a  quello  del  Pa- 
pa, e  che  i  quattro  maggiori  pa- 
triarchi e  il  primate  dell'  Africa 
scrivendo  al  Papa  gli  univano  agli 
altri  titoli  quello  di  Dominus  (^Fe- 
di); ma  non  cosi  i  Papi  quando 
loro  dirigevano  lettere.  Tali  formo- 
le  ed  esempli  sono  riportati  dal 
dotto  monsignor  Marino  Marini 
nella    sua    Diplomatica    pontifìcia 


LET 

a  p.  5i  e  seg.  Agli  articoli  de'  ti- 
toli onorifici,  e  ad  altri  analoghi, 
riportammo  diverse  formole  ed  in- 
titolazioni, anche  di  lettere  scritte 
dai  Papi  a  principi  acattolici  ed  infe- 
deli. F.  Indizione,  ove  tlicesi  quando 
s'incominciarono  a  porre  nelle  lettere 
apostoliche  o  bolle.  Della  formola 
Bene  valete,  ne  parlammo  nel  voi. 
XX,  p.  99  del  Dizionario  ed  al- 
trove; in  detto  luogo  si  parla  pu- 
re della  data,  del  Datunt  e  deU 
VActum,  oltre  l'articolo  Data  (Fe^ 
di).  Al  voi.  XXVi,  p.  37 1  del 
Dizionario  riportammo  la  tremen- 
da lettera  scritta  da  Stefano  IV  a 
Berta  regina  di   Francia.   F.   Bol- 

LARIO. 

Per  ordine  di  Carlo  Magno  fu 
fatta  una  raccolta  di  novantanove 
lettere  de'Ponlefici  s.  Gregorio  III, 
s.  Zaccaria,  Stefano  III,  s.  Paolo 
I,  Stefano  IV,  Adriano  I,  e  del- 
l'antipapa  Costantino;  scritte  a 
Carlo  Martello,  a  Pipino,  a  Caiv 
loraanno,  ed  allo  stesso  Carlo  Ma-r 
gno,  sulle  cose  temporali  della  Se- 
de apostolica,  raccolta  che  fu  chia» 
mata  Codice  Carolino.  Questo  fu 
pubblicato  dal  gesuita  Jacopo  Gret- 
sero  in  Ingolstadt,  per  confondere 
le  calunnie  de'centuriatori  di  Mag- 
deburgo  contro  il  dominio  tempo- 
rale de'  romani  Pontefici,  e  poi  e- 
gregiamente  illustrato  da  d.  Gae- 
tano Cenni.  Adriano  I  mentre  era 
in  Roma  Carlo  Magno  gli  pre- 
sentò una  raccolta  di  canoni  sinor 
dali  e  di  lettere  pontificie,  la  qua- 
le trovasi  nel  Canisio  in  Antiquis 
lectionibus  t.  II,  part.  I,  p.  36 1  ; 
nel  Labbé,  Concil.  t.  VI,  p.  i8oo; 
e  nell'Arduino  t.  Ili,  p.  2o33  :  di 
essa  tratta  il  p.  Coustant,  in  prae- 
fat.  ad  epist.  Rom.  Pont.  par.  2,  § 
8,  n.  128.  Giovanni  XXII  avvertì 
Filippo  V  re  di  Fraqcia,  a   leggere 


LET 

ee}i  stesso  le  lettere  del  Papa,  dei  re 
e  dei  principi,  riponendole  quindi  in 
in  luogo  sicuro.  Clemente  XII  con- 
siderando che  molte  concessioni  e- 
ransi  fatte    nel  ponti Hcato  dell'im- 
mediato predecessore  Benedetto  XIII 
senza  le   consuete    formalità,  e  ta- 
lune senza    notizia    di    quel    buon 
Pontefice,  colla  costituzione  Roma- 
mix  Ponlifex,    de'3o   marzo    1732, 
presso    il    Bull.    Rorn.  t.    XIII,  p. 
217,  abrogò,  moderò  e    ridusse  a 
termini    del    diritto    comune ,    del 
concilio  di  Trento  e  delle    pontifi- 
cie costituzioni,  dodici  lettere  apo- 
stoliche   dal     medesimo    Benedetto 
XI lì  concesse  ai  regolari  e  mendi- 
canti.  Ecco  le    costituzioni     in  di- 
scorso.   Paterna,  de    io     dicembre 
\'j'ì5. Ratio  apostolici ininisteriì,  del 
maggio     1726.    Singnlaris    dcvotio^ 
de'5  luglio  1726.  Exponi  nobis,  de- 
gli 8  agosto.    Vilae,  del  primo  set- 
tembre.  Libenlcr,  del  primo  genna- 
io  1727.  Loca  sancta,  del   3   mar- 
zo. Elx  quo  sedes,  del  primo  apri- 
le. Summa  decet,  dello  stesso  mese. 
Preliosus,   de'  26  maggio.  Le   spie- 
gazioni, de'  28  settembre    1728,   e 
del    marzo     1729.     Exponi    nobis, 
ed  In    sede,    de'  21    e     26  marzo 
1729.    Dei     diversi     uffiziali     delle 
lettere  apostoliche  se  ne  parla  agli 
articoli   Abbreviatori,    Cancelieria, 
Dateria,  Segretari,  Scrittori,  ec. 
All'articolo  Pvegio  exequatur,  par- 
leremo perchè  s'introdusse.   Il  Plet- 
lemberg,  Notìtia  congregalionum,  a 
p.   486,  nel     trattare  delle     lettere 
apostoliche,  dice   de'  lalsilìcatori  di 
esse.     Sulle    lettere    apostoliche     si 
possono  consultare  i  seguenti  autori. 
D.  Thomae  de  Rosa,   Traclalus 
de     executoribus     lilleranini    apo- 
slolicarwn  tam    gratiae,  quani  ju- 
ituiae.    Clini  addilionibus  ad  r/tia- 
libet  capita    seorsini    alias  impres- 


LET  187 

sìs  j  neo  non  tractatu  de  executO' 
ribiis     lilleraraninì    remissorialiuni 
in  ordine  ad  processus  prò  ss.  ca- 
nonizatione,  una  cimi    praxi,    suis 
locis  apprime  acconiodalus.  Venetiis 
1736.    Cardinal    Vincenzo    Petra, 
Conimentaria    ad   constitiiliones  a- 
posto licas  seu  hiillas  singiilas  sum- 
moruni  Pontijiciini    in  biiUario  ro- 
mano contenentas    seciindiini    col- 
lectioneni  Cherubini.  Venetiis    1741» 
Gaetano  Cenni,    Dissertalio  de   a- 
niilo    piscatorio,  et  variis  diploma^ 
tuni  inscriptionihus,  t.     I  Diss.  po- 
stimi.   i3i.    Doni.  Georg.  Andreae 
Wilii,    Specimen    de  anulo   pisca- 
toris,  Altoif    1786,  cum   Mantissa 
breviuniPapaliimi  tahiilarii  Norini- 
bergensis.  Filippo  Badosse,  De  bul- 
lis,  et  de    brevioribus    litteris  apO" 
stolicis,  dissertationeni  historico  ca^ 
nonicani.    R.omae    1798.    Pompeo 
Sarnelli,    Lett.   ecclesiastiche    t.    I, 
lett.  I,  Delle    lettere    ecclesiastiche. 
Gerardo  Rodolfo,    De  literis  cano-f 
»7c/\y,  Coloniae    1572,  Giovanni  Ca- 
bassuzio,  Dissertalio  de  literis  for- 
matis,  nella  sua  Nolit.  conci lior.  p. 
276,  Lugduni  1670J   e  nelle  IVotil. 
ecclesiast.  p.   32,    Lugduni     i68oj 
e    nel   t.  I,  p.    233,    De  disciplina 
populi  Dei.  Enrico  Dodwello^  Dis- 
sertatio    de    literar.  ecclesiaslicar . 
characteribus,    nelle    sue    Disserta^ 
tion.    Cyprian.  p.  17.  Osonii  1684. 
Francesco    Bernardino   Ferrari,  De 
antiquo     epistolaruni    genere,    libri 
tres,   Mediolani  161  3;  e  curante  G. 
Theodoro  Megero,  Heimstadii  1678. 
Giaogaspero  Thorspecken,    Disser- 
talio de    literis    canonicis  ex  onini 
aritiqiiitate    tani    sacra  qiiani  pro- 
fana. VVitembergae     1731.     Gian- 
ri  dolfo  Kiesling,  Dissertatio  de  sta- 
bili primitivae   ccclesiae  ope  lilera- 
riini  systalicaruni    et   formatariim 
commerciis    in  ecclesia   Christi  usi- 


i38 


LET 


talis,  earimifjiie  usti,  origine,  conti- 
nualione  et  dijferentia  ,  Stadae 
1682.  Erniano  Ugone,  De  prima 
scnbendi  origine  cap.  1 3.  Filippo 
Priori,  De  literis  canonicis  disscr- 
tatto,  cimi  appendice  de  Tractoriis 
et  Synodicis.  Pniisiis  1675.  Gar- 
nier  nel  t.  I  Conimonitor  Marii 
Alercatoris  cap.  I.  Noris  nel  t. 
IV  Oper.  in  Jppend.  ad  Histor. 
Donatistar.  lect.  4>  P-  ^'^^' 

LETTERE  BELLE.  La  lette- 
lalura  è  la  scienza  delle  belle  let- 
tere, chiamandosi  Letterati  (Fedi), 
quelli  che  le  coltivano  e  professa- 
no. Il  Bergier  nel  suo  Dizionario 
enciclopedico  prova  all'articolo  Let- 
tere Belle  ,  che  a  queste  riuscì 
sommamente  utile  la  religione  cri- 
stiana, ciò  che  andiamo  colla  sua 
autorità  a  riportare.  Scrive  dunque, 
che  molti  nemici  del  cristianesimo 
osarono  di  sostenere  che  il  mera- 
viglioso e  felice  stabilimento  di  es- 
so recò  danno  gravissimo  alla  col- 
tura ed  al  progresso  delie  lettere, 
però  basta  la  più  leggiera  tintura 
dell'istoria  per  chiaramente  dimo- 
strare r  ingiustizia  e  la  falsità  di 
questo  rimprovero.  Senza  il  cristia- 
nesimo tutta  l'Europa  sarebbe  im- 
mersa nella  stessa  barbarie  in  cui 
trovansi  l'Asia  e  l'Africa.  Prima 
di  esporre  i  fatti  comprovanti  ta- 
le asserzione,  sarà  bene  esaminare 
l'idea  che  i  libri  snnti  danno  dello 
studio  e  delle  cognizioni  umane. 
Gli  autori  sacri  come  i  profani 
compresero  sotto  il  nome  di  sapienza 
tulle  le  cognizioni  utili  e  dilette- 
voli .  M  Felice  l'uomo,  dice  Salo- 
mone neProv.  e.  2,  v.  i3  e  seg., 
che  si  procurò  la  sapienza  con  che 
La  moltiplicato  le  sue  cognizioni, 
ed  è  ricco  di  prudenza  ;  l'acquisto 
della  sapienza  vale  più  dell'acqui- 
sto dell'  argento,  ed  i  frulli  di  lei 


LET 
più  che    Toro    eletto  e    finissimo; 
ella  è    più    pregevole    di    tutte    le 
ricchezze,  e    le    cose    più     stimate 
non   possono    mettersi  in  paragone 
con  essa,  la  quale    ha  nella  destra 
mano   la    lunga    vita,   nella  sinistra 
le  ricchezze    e  la    gloria;  le  vie  di 
lei  sono  vie  belle,  ed  in  tutti  i  suoi 
sentieri   è   la   pace;    essa  è  l'albero 
della  vita   per  quelli    che  l'abbrac- 
ciano, ed  è  beato  chi   al  suo    seno 
la  stringe  ".   Difficilmente  si  trove- 
rà  un  autore  profano,  il  quale  ab- 
bia fatto    un    più    pomposo   elogio 
della  filosofia.    Esso  è  ripetuto  cen- 
to volte    nel  libro    della     Sapienza 
e  nell'Ecclesiastico,  essendo  un'esor- 
tazione continua  allo  studio.   I  me- 
desimi autori    sacri    avvertono  che 
altresì  la  sapienza    è    un  dono  del 
cielo.  Se  r  Ecclesiaste  nel  cap.  l  e 
II,  sembra   far    poco    conto    dello 
studio    e    delle    cognizioni  umane, 
è  perchè   non    considerava    egli  se 
non   l'abuso  che  ne  fanno  la   mag- 
gior parte  di  quelli  che  le  hanno  a- 
cquistate.   Daniele  al  cap.    12,  v.   3, 
dice.  »  Quelli    che  hanno  la  scien- 
za,   rifulgeranno    come  la  luce  del 
firmamento  ;  e  quelli  che  insegna- 
no a  molti   la  giustizia,  come  stelle 
per  l'intiera  eternità  ".  Quel  pro- 
feta per  le    sue    cognizioni    meritò 
il  favole    e    la    confidenza    dei     re 
di  Babilonia,    e  servì   utilmente  la 
sua  nazione.  Gesù  Cristo  dice,  che 
ogni    scriba     istruito    ossia  dotto  , 
pel    regno    de'  cieli     è     simile     ad 
un     padre     di      famiglia,     il  quale 
tiene  in  ordine    e  preparato    tutto 
quello  che     può   venire    a    bisogno 
per  la  sua  casa,  come  si  legge   in 
s.   Matteo  cap.  i3,   v.  52.   Quando 
scelse  degl'  ignoranti  per  predicare 
la    sua  dottrina,    volle     dimostrare 
che  non  avea  bisogno  di  alctni  soc- 
corso  umano  :  promise  loro  un  lu- 


LET 

wc  soprannaturale,  ed  i  doni  dello 
,S[)inlo  Santo.  Eyli  medesimo  face- 
va meravigliare  gli  ebrei,  per  la 
dottrina  delle  sue  lezioni,  abben- 
cliè  non  avesse  egli  fatto  alcuno 
studio  :  »»  e  ne  stupivano  i  giudei  e 
dicevano;  come  mai  costui  sa  di 
lettere  senza  avere  imparato?  » 
come  scrive  s.  Giovanni  e.  7,  v. 
i5.  Allorquando  1'  apostolo  tlelle 
genti  s.  Paolo  sprezzò  la  filosotla 
e  le  scienze  de'greci,  dimostrò  l'a- 
buso che  ne  avevano  fatto  i  filo- 
sofi; rilevò  il  disegno  che  avea  la 
provvidenza  effettuato  servendosi  di 
alcuni  uomini  illetterati  per  con- 
fondere i  sapienti;  ma  allorquando 
alcuni  tentarono  deprimere  il  me- 
rito de'suoi  discorsi,  fece  osservare 
loro,  che  quantunque  rozzo  nel 
parlare  non  lo  era  nella  scienza, 
nella  seconda  epistola  ai  corintii  e. 
II,  V.  6,  Altrove  lo  stesso  aposto- 
lo dice  che  fa  di  mestieri  che  un 
vescovo  sia  capace  d'insegnare,  e 
colla  sua  epistola  prima  a  Timoteo, 
e.  3,  v.  2,  i3,  iG,  suo  discepolo, 
lo  esorta  e  leggere,  studiare  ed  i- 
struire  gli  altri. 

In  tal  modo  il  cristianesimo  si- 
no dal  suo  nascimento,  ben  alieno 
dall'allontanare  i  suoi  seguaci  dalla 
coltura  delle  lettere  e  delle  scienze, 
somministrava  loro  un  nuovo  mo- 
tivo di  applicarvisi,  la  necessità  cioè 
di  confutare  i  filosofi^  ed  il  deside- 
rio di  convertirli.  Nel  secondo  secolo 
s.  Giustino,  Taziano,  Atenagora, 
lumia,  ed  altri  scrittori  ecclesiasti- 
ci, le  di  cui  opere  sono  perdute  ; 
nel  terzo  secolo  s.  Clemente  Alessan- 
drino, Origene  ed  i  suoi  discepoli 
dimostrarono  nei  loro  scritti  di  aver 
cognizioni  estesissime  in  fatto  di  fi- 
lu->olìa  e  di  storia;  rimpiazzarono 
essi  uella  scuola  d'Alessandria  Pau- 
leiiio  ed  Ammonio  Sacca,  e  la  rc- 


LET  139 

scro  celebre  colla  fama  delle  loro 
lezioni.  Nel  quarto  secolo  s.  Atana- 
sio, s.  Basilio,  s.  Gregorio  Nazian- 
zeno,  s.  Gregorio  Nisseno,  Arnobio, 
e  Lattanzio  furono  considerati  come 
i  più  grandi  oratori,  ed  i  migliori 
scrittori  del  loro  secolo.  Il  quinto 
secolo  fu  ancora  più  fertile  di  gran- 
di uomini,  che  nessun  autore  genti- 
le contemporaneo  potè  eguagliarli. 
L'imperatore  Giuliano  l'Apostata,  ge- 
loso della  gloria  che  spandevano  sul 
crescente  cristianesimo  i  talenti  dei 
suoi  dottori,  proibì  ai  cristiani  di  fre- 
quentare le  scuole  e  d'insegnare  le 
lettere,  tirannia  che  restò  senza  effet- 
to per  l'infelice  morte  di  quel  prin- 
cipe. Raccomandarono  lo  studio  del- 
le lettere^  egualmente  che  quello  della 
sacra  Scrittura,  i  santi  Clemente  A- 
lessandrino,  Girolamo  e  Basilio  Ma- 
gno. I  lumi  sparsi  in  Europa  nel  V 
secolo,  in  cui  fiorì  il  Papa  s.  Leone 
I  Magno,  senza  dubbio  si  sarebbe- 
ro accresciuti  progressivamente,  se 
una  subitanea  e  fatale  rivoluzione 
non  ne  avesse  cangiata  la  faccia.  Or- 
de innumerevoli  di  barbari,  sortiti 
principalmente  dalle  foreste  del  set- 
tentrione ,  devastarono  successiva 
mente  l'Europa  e  l'Asia,  distrusse- 
ro i  monumenti  delle  scienze  e 
delle  artij  sparsero  dappertutto  la 
desolazione  ;  le  loro  devastazioni 
continuarono  per  diversi  secoli,  e 
non  cessarono  del  tutto  se  non 
quando  il  cristianesimo  fu  stabi- 
lito nel  settentrione.  La  nostra 
santa  religione  avrebbe  dovuto  soc- 
combere sotto  colpi  così  terribi- 
li, se  il  suo  divino  fondatore  non 
l'avesse  sostenuta,  formando  nel  suo 
seno  istesso  que'mezzi  con  cui  in 
seguito  si  ripaiò  il  male. Per  sottrar- 
si alle  violenze  e  devastazioni  degli 
stranieri  invasori,  moltissime  perso- 
ne abbracciarono  la    vita   munasti- 


i4o  LET 

ca  :  divisero  il  loro  tempo  fra  ii 
Javoro  delle  proprie  mani,  lo  studio 
e  la  preghiera  ;  essi  custodirono  e 
copiarono  i  libri  che  ancora  sussi- 
stevano :  monaco  era  stato  il  dottis- 
simo Papa  s.  Gregorio  I  3Iagno, 
fiorito  nel  sesto  secolo,  e  monaci 
furono  molli  illustri,  dotti  e  santi 
suoi  successori.  D'altra  parte  gli  ec- 
clesiastici obbligali  dal  loro  stato  allo 
studio,  conservarono  qualche  tintura 
delle  scienze;  il  nome  di  ecclesiastico 
e  di  Chierico  (  Vedi)  diventò  sinoni- 
mo di  quello  di  letterato,  e  quello 
ili  Laico  (^Vedi),  di  non  addottri- 
nato, indotto,  privo  di  scienza.  La 
lingua  latina,  sebbene  molto  deca- 
duta dalla  sua  antica  purezza,  con- 
eervossi  nell'uffizio  divino  e  nei  li- 
bri ecclesiastici,  divenne  il  linguag- 
i^io  della  chiesa:  vi  furono  sempre 
delle  scuole  nel  recinto  delle  chie- 
se e  de'monasteri.  Soggiunge  il  Ber- 
gier,  che  dovremo  adunque  noi  pen- 
sare di  quei  critici  moderni,  i  qua- 
li scrissero  che  il  latino  era  stato 
guastato  e  reso  barbaro  dalla  reli- 
|.;ione,  quasi  che  fosse  stata  la  re- 
ligione che  provocò  la  venuta  dei 
barbari  e  consigliò  di  mischiare  la 
loro  lingua  corrotta  col  puro  lin- 
guaggio del  Lazio  (Fedi)!  Altri 
ti  lagnarono  perchè  la  maggior  par- 
te dei  nostri  sludi  e  la  maggior  par- 
te delle  noslre  istituzioni  nei  bassi 
tempi  presero  un'  aria  monastica. 
Laonde  è  prova  di  fatto,  che  gli 
ecclesiastici  ed  i  monaci  hanno  ve- 
ramente salvato  dal  naufragio  le  let- 
tere e  le  scienze.  Gli  ecclesiastici  fu- 
rono obbligati  di  studiare  il  diritto 
romano  e  la  medicina  ;  essi  trova- 
ronsi  soli  capaci  d'  insegnarli,  per- 
che i  nobili,  dati  interamente  alla 
professione  delle  armi,  spingevano 
la  loro  stupidezza  fino  a  considera- 
re lo  studio  come  un  segno  d'igno- 


LET 

bitità,  e  perchè  i  servi  non  avevano 
la  libertà  di  applicarvisi.  Questa  è 
la  prima  sorgente  dei  privilegi  e 
della  giurisdizione  temporale  e  del- 
le prerogative  accordate  al  clero; 
era  esso  diventato  il  rifugio  de'po- 
poli  nei  tempi  disastrosi.  All'epoca 
delle  fondazioni  delle  università,  tut- 
te le  cattedre  furono  occupate  da 
ecclesiastici  :  quegli  stabilimenti  furo- 
no considerali  come  alti  di  reli- 
gione che  doveva  usi  fare  sotto  l'au- 
torità del  capo  della  Chiesa,  siccome 
dice  il  medesimo  Bergier.  Egli  in- 
oltre rimarca,  che  quando  vedesi 
un  Gerson,  cancelliere  della  chie- 
sa di  Parigi,  prender  cura  per  ca- 
rità delle  piccole  scuole,  compren- 
desi  che  la  religione  sola  può  ispi- 
rare un  simile  zelo  per  l'istruzione 
degli  ignoranti:  gli  antichi  padri  ne 
aveano  dato  l'esempio,  ma  non  si 
trovano  siffatti  modelli  tra  i  filosofi, 
né  vi  saranno  imitatori  tra  i  nostri 
avversari  moderni.  La  poesia  nella 
sua  origine  era  stata  consecrata  a 
celebrare  la  divinità;  nei  secoli  barba- 
ri essa  ritornò  alla  sua  primiera  de- 
stinazione :  gli  inni  ed  i  cantici  fe- 
cero sempre  parte  del  servigio  di- 
vino. Nelle  assemblee  della  nazione, 
in  presenza  del  sovi-ano  e  dei  vas- 
salli, i  vescovi  e  gli  abbati  erano  le 
sole  persone  capaci  di  parlare,  per- 
chè erano  essi  obbligati  dal  loro 
stalo  di  tenere  al  popolo  dei  discor- 
si di  religione.  I  sermoni  di  Fulber- 
to  e  di  Ivone  di  Chartres,  quelli  di 
s.  Anselmo  e  di  s.  Bernardo,  non  sono 
eloquenti  come  quelli  di  s.  Basilio 
e  di  s.  Gio.  Crisostomo;  vi  si  scor- 
gono però  dei  tratti  di  genio  ed  un 
grande  uso  della  sacra  Scrittura, 
sorgente  divina  che  somministra  o- 
gnora  l'elevatezza  de'pensieri,  la  vi- 
vacità de'sentimenti,  la  nobiltà  delle 
espressioni. 


LET 

A  Roma  particolarmente  gli  sliv 
di  si  sostennefo  e  si  rianimarono  per 
cura  de'sommi    Pontefici,    il   novero 
de'più  dotti  de'quali   lo  riportammo 
all'articolo  Letterato.  E   da   Roma 
che  Carlo  Magno  chiamo  dei   mae- 
stri per  ristabilire    la    coltura   delle 
lettere  nel  suo  impero:   Alenino  dal 
quale  egli  prese  lezione  avea  studia- 
lo in  Roma.  Ora  la  religione  man- 
teneva un  legame    necessario  tra  la 
Sede  apostolica  e  tutte  le  chiese  del- 
la cristianità.   Le  gelosie,   l'andjizio- 
ne,  il  genio  oppressore    dei   piccoli 
principi,   che  tenevano  in   ischiavilù 
l'Europa,  avrebbeio    troncato  qua- 
lunque commercio  fra  i  suoi  abitan- 
ti, se  la  religione    non    avesse  con- 
servato fra  essi    la  comunicazione  ed 
i  rapporti  di  società.  In  oggi  ancora 
l'ignoranza  presuntuosa,    col   fastoso 
nome  di  filosofia,   declama  contro  la 
dominazione  temporale  dei  Papi;  non 
vede  essa  che  ciò  non   fu  solamen- 
te un  effetto  necessario    delle  circo- 
stanze, ma  uno  de'mezzi   che  ci  sal- 
varono dalla  barbarie,  com'è  pro- 
vato in  tanti  articoli.    Lagnasi  per 
la  quantità  delle  pie  fondazioni,  e 
si  dimentica    che  per  alcuni    secoli 
questo  fu  il  solo  mezzo  possibile  per 
sollevare     gì'  infelici .    Scandalizzasi 
per  la  ricchezza  de'monasteri,  per- 
chè ignorasi  o  si  vuole  ignorare  ch'es- 
si furono    per  -molti    secoli    il  solo 
asilo  de'poveri.  Si  esagerano  le  fu- 
neste conseguenze  delle  crociate,  ta- 
cendosene i  vantaggi,  dappoiché  da 
tal  epoca  ebbe  incouiinciamento  la 
libertà  civile,    il    commercio,  come 
da  tale  epoca  s'incominciò  a  repri- 
mere   la     formidabile   possanza  dei 
maomettani.  Si  mettono  in    ridico- 
lo le    dispule    insorte    tra  l'impero 
ed    il    sacerdozio;  ma  quelle    ci  co- 
strinsero a  consultare  l'antichità^  ed 
a  riacquistare  il  gusto  per  l'erudi- 


L  li  T  I  4 , 

zione.  Fu     perfino   tentalo  di    scre- 
ditare il   mirabile  zelo  de'missionari 
che  vanno   a    predicare    il   vangelo 
agi'    infedeli;     eppure    i    missionari 
hanno    contribuito    più    di    tutti    i 
viaggiatori  a    flirci   conoscere  le  na- 
zioni   più   lontane    da  noi.  Così  per 
una   stupida    ostinazione  gl'increduli 
rimproverano  al  cristianesimo  i  soc- 
corsi che  loro  ha  somministrato    per 
estendere  le  loro  cognizioni.  Dicono 
essi  che  in  vece  di  spingere  gli  uo- 
mini  allo  studio  della   natura,  del- 
la  morale,    della    legislazione,  della 
politica   ,    il    cristianesimo    non     li 
tiene  occupati    se     non  che  di    di- 
spute di    religione,    il    Bergier  ri- 
sponde loro,  che  senza   tali  dispute 
gli    uomini     sarebbero     incapaci  di 
attendere    a     qualunque    siasi    spe- 
cie  di   studio  ,    quindi   allatto  simi- 
li   ai  bruti.   La    filosofia  nella     sua 
culla    incominciò  colle  ricerche  sulla 
causa  prima,  sul  governo  della  prov- 
videnzaj   sulla   nntiua  e  sul   destino 
dell'uomo;  che  essi    citino   un  solo 
popolo    senza     religione    che    abbia 
fatto  degli  studi?  Le  nazioni  che  non 
sono  cristiane  hanno  esse  fitto  mag- 
giori  progressi  di    noi    nelle  cogni- 
zioni   che    vantano  sì    altamente    i 
nostri    avversari  ?    Dacché  essi   me- 
desimi cessarono  dall'essere  cristia- 
ni, hanno  essi  perfezionato  d'assai    la 
morale  e  la  legislazione?  Ecco  una 
serie  di  fatti  contro  i  quali   non  po- 
tranno mai  sostenersi    le  foro  con- 
getture e  frivoli  ragionamenti.  (  po- 
poli  che   non    furono    mai  cristiani 
sono  ancora   pressoché  barbari  ;  essi 
sonosi  tutti  inciviliti  dacché  abbrac- 
ciarono  il  cristianesimo  :    questa  e- 
sperienza   è  più  che    surtlciente    per 
provare  il   nostro  argomento.  Allor- 
ché Costantinopoli  nel  i/^^i3  fu  pre- 
sa  da   Maometto  II,  il   Papa  Nicolò 
V  in  R.oma,  ed  i  Medici   in   Firen- 


ì.\7.  LET  LET 
ze  accolsero  con  distinzione  i  lette-  relln;  in  fine  aggiungevano  alcune 
rati  ed  eruditi  che  aveano  abhnn-  parole  semplicemente  di  pulitezza  o 
donato  la  metropoli  dell'impero  gre-  cortesia,  clic  nella  lingua  loro  signi- 
co.  In  diverse  altre  parti  d'Italia  an-  ficavano  auguri  di  salute,  di  gioia  e 
cora,  ad  esempio  del  Papa,  essi  e  di  prosperità.  Riguardato  si  sareb- 
le  loro  lettere  trovarono  una  gen-  he  quale  scortesia  ed  insulto  l'oh- 
tile  accoglienza,  laonde  le  belle  let-  hlio  di  questa  formola  o  l' aftet- 
lere  greche  e  latine  risorsero  priu-  tazione  di  non  apporla  alle  lette- 
cipalmente  per  la  munificenza  pon-  re.  Gli  spartani  scrivevano  le  let- 
tilicia.  Paolo  II,  gran  protettore  dei  tere  loro  sopra  strisele  di  perga- 
letterati  di  buoni  costumi,  nel  14^58  mena,  e  le  avvolgevano  o  le  roto- 
ebbe  la  compiacenza  di  vedere  in  lavano  sopra  un  cilindro  di  legno, 
Roma  introdotta  l'utilissima  arte  del-  indi  le  chiudevano  con  filo  nero, 
la  stampa.  Leone  X,  l'onore  del  suo  sul  quale  applicavano  il  sigillo.  Tan- 
secolo,  concorse  potentemente  alla  to  corte  però  erano  le  loro  lettere, 
restain-azione  delle  belle  lettere,  non  che  la  brevità  delle  medesime  passa- 
meno  che  delle  belle  arti,  per  il  ta  era  in  proverbio,  seppure  questo 
genio  della  sua  famiglia  Medici,  non  li  feri  vasi  piuttosto  alla  conci- 
e  pel  gusto  sid)lime  del  bello  da  sione  de'Ioro  detti,  che  nominata  fu 
cui  era  animato,  quale  produsse  una  laconismo.  Si  dice  ch'essi  non  avesse- 
felice  rivohizione  nel  suo  secolo.  Nel  ro  Sif;illi  [P^erli)  particolari,  ma 
nostro  meraviglioso  le  lettere  e  le  che  pigliassero  quello  che  loro  pia- 
arti  grandemente  fioriscono.  ce  va  ,  o  quello  che  veniva  loro 
LETTERE  EPlSTOL.ARI.Scrlt-  nelle  mani,  e  d'ordinario  servi- 
ture  che  si  mandano  agli  assenti  o  vansi  per  quell'oggetto  degli  anelli 
per  negozi  o  per  ragguagli,  o  per  di  ferro  ch'essi  portavano  alle  di- 
altri molivi;  queste  furono  dette  ta.  I  romani  imitarono  piuttosto 
talvolta  Epistole  o  Lettere  miaxwe.  gli  ateniesi  nella  formola  g(Miera- 
L'uso  di  scrivere  queste  lettere  è  le  ch'essi  adoperavano  nelle  loro 
tanto  antico  quanto  quello  della  lettere.  Ponevano  essi  nel  titolo  i 
scrittura.  E  facile  l'immaginarsi  che  loro  nomi  e  le  loro  qualità^  e 
trovata  avendo  gli  uomini  l'arte  di  quindi  soggiungevano  il  nome  eia 
scrivere  i  loro  pensieri,  ne  abbiano  qualità  di  quello  a  cui  scrivevano, 
tosto  approfittato  per  comunicarli  aggiungendo  d'ordinario  la  parola 
a  persone  assenti  o  anche  lontane,  di  salutazione,  che  equivaleva  al 
Nel  libro  VI  dell'Iliade  si  legge  che  saluto  o  all'augurio  di  salute.  Ma 
Bellerofonte  portò  una  lettera  di  allorché  essi  scrivevano  a  un  con- 
Pretore  d'Argo  a  lobata  re  della  sole,  a  un  dittatore,  o  a  qualunque 
Licia.  Pretendono  molti  eruditi,  che  altra  persona  che  si  trovasse  iu 
le  lettere  o  le  epistole  presso  i  greci  carica  distinta,  osservavano  il  co- 
ed  i  romani  avessero  al  pari  delle  stumc  di  porre  in  prima  in  capo 
nostre  una  formola  generale  e  qua-  alla  lettera  il  nome  e  la  qualità  di 
si  uniforme.  I  greci  cominciavano  quello  cui  la  lettera  era  diretta, 
col  porre  in  ca[)0  alle  loro  lettere  e  questo  avanti  il  nome  e  le  qua- 
li proprio  nome  o  quello  dello  seri-  lità  loro.  All'opposto  allorché  un 
vente,  e  in  seguilo  ponevano  quello  dittatore  o  un  console  o  un  pre- 
della persona  cui  la  lettera  era  di-  lore  scriveva    a    persone    infeiiori, 


LET 

cominciava  sempre    col  l'apporre  il 
suo  nome  e  la  sua  qualilà  ;   e  tut- 
te generalmente  le  lettere  de'roma- 
ni  terminavansi   colla  formola  T^a- 
le,  cioè  coU'augurio  di  salute,   sen- 
za l'aggiunta  di  alcun  altro    com- 
plimento. 11  p.   Menocbio  nel  tora. 
Ili,  p.  5o8  delle  sue  Sluore  trat- 
ta nel  cap.  XCIX:  De'  saluti  usa- 
ti dagli  antichi  nel  principio  delle 
lettere^  laonde  riporteremo  due  for- 
inole. Se  state    bene,    mi  rallegro, 
io  sto  bene.  Platone  a  Dione  pre- 
ga buon  successo    de'  suoi   negozi. 
Per  la  maggior  parte  scritte    era- 
no quelle    lettere  sul  papiro  ,  foi*- 
mato  da    una    foglia    della    pianta 
che  portava  quel  nome  e  che  cre- 
sceva    più     abbondantemente   nel- 
r  Egitto.     I  romani    le    piegavano 
semplicemente    o    le  rotolavano    o 
le  avvolgevano  in  modo  che  tutte 
rimanessero  legate  con  un  filo,  al 
quale    applicavano     una    specie    di 
cera  per  imprimervi  il  sigillo  a  un 
dipresso  come    noi    facciamo    colla 
cera  lacca.  Per  aprire  quindi  una 
lettera  era   d'uopo  tagliare  il    filo. 
Le  lettere  de'  duchi  o  comandanti 
degli  eserciti,  scritte  al  senato  per 
affari  d' importanza  ,   erano     sem- 
pre sigillate  con  doppio    sigillo,    e 
quelle    colle    quali     annunziavano 
una  vittoria     erano    circondate    di 
rami  d'alloro.  Quelli  che  volevano 
risparmiar  la  carta,   che  in  R.oma 
doveva  esser  carissima,    scrivevano 
sopra  tavolette  intonacate  di   cera, 
e  le  spedivano  coperte    e  sigillate; 
di   modo  che  quegli  a  cui  era   di- 
retta la  lettera,  dopo  di  averla  let- 
ta cancellava  colla  estremità  roton- 
da dello  stile  i  caratteii  che  vi  e- 
rano  impressi,  e  rimandava  la  ri- 
sposta scritta  su  le    tavolette    me- 
desime. I  successori  di  Augusto  non 
si   contentarono    del    titolo    di  si- 


LET  145 

gnore,  che  loro  si  dava  nelle  let- 
tere ad  essi  dirette,  ni;i  mostraro- 
no piacere  che  a'  loro  nomi  si  u- 
nissero  gli  epiteli  di  magnifico,  di 
massimo,  di  augusto,  di  ottimo,  ec. 
I  principali  titoli  onorifici,  antichi 
e  model  Ili,  hanno  articoli  ne]  Dizio- 
nario. Nel  corpo  stesso  della  lettera 
si  adoperarono  spesso  i  termini,  di 
tua  clemenza,  tua  pietà,  tua  ma- 
gnificenza, ed  altri  simili.  Per  mez- 
zo di  questa  nuova  introduzione 
di  formole  sino  a  quel  tempo  in- 
audite, avvenne  che  sotto  gì'  im- 
peratori si  perdette  il  nobile  stile 
epistolare  de'  romani ,  conservalo 
nel  periodo  della  repubblica,  e  più 
non  si  conobbe  sotto  gì' imperato- 
ri altro  stile  che  quello  della  vil- 
tà e  dell'  adulazione,     f^.    Lettere 

APOSTOtlCHE  ,  CA^'0^■ICHE  EB  ECCLE- 
SIASTICHE. 

Pompeo  Sarnelli  nelle  sue  eru- 
ditissime LeW^re  ecclesiastiche  t.  II, 
p.  T,  osserva  che  lo  scrivere  lette- 
re ad  altro  oggetto  non  fu  in- 
ventato che  a  far  piesenti  due 
assenti,  e  trattar  fra  loro  o  delle 
cose  domestiche,  o  di  quello  che 
alla  giornata  va  succedendo.  E  ve- 
ro però  che  questo  si  è  pure  ado- 
perato per  cose  dottrinali,  come  s. 
Girolamo  scrisse  a  IMarcelIa.  f-pi~ 
slolare  offlciwn  estj  de  re  familia- 
ri, aut  de  quotidiana  conversatione 
aliquid  scribercj  et  quodamniodo 
ahsentis  inter  se  praesentes  fieri, 
cium  mutuo  quid  aut  K'elint,  aut 
gestuni  sit,  nuncìant  :  licci  inter- 
cium  confahulationis  tale  conviviuni 
doctrinae  quoque  sale  condintur.  Il 
medesimo  Sarnelli  nel  t.  IV,  lett. 
I,  discorre  suH'  Uso  delle  lettere 
jììissive  non  esser  coetaneo  a  quel- 
lo dello  scrivere  •  e  di  altre  lettere 
appartenenti  alla  r.loria  ecclesia- 
stica. Egli  dunque  chiama  utile    e 


i44  LET 

giocondo  il  commercio  delle  lettere 
missive,  che  i  greci    e     latini  chia- 
marono Epislolae,  da  epì stello  che 
significa  mandare.  L'utilità  è  accen- 
nata da  Cicerone,  Q.  Fratri  lib.  I. 
Jllud,  qiiod  est  epislolae  proprium, 
ut    is,  ad  queni    scribitur,     de  his 
rebusj    qiias    ignorai,    cerlior  fiat, 
praelennitlenduni     esse    non     puto. 
La  giocondità  è  espressa  da  Seneca 
lib,     I,  ep.  40'  "^^    imagines    nohis 
amicorum  absentium  fucundae  sunt, 
quae  viemoriam  renovanl,  et  desi- 
deriurn  absentiae  falso,  atque  ina- 
ni solatio  levant  :  quanto  jucundio- 
res  sunt    lilerae,  quae    vera  amici 
absenlis  vestigia,     veras    notas  af- 
ferunt.  Da  principio,    dice     il  Sar- 
nelli,  si  scrisse     nelle     pietre    nude 
o  ne'  mattoni    formati     di    creta    o 
cotti,  come  si  legge  de'figli  di  Selh, 
e  della   legge  data  a   Mosè    in  due 
tavole  di     pietra,     ed     anche    nelle 
lastre  di  piombo  come    si   vede  in 
Giob  cap.    19;   indi   si   usò  di  scri- 
vere sulle  foglie,  che  i    greci  chia- 
mavano phylla,  onde  le  pagine  dei 
libri  si     chiamano     da     essi    e    da 
noi   fogli.  Dalle     foglie    si    passò  a 
scrivere     nelle     sottili     e     interiori 
corleccie  degli  alberi,  che  in  latino 
si     chiamano      propriamente     libri. 
Ul piano     1.     librorum,    ff.    de  legib. 
chiama  gli  alberi,  tilia,    phylira,  e 
papyro.  Si  adoperarono  ancora  ta- 
volette sottili,  e  di  queste  si   fecero 
libri,  com'era  quello    ritrovato  nel 
sepolcro  di  s.   Barnaba  :  libri  hujus 
iabellae  erant   ihyinis     lignis  coni- 
positae,    presso    il    Surio    t.     III. 
Forse  a  quel  tempo  sarà  stato  l'u- 
so di  mandar     lettere,     mentre  ta- 
hellarii    si      chiamano     i     Corrieri 
(Vedi),    che     portano     lettere;     di 
che  scrisse    s.    Girolamo    nell'epist. 
ad  Nitiam;  Rudes    illi   Iialiae  ho- 
^    Tììines  quos   Cascos    Ennius  nppel- 


LET 

lat,  cui  sili  (  ut    in  rhetoricis  Ci' 
cero  ait)  rifu  ferino  vìctuni  quaere- 
bant,  ante  chartae,  et    membrana- 
rum    usum,    aul    in   dolatis  e  li- 
gno     codicillis,     aut    in    corticibus 
arborum  mutuo   epistolarum  allo- 
quia  missilabant  ;    linde    et  porti- 
tores  earuni  tabellarios,  et  scripto- 
res  a  libris  arborum  librarios  vo- 
cavere.    Ai    fanciulli    ancora  si  da- 
vano   queste     tavolette      acciocché 
imparassero  l'abecedario,  e  si  usava- 
no fino  dai  tempi  di  Plauto  ;    pia 
tardi     si     usarono     le    tavolette  di 
avorio,  nelle  quali   col  lapis  si  no- 
tavano le  cose  e    poi     si     cancella- 
vano. Dipoi  si  venne  alle  membra- 
ne fatte  di  pelli     d'  animali,    colle 
quali    possono     annoverarsi     quelle 
che  diciamo  pergamene,  delle  qua- 
li     al   dir     di  Plinio     fu  inventore 
Eumene  re  di  Pergamo  :   tuttavol- 
ta   sembrano     più     antiche,  perchè 
il   Pentateuco  di   Mosè    era  scritto 
in     somiglianti     membrane.     Quali 
carte  pergamene  solevano  commet- 
tersi l'una  coll'altra,  e  poi  al   mo- 
do che  si   fa  delle   tele  dai  tessito- 
ri, voltate  sopra  un  cilindro,  come 
era  scritto  il   Pentateuco,  e  queslo 
dicevasi     Volumen    dall'  involtarsi. 
Finalmente,     secondo      Plinio     lib. 
I  3,  e.  II,  s'introdusse     l'uso  della 
carta  a     tempo     di      Alessandro  il 
Grande.   Quindi  il     Sarnelli    parla 
delle  lettere  missive  ossiano  episto^ 
le  della  sacra  Scrittura,  delle  qua- 
li  non  se  ne  incomincia    a  parlare 
che    ne'libri    de'E.e,  essendo    stata 
la   prima  quella  che    Davide  diede 
ad     Uria,     ritenendosi     favola     dei 
greci  quella  di  sopra   memorata  di 
Bellerofonte.   All'articolo  Carta    si 
parla    piu'e     dei  papiri,  e  di  que- 
sti anco  all'articolo  Diploma.    Vedi 
Poste  PONTIFICIE,  ove  si  tratta  delle 
poste     delle     lettere)    diceiidos.i     a 


LET  LET                    t45 

Corrieri  anche  come  portano  le  ?..  al  beneficio,  3.  al  ringrazia- 
lettere  le  colombe.  mento.  Sotto  questi  tre  generi  so- 
Francesco  Paiisi  nelle  Islruzio-  no  poi  contenute  molte  specie  Io- 
ni per  la  gioi'entli  impiegala  nel-  io  subordinate,  come  al  domanda- 
In  segreteria,  nel  t.  I,  par.  Il  :  re  si  appartiene  la  raccomanda- 
Generi  delle  lettere,  dice  che  qua-  zione,  in  cui  si  domanda  alcuna 
si  niuno  degli  scrittori  si  accorda  in  cosa  pei  nostri  amici  e  dipendenti; 
questa  divisione  ;  quei  che  la  pren-  la  introduzione  in  cui  si  domanda 
dono  dalle  diverse  materie  e  da  l'amicizia  del  corrispondente;  la 
pressoché  infiniti  argomenti  ch'esse  scusa,  dove  si  chiede  d'averci  per 
trattano,  non  si  ricordano  del  iscusati,  specialmente  quando  non 
precetto  Platonico  nell'  insegnare  si  concede  ciò  che  ci  viene  do- 
le  discipline,  di  non  fermarsi  nei  mandato  ;  la  querela  ha  per  fine 
singolari.  Libanio,  il  più  antico  di  il  lamentarsi,  il  notificare  i  misfatti, 
tutti,  le  divide  in  quaranta  specie,  ed  ancora  il  richiedere  la  ripristina- 
npn  già  ventuna,  come  dice  l'Eri-  zione  dell'  amicizia  ;  la  credenziale 
treo,  e  per  lo  più  inettissime,  poi-  domanda  che  si  abbia  fede  ad  una 
che  vi  pone  fra  le  altre  Vamiche-  persona,  che  noi  mandiamo,  ec,  e 
vole,  l'allegorica,  1'  apologetica,  la  cosi  discorrendo  di  altre  specie,  nelle 
dottrinale,  ec.  Altri  ne  contano  ot-  quali  la  sostanza  si  riduce  al  do- 
tanta,  altri  passano  il  centinaio:  più  mandare.  Al  beneficare  e  compia- 
discreti,  benché  non  più  utili,  sono  cere  appartiene  l'offerta,  il  dono, 
quelli,  che  tutte  le  lettere  riduco-  l'avviso,  in  cui  si  fa  un  piacere  o 
no  con  Bartolomeo  Zucchi  ai  tre  un  benefizio  all'amico  a  cui  si  avvi- 
generi  oratorii,  ovvero  le  distin-  sa^  cosa  che  giova  o  diletta;  la 
guono  in  necessarie,  utili  e  dilet-  visita,  l'  augurio,  la  lode,  la  dedi- 
tevoli.  Sembra,  che  per  fare  una  ca,  il  ringraziamento,  la  condo' 
giusta  divisione  debba  questa  de-  glianza  ,  la  giustificazione  nella 
.sumersi  dall'  intrinseca  sostanza  quale  si  disinganna  la  persona,  e 
della  lettera.  Qualunque  commer-  gli  si  dà  il  bene  di  conoscere  la 
ciò  epistolare  altro  non  contiene  verità,  ed  ogni  altra  specie  in  cui 
se  non  che  cose  buone  o  male,  che  si  fa  al  corrispondente  o  benefizio 
appartengono  o  a  chi  scrive  o  a  chi  si  o  piacere.  Il  ringraziamento  con- 
scrive: questa  dunque  è  la  loro  in-  tiene  tante  specie  di  ringraziare, 
trinseca  sostanza  e  la  materia.  Ora  quante  sono  le  specie  de'  bene- 
quanto  alle  cose  buone  che  trat-  fizi  che  si  ricevono.  Circa  le  cose 
tasi  nelle  lettere,  o  si  desiderano,  male,  o  se  ne  chiede  l'allontana- 
o  si  concedono,  o  si  ricevono.  Chi  mento,  e  ciò  appartiene  alla  do- 
le  desidera  prega  e  domanda  ;  chi  manda,  o  si  allontanano  dall'ami- 
le  concede  le  dà  per  compiacere  co,  il  che  appartiene  al  beneficio  j 
e  far  benefizio  ;  chi  le  riceve  ne  e  questo  produce  all'  amico  stesso 
mostra  gradimento  e  riconoscenza,  il  ringraziamento.  Questi  tre  gene- 
Ecco  dunque  che  la  sostanza  del-  ri  per  maggior  brevità  il  Parisi  li 
le  lettere  può  riduisi  a  questi  tre  i  iduce  a  due,  cioè  al  negozio  e  al 
generi,  cioè  al  pregare,  al  conce-  complimento,  giacché  a  questi  due 
dere,  al  ringraziare  ;  che  è  lo  si  riducono  anche  tutte  le  specie 
slesso  che  dire:  i.  alla  domanda,  de'lre  generi,  e  questa  stessa  divi- 
vor,.   xxxviii.  IO 


i46  LET  LET 

sione  fu  approvata  da  molti  e  segreterie.  Delle  lettere  di  buone 
specialmente  da  Aldo  Manuzio,  Le  feste  ne  parlammo  in  diversi  hio- 
familiari  debbono  anch'esse  ridur-  ghi,  come  nel  voi.  XXIV,  p.  226 
si  a  questi  medesimi  generi.  del  Dizionario.  Nel  voi.  XXllI 
Quanto  al  cerimoniale  interno  poi,  a  p.  i54  e  i55,  non  solo 
ed  esterno  delle  lettere,  avverte  il  trattammo  delle  mancie,  del  com- 
medesimo Parisi,  che  le  formalità  piimenlo  ed  augurio  delle  buone 
che  si  usano  nelle  lettere,  servono  feste,  delle  strenne  e  degli  autori 
a  distinguere  un  ceto  dall'altro,  e  che  di  queste  scrissero,  ma  citam- 
a  determinare  in  certo  modo  la  mo  gh  altri  articoli  in  cui  sonovi 
distanza  o  disparità  relativa  tra  altre  l'elative  notizie.  11  p.  Meno- 
chi  le  scrive  e  quello  a  cui  si  chio  nelle  Stiiore  t.  Ili,  scrisse  : 
scrivono  ;  fe  sono  come  testimo-  Dell'uso  degli  antichi  di  dare  le 
nianze  e  segni  esterni  di  quel  che  mancie  in  certe  occasioni,  e  di 
in  opinione  comune  noi  siamo  pregare  le  buone  feste,  essendosi 
rapporto  agli  altri.  La  materia  di  usalo  anco  dagli  antichi  cristiani 
queste  formalità  viene  sommini-  di  scriversi  scambievolmente  lette- 
strata  dall'uso  comune,  dalle  con-  re  nelle  solennità,  con  augurarsi 
suetudini  delle  nazioni,  da  un  ta-  le  buone  feste,  e  questo  per  amo- 
cito  accordo  tra  le  corti  de'princi-  revolezza  e  carità  cristiana,  Dell'o- 
pi  o  da  qualche  legge  de'  medesi-  rigine  delle  mancie  e  delle  stren- 
rai.  L'usanza  principalmente  è  quel-  ne,  altre  notizie  si  possono  leggere 
la  che  nelle  lettere  prescrive  i  se-  in  Alberto  Cassio,  Corso  delle 
gni,  presceglie  le  parole,  ne  fissa  acque  t.  II,  p.  210  e  seg.  Verso 
e  varia  ad  arbitrio  l'ordine,  la  il  1820  pel  primo  d'ogni  anno 
quantità,  il  valore  e  il  significato,  si  sono  cominciate  a  pubblicare 
ed  assegna  ad  un  ceto  il  proprio  colle  stampe  alcune  strenne  o  ai- 
distintivo,  acciò  sappia  ognuno  ap-  manacchi  lellerarii,  ad  imitazione 
pigliarsi  a  quella  classe  di  formole  di  certe  operette  inglesi  che  so- 
che conviene  al  suo  grado,  rap-  glionsi  pubblicare  al  primo  dei- 
porto  al  grado  di  nascita,  di  fa-  l'anno,  o  meglio  vuoisi  piuttosto 
colta  e  d'impiego  di  coloro  cui  si  italiana  invenzione,  passata  inFran- 
deve  scrivere.  Talvolta  alcuno  si  eia  e  in  Inghilterra,  Di  là  ripalria- 
astiene  dallo  scrivere  a  qualche  rono  in  Italia  le  strenne,  piene  di 
personaggio  che  pretende  un  lito-  galanteria  talvolta  pericolosa,  e  po- 
lo singolare,  volendo  negare  un  che  volte  istruttive  e  morali,  piìi 
trattamento  che  comunemente  a  o  meno  ornate  con  isplendidezza 
quello  si  accorda  :  a  persone  d'in-  tipografica.  Fra  quelle  che  meri- 
geguo  non  mancano  modi  e  forme,  tano  menzione  nella  categoria  del- 
per  evitar  con  decoro  le  diflicollà  le  strenne  isloriche,  citeremo  :  La 
che  s'incontrano  nel  superficiale.  Strenna  Picena  per  l'anno  184(5, 
Inoltre  il  Parisi  non  solo  nella  compilata  da  Francesco  Papalini, 
sua  opera  tratta  magistralmente  Loreto  presso  i  fratelli  Rossi  18451. 
l'argomento  epistolare,  ed  anche  Neil'  anno  lygS  in  Venezia 
con  erudizione,  ma  nel  t.  I,  p.  si  pubblicò  la  Raccolta  di  lette- 
121  e  seg.  riporta  una  scelta  bi-  re  capricciose,  dell'Albergali  e  del 
bhoteca    epistolare    per    uso  delle  Zacchiroli.    Il    Sarnelli    nel    t.   \  I, 


LET 

delle    Leti.     eccl.  ci    dà   la  XXXI  : 
Delle  lettere  o  memorìali  senza  no- 
me, o  con  nome  fìnto,  ovvero  sup- 
poste. Sopra  queste  scritture  anoni- 
rne  e  cieche,  ne  diede  la  regola  che 
si    deve    tenere    e    1'  insegnamento 
Innocenzo  111   nel    e.     Inquìsitionis 
de  accusationibus.     Nec  petilioneni 
eoriim,    ani   libellum     infamalionis 
corrigunt  in  occulto,    procedendunt 
est  ad  inquisilionem  super  contenlis 
ibidem  criniinibus   faciendam.  Già 
s.   Bernardo  avea     scritto    ad  Eu- 
genio III  nel  lib.  IV    De  conside- 
ratione,  doversi   tenere  per  sospet- 
ti   quelli  che    ricusano    di  parlare 
svelatamente  :  Et  liane  velini  gene- 
ralem  libi  constiluas  regulam,  ut  o- 
mnem,  qui  palam    veretur   dicere, 
suspectum  habeas.  E  la  ragione  la 
riporta  s,  Gregorio  Ij  5,  q.  i  qui- 
dam.  Quia    quisquis    veraciler  lo- 
quitur,  semetipsuni    innotescere  non 
debet  formidare.    Di     tal     sorte  di 
gente  non    ne     niancaj     sì     perchè 
l'invidia  è  sempre  opposta  al  me- 
rito della   virtù,  e  perchè  i  cattivi 
agitati     dallo    spirito     maligno     ti- 
rano la   pielia,  o  che  colpiscano  o 
no:     chi     mostrerà     di    non  farne 
caso,  farà  cessare    gl'inutili   latrati. 
Se  poi     tali    lettere    cieche  o  con 
nome  fìnto     contengono     cose    di 
gian  momento,     ma  sono     invero- 
simili    pei   falsi     contrassegni,    non 
se  ne  deve  fare  caso;  omnia  scire, 
non    omnia    exequi,     disse    Tacito 
nella  vita  di  Agricola.  L'imperatore 
Basilio  ammonì  il    figlio,    di    non 
dare  orecchio    ai     cattivi     rapporti 
della  calunnia;  altrimenti,  dice  A- 
niano,    chi    sarebbe    innocente    se 
bastasse  l'essere    accusato?     Ma  se 
gli   scritti  anonimi  contengono  cose 
gravi  verosimili   con  giusti  contras- 
segni, tali  lettere    non     vanno  dis- 
prezzate. Se  Giulio  Cesare  legtjeva 


LET  i47 

il   memoriale  che  gli     fu  dnto  per- 
chè evitasse  la  congiura,  forse  non 
avrebbe     perduto      impero    e  vita, 
tenendo  in     mano    la     polizza  che 
doveva     illuminarlo.     Così     Archia 
per  la   ricupera     della     foi  te/za  di 
Cadmo,    fu    col  presidio  tagliato  a 
pezzi  per    non  aver  voluto  leggere 
la  lettera    scrìtta   da    Atene,  che  lo 
avvertiva  del     tradimento.    Quindi 
il  Kicolio  nelle     sue     lucubrazioni, 
De  injuriis  tit.   IV,  n.   5,     scrisse. 
Denique  notandum,    quod  quando 
conlra   aliquem  mitlunlur  ad  siipe- 
riorem  ali  qui    libelli,    si  ve  litterae 
sine  subscriptione     inittentis,     quaè 
vulgo  dicuntur  memorìalia  sine  no- 
mine,   per     se  sola    non  merenda' 
aliquam  /idem.  Non  tamen  negligi 
penitus  debentj    cunt    aliquod  ma- 
gni momenti  continent  ;    sed  super 
eorum  materia  diligens    ìnformatio 
capi.   Il   Papa  s.  Pio  V  nel    iSj?, 
colla     costituzione     198,  Romanus 
Ponlifex,   rinnovò  tutte    le  antiche 
pene  contro     gli     autori     e  copisti 
di  libelli,  lettere   anonime  e  avvisi 
segreti. 

LETTICARI.  Chierici  che  nella 
chiesa  greca  erano  incaricati  di 
portare  i  corpi  morti ,  sopra  una 
bara  chiamata  lectuni  o  lectica,  e 
seppellirli. 

LETTIGA  o  LETTICA,  Lecti- 
ca. Arnese  da  far  viaggio,  portato 
per  lo  più  da  due  muli,  sedia 
chiusa  portatile.  Dicesi  pure  Por- 
tantina,  voce  oggi  usata  per  tutta 
Italia,  quasi  sedia  portatile  che  anco 
dicesi  bussola,  portata  per  Io  meno 
da  due  uomini  a  modo  che  si  por- 
tano le  lettiche.  Si  dice  quindi,  che 
coloro  che  portano  le  genti  iu 
seggetta  si  domandano  portantini 
o  seggeltieri.  Il  nome  di  lettiga 
tratto  dal  latino  lectica,  crede.si 
derivato  dalla  parola    lectns,  letto, 


i48  LET 

perchè      probabilmente     vi     aveva 
un  origliere  o    un    materasso  come 
in  un  letto.  Il    Gouget    crede  che 
l'invenzione    delle  lettiche   non  sia 
tanto  antica  come  quella  dei  carri 
e  dei  carpenti,  de' quali  parlammo 
all'articolo   Carrozza    [Vedi):  egli 
è  d'avviso  che     quella    invenzione 
possa  attribuirsi  alla  mollezza,  con- 
seguenza ordinaria  del  lusso.  Tut- 
tavolta  r  uso    di    farsi    portare  in 
lettighe  o  in  altre  specie  somiglian- 
ti di  portantine  o  di   vetture,  ere- 
desi  avere     avuto     luogo     presso  i 
babilonesi.     Da     qualche     passo  di 
Cicerone  e  di  un  antico    mterprete 
di  Giovenale    sembra    potersi  rac- 
cogliere,  che  l'invenzione  delle  let- 
tighe portate  da  uomini  o  da  ca- 
valli   fosse  dovuta  ai   re  della    Bi- 
tinia.  Svetonio  presso    Dione  Cas- 
sio   narra  che    le    lettighe  furono 
introdotte    in    Roma    a  tempo  di 
Giulio  Cesare,   e     per     vederle  da 
tutte  le  parti     accorrevano     genti. 
In    pochissimo    tempo    se    ne   ac- 
crebbe tanto  l'uso   che    fu  d'uopo 
vietarle.  Sotto  Tiberio    si  vedeva- 
no schiavi  che  si   facevano  portare 
a   vicenda  da  altri  schiavi    inferio- 
ri. Nel  regno  di    Alessandro  Seve- 
ro   le    lettighe    in  gran  parte  di- 
minuirono, perchè    a     queste    sot- 
tentrarono i  carpenti   e  le  veltiue 
portate  dalle  mule.  Queste  lettighe, 
chiamate  anche   vetture,   furono  in 
appresso  in  uso  tra  i     romani  che 
ne  avevano    di    due    sorta,  le  une 
portate  dai   muli,  che   nominavan- 
si  baslernaej  le    altre     portate  da 
uomini,  e  queste  propriamente  dai 
Ialini  erano  dette  lecticae.  Le  pri- 
me ossia  le  basterne  erano  d'ordi- 
nario dorate  e  munite    di   vetri  ai 
due  lati,  secondo  alcuni,  altri  non 
ammettono   tali  vetri,  non  essendo 
credibile  che  allora  vi  fossero.  Es- 


LET 

se  erano    sostenute  sopra  due  stan- 
ghe da  due     muli,    e  sembra  che 
più  comunemente  riserbate  fossero 
alle  donne  di     condizione.    Gredesi 
che   la    lettiga   propriamente    detta 
fosse     più      comunemente     aperta, 
benché    ve   ne     avessero    ancora  di 
chiuse.     Queste     lettighe     fatte  ad 
uso  degli   uomini,  e  delle  quali  le 
donne  ancora  si    servirono    in  ap- 
presso,   portate    erano    da    schiavi, 
e     la     differenza     delle     condizioni 
delle   persone     veniva    indicata  dal 
numero  de'  portatori    che    talvolta 
giungevano    sino     ad     otto  ;  questi 
però    probabilmente     servivano     di 
ricambio    e    sotteutravano    gli   uni 
agli   altri.    Alcuni    ritengono   che   le 
basterne  de'romani  abbiano  data  l'i- 
dea alle  nostre    lettighe   portate  da 
muli  ;  e  dalle    lettighe     de'  romani 
vuoisi  che  traggano  parimente   l'o- 
rigine   le    nostre     sedie    coperte   e 
chiuse  con  vetri  portate  da   uomini. 
Biondo  da  Forh  nella  sua   Roma 
trionfante  p.  352,  ci  descrive  la   for- 
ma delle  lettighe    degli   antichi  ro- 
mani in    questo     modo.  »5   La  let- 
tica   fu    molto     usata  dagli  antichi, 
così  uomini  come  donne  nobili,  la 
cui    forma    si     vede    in     Roma     in 
molti  luoghi  scolpita,  e  noi  qui  la 
descriveremo.  Ella  fu    prima   mol- 
to simile  al  feretro  o  letto  de'mor- 
ti,  che  suole  essere  portato  da  die- 
ci  o  dodici   uomini  alla  sepoltura  ; 
ma  essa  ebbe  di  sotto  tre  piedi   in 
modo  seco  affissi,  che  ivi  si  sospen- 
deva tutta    la  lettiga   alta  di  terra 
per  cammino,  quando  quelli  che  la 
portavano  volevano  pigliare  un  po- 
co di  fiato   e  sentire  meno  affanno: 
fu  anco  coperta    di  sopra    di  certi 
veli  per    difendere  chi  era    dentro 
dalla   polvere,  dal  sole  e  dal  vento; 
e   vi   erano   talvolta   veli  così  densi 
che  né  freddo  uè  pioggia   vi  potè- 


LET 

ra  penefiare;  e  chi  v'era  dentro 
itoteva  a  sua  voglia  aprirla  o  tut- 
*  fa  o  parte  facilmente;  e  benché 
per  lo  più  non  vi  solesse  andare 
più  che  lina  persona,  ella  ne  capi- 
va nondimeno  due,  come  dice  Sve- 
lonio.  Nerone  assai  spesso  andò  pub- 
blicamente in  una  leltica  insieme 
con  hi  madre.  Era  la  lettica  por- 
tala da  dodici  servi  ;  essendo  il 
viaggio  lungo,  si  cambiavano  per 
strada  nitri  dodici,  perchè  a  vicen- 
da si  riposassero  e  fossero  più  fre- 
sclii  e  piìi  atti  a  sostenere  una 
lunga  fatica  :  a  questo  modo  si 
andava  di  lungo  e  presto,  ed  assai 
quieto  e  riposatamente  ;  ma  egli  si 
usò  la  leltica  più  spesso  per  la 
città  e  per  il  contado,  che  per  lun- 
go viaggio  ;  e  che  fosse  portata 
da  molli  in  ispalla,  ne  fa  Sene- 
ca menzione  in  più  luoghi,  riden- 
dosi di  coloro  che  si  lasciavano 
così  delicatamente  portare  in  ispal- 
la nelle  lettighe.  Ulpiano  chiama 
lettica  ri  que'servi  che  portano  la 
lettiga  in  collo.  Domiziano  vietò 
che  le  donne  impudiche  andassero 
in  lettica.  Non  solamente  i  roma- 
ni, ma  gli  esterni  anche  di  qualche 
dignità  usarono  la  lettica,  come  M. 
Tullio  accenna  scrivendo  ad  Atti- 
co ". 

Innocenzo  IV  nel  dare  il  cap- 
pello rosso  ai  cardinali ,  coman- 
dò loro  di  andare  per  la  città  a 
Cm'allo  [Pedi),  essendo  essi  soliti 
incedere  per  umiltà  a  piedi.  Se- 
guitarono i  cardinali  di  andare  per 
la  città  a  cavallo  o  in  lettiga  fino 
alla  metà  circa  del  i5oo,  quando 
si  vide  in  Italia  la  prima  carrozza, 
la  quale  dappoi  cominciarono  ad 
usare  anche  i  cardinali,  adoperando 
essi  eziandio  sino  agli  ultimi  ieva- 
]ii,  come  i  signori  laici  e  le  signore 
le  lettighe,  se  impotenti  ad  ascendere 


LET  i49 

o  discendere  le  scale:  ora  l'uso  è  me- 
no comune,   tranne  i  Pontefici  che 
sogliono  adoperarla  talvolta  nel  pro- 
prio palazzo  nell'ascendere  o  discen- 
dere le  scalcj    e  più  raramente  se 
recansi    altrove.     Le    loro     lettighe 
o     portantine    sono    sedie    coperte 
con  due  stanghe  laterali,  quali  con 
cinte  di  pelle  sono  portate    dai  se- 
diari,  domestici    stabili  del  palazzo 
apostolico  e  dei   Papi.  Sono  coper- 
te di  seta  di  damasco  rosso  ed  or- 
nate con    trine     e    frangio    pur   di 
seta  di   tal  colore,  con  bollette    di 
ottone.     Lateralmente    hanno     due 
cristalli     che  si   possono  abbassare, 
oltre  quello    dello    sportello    eh'  è 
nel   davanti;   il    cielo    o    copertura 
è    levatore ,   alzandosi    nell'  entrare 
ed    uscire,    seppure  non    voglia    u- 
sarsi.  La  lettiga  o     portantina  no- 
bile   è    di    velluto    sì    nell'esterno 
che  nell'  interno,   però    le    tendine 
ed   i  cuscini  sono    di    nobiltà    cre- 
misi.  Questa  lettiga  è    dello  stesso 
dip.jipo  e  delle  altre,  essendo  ornata 
con  trine  e  frangie  d' oro,  ed   altre 
guarnizioni,  quasi  come  la  sedia  ge- 
statoria, essendovi  nel  cielo  in  rica- 
mo lo  Spirito  Santo  raggiante.  Nel 
palazzo  apostolico  evvi   inoltre  una 
lettiga    o    portantina ,    della  forma 
disile  descritte,  coperta  di   pelle  ne- 
la    e    foderata    di    seta    damascala, 
trine  e  frangie  di   colore  paonazzo. 
Questa     i    Pontefici    benignamente 
pongono  a  disposizione  di   qualche 
cardinale    o    prelato,    che  gl'inco- 
moda   ascendere     o     discendere     le 
scale,  ed  è  egualmente   portata  dai 
sediari  pontificii.    In    mancanza    di 
alcuno  di  essi,    suppliscono   i  pala- 
frenieri  pontificii;  così  se  la  lettiga 
serve    pel    Papa.     Il     cadavere    del 
Pontefice  che    muore  nel     palazzo 
Quirinale,  si    trasporta  al     Vatica- 
no in   portantina  o  lettiga,   portata 


l'^o  LET  LET 
dij  due  mule  bianche,  al  modo  lato  in  Ancona,  tutta  volta  si  fece 
deito  al  voi.  Vili,  p.  187  del  condurre  in  portantina  sulla  spi;«g- 
Dizionario.  Di  alcune  antiche  let-  già  del  mare  per  veder  l'ingresso 
lighe  del  palazzo  apostolico ,  ne  nel  porto  della  veneta  flotta.  Dopo 
parlammo  al  voi.  XXIII,  p.  89.  la  morte  di  Alessandro  VI,  Cesare 
All'articolo  Cavallerizzo  maggiore  Borgia  duca  Valentino  part\  da 
DEL  Papa  dicemmo  che  a  lui  spet-  Roma,  e  in  portantina  o  lettiga  si 
ta  la  cura  della  portantina  o  letti-  portò  a  Nepi.  Narra  il  Varillas, 
ga  pontificia,  aprirla,  chiuderla,  e  che  il  cardinal  de  Medici  poi  Leo- 
vegliare  che  sia  portata  con  sicu-  ne  X,  si  recò  al  conclave  in  lettiga. 
rezza:  in  di  lui  assenza  supplisce  II  primo  Papa  che  si  recò  in  let- 
il  foriere  maggiore.  Ora  passiamo  tiga  dal  Vaticano  al  Laterano  nel- 
a  riportare  alcune  altre  erudizioni  la  solenne  cavalcata  del  possesso, 
sulle  lettighe,  dovendo  supplire  il  fu  Paolo  IV  del  1555.  Nel  1 566 
dettaglio  agli  articoli  analoghi,  ed  vi  si  portò  in  lettiga  anco  s.  Pio 
ja  quello  di  Treni.  V,  che  la  fece  fermare  per  un  quarto 
Innocenzo  IV  volendo  celebrare  d'ora  avanti  la  chiesa  del  Gesù  per 
in  Lione  il  concilio  generale,  si  parlare  con  s.  Francesco  Borgia 
ammalò  in  Genova,  e  per  consi-  generale  de'  gesuiti  :  SS.  D.  futi 
glio  de'medici  passò  nella  abbazia  ddatus  in  lectica.  Nel  iSya  Cre- 
di Sestri;  ma  invece  la  sua  salu-  goiio  XIII  andò  a  cavallo  e  nel 
te  deteriorò.  Nondimeno  dispose  di  ritorno  fece  uso  della  lettiga  :  a- 
Irasferirsi  a  Lione,  se  non  a  cavai-  scendit  lecticani  dìniissisque  car- 
lo,  per  lettiga,  non  volendo  recar-  dinalihus  rediit  ad  paladum  per  re- 
visi  per  mare  per  la  noia  del  viag-  g'onem  Traiistiberii/i  .  Nel  i  585 
gio,  e  temendo  i  partigiani  di  Fé-  Sisto  V  andò  a  cavallo  alia  basi- 
derico  II  suo  nemico.  Si  fece  dun-  lica  lateranense,  ed  in  lettiga  pas- 
que trasportare  in  lettiga  a  Savona,  so  poscia  alla  sua  vigna  a  s.  Ma- 
indi  alla  Stella;  e  parte  a  cavallo,  ria  Maggiore,  ove  rimase  sino  alla 
parte  in  lettiga,  per  Susa ,  vali-  sera,  ritornando  al  palazzo  apo- 
cando  le  Alpi  giunse  a  Lione  il  2  stolico,  in  lecdcas  cum  fanalihus 
dicembre  1-244.  Urbano  IV  essen-  cerne  albne  accensis.  Fa  S\?,\.o  Vii 
do  nel  1264  in  Todi,  in  lettiga  primo  Papa  che  morendo  nel  1590 
si  portò  in  Perugia ,  ove  mori  al  Quirinale,  il  suo  corpo  fu  per- 
dali' infermità  che  lo  avea  re-  tato  in  lettiga  al  Vaticano.  Nel 
so  debole  in  Todi.  Il  celebre  e  possesso  preso  da  Gregorio  XIV 
benemerito  cardinal  Egidio  Al-  nel  1590,  dopo  il  praefectus  sia- 
bornoz  morì  in  Viterbo  nel  1367:  è«//,  venivano  portate,  leclicae  tres 
il  suo  cadavere  posto  in  lettiga  si  Sanctitatis  siiae^  duae  holoserico 
trasportò  in  Ispagna,  onde  Urba-  rubeo^  et  tenia  panno  simililer,  et 
no  V  concesse  a  quelli  che  per  un  aureis  cordulis,  et  frangiis  orna- 
tratto  di  strada  ne  conducevano  la  lae.  Gregorio  XIV  cavalcò  nell'an- 
lettiga,  l'indulgenza  dell'anno  santo  data,  ma  nel  ritorno  al  palazzo 
i35o.  Pio  II  partendo  da  Roma  vaticano  ascese  la  lettiga  ,  con- 
per  Ancona  nel  1464,  in  lettiga  tornato  da  quaranta  paggi,  in  un  a 
.si  portò  a  Ponte  Molle  ove  s'im-  diversi  nobili  romani,  chi^  sostene- 
|>arcò  sul  Tevere,  Essendosi  qmmjj-  vano   lorcie  di  cera  accese  :   inuHie 


LET 

lo  accompagnavano  alcuni  cardinali 
ed  il  magistrato  romano.   Nel  pos- 
sesso d'  Innocenzo  IX     del     iSgi, 
dopo    i    famigliari    de'  cardinali,    i 
cavalli  e    le    mule    del   Papa,  suc- 
cedevano due  lecticae    Papae,  una 
cum  stabulariìs,  qui  eas  marni  du- 
ctbant,    et    maghler    stabuli   apud 
eos  equitans.    11    Pontefice  cavalcò, 
ma  dopo  la   funzione    in  lettiga  si 
fortò  a  visitare  la  scala  santa,  ed 
i   suo  antico  titolo  de*  ss.  Quattro, 
peceduto  dalla     croce     portata  da 
ur    suo    cappellano  ;    indi     per    la 
via  di  Trastevere   al    palazzo  apo- 
stol'co  con    molti    prelati     e    fami- 
gliai\  L'anno   iSga  prese  possesso 
a    caxallo    Clemente   Vili:  dopo  il 
maestio    di     stalla    e    le     chinee  , 
venivaro     due    lettighe  di     Nostro 
Signore,  una  di   velluto,    l'altra  di 
panno,  portate     da    quattro    muli. 
Dopo  la  finzione,    ripresa  la  moz- 
retta,  la  sto'a  ed  il  cappello,   mon- 
tò in   lettiga,  e  licenziò  i  cardinali. 
Visitò  la  scala  santa,  e  poi  in  let- 
tiga si   recò    al    Quirinale,  accom- 
pagnato dalla  sua  corte,  da   alcuni 
cardinali,  e    da  molti  gentiluomini 
romani.  Nel     i6o5  pel  possesso  di 
Leone  XI     si   videro    tre     lettighe, 
oltre  quella    aperta  in    cui  si   pose 
il  Papa  si  meli'  andata,  che  nel  ri- 
torno.   Nel    medesimo   anno  prese 
possesso  cavalcando  una  chmea  Pao- 
lo V  :  nel    corteggio    dopo  le  chi- 
nee si  portarono  due  lettighe,  una 
nuova  di  velluto  cremesino  guarni- 
ta tutta   d'oro,    l'altra     di    velluto 
rosso  più  semplice.  Nel   1621  Gre- 
gorio   XV  in    lettiga    portossi    al 
possesso,  oltre  quelle  che  andarono 
al  solilo  luogo  ;  altrettanto   praticò 
Urbano  Vili  nel     1623;  ed   Inno- 
cenzo X  nel    1644  con  tre  lettighe, 
oltre  quella   aperta    ov'egli  sedeva 
portata  a    duobus  muUs    serico^  et 


LET  t5;i 

auro  ìnterlextOy  cum  insignìs  Pa- 
pae oblevatis ,  quorum  antilena,  et 
poslilena  cum  frontali  ex  puro 
argento  deaurato.  Un'altra  relazione 
dice  che  nel  possesso  d'  Innocenzo 
X  una  lettiga  di  velluto  rosso  guar- 
nita d'oro  e  con  sua  arme  seguiva 
le  chinee  ;  clie  il  Papa  era  in  let- 
tiga scoperta  davanti ,  e  la  presa 
del  cielo  fatta  di  velluto  rosso, 
guarnita  d'oro  con  arme  del  Pon- 
tefice, il  quale  era  dentro  con  cap- 
pello da  cardinale;  indi  dopo  i  ve- 
scovi seguivano  tre  lettighe  di  vel- 
luto e  damasco  guarnite  d'  oro. 
Di  sua  cognata  la  famosa  d.  Olim- 
pia Maidalchini,  abbiamo  ch'essa 
soffrendo  di  podagra  usava  la  let- 
tiga per  Roma,  e  negli  ultimi  gior- 
ni della  vita  d'  Innocenzo  X  con 
e?sa  portavasi  nelle  camere  del  Pa- 
pa, pesando  di  più  la  lettiga  quan- 
do ritornava  a  casa  pel  denaro  che 
portava  via. 

Di  Alessandro  VII  del  t655  si 
legge,  che  lo  precedevano  tre  let- 
tighe nobilissime,  essendo  più  ric- 
ca quella  in  cui  egli  sedeva.  Cle- 
mente IX  nel  1667  piese  posses- 
so :  lo  precedeva  la  sua  lettiga  di 
velluto  cremesino  ornata  di  trine 
e  frangie  d' oro,  seguendo  a  piedi 
di  questa  il  maestro  di  stalla.  Egli 
incedeva  in  mozzetta  e  stola  con 
cappello  pontificale  di  velluto  cre- 
mesino, in  lettiga  aperta  di  vellu- 
to rosso  guarnita  d'oro,  foderata  di 
damasco  cremesino,  e  bollettata  di 
borchie  dorate,  camminandole  ap- 
presso un  palafreniere  coH'ombrel- 
lo  di  damasco  cremesino  trinalo 
d'oro.  Lo  seguiva  altra  lettiga:  do- 
po la  funzione,  in  lettiga  coperta 
si  portò  al  Quirinale.  Clemente 
X  nel  possesso  che  prese  nel  1670 
fu  preceduto  dalla  lettiga  :  in  quel- 
la scoperta  egli  si  assise,    e  lo  se- 


1*^2  LET 

guì  altra  lettiga  ;  poscia  in  lettiga 
coperta  fece  ritorno  al  Quirinale; 
così  fece  nel  1676  Innocenzo  XI, 
che  però  ritornò  al  Vaticano;  ed 
altrettanto  praticò  nel  1689  Ales- 
sandro Vili,  passando  dopo  il  pos- 
sesso al  Quirinale.  Nel  1691  In- 
nocenzo XII  fece  lo  stesso  in  lut- 
to, solo  viene  notato  che  lo  segui- 
vano immediatamente  i  seggellieri 
portando  una  sedia  di  velluto  cre- 
mesino  trinata  d'oro.  Ritornando 
egli  in  lettiga  nel  1692  da  Civi- 
tavecchia in  Roma,  lungi  due  mi- 
glia fu  incontrato  dai  poveri,  da 
lui  tenuti  per  figli,  i  quali  leva- 
rono dalle  mani  dei  palafrenieri 
la  lettiga,  e  vollero  essi  condurla 
fra  le  più  commoventi  acclamazio- 
ni. Nel  1701  Clemente  XI  a  ca- 
vallo prese  il  possesso,  seguito  dal- 
la sedia  e  lettiga  scoperta,  tornan- 
do al  Vaticano  in  carrozza  con 
due  cardinali  :  questa  è  la  prima 
volta  che  ne'  possessi  si  parla  di 
carrozze  pontificie  ;  ma  va  tultavol- 
ta  avvertito,  che  già  circa  la  me- 
tà del  secolo  XVII  in  poi  si  leg- 
ge genericamente  che  chiudevasi 
la  cavalcata  con  grandissima  quan- 
tità di  cocchi  e  carrozze.  Innocen- 
zo XIII  nel  1721  prese  possesso 
in  lettiga,  incedendo  dopo  gli  aiu- 
tanti di  camera  a  cavallo,  il  cavallo 
che  avrebbe  dovuto  cavalcare  il 
Pontefice,  la  sua  sedia  e  l;i  lettiga 
scoperta,  e  prima  de' cavalleggieii 
la  nobilissima  carrozza  di  Nostro 
Signore  col  tiro  a  sei,  nella  quale 
poi  ascese  Innocenzo  XIII  recan- 
dosi al  Quirinale.  Essendo  egli 
pinguissimo,  quando  dovette  recarsi 
alla  sua  villa  Catena  ed  al  suo 
feudo  di  Poli  ^  vi  si  portò  in  let- 
tiga, come  si  disse  all'articolo  Con- 
ti Famiglia.  Benedetto  XIII  nel 
1724  si   recò  al  Lateiano  a  caval- 


LÉT 

Io,  ed  al  Quirinale  in  sedia  a  ma- 
no, col  corteggio  a  cavallo  :  con 
questa  sedia  a  mano  talvolta  i  Pa- 
pi si  portarono  alle  cappelle  pon- 
tificie fuori  de'  palazzi  apostolici. 
Nel  1780  Clemente  XII  recandosi 
al  Laterano  pel  possesso,  ascese 
in  sedia  di  velluto  scoperta,  intar- 
siata di  ricami,  trine  e  frangia 
d'oro,  portata  nelle  stanghe  da  dut 
nobili  cavalli  frigioni  l)ianchi  ric- 
camente guarniti  ne'  finimenti  e 
gualdrappe;  altri  dicono  in  letti- 
ga scoperta  bellissima  con  sopra  - 
cielo  di  velluto  ricamato,  seppure 
le  sedie  a  mano  non  furono  si- 
nonimi di  lettighe  scoperte.  Al 
Quirinale  si  portò  insedia  a  mano, 
secondo  il  Diario  di  Roma.  Bene- 
detto XIV  nel  1741  si  portò  al 
Laterano  in  sedia  sulle  stsnghe  di 
due  cavalli  frigioni.  ed  al  Quirinale 
nel  ritorno  in  carrozza,  jfel  posses- 
so di  Clemente  XllI  del  1758,  si 
legge  che  la  lettiga  coperta  del 
Papa  incedeva  dopo  la  chinea,  se- 
guita dal  maestro  di  stalla  ;  il  Pon- 
tefice cavalcò,  precedendo  dopo  di 
lui  e  degli  aiutanti  di  camera,  la 
sedia  scoperta  portata  da  due  gene- 
rosi cavalli,  e  la  sedia  a  mano  por- 
tata dai  scolari  pontificii.  Prima 
de'  cavalleg^ieri  procedeva  la  car- 
rozza di  Nostro  Signore  coperta  di 
velluto  cremisi  con  trine,  frangie 
e  ricami  d'oro,  dentro  e  fuori,  li- 
rata  da  sei  superbissimi  cavalli 
frigioni  bianchi.  Nel  possesso  di 
Clemente  XIV  nel  1769  procede- 
va la  consueta  lettiga  coperta,  ed 
egli  cavalcò,  seguito  dalla  sedia  sco- 
perta con  due  nobili  cavalli  , 
e  la  sedia  a  mano  coi  sediari 
pontificii,  oltre  la  carrozza  nobile 
tirata  da  sei  nobili  cavalli  frigioni 
bianchi.  Nello  scendere  il  Campi- 
doglio fu  gittato    a  terra    dal    cu- 


LET 

vallo,  onde  entrò  in  lettiga  aper- 
ta, e  dopo  la  funzione  recossi  in  car- 
rozza al  Quirinale.  JNell'anno  lyy^ 
pel  possesso  di  Pio  \  I  precedeva 
la  lettiga  coperta,  cavalcando  egli 
un  bel  cavallo  bianco,  e  seguendo- 
lo altro  cavallo  di  riserva  nobil- 
mente bardato,  la  sedia  scoperta 
portata  da  due  cavalli  bianchi,  la 
sedia  coperta  coi  sediari  j  e  la 
carrozza  nobile  tirata  da  sei  ca- 
valli bianchi.  11  possesso  preso  da 
Pio  VII  nel  1801  fu  l'ultimo  in 
cui  fu  portata  la  portali na  o  let- 
tiga da  sei  sediari,  dopo  gli  aiu- 
tanti di  camera  a  cavallo,  nice- 
dendo  il  Papa  iu  carrozza,  come 
fecero  i  di  lui  successori.  JN'elle 
altre  solenni  cavalcate  per  le  cap- 
pelle della  ss.  Annunziata,  di  s. 
Filippo,  della  iValivilà,  e  di  s.  Car- 
lo, dopo  le  chinee  incedevano  due 
lettighe  di  velluto  cremisi  trinate 
d'oro,  portate  da  due  mule  bian- 
che, con  coperte  rosse  trinate  d'o- 
ro, col  maestro  di  stalla  :  il  Papa 
cavalcava,  o  andava  in  sedia  sco 
perla,  e  nel  primo  caso  appresso  gli 
aiutanti  di  camera  veniva  la  sedia 
papale  scoperta,  portata  da  due  mu- 
le con  finimenti  di  velluto  cremi- 
si e  ricami  d'oro,  non  che  la  se- 
dia a  mano  coperta  di  velluto  cre- 
misi, detta  portantina.  Per  ultimo 
veniva  la  carrozza  nobile  tirata  da 
sei  cavalli  bianchi.  Queste  Caval- 
cate (Predi')  terminarono  col  pon- 
tificalo di  Pio  \I. 

LETTO,  Cubile,  Lecliis.  Arnese 
nel  quale  si  dorme.  Festo  deriva 
il  vocabolo  latino  leclus  dal  quale 
viene  il  nostro  letto,  dal  verbo 
pure  latino  legere,  preso  nel  signi- 
ficato di  raccogliere  o  ammassare, 
perchè  si  raccoglievano  e  si  am- 
nniccliiavano  da  principio  le  cose 
colle    quali    compouevasi    una    co- 


LET 


i53 


moda  giacitura,  cioè  le  foglie,  la 
paglia,  e<l  altre  materie  souiigliau- 
ti,  giacché  queste  formarono  sino 
da  principio  i  ietti  sui  quali  gli 
uomini  si  adagiavano.  Presso  gli 
spartani  i  piimi  letti  furono  fatti 
di  canne.  Omero  fa  giacere  i  suoi 
eroi  sopra  pelli  d'animali  guernite 
del  loro  pelo.  Welle  armate  i  gre- 
ci coricavansi  sopra  pelli  stese  sulla 
nuda  terra  ;  queste  coprivansi  di 
tappeti  o  di  altre  stoffe^  che  te- 
nevano luogo  di  materassi,  e  al 
di  sopra  collocavano  alcune  coper- 
te. 1  romani  dormirono  per  lungo 
tempo  solamente  sulla  paglia  e  sulle 
foglie  secche  degli  alberi,  e  non  fa 
se  non  che  l'esempio  delle  nazioni 
ch'essi  avevano  vinte  e  soggiogate, 
che  in  epoca  posteriore  li  lendet- 
te  piìj  delicati,  e  li  animò  a  mag- 
giori ricerche  di  mollezza  nella 
giacitura.  11  lusso  e  la  magnifi- 
cenza comparvero  allora  nei  letti 
come  iu  tutte  le  altre  masserizie, 
adoperandosi  materassi  di  lana  di 
Mileto,  e  di  piume  morbidissime. 
Si  fecero  letti  di  legni  preziosi, 
ornati  d'avorio  e  di  lamine  d'oro 
e  d'argento.  A  questi  letti  servi- 
vano di  coperte  le  pelliccie  piti 
fine  e  le  stoffe  più  preziose  ;  il 
popolo  però,  e  la  plebe  piìi  comu- 
ne, la  notte  copri  vasi  cogli  abiti 
che  portava  il  giorno.  Nei  più 
antichi  tempi  della  Grecia,  in  mol- 
te parti  di  oriente  e  tra  gli  ebrei 
si  sedeva  intorno  alle  mense  sopra 
letti.  Questo  costume  vuoisi  origi- 
nato dopo  essersi  adottato  l'uso 
di  bagnarsi  prima  di  prendere  ci- 
bo, e  fu  imitato  dai  romani  e  da 
altre  nazioni  ;  ed  anche  ne'letti  da 
tavola  crebbe  in  progresso  il  lus- 
so. Tra  le  persone  più  agiate  si 
tendevano  baldacchini  al  di  sopra 
dei  letti  e  delle  mense,  a  fine  d'im- 


I?^ 


LET 


pedìre  che  la  polvere  della  sofHtta 
non  cadesse  sulla  mensa  e  sui 
convitati.  1  romani  ebbero  i  letti' 
sterni  o  conviti  solenni  a'qiiali  in- 
vitavano gli  Dei,  ponendo  le  loro 
immagini  sui  letti  apparecchiati 
io  un  tempio  intorno  alla  mensa. 
11  Ietto  nuziale  presso  i  romani 
disponevasi  dalla  novella  sposa, 
pel  quale  si  mostrò  il  maggiore 
rispetto,  conservandosi  religiosa- 
mente durante  la  vita  della  sposa 
per  la  quale  era  stato  disposto j  e 
se  dopo  la  di  lei  morte  lo  sposo 
rimaritavasi,  se  ne  doveva  disporre 
un  altro  interamente  nuovo.  Tra 
i  cristiani  eravi  anticamente  l'uso 
in  alcune  diocesi,  particolarmente 
francesi,  come  in  quella  di  Rouen, 
di  andare  dopo  mezzodì  ovvero 
verso  sera  a  benedire  il  letto  nu- 
ziale in  presenza  degli  sposi.  11 
sacerdote  in  cotta  e  stola  accom- 
pagnato da  un  chierico,  aspergeva 
coU'acqua  santa  il  letto  nuziale 
e  gli  sposi,  dicendo  :  Asperges  me 
ec,  e  recitando  l'orazione  Visita  me 
ec.  Benediva  poscia  del  pane  e 
del  vino,  e  presentava  il  pane 
stesso  inzuppato  nel  vino  agli  sposi, 
come  al  fine  della  messa.  Nella 
sacra  Scrittura  il  letto  fu  preso 
pel  simbolo  dell'eterno  riposo,  e 
letto  fu  detto  anche  il  sepolcro. 
Sul  letto  in  cui  si  espongono  i 
cadaveri,  V.  Funerali.  All'articolo 
Pranzi  parlasi  del  convito  solen- 
ne che  anticamente  facevano  i 
Papi  nel  Triclinio  ove  sedevasi  in 
banchi  in  forma  di  letti,  che  il 
Se  velano  chiama   leltis  terni. 

LETTO  DE'PARAMEiNTI.  Ta- 
vola  grande  ed  alta,  con  materas- 
so basso,  coperta  di  drappo  di  da- 
masco losso  con  gran  tovaglia  di 
tela  bianca,  avendo  un  tappeto  sul 
pavimento.    Questa  tavola  i>ta   nella 


LET 

Camera  dei  paramenti  (  Vedi),  spe- 
cie di  sagrestia  ove  il  Papa  si  ve- 
ste degli  abiti  sacri  nelle  funzioni 
che  celebra  od  assiste.  Custode  di 
questa  tavola  come  della  camera 
de'paramenti  è  il  p.  sotto-sagrista, 
come  quello  che  al  modo  che  di- 
cemmo al  voi.  XXV,  p.  io5  del 
Dizionario,  G  col  prelato  sacrista,  cu- 
stode delle  cappelle  e  suppellettili 
pontificie.  Egli  dunque  prepara  su 
tale  tavola  i  paramenti  ed  ornamen- 
ti che  deve  assumere  il  Papa.  Di- 
cesi letto  de'  paramenti  perchè  fa 
le  veci  dell'  antico  letto  su  cui  i 
Pontefici  si  riposavano  ne'lunghi  tra* 
gitti  che  facevano  a  piedi  o  a  ca- 
vallo nelle  diverse  chiese  e  basili- 
che di  Roma,  come  si  narrò  all'ar- 
ticolo Cappelle  Pontificie,  non  cha 
nelle  Processioni  (  P'edi)jed  è  per- 
ciò che  tuttora  sotto  la  tovaglia  vi 
è  un  materasso  basso.  Avanti  il 
letto  de'paramenti  nei  banchi  della 
quadratura  prendono  luogo  per  or- 
dine i  cardinali  colle  cappe  o  coi 
pai'amenti  sacri,  cioè  nelle  sagrestie 
delle  chiese  o  basiliche  di  R.oma,  e 
nella  gran  camera  de'paramenti  al 
Vaticano;  dappoiché  nelle  sagrestie 
contigue  alle  cappelle  Sistina  del 
Vaticano,  e  Paolina  del  Quirina- 
le ,  per  la  loro  piccolezza  essen- 
do state  fatte  solo  pei  celebran- 
ti, l'assistenza  de' cardinali  non  ha 
luogo  nella  detta  camera,  recando- 
si subito  in  cappella  appena  giungo- 
no al  palazzo.  Siccome  anticamente 
i  Papi  in  tutte  le  cappelle  de'pa- 
lazzi  apostolici  recavansi  propriamen- 
te nelle  camere  de'paramenti  a  ve- 
stirsi, quella  del  Vaticano  era  l'ac- 
cennata presso  la  sala  ducale,  quel- 
la del  Quirinale  eia  la  camera  ove 
al  presente  si  trattengono  i  busso- 
lanti. E  da  queste  due  camere  dei 
paraintiili  in  sedia  portavansi  in  cap-. 


LET 

pell«,  precednli  dai  cardinali,  che 
in  ambedue  prendevano  luogo  nel- 
la quadratura  de'banchi.  Il  Ponte- 
fice portatosi  in  dette  sagrestie,  o 
altre  camere  de'para menti,  dopo  a- 
Ter  deposto  il  cappello,  e  la  stola 
se  la  porta  ,  e  presa  la  veste  di 
«età  chiamata  la  Falda  (  Fedi), 
passa  nella  camera  de'paramenti,  a 
detta  tavola  o  letto  de'paramenti, 
dove  si  trovano  i  primi  due  cardi- 
nali diaconi,  ed  accanto  ad  essi  il 
secondo  e  terzo  uditori  di  rota,  co- 
me cappellani  pontifìcii.  Ivi  il  Pa- 
pa depone  sul  letto  dei  paramenti 
la  mezzetta,  indi  si  mette  l'amitto 
ed  il  camice.  Allora  l'uditore  di  ro- 
ta, che  porta  la  croce  pontificia,  con 
questa  si  reca  innanzi  al  Ponte- 
fice, il  quale  si  cinge  col  cingolo, 
ed  il  primo  cardinal  diacono  gl'im- 
pone  la  stola.  I  paramenti  preceden- 
temente dal  p.  sotto-sagrista  conse- 
gnati ai  prelati  votanti  di  segnatu- 
ra ed  altri,  questi  si  schierano  alla 
sinistra  del  Papa,  e  genuflessi  succes- 
sivamente li  presentano  al  primo 
cardinal  diacono,  che  coU'aiuto  del 
secondo  ne  veste  il  Pontefice  :  al- 
trettanto si  pratica  nello  spogliarlo. 
Intanto  il  prefetto  delle  cerimonie 
dice:  Extra,  alla  cui  formola  ed 
invito,  premessa  la  genuflessione  al 
Pontefice,  i  membri  appartenenti  al- 
la camera  segreta,  e  la  prelatura 
processionalmente  si  avvia  alla  cap- 
pella o  luogo  della  funzione;  ge- 
nuflessione che  r  uditore  di  rota, 
non  fa  a  cagione  della  croce,  la 
quale  prima  di  partire  viene  salu- 
tata dal  Papa.  Il  solo  piviale,  che 
dicesi  pure  manto  pontificio,  restato 
sul  letto  dei  paramenti,  viene  po- 
sto sulle  spalle  del  Papa  dai  nomi- 
nali uditori  di  rota,  mentre  il  for- 
male posto  sopra  un  piatto  d' ar- 
gento doralo,  coperto  con  un   velo 


LET  i55 

di  seta  bianca,  glielo  impone  il  car- 
dinal primo  diacono.  Inoltre  questi 
prende  dal  decano  della  rota  la  mi- 
tra o  il  triregno,  quali  pure  era- 
no sul  letto,  e  ne  copre  il  capo  del 
Pontefice.  11  prefetto  delle  cerimo- 
nie consegna  i  due  lembi  anteriori 
della  falda  ai  due  prolonotari  aposto- 
lici, e  quelli  del  piviale  ai  due  car- 
dinali diaconi.  Allora  il  Papa  parte 
dal  letto  de'paramenti,  e  si  avvia  per 
il  luogo  della  funzione.  Dopo  di  que- 
sta il  Pontefice  ritorna  nella  came- 
ra de'paramenti,  viene  spogliato  de- 
gli ornamenti  ed  abiti  sacri  al  let- 
to de'paramenti,  ove  vengono  de- 
posti, ricevendoli  il  p.  sotto-sagrista, 
ed  ivi  riprende  la  mozzetta  e  la 
stola,  passando  a  deporre  la  falda 
nella  contigua  camera.  Su  questo 
punto  va  letto  quanto  di  relativo 
dicemmo  al  voi.  Vili,  p.  244  ^ 
253,  ed  altrove.  Ivi  a  p.  279  di- 
cemmo pure  delle  due  palme  gran- 
di benedette  che  collo  stemma  del 
Papa  prò  tempore,  dalla  domenica 
delle  palme  sino  all'  Ascensione,  si 
tengono  sul  letto  de'paramenti. 

Nel  tom.  I,  p,  254,  De  secre- 
tariis  christianorum,  il  Cancellieri 
illustrò  l'antico  uso  dei  Pontefici  di 
lavarsi  i  piedi,  appena  erano  giun- 
ti nel  secretano  o  sacri  stia,  e  della 
derivazione  del  nome  di  letto  che 
si  dà  anche  al  presente  alla  gran 
tavola  della  stanza  de'  paramenti. 
Essendo  dunque  soliti  i  Papi  di 
andare  a  piedi  scalzi  alle  chie- 
se della  città  dove  cadevano  le  fun- 
zioni da  celebrarsi,  fuori  che  per 
l'Esaltazione  della  Croce,  ne  veniva 
per  necessità  il  bisogno  di  lavarsi  i 
piedi  che  dovevano  imbrattarsi,  o 
dal  fango  o  dalla  polvere.  Quindi 
fu  introdotto  l'uso  che  ne'secretari 
o  sacrestie  delle  chiese  e  in  altri 
sili  vi  fosse  un  letto,  in  cui  il  Papa, 


l'ir,  LET  LET 

per    lo   più    avanzato   in   età,  potes-  tur   Cortina,  et  quìescil  ledo   ihi   n 

se   riposarsi  dal    viaggio  e  tarsi  que-  schoLa  virgnnim  praedicto  modo  a- 

sta  lavanda.  Ce  ne  assicurano  le  te-  piato.     Di   più   nel   codice    vaticano 

stimnnianze  del  canonico  Benedetto  47  3i   prodotto  dal  p.    Gallico,    A- 

e  di   Cencio    Camerario    lìoriti  nel  ctn  caeiein.  p.  179,  si  avverte,   che 

secolo  XII.   Il    primo    al   n.   Sy,  p.  sunt  necessaria    prò  persona   Pon- 

146,  descrivendo   il  viaggio  che  Fa-  tificis  pecten    et  tobalea  circumpo- 

ceva  il  Papa  dal  Laterano  fino  alla  nenda  collo  ejus  quando  pectinatur . 

basilica   vaticana   nelle  litanie  mag-  Conchiude  il  Cancellieri  che  sebbe- 

giori,  dice:  Quum  aiUeni  venerit  an-  ne  da   gran   tempo  sia  cessalo  que- 

te  S.  fli.  Novani,  in  praeparato  le-  sto    uso,    nondimeno  si    è   ritenuta 

€',to  Doniìnus  Pontifex qiiie-  l'antica   denominazione  di   letto  dei 

scit.  Subdiaconus     incipit     qiiinque  paramenti. 

formarn  letaniam  ,  eo  ordine,    quo  All'articolo    Flabelli  [  Vedi )  ab- 

priwijUsque  ad  lectuin  ante  s.  Mar-  biamo  detto  ch'essi    servirono  per 

cum,  uhi  Doniinus  se  pausai,  sìcul  refrigerare  l'aria   ne'tempi   caldi,    e 

in   primo.      Deinde    inci-  nel   tempo     in    cui   i    Papi     soleva- 

pit  iriformcm    letaniam,    usque  ad  no  andare  scalzi,    vestiti     di  pesan- 

leclum   in   Ponte    Adriano ti    vesti    sacerdotali,    che    perciò    vi 

Incipit  simplicem  letaniam  usque  ad  era   l'uso   nelle  diverse  stazioni  ove 

lectum    canctari  ante  s.    Maria    in  si  fermavano,  di  tener  pronta  l'acqua 

yiris,ari  infine  cortinae.  Il  secondo,  calda,    per    mondarsi    i    piedi  dalle 

n.  64,  p-   2o3,  si  esprime  in  questo  sozzure,  adoperandosi  ancora    il  pet- 

inodo.   Quuni  D.  Papa  venerit  cum  line  per  ripulire  i  capelli  dalla  polve- 

processionibus  ad  ecclesiam  s.   Cle-  re.  K.  Lwanda  de'piedi  e  Pettine.  Il 

mentis,  ibi  quiescil  in   ledo,  super-  niappularius  era  un  ufficiale  che  por- 

posilo  lapete,etherbis  circumquaque  tava  il  baldacchino  sul  capo  del  Papa 

positis,  qiiae  tamen /iunt   a  cleiicis  nelle  festività  maggiori,    ed    inoltre 

fjusdcm  ecclesiae  s.  Clemenlis.  Post-  avea  cura  di  rasciugare  colla  tovaglia 

quam   vero  quieverit,    surgens  vadit  i  piedi  del  Papa,  quando  terminava 

praedido    modo     usque    ad    eccle-  quelle  processioni    nelle    quali    avea 

siam  s.   Marine  Novae :  ubi,    duni  camminato    scalzo,    perchè    lavati  i 

predido  modo  quiescil,  unus  de  scho-  piedi  erano  da  questo  ministro    ra- 

la     crucis    cantal    letaniam.     Sur-  sciugati,    come  abbiamo  dal  Macri, 

,gens    pergit    praedicto  modo  usque  Not.     de'  voc.    ecclesiastici.   Il  Ber- 

ad  ecclesiam    s.   Marci,  ubi,    sicut  nini,    //    tribunale    della  Rota  pag. 

superius  scriptum  est,  requiescit,  et  7,  dice  che   il    cubiculo,  del    quale 

poslqiiam    pausaverit,    surgit  ,     et  si  trattò  all'articolo  Cubiculario  ed 

memoralo    modo  incedit  usque  ad  altrove,  significò    il    medesimo  che 

locum,  qui  Parion  nuncupatur  ,  .  .  cappellate  cuppella  era  quella  dove 

Ibi    autem  D.  Papa  praedido  mo-  sopra  un  alto  letto    detto  dall'anti- 

do  quiescil,  et  post  quietem  incedit,  chità    ihalamus,    conservavansi  per 

sicut   prius  praeniissuni  est,  usque  ordme    disposti    gli    abiti    sacri  del 

ad  Poiitem    s,    Pdri;     ibique    mo-  Pontefice,  quando  di  essi   egli   si  ve- 

do  praelibalo    quiescil j  et   ab    ilio  stiva  per  uscirne  alle  pubbliche  fun- 

loco  surgens,  praetaxato  modo  in-  zioni,    o  delle    processioni    o    delle 

cedit  usque    ad    locum,     qui  dici-     messo,  ed  ivi    i   cubiculari  od  udì- 


LET 

toii  di   rota    vestivano  e  spogliava- 
no  i   l'api    dello    sacre    vestiinenUi, 
appartenendo    anticamente   loro  la 
cura  di   conservarle    e  disporle.    V. 
\  ESTr    Pontificie.   Parlando   il    Bo- 
nanni    nella     Gerarchia    ecch'S .   p. 
389  dell'uso  dei   Pontefici   di  anda- 
re scalzi  per    la    visita  delle    chiese 
e  delle  stazioni,  massime  nelle  pub- 
bliche calamità,  con   processioni   di- 
vote per  muovere  il    popolo  a  pe- 
nitenza, riferisce  quanto  il  p.  JNIabil- 
lon  riporta  ne'suoi  commentari  agli 
ordini  romani   a  p.     10.5:  Ad  sia- 
tiones  quas  jejunii  diebus  frequen- 
tnhant  Ponlijìces,  non  raro  excalcea- 
lì  procedehant,  aliis  vero  solemnio- 
ribiis  ponipis  equo   albo   vehi    sole- 
hanl.  Tale  racconto,  osserva  il  Bo- 
nanni,  apparisce    •vero  in  molti  ce- 
rimoniali   antichi,  e  lasciando  tutti 
gli  altri  riporta  ciò  che  si  legge  nel 
rituale  di   Cencio  cardinale  nel  cap. 
V,  n.  li;  Sciendum  quod  Dominus 
Papa  in  omnibus  processìonibus,  in 
quibus  pedes   vadit,  pedibus  discal- 
ceatis  incedil,   una   tanluni  excepla 
in  exaltalione  s.   Crucis  ;  e  nel  cap. 
Vili,  al  n.  i5,  trattando  della  sta- 
zione di    s.    Sabina    nei    mercoledì 
delle  ceneri,  quando  il  Papa  proces- 
sionai mente    vi   si    trasferiva    dalla 
chiesa  di  s.  Anastasia,  dice  praece- 
dentibus  in  ordine  suo,  cioè  le  per- 
sone del  clero,  Dominus   Papa  nu- 
di s  pedibus  cum    psalmodia   sequi- 
tur  processìoneni.  Che  perciò  in  que- 
ste occasioni,  quando  giungeva  alla 
chiesa  determinata,    entrava   in  sa- 
grestia, ove  alcuni  ministri  deputa- 
ti erano  pronti  con  acqua  calda  per 
lavare  i  piedi  di  lui,  come  soggiun- 
ge il  medesimo  cardinale  poi  Onorio 
III,  nel  luogo  citato.  Cumque  intra- 
vrrit   ecclesiani    intrat  secretariuni, 
et  mappulariorum,    et   cubiculario- 
rum  schola  habet  ibi   aquam  cali- 


LET  1^7 

dani  paratani  ad  ablucndos  pedes 
ipsius.  Indi  il  Bonanni  racconta  co- 
me a  piedi  scalzi  Steiano  III  por- 
tò l'  inimagine  del  ss.  Salvatore, 
mentre  Aistuifo  re  dei  longobardi 
incrudeliva  contro  i  doniinii  della 
Chiesa;  Gregorio  IK  allorché  Fede- 
rico II  minacciava  Roma;  e  Leone 
X  mentre  Selim  1  imperatore  dei 
turchi  preparava  formidabile  guerra 
ai  cristiani. 

LETTORE,  r.  Lettura. 
LETTORE  o  LETTORATO. 
Chierico  investito  d'uno  de'quattro 
ordini  minori,  essendo  il  lettorato 
il  secondo  di  detti  ordini.  Antica- 
mente i  lettori  erano  alcuni  giovani 
che  si  allevavano  per  farli  entrare  nel 
clero,  servivano  di  segretari  ai  ve- 
scovi ed  ai  preti,  ed  in  tale  guisa 
istruivansi  leggendo  e  scrivendo  sotto 
di  essi  ;  perciò  si  scelsero  quei  che 
sembravano  i  pivi  adattati  allo  stu- 
dio e  che  in  seguito  potevano  es- 
sere innalzati  al  sacerdozio:  tutta- 
via molti  restavano  lettori  in  tut- 
to il  corso  della  -vita.  La  maggior 
parte  dei  critici  opinano  che  solo 
nel  terzo  secolo  sia  stato  stabili- 
to r  ordine  e  1'  ufficio  dei  letto- 
ri, e  che  Tertulliano  sia  stalo  il  pri- 
mo a  parlarne.  11  padre  Menard 
per  provare  che  questo  ordine  è  più 
antico,  cita  la  lettera  ìi  di  s.  1- 
gnazio  ai  fedeli  di  Antiochia,  e.  12; 
lettera  però  che  si  crede  supposta. 
La  funzione  dei  lettori  fu  sempre 
necessaria  nella  Chiesa,  poiché  vi  si 
lessero  sempre  le  scritture  dell'an- 
tico e  nuovo  Testamento,  sia  nella 
messa  che  nell'uffizio  notturno.  Vi 
si  leggevano  gli  atti  de'martiri,  le 
omelie  de'padri,  come  si  fa  ancora 
colle  lezioni;  era  cosa  naturale  pre- 
ferire per  questo  uffizio  uomini  che 
avessero  la  voce  più  sonora,  il  tuo- 
no più   aggradevole,    la    pronunzia 


i58  LET 

più  chiara  degli  altri.   Il  Bingliam, 

Orìgin.  eccl.  1,  III,  e.  5,  t.  II,  p.  29, 
osserva  che  nella  chiesa  di  Alessan- 
dria si    permetteva    ai   laici  anche 
catecumeni  di    leggere  in  pubblico 
la  Scrittura  sacra;   ma  sembra  che 
questa  permissione  non  fosse  in  uso 
nelle  altre  chiese,  ed  osserva  che  o- 
ra  i  diaconi,  ora  i  sacerdoti,  talvol- 
ta i  vescovi,  eseguissero  questa  fun- 
zione, non  essendo  certo  che  sia  sta- 
ta proibita  a  quelli   tra' laici  che  n'e- 
rano capaci.   I  lettori  avevano  l'in- 
combenza di  custodire  i  libri  o  co- 
dici sacri,  per  cui    erano  esposti  a 
molte    molestie    nel    tempo    delle 
persecuzioni.    Ai    lettori    fu    anche 
dato  l'uffizio  di  cursori,  e  di  portare 
le  lettere  ecclesiastiche.  La  formola 
della  loro  ordinazione,  che  si  legge 
nel  Pontificale  Romamtm,  de  ordi- 
natione  lectonim,  indica  che  devo- 
no leggere  per  quello  che  predica, 
cantare  le  lezioni,  benedire  il  pane 
e    i    frutti   nuovi.    11    vescovo    gli 
esorta  a  leggere  fedelmente  e  pra- 
ticare ciò  che  leggono,  e  li  novera 
tra    quelli    che    ministrano    la  pa- 
rola di    Dio.    Siccome  anticamente 
in  alcuni    luoghi,  come    in    Africa, 
apparteneva  ad  essi   leggere  l'episto- 
la nella  messa,  e  sul  pulpito,  tribu- 
nale o    ambone    l'evangelio;  s.  Ci- 
priano giudicava  che  un  tale  uffizio 
non  ad  altri  più  convenisse  che  ai 
confessori,  i  quali  avevano  patito  per 
la  fede,  ep.   33,   34;  poiché  aveva- 
no confermato  col  loro  esempio  le 
verità  che  leggeva  no  al  popolo,  dopo 
aver  colla  stessa  voce  intrepidamen- 
te confessato    ai    tiranni    le    divine 
verità.    Sebbene    al  presente  il  sud- 
diacono canti  l'epistola,  non  è  asso- 
lutamente   cessato  1'  uffizio   dei  let- 
tori :    essi    sono  destinati    ancora   a 
cantare  le    lezioni    dei   mattutini   e 
le  profezie,  che  quuiclie  volta  si  leg- 


LET 

*ono  nella  messa  avanti  l'epistola. 
f^.  Lezioni  e  Profezie. 

Nella  Chiesa  greca  i  lettori  era-        i 
no  ordinati  colla  imposizione  delle       ^ 
mani  ;  ma  questa  cerimonia  non  si 
osservò  riguardo  ad  essi  nella  Chie- 
sa  latina  .   Nella   messa  dei   greci  il 
lettore  legge  tuttora  l'epistola.  Bal- 
samone  chiamò  il  lettore,  semplice 
prete.  11  Macri  nella  Notizia  de^voc. 
eccl.  denomina  il  lettore  greco  Anci- 
gnosta,  ed  Anngnosdcuni  la  lettura  o 
lezione.  11  quarto    concilio  di  Car- 
tagine   ordinò  che  il  vescovo  dasse 
la  Bibbia  in    mano    del  lettore  al- 
la presenza     del     popolo    dicendo- 
gli:    «   Prendi    questo  libro    e    sii 
lettore     della    parola    di    Dio;     se 
fedelmente  eseguisci  il  tuo  ministero, 
avrai     parte  con  quelli  che  ammi- 
nistrano   la    parola    di    Dio    ".  Le 
persone  più  ragguardevoli  si   reca- 
rono ad  onore  di  esercitare  questo 
uffizio:  l'imperatore  Giuliano  e  il  suo 
fratello  Gallo    in  età    giovanile    fu> 
rono  ordinati  lettori  nella  chiesa  di 
Nicomedia.    Colla    Noi'ella    1x3  di 
Giustiniano  I    fu  proibito  di  pren- 
dere per  lettori  que'giovani  che  non 
aveano  dieciott'anni,  perchè  prima 
aveano    esercitato   l' uffizio  fanciulli 
di  sette  e  otto  anni,  che  i  loro  geni- 
tori di  buon'ora  avevano  destinato 
alla  chiesa,    affinchè  per    mezzo  di 
un    continuo    studio    si    rendessero 
capaci  delle  più  difficili  funzioni  del 
santo  ministero.  Dal  concilio  calce- 
donese  pare  che  in  alcune  chiese   vi 
fosse     l'arci-lettore  o  archi-lettore  , 
come  vi    fu  1'  arci-accolito,     il   VII 
concilio  generale  permise  agli  abbati 
che  sono  preti  e  che  furono  bene- 
detti dal  vescovo,   d'imporre  le  ma- 
ni ad  alcuni  dei    loro  religiosi   per 
farli  lettori.  Il    Sarnelli   nel   t.  XII 
delle  Lett .  eccL,  lett.  XVI,  Della  po- 
testà che  si  dà  al   lettore  di  bene- 


LET  LET                    tSg 

dire  il  pane  e  i  frutti  nuovi,  con-  lib.  I,  cap.  De  nia^istr.  S.  Pula- 
chiude  che  il  lettore  secondo  il  suo  tii  Apostolici.  Anticamente  il  p. 
ordine,  ha  la  potestà  di  benedire  Maestro  del  sacro  palazzo  apo- 
ii  pane  e  i  frulli  nuovi,  e  deve  be-  stolico  [Vedi),  approvava  i  let- 
nedirli  con  fare  il  segno  delia  ero-  tori  delle  scienze  che  s'insegnava- 
ce  colla  mano.  V.  Chardon,  Storia  no  dentro  il  medesimo  palazzo  ove 
de' sacramenti  t.  Ili,  cap.  II,  dei  era  l'università  romana.  Ma  Leone 
ministri  inferiori  della  Chiesa.  No-  X  credette  meglio  trasferire  tali 
teremo  per  ultimo,  che  nei  primi  scuole  nell'  edilìzio  della  Sapienza 
secoli  uomini  di  matura  età,  ed  o  Università  Romana  [Vedi),  ed 
insigni  per  virtù  e  dottrina  erano  allora  i  lettori  del  palazzo,  diveu- 
promossi  all'ordine  del  leltorato,  ma  nero  lettori  della  Sapienza.  Il  cita- 
nei  secoli  posteriori  lo  si  vide  eser-  to  p.  F'ontana,  a  p.  189  termina  il 
citato  da  giovani  di  poca  età.  Vi  fu-  suo  dire  sui  lettori  del  palazzo  a- 
rono  poi  le  Scìtolae  leclorum,  nelle  postolico  così.  »  Dalle  quali  cose 
quali  gli  individui,  che  vi  erano  ad-  tutte  manifesto  apparisce,  che  vi  fu 
detti,  si  applicavano  non  solo  alla  nel  sacro  palazzo  apostolico  una 
lezione  de'  santi  libri,  ma  ad  ap-  università  e  scuola,  nelle  f(uali  i  let- 
prenderne  altresì  Tinlelligenza.  tori  ed  i  baccellieri  ordinari  e  straor- 
LETTOPiI  DEL  SACRO  PALAZ-  dinari  e  i  biblici  insegnavano  ;  che 
eo  APOSTOLICO.  Istituite  le  scuo-  ivi  si  pigliavano  pel  p.  maestro  del 
le  nel  palazzo  apostolico,  lectores  sacro  palazzo  apostolico  che  presie- 
tacri  palata  furono  detti  i  lettori  deva  a  quella  università ,  i  gradi 
delle  scienze  che  ivi  s'insegnavano:  del  magistero,  ed  alle  risoluzioni  e 
fra  questi  fiorirono  molti  illustri  decisioni  del  quale  tutti  i  lettori 
uomini,  per  santità,  dottrina  e  di-  dell'università  si  rimettevano.  I  quali 
gnità  ecclesiastiche.  Nel  declinare  lettori  non  debbonsi  confondere  coi 
del  secolo  XllI  esercitarono  l' uffi-  maestri  del  sacro  palazzo  apostoli- 
zio  di  lettori  i  minori  francescani,  co,  dappoiché  chiaramente  si  vede, 
cioè  quelli  che  registrammo  nel  che  in  quegli  slessi  tempi  ne'  quali 
Tol.  XXVI,  p.  84  del  Dizionario,  i  mentovali  lettori  insegnavano  nel 
tra'  quali  tre  furono  creati  cardi-  sacro  palazzo,  erano  pure  nell'apo- 
nali.  Lo  furono  ancora  e  non  mae-  stolica  curia  i  maestri  del  sacro  pa- 
stri  del  sacro  palazzo  i  domenica-  lazzo.  Si  vede  dunque  che  gli  scrit- 
ni,  b.  Alberto  IMagno,  il  dottore  tori  ingannati  da  certa  tal  quale 
della  Chiesa  s.  Tommaso  d'Aquino,  similitudinej  confusero  i  lettori  del 
ed  il  b.  Ambrogio  Sansedoni.  Cle-  sacro  palazzo  coi  maeslri  del  sacro 
mente  VI  nel  i35o  creò  cardina-  palazzo,  giacché  questo  nobilissimo 
le  Giovanni  de  Molin  domenicano,  magistero  istituito  da  s.  Domenico, 
generale  del  suo  ordine,  già  da  lui  tuttora  esiste  nel  suo  illustre  ordine". 
fatto  Del  i347  lettore  del  sacro  LETTURA^  Leclio.  Il  leggere. 
palazzo  apostolico.  I  lettori  e  bac-  Lettore  dicesi  il  leggitore  che  leg- 
cellieri  domenicani  del  sacro  palaz-  gè,  ovvero  il  professore  che  inse- 
zo  apostolico  sono  riportati  dal  p.  glia  le  scienze,  le  belle  arti,  ec. 
Fontana,  Syll.  magi.slr.  S.  P.  Jpost.  V.  Università'.  Della  lettura  del- 
a  pag.  183  e  seg.  11  p.  Catalani  le  lezioni  dell'uffizio  divino,  V. 
traila  dei    lettori   domenicani,    nel  Lezioni.  Leltore  da  tavola  chiama- 


i6o  LET 

si  nelle  comunità  quello  il  quale 
legge  (1  mante  il  pranzo  e  la  cena  ; 
su  di  che  sono  a  vedersi  gli  arti- 
coli Banchetti  e  Convito.  Presso 
ì  greci  ed  i  romani  eravi  nel- 
le grandi  case  un  domestico  de- 
stinato a  leggere  durante  i  pasti 
e  specialmente  durante  la  cena. 
Eravi  parimente  un  domestico  let- 
tore, forse  qualche  schiavo  o  qual- 
che liberto,  nelle  case  de'  privati 
cittadini,  nelle  quali  facevasi  pom- 
pa di  buon  gusto  e  di  amore  per 
le  lettere.  Talvolta  il  padrone  del- 
la casa  o  il  padre  di  famiglia  pi- 
gliavasi  la  briga  di  leggere  ;  l'im- 
peratore Severo,  per  esempio,  leg- 
geva sovente  egli  slesso  ne'convili 
famigliari.  I  greci  stabilirono  de- 
gli anagnosti,  che  poscia  applica- 
rono o  destinarono  ai  loro  teatri, 
affinchè  leggessero  in  essi  pubbli- 
camente le  opere  de'poeti.  Gli  a- 
nagnosli  de'  greci  e  i  lettori  dei 
romani  avevano  maestri  apposita- 
mente destinati,  che  loro  insegna- 
vano a  leggere  bene  e  corretta- 
mente, e  questi  chiamavansi  dai  la- 
tini praelectores.  In  Francia  la 
lettura  in  tavola  già  era  stabilita 
«ella  tavola  dei  re  sotto  Carlo 
Magno,  dappoiché  l'antico  costume 
de'greci  e  de'  romani  si  propagò 
in  Italia,  in  Europa,  e  in  altre  re- 
gioni. 

La  lettura  ha  per  fine  l' impa- 
lare, l' istruirsi  e  il  dilettarsi ,  cou 
l'acquisto  delle  cognizioni  che  sono 
contenute  ne'  libri  :  essa  è  più  ne- 
cessaria che  le  nozioni  delle  regole 
e  de'  metodi  per  apprendere  le 
scienze.  La  lettura  ha  grande  in- 
fluenza sulla  primaria  istruzione; 
essa  è  il  più  solido  niilriuiento  dello 
spirito,  e  la  sorgente  delle  più  bel- 
le cognizioni.  Risveglia  il  genio , 
inliamma  l' entusiasmo,    e   fa    pro- 


LET 

durre  opere  eccellenti  ;  ad  essa  si 
deve  il  numero  infinito  d'  insigni 
scrittori  e  di  uomini  scienziati  che 
hanno  arricchito  più  o  meno  i  se- 
coli. I  caratteri  dipingono  la  pa- 
rola e  parlano  agli  occhi.  Ora 
passiamo  a  dire  di  alcuni  gran- 
di amatori  della  lettura  ,  oltre 
quelli  che  registrammo  all'articolo 
Letterato  [Vedi),  forniti  di  prodi- 
giosa memoria,  come  di  quelli  che 
divennero  smemorati.  Calisto  III 
non  ostante  la  sua  grave  età  e  le 
cure  del  pontificato,  tutto  il  tem- 
po che  poteva  disporre  l'impiega- 
va alla  lettura,  o  almeno  si  face- 
va leggere  da  altri.  11  cardinal 
Gozio  Battaglini  dottissimo,  era 
dotato  di  una  memoria  cos\  tena- 
ce, che  le  cose  lette  una  volta 
mai  più  le  dimenticava.  Benedetto 
XI II  oltre  lo  studio  della  sacra 
Scrittura  e  de'concilii,  lesse  inte- 
ramente per  ventiquattro  volte 
gli  annali  ecclesiastici  del  Baronio. 
Francesco  da  Narni  udendo  una 
sola  volta  leggere  due  gran  carte 
d'un  libro  non  prima  da  esso 
sentite,  il  tutto  speditamente  reci- 
tava come  se  avesse  avuto  il  li- 
bro davanti  ;  ed  essendogli  repli- 
cato, cominciando  dall'ultima  pa- 
rola, addietro  ritornando  alla  pri- 
ma, recitava  il  medesimo.  Plinio  il 
giovane,  anche  andando  a  caccia 
notava  ciò  che  leggeva,  mentre 
aspettava  al  varco  le  fiere:  egli  e 
Plinio  suo  zio  furono  chiamati 
divoratori  di  libri,  per  cui  si  fece- 
ro ammirare  per  la  loro  immensa 
erudizione.  Il  p.  Antonio  Carac- 
cioli  notava  ciò  che  leggeva  o  sen- 
tiva d'interessante,  relativo  a' suoi 
studi.  Oggidì  la  smania  della  let- 
tura è  giunta  tanto  oltre,  che  in 
alcuni  luoghi  si  è  incominciato  ad 
introdurre     piccole      librerie     nelle 


LET 

carrozze.  V,  Libbi,  e  per  le  disci- 
pline sulla  lettura  de'libri  proibiti, 
I,\Dit:E  de'libri  proibiti. 

Nel  i836  coi  tipi  del  Mancini, 
fu  stampata  la  Prolusione  sulla  let- 
tura considerata  nel  doppio  aspet- 
to dell'  utilità  e  del  piacere,  del 
prof,  e  p.  m.  fr.  Tommaso  M.  Bor- 
getti  domenicano.  In  questa  bella 
dissertazione  enumerò  i  vantaggi 
della  lettura,  e  le  regole  colle  quali 
soltanto  si  può  raccoglierne  i  frutti 
preziosi.  Primieramente  dice  che  la 
lettura  ha  per  iscopo  il  divertimen- 
to o  l'istruzione:  nel  primo  caso 
è  la  sorgente  de'  piaceri  lusinghie- 
ri, dolci  ed  onesti  della  vita;  nel 
secondo  è  la  fonte  di  tutte  le  co- 
gnizioni, quindi  considera  la  lettura 
nel  doppio  aspetto  dell'utililà  e  del 
piacere.  Il  fanciullo  ne  ritrae  immen- 
so profitto,  pei  vantaggi  che  ne  deri- 
vano sia  nelle  cognizioni  che  acqui- 
.sfa,  sia  nello  sviluppo  dello  spirito 
e  del  buon  senso,  sia  per  appren- 
dere le  scienze.  I  grandi  uomini 
fecero  vedere  innanzi  tempo  un  gu- 
sto particolare  per  la  lettura:  que- 
sta scuote  da  una  specie  di  letargo 
i  talenti,  ne  manifesta  le  differenti 
qualità,  e  gli  sprona  a  ricerche  for- 
se non  tentate  sino  allora.  Quanti 
genii  non  sarebbero  per  sempre  re- 
stati sepolti  per  così  dire  nelle  mi- 
niere, se  la  lettura  de'  classici,  degli 
storici,  e  d' ogni  specie  di  libri  di 
erudizione  non  avesse  fatto  loro 
sviluppare  1'  ingegno  di  cui  loro 
era  slato  largo  Iddio  autore  di  tut- 
to? La  lettura  quindi  aumenta  i 
talenti  ,  li  mette  in  azione ,  ingen- 
tilisce, ed  in  certo  modo  supplisce 
alla  sterilità  dello  spirito  con  isco- 
prire  in  esso  dei  tesori.  La  lettura 
presentandoci  di  grandi  esempi,  de- 
sta la  nostra  emulazione,  ed  innal- 
za r  anima  colia  bellezza  della  ve- 
Vot,  xxxvm. 


LET  16. 

ra  gloria.  Con  la  lettura  si  cambia- 
no le  ore  noiose  in  altrettante  de- 
liziosissime, ed  a  fronte  di  dispia- 
cevoli circostanze  ci  fa  gustare  qual- 
che piacere.  Colui  che  ama  la  let- 
tura non  è  mai  solo,  benché  fosse 
nella  più  remota  solitudine  ;  essa  è 
fonte  inesausta  di  dolci  consolazio- 
ni. Disse  Seneca:  senza  il  soccorso 
delle  lettere,  1'  ozio  del  ritiro  è  una 
specie  di  morte,  ed  è  come  la  tom- 
ba d'  un  uomo  vivente.  L'  amore 
dello  studio  è  la  passione  che  in 
noi  vive  quanto  noi  slessi,  e  pro- 
lungandoci l'esistenza  intellettuale 
col  farci  ricchi  di  nuove  idee,  e  ri^ 
chiamando  nella  mente  quelle  già 
acquistate,  riesce  meno  pesante  la 
vecchiezza  e  le  infermità,  distraen- 
do le  idee  importune  e  accompa- 
gnando di  pace  gli  ultimi  suoi  mo- 
menti. Nei  disagi  della  vita  la  lel^ 
tura  è  il  ristoro  più  dolce,  come 
è  il  balsamo  più  efficace  per  le  fe- 
rite dell'  anima.  La  buona  scelta 
però  delle  letture  è  importante  per 
tutte  r  età  :  fuvvi  un  tempo  nel 
quale  la  penuria  de'  libri  era  il 
principale  ostacolo  che  si  opponeva 
ai  progressi  del  sapere  e  alle  inda- 
gini del  genio;  ora  la  loro  molti- 
plicità  è  altrettanto  nociva.  Diceva 
un  fdosofo  :  Leggete  gli  antichi  con 
rispetto,  ed  i  moderni  senza  invi- 
dia; ed' altro  filosofo:  vi  sono  cer- 
tuni i  quali  credono  d' imparare 
nel  breve  spazio  di  un  giorno,  ciò 
che  un  altro  ha  pensato  in  venti 
anni.  Vi  sono  alcuni  che  leggono 
non  pel  fine  lodevole  d'istruirsi  j 
ma  bensì  per  quello  di  criticare, 
giudicando  senza  appello  le  opere 
che  non  sanno  comprendere,  e  ten- 
tando deprimere  il  merito  altrui  ^ 
suppongono  con  tal  mezzo  conse- 
guire quel  rango  che  ricusano  di 
dare  agli  altri.  La  meta  delle  let* 
1 1 


i62  LEU 

ture  non  deve  essere  vana  osten- 
tazione di  sapere,  ma  deve  aver 
per  fine,  che  il  frutto  debba  con- 
vertirsi in  virtù.  Disse  Plutarco  : 
Io  fo  più  stima  dell'  ape  che  estrae 
da  vari  fiori  il  miele ,  che  della 
donna  che  ne  fa  degli  eleganti 
mazzetti.  In  somma  il  discorso  del 
lodato  religioso  è  pieno  d' istruzio- 
ne, di  consigli  morali,  e  di  saggie 
e  dotte  osservazioni  ;  riprovando 
giustamente  la  lettura  de'  romanzi 
pei  loro  perniciosi  effetti,  quella  di 
tanti  frivoli  e  insipidi  libri  da  cui 
è  inondato  il  nostro  secolo,  e  quel- 
la deplorabile  dei  libri  di  liberti- 
naggio ,  che  alterando  i  costumi , 
conducono  alla  perdita  della  reli- 
gione. Termina  la  prolusione  con 
ripetere  le  parole  del  gran  Bossuet: 
Studiate,  leggete;  per  quanto  spazio 
abbiate,  o  crediate  di  aver  supera- 
to, ve  ne  resta  ancora.  Quali  sie- 
no  i  limili  dell'  ingegno  umano  non 
è  dato  a  noi  di  conoscere.  Rilevasi 
solo,  che  l'acquisto  maggiore  delle 
cognizioni  apre  sempre  un'ulterio- 
re carriera  a  trascorrere,  avendo  in 
questo  pure  voluto  Iddio  marcare 
in  certo  modo  sul  nostro  spirito 
un'idea   della  sua  infinità. 

LEUCA  o  LEUCADIA.  Città 
vescovile  antichissima  nel  regno 
delle  due  Sicilie,  nel  paese  dei 
salenlini,  nella  provincia  di  Terra 
d'Otranto,  distretto  d' A  lessano,  ora 
borgo  di  amenissima  situazione.  E 
celebre  per  un  santuario  chiamato 
la  Madonna  di  Fiuisterra.  La  sua 
sede  vescovile  eretta  nel  secolo  X, 
chiamata  di  s.  Maria  di  Leuca,  suf- 
fraganea  dell'arcivescovo  d'Otranto, 
fu  trasferita  ad  Alessano.  Italia 
sacra  t.  X,  pag.  121.  Ivi  si  dice 
che  fu  vescovo  di  Leuca  Goffredo, 
che  nel  1282  fu  trasferito  al  ve- 
scovato d'  Ugento. 


LEU 

LEUCA  o  LEUCE.  Sede  ve- 
scovile della  provincia  di  Tracia, 
neir  esarcato  del  suo  nome,  sotto 
la  metropoli  di  Filippopoli,  fu  e- 
retta  nel  IX  secolo.  Simeone  suo 
vescovo  assistè  al  concilio  di  Fozio, 
nel  pontificato  di  Giovanni  VIII. 
Oriens   christ.  t.  I ,  p.     1167. 

LEUCA.  Sede  vescovile  dell'i- 
sola di  Cipro  sotto  la  metropoli 
di  Candia,  come  abbiamo  dal  Mi- 
reo,  Nolida  epìscopatuum  p.  182. 
Il  Baudrand  nel  Novunt  lexicon 
geographiciim,  dice  che  Leuca  fu 
città  vescovile  nell'isola  di  Cipro, 
di  cui  Lucano  scrisse  nel  lib.  V: 
Antiquusque  Taras  secretaque  lit- 
tera  Leucae.  Ma  Commanvilje  e 
Terzi  non  ne  fanno  menzione.  Le 
proposizioni  concistoriali  così  espri- 
monsi  :  Leuca  insula  Cypri  cù'itas 
episcopalis,  nota  etiani  in  aciis 
conciliorum,  eo  quod  sub  infide- 
liuin  polestate  nianeat  e/'us  status 
non  est  referendus.  Al  presente 
Leuca,  Leucen,  è  un  titolo  vesco- 
vile in  partibus,  sotto  l'arcivescova- 
to pure  in  partibus  di  Candia, 
che  conferisce  la  santa  Sede.  Ne 
furono  per  ultimo  insigniti  Stani- 
slao Zarnowicki  ;  Filippo  de  An- 
gelis  d'Ascoli,  fatto  da  Leone  XII 
nel  concistoro  de'3  luglio  1826, 
non  che  vicario  e  visitatore  apo- 
stolico di  Forlì,  indi  nunzio  della 
Svizzera,  ed  arcivescovo  di  Carta- 
gine nel  i83o,  e  dal  Papa  che 
regna  creato  cardinale  ed  arcive- 
scovo di  Fermo.  Lo  stesso  Gre- 
gorio XVI  fece  vescovo  di  Leuca 
l'odierno  vescovo  di  Killaloe  mon- 
signor Patrizio  Kennedy,  e  nel 
concistoro  degli  8  luglio  1889  no- 
minò allo  stesso  titolo  monsignoi 
Domenico  Angelini  di  Ascoli,  e 
suffraganeo  di  Sabina^  indi  Ui  pro- 
mosse al  commissarialo  della  santa 


LEU 

Casa  di  Loreto,    carica    che  funge 
tuttora. 

LEUCA,LEUCADE  o  LEUGA- 
DIA.  Sede  vescovile  del  primo  E- 
piro  ueir  esarcato    di    Macedonia  , 
in  una    piccola     isola     sulla     costa 
deli'  Albania.  Eravi    in     quest'isola 
una  città,  cui  Strabone  dà  pure  il 
nome  di  Nerilo,  e  la  quale  fu  se- 
de   vescovile    nella    provincia    del- 
l'antico Epiro,  diocesi     dell'  Illiria 
orientale,    sotto    la    metropoli    di 
INicopoli.  Leucadia  o  Leucasy  chia- 
mata s.    Marta,  è  una    delle  isole 
jonie  nel  naare  del  suo  nome,  pres- 
so la  costa  del  sangiacato  turco  di 
Jannina^  ed  è  quella    appunto  che 
dagli  antichi  greci  fu  chiamata  Ne- 
rilis ,    cosi    detta    dal     nome     della 
città  di  Nerito,  una  delle  principa- 
li, poi  dai  greci  e  dai  latini  appel- 
lata Leucadia.     In    appresso  l'isola 
acquistò  il     nome    di  s.     Maura,  a 
cagione  di  un  monastero  con  chie- 
sa erettavi  in  onore  di   tale  santa. 
Dopo  la  decadenza  delle  repubbli- 
che greche,    l' isola  cadde  sotto     il 
dominio  de'romani^  mentre  era  dei 
corciresi.-  Dominata  dagl'imperatori 
d'  oriente,    ebbe  in    seguito  i    suoi 
propri    principi,    finché    nel    i479 
gl'isolani  la   consegnarono  a  Mao- 
metto IL  I  veneti   poco    la     posse- 
dettero,   indi  si  liempì  degli  ebrei 
espulsi  dalla  Spagna  da  Ferdinando 
V.  Diventata    l'isola  nido  di  pirati, 
nel   1684  il    veneto   Morosini  l'oc- 
cupò, onde  la    repubblica    di    Ve- 
nezia solo  nel    17 15  la  restituì  ai 
turchi.  B'inalmente    soggiacque    ai 
destini  di  Corfù  e  delle  altre  isole 
jonie.  L'isola  era  celebre  pel  tem- 
pio di  Apollo,  e    per  la    rocca  di 
Leucade  curvata  sopra  il  mare,  da 
cui  gli  amanti,  tra'quali  la   famo- 
sa Saffo,    si     lanciavano  nel     mare 
colla  lusinga  di  guarire  dalla  loro 


LEU  i63 

passione  amorosa.  In  somma  l'an- 
tica Leuca,  un  miglio  distante  dal 
mare,  si  vuole  rimpiazzata  in  oggi 
da  s.  Maura.  11  nome  di  Leuca 
o  Leucade  non  trovasi  nelle  anti- 
che Notizie,  nemmeno  in  quella  di 
Jerocle.  La  Notizia  che  si  attri- 
buisce all'  imperatore  Leone  ne  fa 
menzione  come  di  un  arcivescovato. 
Anche  Commanville  ,  che  la  dice 
eretta  sotto  la  metropoli  di  Le- 
panto, attesta  che  poi  divenne  nel 
IX  secolo  arcivescovato  onorario. 
Il  prim9»  vescovo  che  si  conosca 
di  Leucadia  fu  Giovanni  che  assi- 
stette al  concilio  del  patriarca  Si- 
sinnio  nel  997.  Tra  i  suoi  succes- 
sori vi  fu  Natanaele  ,  che  portossi 
a  Roma  per  chiedere  la  comunio- 
ne al  sommo  Pontefice,  verso  la 
metà  del  secolo  XVII.  Dopo  di 
lui  sono  notati  Alipo,  Antimo,  ed 
Eugenio  che  sedeva  verso  il  1720. 
Oriens  chrìst.  t.   II,   p.  iSi. 

LEUCIO  (s.),  martire.  Sofferse 
molti  tormenti  e  diede  la  vita  per 
la  fede,  ad  Apollonia  in  Frigiaj 
durante  la  persecuzione  di  Decio, 
circa  la  metà  del  terzo  secolo.  È 
menzionato  nel  martirologio  roma- 
no sotto  il  giorno  28  gennaio,  in- 
sieme ai  ss.  Tirso  e  Callinico,  che 
furono  suoi  compagni  nel  mar- 
tirio. 

LEUCOSIA.  r.  NicosiA. 

LEUFREDO  (s.),  abbate  dell;t 
Croce  in  Normandia.  Nacque  di 
cospicua  famiglia  nel  territorio  di 
Evreux,  e  compiti  gli  studi  a 
Chaitres  fece  ritorno  alla  patria, 
ove  fabbricò  un  oratorio  di  cui  fu 
vietato  r  ingresso  alle  donne.  Si 
diede  intieramente  alla  pratica  del- 
le opere  buone,  particolarmente 
alla  istruzione  de' fanciulli  e  al  sol- 
lievo de' poveri.  Desiderando  me- 
nare vita  piìi  perfetta,  si  allontanò 


i64  LEU 

dalla  patria  per  porsi  sotto  la  gui- 
da di  un  certo  Bertrando,  solita- 
rio per  esimia  santità  rinomato, 
che  dimorava  a  Cailly  nella  dio- 
cesi di  P\.ouen,  e  poco  dopo  prese 
l'abito  nel  monastero  di  s.  Sido- 
nio  recentemente  fondato  nel  pae- 
se di  Caux.  Ad  insinuazione  di  s. 
Ansberto  arcivescovo  di  Rouen , 
che  assai  lo  stimava,  ritornò  nella 
sua  patria  per  moltiplicarvi  il  nu- 
mero dei  veri  servi  di  Dio.  Fer- 
matosi due  leghe  distante  da  E- 
vreux,  in  riva  al  fiume  Euro,  nello 
stesso  luogo  in  cui  s.  Audoeno 
aveva  eretto  una  croce  in  i-icor- 
danzar  di  una  che  glien'era  apparsa 
splendentissima,  vi  edificò  una  cap- 
pella, e  poscia  un  monastero  con 
una  chiesa  in  onor  della  Croce, 
degli  apostoli  e  di  s.  Audoeno . 
Governò  per  quaraut'anni  quel  mo- 
nastero, rendendosi  assai  riguarde- 
vole pel  suo  amore  all'orazione,  al- 
le veglie  e  al  digiuno,  e  per  la 
sua  bontà  verso  i  suoi  religiosi, 
non  meno  che  pel  suo  impegno 
nel  mantenervi  l'osservanza.  Mori 
nel  738,  e  fu  seppellito  nella  chie- 
sa di  s.  Paolo,  che  avea  fatta  edi- 
ficare egli  stesso  ;  ma  poscia  fu 
trasferito  in  quella  della  Croce,  e 
di  là  a  s.  Germano  dei  Prati  a 
Parigi.  S.  Leufredo  è  menzionato 
nel  martirologio  romano  il  dì  2 1 
di  giugno. 

LEUWARDEN,  LEEWARDEN, 
o  LEWARDEN,  Leovardia.  Città 
vescovile  dei  Paesi  Bassi,  capoluo- 
go della  provincia  di  Frisia,  di 
circondario  e  di  cantone,  suU'Ee. 
È  sede  dell'autorità  della  provincia, 
ed  è  cinta  da  un  bastione  in  ter- 
ra, preceduto  da  una  fossa,  ed  in- 
tersecata da  un  gran  numero  di 
canali  fiancheggiali  d'alberi;  assai 
bene  fabbricata,  con  strade  larghe 


LEV 

e  dritte.  Possiede  dodici  chiese,  «- 
na  delle  quali  rinchiude  le  tombe 
dei  principi  d'  Grange.  Vi  si  os- 
serva il  palazzo  comunale,  l'arse- 
nale, la  borsa,  la  casa  di  correzio- 
ne, il  palazzo  del  principe  d'Oran- 
ge,  e  diversi  stabilimenti  d' istru- 
zione e  di  beneficenza,  non  che  di 
industria,  massime  delle  rinomate 
tele.  Tra  gli  uomini  illustri  che 
vi  nacquero,  nomineremo  lo  storico 
W^insennio .  Leuwarden  non  era 
anticamente  che  un  borgo,  e  s'in- 
cominciò a  cingerlo  di  muro  nel 
I  190.  Ad  istanza  di  Filippo  II 
re  di  Spagna,  Paolo  IV  a' 12  mag- 
gio iSSg  v'istituì  la  sede  vesco- 
vile, sotto  la  metropoli  d'Utrecht, 
nel  territorio  di  dieci  terre,  per 
settantadue  miglia  di  lunghezza  e 
quaranta  di  larghezza.  Assegnò  tre- 
mila ducali  d'oro  dalie  decime,  e 
mille  cinquecento  ducati  dal  me- 
desimo sovrano  assegnati,  cui  diede 
il  diritto  di  nominare  alla  chiesa. 
Ma  per  le  note  vicende  dell'insur- 
rezione scoppiata  nelle  Fiandre  po- 
co dopo,  la  sede  vescovile  restò 
come  soppressa. 

LEVATRICE,  Obstetrix.  Quella 
donna  che  assiste  alla  femmina 
partoriente,  e  raccoglie  il  parto.  È 
assai  probabile  che  ne'  tempi  più 
antichi  le  femmine  partorisseio 
da  loro ,  come  fanno  tuttora  le 
donne  de'selvaggi;  esse  non  allen- 
devano  che  il  soccorso  di  una  ma- 
no straniera  venisse  a  facilitar  loro 
quella  naturale  operazione.  Le  ri- 
flessioni che  si  fecero  in  seguito 
sui  diversi  accidenti  ai  quali  tro- 
vavansi  alle  volte  esposte  le  donne 
soprapparto,  persuasero  della  neces- 
sità di  ridurre  a  metodo  una  prati- 
ca della  quale  importantissime  era- 
no le  conseguenze;  quindi  si  sa  che 
anco  nei  tempi  antichi  erasi  trova- 


LEV 

ta  i'arfe  di  assistere  ai  paiti.  La 
jwofessixjne  delle  levalrici  è  uua 
delle  più  importanti  della  società, 
avendo  per  oggetto  la  conservazio- 
ii,e  della  vita,  e  perchè  l'imperizia 
di  esse  può  talvolta  cagionare  la 
morte  di  due  persone,  cioè  della 
madre  e  del  figlio  o  figlia.  Tali 
in)portanti  considerazioni  e  molte 
altre  hanno  promosso  in  ciascuno 
stato  ben  governato  dei  regolamen- 
ti, i  quali  permettono  l'esercizio  di 
(jiiesta  professione  a  quelle  donne 
soltanto  la  cui  capacità  è  ricono- 
sciuta. La  sacra  Scrittura  racco- 
mandò la  memoria  delle  levatrici 
di  Egitto,  perchè  nulla  curando 
gli  ordini  crudeli  del  re  Faraone, 
ebbero  il  coraggio  di  salvar  mol- 
ti figli  maschi  degli  ebrei.  1  con- 
cili i  prescrissero  tre  cose  relativa- 
mente alle  levatrici  :  i."  che  doves- 
sero ottenere  un  attestato  di  catto- 
licità, o  dal  parroco  o  dal  vescovo; 
2."  che  sarebbero  elleno  approvate 
dal  vescovo  o  dal  suo  vicario;  3." 
eh'  era  loro  dovere  di  procurarsi 
almeno  due  testimoni ,  i  quali  assi- 
stessero al  battesimo,  che  esse  in 
caso  di  bisogno  amministravano,  ed 
i  quali  potevano  essere  interrogati 
dal  parroco,  quando  il  bambino 
o  la  bambina  veniva  portato  alla 
chiesa.  I  medesimi  concilii  ordina- 
rono ai  parrochi  d' invigilare  alla 
istruzione  delle  levatrici,  sull'ammi- 
nistrazione del  battesimo. 

LEVINA  (s.),  martire.  Vergine 
bretona,  che  ricevette  la  corona 
del  martirio  sotto  i  sassoni,  prima 
che  questi  popoli  si  fossero  con- 
vertiti alla  fede.  Il  suo  corpo  fu 
per  molto  tempo  custodito  a  Sea- 
ford,  presso  Lewes,  nel  paese  di 
Sussex.  Nel  io58  le  sue  reliquie 
furono  portate  in  Fiandra  con  quel- 
le di  s,    Ideberga  vergine,  ed  una 


LEV  i65 

parte  di  quelle  di  s.  Osvaldo,  e 
sono  ancora  a  Berg-san-Winock. 
Elleno  sono  state  onorate  da  un 
gran  numero  di  miracoli,  massime 
nella  loro  traslazione.  La  chiesa 
brita:mica  onorava  s.  Levina  il  dì 
24  di   luglio. 

LKVIS  Filippo  ,  Cardinale.  Fi- 
lippo Levis  de'  baroni  di  Quelci  e 
di  Cousan,  di  nazione  francese,  do- 
po aver  ottenuto  il  vescovato  di 
Agde  nella  Linguadoca ,  fu  trasfe- 
rito alla  metropolitana  d' Auch  in 
Guascogna,  e  da  Pio  II  nel  1462 
o  i463  a  quella  di  Arles.  Per  la 
sua  singoiar  probità  e  chiarezza  del 
sangue  Sisto  IV  ai  7  maggio  i^jS 
io  creò  cardinale  prete  del  titolo 
de'  ss.  Marcellino  e  Pietro.  Mori 
in  Roma  dopo  due  anni  nel  \^j5 
in  eia  di  quaranta  anni.  Fu  sepol- 
to nella  basilica  Liberiana,  ove  sul- 
la porta  santa  gli  fu  eretto  un 
magnifico  avello,  rappresentandosi 
il  cardinale  giacente,  con  onorevole 
epitaffio.  Nella  chiesa  di  s.  Giorgio 
in  Velabro,  dal  lato  sinistro  del- 
l'altare maggiore,  si  vede  una  lapi- 
de in  forma  ovale  ,  la  quale  sup- 
pone che  il  cardinale  sia  sepolto 
in  quel  tempio. 

LEVITI.  Ebrei  discendenti  della 
tribù  di  Levi,  così  chiamata  da 
Levi  figlio  di  Giacobbe  e  di  Lia,  e 
principalmente  quelli  ch'erano  im- 
piegati negli  uffici  più  intimi  del 
tempio,  per  distinguerli  dai  sacer- 
doti discendenti  da  Aronne,  i  qua- 
li erano  pure  della  stessa  tribù 
per  via  di  Caath ,  ma  impiegati 
nelle  più  elevate  funzioni  del  tem- 
pio. Dio  scelse  i  leviti,  in  vece  dei 
primogeniti  di  tutto  Israele,  in  ser- 
vigio del  suo  tabernacolo  e  del  suo 
tempio,  per  le  funzioni  del  cullo 
divino.  Erano  essi  incaricali  di 
farvi  la  guardia  di  notte  e  di  gior- 


j66  lev 

no,  e  di  portarvi  tutte  le  cose  ne- 
cessarie, sotto  la  direzione  de' sacer- 
doti, cui  essi  davano  la  decima  del- 
le decime  medesime,  che  Dio  avea 
loro  accordato  per  la  propria  sus- 
sistenza su  tutte  le  granaglie,  sulle 
frutta  o  sugli  animali  ;  dappoiché 
essi  non  possedevano  alcuno  stabile, 
tranne  quarantotto  città  assegnate 
a  loro  dimora  in  tutte  le  tribù, 
con  alcuni  campi,  pascoli  e  giardi- 
ni all'intorno.  Quando  i  leviti  ser- 
vivano nel  tempio,  si  pascevano  del- 
le offerte  ed  oblazioni  fattevi  :  ser- 
vivano per  turno  e  in  ciascuna 
settimana  come  i  sacerdoti.  Prin- 
cipiavano la  settimana  col  gior- 
no di  sabbato,  e  la  terminavano 
nel  giorno  medesimo  della  setti- 
mana seguente.  Non  vestivano  abi- 
ti diversi  da  quelli  degli  altri  i- 
sraeliti,  finché  Agrippa  re  de'giu- 
dei  permise  loro  di  portare  la 
tunica  di  lino  nel  tempio  come  i 
sacerdoti,  cioè  sei  anni  prima  che 
il  tempio  fosse  distrutto  dai  roma- 
ni. I  leviti  corrispondevano  a  un 
di  prezzo  ai  nosti'i  diaconi,  per  cui 
Prudenzio  nell'inno  in  onore  di  s. 
Lorenzo  martire  arcidiacono  ro- 
mano, lo  chiamò  Levita  suhliinis 
gradiis,  ed  altri  lo  appellarono  ar- 
chi lei'ùa.  Dalla  enumerazione  che 
Salomone  fece  de'leviti  dall'età  di 
venti  anni,  se  ne  trovarono  tren- 
tottomila  capaci  di  servire  :  ne 
destinò  ventiquattromila  al  mini- 
stero quotidiano  sotto  i  sacerdoti  ] 
seimila  pe^'  essere  giudici  inferiori 
nelle  città,  e  decidere  le  cose  ap- 
partenenti alla  religione^  ma  non 
di  grande  importanza;  quattromila 
per  essere  portinai  ed  aver  cura  de- 
gli ornamenti  del  tempio  ;  e  il  re- 
sto per  fare  l' uffizio  di  cantoi  i. 
lissendo  Mosè  della  tribù  di  Le- 
vi, gl'increduli  lo  accusarono  di  a- 


LEY 

ver  avuta  per  essa  una  particolar 
predilezione  con  pregiudizio  delle 
altre  tribù.  Mosè  viene  difeso  dal 
Bergier  e  da  altri,  ed  i  suoi  di- 
scendenti non  erano  che  semplici 
leviti. 

LEVRIERE,  Orrfwe  equestre.  Nel- 
l'anno i4i6  molti  /ignori  del  du- 
cato di  Bar  si  unirono  e  formarono 
una  societàj  la  di  cui  insegna  eia 
un  cane  levriere  con  un  collare  a- 
vente  l'epigrafe:  Toni  un,  tutto 
uno.  Essi  promisero  di  amarsi  vi- 
cendevolmente ,  di  mantenere  la 
loro  parola,  di  difendere  quel  qua- 
lunque de' suoi  compagni  contro 
r  altrui  maldicenza,  e  di  renderlo 
in  pari  tempo  di  ciò  avvertito.  O- 
gni  anno  eleggevano  tra  di  loro 
un  re,  e  si  adunavano  per  le  loro 
assemblee  nel  mese  di  novembre 
nel  giorno  di  s.  Martino,  e  nel 
mese  di  aprile  il  giorno  di  s.  Gior- 
gio. Se  qualcuno  avea  commesso 
qualche  mancamento ,  ne  veniva 
ripi'eso  dal  re,  e  da  cinque  o  sei 
altri  della  società.  Chi  mancava 
alle  assemblee  senza  legittimo  im- 
pedimento, pagava  una  marca  di 
argento.  Nella  compagnia  le  accet- 
tazioui  de' cavalieri  si  facevano  dal 
ve,  da  otto  o  dieci  de'più  qualifi- 
cali, oltre  il  consenso  del  duca  dj 
Bar,  che  prometteva  di  proteggerli 
con  tutte  le  sue  forze.  Se  alcuno 
de'cavalieri  era  offeso,  dovea  invo- 
car la  giustizia  del  duca,  o  di  quel 
signore  nello  stato  del  quale  si  tro- 
vava l'offensore,  ed  in  caso  di  ne- 
gativa I  cavalieri  erano  tenuti  pren- 
derne le  difese.  Helyot  t.  VIU,  p, 
353. 

LEYRA.  Luogo  della  Navarra 
nella  Spagna,  nove  leghe  lungi  da 
Pamplona ,  celebre  pel  monistero 
ed  abbazia  di  s.  Salvator  di  Leira 
o    Lcyra    dell'ordine    cistcrciense, 


LEZ  LEZ                    167 

presso  la  riva  destra  dell'Aragona,  rito  semplice,  tre  sole  lezioni  si 
La  chiesa  è  osservabile  pei  suoi  hanno  al  mattutinu  ,  e  due  o 
ornamenti,  e  per  essere  stato  il  almeno  una  di  esse  è  sempre 
luogo  di  sepoltura  per  molti  re  di  presa  dalla  scrittura  occorrente.  An- 
Navarra  :  il  monastero  godeva  pri-  ticamenle  quando  l'olllcio  era  sem- 
ma  considerabili  rendite.  In  que-  pre  ad  un  incirca  il  nostro  feria- 
sto  luogo  vi  si  tennero  due  concilii.  le,  la  memoria  de'  santi  che  ca- 
li primo  nel  1022  intorno  ai  pri-  desse  in  quel  dì  si  celebrava  colla 
vilegi  della  medesima  abbazia  di  s.  semplice  commemorazione,  a  un  di 
Salvatore.  Il  secondo  nel  1070  sullo  prezzo  come  attualmente  si  pratica 
stesso  argomento.  Aguirre  t.  Ili  ;  pei  santi  che  diconsi  semplici,  quan- 
Mabillou  ,  Aniial.  s.  Bcned.  t,  V,  do  cadono  in  una  feria  eccettuata 
p.  3 1 .  che  fa  omettere  la  loro  lezione 
LEZIONE,  Lectìo.  Ciò  che  leg-  propria,  lasciando  la  commemora- 
gesi  o  nella  messa,  che  altrimenti  zione  solamente.  Egli  è  da  avver- 
chiamasi  epistola,  o  nell'  uffizio  di-  tirsi  come  provvidamente  la  Chiesa 
vino.  Viene  chiamata  lezione^  per-  in  occasione  di  queste  ferie  ha  ri- 
cliè  si  legge  e  non  si  canta;  tutto  tenuto  una  viva  forma  dell'  anti- 
al  più  vi  si  dà  una  leggiera  in^  chissirao  rito  dell'officio,  acciò  gli 
flessione  di  voce,  come  avverte  il  ecclesiastici  di  tanto  in  tanto  si 
Wacri,  Not.  de  vocab.  eccl.  Per  vedessero  rimessa  dinanzi  agli  oc- 
trovare  l' origine  di  queste  lezio-  chi  la  rispettabile  pratica  de'mag- 
ni  che  si  fanno  nella  liturgia  giori,  e  si  stringesse  sempre  quel- 
crisiiana  non  è  d'uopo  risalire  al-  lo  spirito  di  unità,  che  incatena 
l'uso  della  sinagoga.  Senza  dubbio  tutti  i  secoli  della  Chiesa.  Il  ven. 
gli  apostoli  non  ebbero  bisogno  di  cardinal  Tommasi,  per  una  special 
un  tale  esempio  per  esortare  i  fé-  divozione  all'antico  rito,  avea  otte- 
deli  a  leggere  nelle  loro  assemblee  nuto  particolar  indulto  dalla  santa 
i  libri  santi.  Per  fare  queste  lezio-  Sede,  di  recitar  sempre  l'ofticio  ia 
ni  fu  stabilito    l'ordine    ùc  Lettori  tal   modo. 

(F''edi).  Le  lezioni^  dopo  i  salmi,  Nel  giorno  poi  della  domenica, 
occupano  il  maggior  spazio  del  che  tutti  i  fedeli  si  adunavano 
breviario,  e  sono  per  la  massima  alla  chiesa,  l'officio  è  stato  sempre 
parte  cavate  dalle  divine  scritture,  più  lungo,  con  più  salmi,  più  le- 
e  quindi  di  ispirazione  immediata  zioni,  ec.  quasi  doppio  degli  altri 
dello  Spirito  Santo.  Esse  si  leggono  giorni.  L'odierno  officio  domenica- 
ai  mattutino  soltanto.  L'uffizio  fé-  le,  con  tre  notturni  e  nove  lezioni, 
riale  che  conserva  più  espressamen-  ne  serba  l'immagine.  Simile  anti- 
le  l'antica  forma  e  rito,  ne  ha  so-  camente  si  recitava  1'  officio  nelle 
le  tre  ,  che  sempre  si  pigliano  solennità  del  Signore,  nelle  quali, 
dalla  Scrittura  dell*  antico  e  del  come  nella  domenica,  il  popolo 
nuovo  Testamento;  e  nelle  ferie  era  tenuto  di  convenire  ad  synU' 
più  solenni  ,  nelle  quali  si  leg-  xitii.  Quindi  tale  officio  si  disse 
gono  dal  vangelo ,  vi  si  aggiunge  similmente  doppio.  Per  alcuni  se- 
l'omelia  di  un  santo  padre  che  ne  coli  non  si  celebrò  la  memoria  di 
inteipreta  il  testo.  Anche  quando  altri  santi  fuorché  de'martiri.  Di 
l'offizio    è  di   un    qualche  santo  di  quelli  che  oggi  diciamo  confessori, 


i68                  LEZ  LEZ 

s'inserivano  i  nomi  ne'sacri  Dìttici  materie,  mediante  la  sacra  con^re- 
(Fedi),  e  si     leggevano     in  tempo  gazione  de'riti,  appartengono  al  di 
della  liturgia.  Si  cominciò    in  prò-  lei     esame     ed     approvazione,     da 
gresso  a  farne  memoria  anche  nel-  chiunque  sieno  composte,  le  lezioni 
l'officio,  lo  che  avvenne  forse  però  o    leggende    che    s'inseriscono  nel- 
più  tardi,  co'nomi  delle    vergini  e  l'uffizio  de'nuovi  santi.  Il  Durando, 
delle  vedove,  ec.  E  siccome  erano  nel  Rntionak  cap.  3,  n.  43,  lib.  V, 
destinati  espressamente    de'  chierici  prova   l'antichissimo    uso    delle  le- 
e  in  ispecie  de'diaconi,  che  raccoglie-  zioni,  adducendo  le     testimonianze 
vano     e    sceivevano    gli     atti     del  di  Cassiano,    De  coenob.  inslit.  lib. 
martirio,  di  chi  lo  soffi-iva  in  seno  2,  cap.  6.  Anche    Sigiberto    ne  fa 
della  cattolica  fede  e  per  lei;  laon-  memoria  all'anno  807,  e  Agoberto 
de  tali  atti  a  comune  eccitamento  al  cap.   29  de  correct.  Antiphona-. 
ed  edificazione  si  leggevano  al  pò-  ''"•  Col  titolo  similmente  di  lezio- 
polo  in  tempo  ch'era  adunato  alla  "'    si     chiamavano     altre     volte     i 
chiesa.  Cessate  che    furono  le  per-  Capitoli  [Fedi),  che  tuttora  si  re- 
secuzioni,  in    mancanza  di    nuovi,  citano  a  prima    ed    altre    ore  mi- 
si andò  ripetendo  la    lettura  degli  nori,    come    anche    alle  laudi  del 
atti  antichi,   e    questa    cominciò  a  mattutino,  e  si  distinguevano  dalle 
far  parte  dell'  officio    divino    nelle  alfie     colf  aggiunto     di    Lcctiones 
memorie  de'  martiri.     Nel  concilio  breves.   Di  esse  che  ordinariamente 
di  Laodicea,   circa  1'  anno  366,  si  sono  prese  allo  stesso    modo  dalla 
fa  menzione  di  tale  uso  ;     e  s.   A-  Scrittura,   parla     in     alcune  lettere 
gostino  nel  serm.   2   di  s.  Stefano,  il   P-  d.  Ermanno  Schenk,  e  il  ven. 
ile  parla  come  di  cosa    già  comu-  cardinal   Toramasi    nel  t.  IV  della 
uemente  introdotta.     Comechè  poi  sue  opere.   Qui  è  da  notarsi  che  1« 
a  similitudine  di  tali    festive  com-  lezioni     della     Scrittura,     incoinin- 
uiemorazioni  de'martiri,  s'introdus-  ciando     dalla     Genesi,     il     di     cui 
sero  in  seguito,    come    si    è  detto,  principio  si    pone    nella    domenica 
quelle  de'confessori  e  delle  vergini,  di    settuagesima,     si    vanno    distri- 
così  a  somiglianza     degli    atti  del  buendo    negli     ofllci    dell'anno    iu 
martirio  de'primi,    si   pensò     natu-  modo,    che    qualche    parte    se  ne 
Talmente    a    distendere    una    sue-  venga  a  leggero  di  ogni  libro  dei- 
cinta  leggenda    e    autentica    delle  l'antico  Testamento    e  del  nuovo  : 
virtuose  gesta  di  questi  ;  quindi  le  di  qui  è,  che  i    principii     de'  libri 
lezioni     proprie     de'  santi.     Quelle  santi,  se  siansi  dovuto  ommetterli, 
che  abbiamo  di    s.    Ambrogio,    di  si  trasferiscono  in  altro  giorno, 
s.   Agostino  e    di    altri     padri    che  II  libro  delle  lezioni,    detto  Le^ 
spesso  nelle  loro  opere    si  trovano  zionario,  lectionariuni,  leciionarius 
col    titolo    di    Serniunes    in  natali  liber,    contiene    le    lezioni    che  si 
ss.  NN.   ci    possono    servire  di  e-  leggono  nell'uffizio    divino.  Antica- 
sempio.   Alcune  se    ne  trovano  già  mente  chiamavansi     lezionarii  i  li- 
inserite  nell'ufficio  de'santi  più  an-  bri  che  contenevano     non    solo  le 
tichi  ;  e  ne'  posteriori    tempi,  spe-  lezioni,   ma     anche     l'epistole  e  gli 
cialniente  dopo  che  la    Chiesa  ro-  evangeli   che  si     dovevano    cantare 
matia  incominciò  a   dare  un  ordine  in  coro   nel  decorso  dell'anno.  Nar- 
vieppiù  autentico  e  (isso    a  queste  ra  il  Macri,  che  le  lezioni  del  bre- 


I 


LEZ 

viario  furono  raccolte    da  s.  Giro- 
lamo per  ordine  del     Papa  s.  Da- 
rnaso  J,  formandone    un   intero  li- 
bio  che  si  chiamò  Leclionariuni  o 
Comes  .V.  Hitronymi.    Le    vile  dei 
santi  che  si  leggono     nel     secondo 
iiotturno,   furono    raccolte    o  com- 
poste da  Paolo    Diacono    e  da   U- 
SLiardo  per  ordine  di  Carlo  Magno. 
Quelle  però  che  si   leggono  in  og- 
gi sono  slate  corrette  dai  cardinali 
Baronio  e    Bellarmino    per    ordine 
di   Clemente  Vili.     Le    lezioni  del 
venerdì  santo  si     leggono  senza  ti- 
tolo,  perchè  la  Chiesa  è  priva  del 
suo  capo  Gesù    Cristo,     e  neppure 
nel  sabbato    santo,    perchè     Cristo 
non  è  ancor  comparso  agli  aposto- 
li, come  osservano    Gemm.   lib.   3, 
Gap.   89,  e  Buperto  lib.  7,  cap.  9; 
ovvero,  secondo    Alcuino,     per  di- 
notare la  cecità  de'catecumeni  non 
ancora  illuminati  col  santo  battesi- 
mo. Terminate  le  lezioni    si  trala- 
sciano pure  nel  triduo   della  setti- 
mana  santa  le  parole,     che  soglio- 
no dirsi   mai  sempre    inginocchioni 
per  domandar  perdono  delle  colpe 
o  mancamenti  commessi  nel  legge- 
te :    Tu    aiiteni    Domine     miserere 
iiobis  j  e  ciò  in  segno  di   mestizia, 
per  cui  ancora    si    tralasciano  nel- 
l'uffizio de'morti.   In   alcune  chiese 
in  questo    ultimo     uffizio,    in  vece 
delle  dette  parole,   si  dice  :     Beati 
morluif  qui  in  Domino    moriuntur. 
Anticamente     prima     che     si  inco- 
minciasse   a  leggere     le  lezioni,  il 
diacono  avvertiva     che    si    tacesse, 
per  attendere    alle    divine    parole, 
come    si     ha  da  s.     Agostino,   De 
civit.    Dei  lib.   22,     cap.     8  ;  e  da 
s.   Isidoro,     De    eccl.     off.     lib.    i. 
Questo    rito    viene     osservato  dalla 
Chiesa  greca,  perchè  prima  di  co- 
minciar  la   lezione  il    diacono  dice 
^d    aita    voce:     attendamiis  j    e  se 


LEZ  169 

non   VI   è   il  diacono   fa   lo  stesso  il 
sacerdote.   Questa  cerimonia  si  pra- 
tica ancora  nella  Chiesa  ambrosia- 
na, dove  ad  alta     voce     prima    di 
cominciare    la   lezione    si   dice  :   si- 
lenlium  hahcle.    Inoltre  anticamente 
prima  della   lezione    segnavansi   gli 
uditori   col   segno  della   croce,  scri- 
vendo s.   Isidoro,     loco    citato  cap, 
X:    Clini  leclio  legitur,  facto   sileu' 
tio,  acque  audiatur  a  cunclis^  navi 
et  si  lune  sitperveniat  quisque,  cuni 
leclio  celebratur,    adoret   Deuni,  et 
pr  esigua  ta  fronte,     aure  ni    soUicite 
accomodet.      La      lezione      udivasi 
stando  seduti,    come     si    fa    anche 
oggi  :  i  greci  però  stanno  in  piedi 
quando  leggono  le   lezioni  del  nuo- 
vo Testamento  e  siedono    a  quella 
del     vecchio.  Amalar.  ,     De  eccles, 
off.  lib.   3,  cap.    IO.    Le  dodici  le- 
zioni  del  sabbato  santo  si  leggevano 
in  greco  ed  in  latmo,  per  denota- 
re l'unione  delle  due  chiese,  come 
dicemmo  al  voi.  IX,  p.   5  e  6  del 
Dizionario  ;    ciò     che    fu  praticato 
in   Boma  nel     secolo    passato  sotto 
Benedetto  XIII.     Il     Bodotà,    Del- 
lorigine     del  rito    greco    in  Italia 
lib.   HI,  cap.    XVI:   Del    rito   delle 
greche  lezioni  nelle  funzioni  eccle- 
siastiche latine    nelle    chiese  d'Ita- 
lia,   e    delle     lezioni     latine     nello 
messe  e     solennità     greche,    ci  dà 
importanti  erudizioni. 

Delle  lezioni  che  si  cantano  la 
notte  del  Natale  nella  cappella 
pontificia,  di  quella  che  canta  il 
Papa  ed  i  cardinali,  e  della  quin- 
ta che  cantava  l'imperatore  o  al- 
tro principe  nella  benedizione  del- 
lo iV/ocfO  e  berrettone  (Fedi),  eia 
settima  nel  mattutino  il  medesimo 
imperatore  se  in  cappella  era  pre- 
sente, ne  parlammo  a  detto  voi. 
p.  107  e  seg.  j  in  oltre  si  possono 
vedere    gli    articoli,    Imperatore  e 


i-n  LIB 

JUBE    DOMNE    BENEDICERE.     V.    Ange- 
lo  Rocca,    Oper.   t.  I,  p.    219;   De 
precatione,  cjua  lectiones    in  macu- 
lino   praeveninius,  nec    non  de  fi- 
ne, quo  eas  concludimuSj    hoc  est: 
Juiìe  Donine    benedicere.     Tu  au- 
teia   Domine    miserere    nobis.  Dea 
graiìas.  Veggasi  inoltre  il  Barbosa, 
De  signif.  myst.  cap.  IX,  de  lecdo' 
nibus.   Pompeo  Sanie! li  nelle  Lelt. 
eccl.  t.  IX,  lett.  XVII,  n.   5,  par- 
lando  delle   lezioni    dell'unìcio   dei 
morti,  perchè  prese     dal     libro  di 
Giobbe,  riporta  le  parole  di  Dionisio 
Cartusiano  :     merito    lectiones    prò 
dffunctis  Job     suniptae    snnt  j  qui 
de  generali  resurreclione  prae  cae- 
teris  prophetis    valicinatus   est.  Dei 
diversi  riti  sulla  recita    delle  lezio- 
ni, scrisse  un  dotto  articolo  il    oh. 
d.   Giovanni  Diclich  nel  suo  Dizio- 
nario sacro  liturgico  ,    alla  parola 
Lezioni.  Grande  è    poi  la  diligen- 
za e  circospezione  della  Chiesa  nel- 
l'esaminare  ed  approvare  le  lezio- 
ni dei  santi,  che  sono  inserite  nel 
suo  breviario.  E   pure    perchè    in- 
volgono storie  di  puri  fattij  la  sus- 
sistenza de'quali  dipende    dalla  fe- 
de umana,  la  Chiesa  non  si  arrose 
in  ciò  r  infallibilità,  lascia  la  liber- 
tà ai  critici  di  discuterli,    né   con- 
sidera per  suoi  avversari  quelli  che 
talvolta    la     sentono    diversamente 
da   lei,  come  scrisse    il    Macchietta 
nel     suo    commeiilaiio    del    divino 
olllcio  al    cap.    17.     Molto    di    più 
su  questo  proposito  si    può  vedere 
in  Benedetto  XIV,  De   canonizat. 
ss.   iib.  4j  P-   2,  cap.    i3,  n.   8. 

LIBA  Ni.  Sede  vescovile  nella 
provincia  e  sotto  la  metropoli  di 
Cizico  neir  esarcato  d'Asia,  se  pu- 
re non  viene  chiamata  con  altro 
nome.  Diversi  vescovi  latini  ne 
occuparono  la  sede,  cioè  Giacomo; 
Giovanni  I  agostiniano  che  gli  suc- 


LIB 
cesse  nel    iSga;    Giovanni     II  no- 
minalo dopo  una     lunga    sede  va- 
cante da    Calisto     III     nel     i455; 
Giovanni  IH  del    i465;   Gutterio  o 
Gonterio  di   Quinnones    domenica- 
no,  fatto  da   Sisto  IV     nel    1477; 
Alfonso  da    s.  Cipriano    spagnuolo 
del  medesimo  ordine,  nominato  da 
Alessandro   VI   nel    1492;  Antonio 
Gard  pure  domenicano,  eletto  dal- 
lo stesso  Pontefice  nel  luglio  i5o2. 
Oriens  christ.   t.   Ili,  p.   493- 
LIBANO. 7^.   Monte    Libano. 
LIBELL ATICO, Libellaticus.  Nel- 
la    primitiva    Chiesa,   e     principal- 
mente sotto  Decio,  si    diede  il  no- 
me di  libellatici     a     quei    cristiani 
che   per  timore    di    perdere  i  loro 
beni,  cariche  e  vita,  ottenevano  dei 
biglietti   o  certificati  dai  magistrati 
pagani,  che    loro    servivano   di  at- 
testali  per  giustificare  che  avevano 
obbedito  agli  editti    degl'imperato- 
ri, ed  impedire  così    che  venissero 
nuovamente     molestati     sulla    loro 
religione.  Sia  che  questi    libellatici 
non  rinunziassero  poi    al  cristiane- 
simo, come  lo  pretendono    i  Cea- 
turiatori   di   Magdeburgo,    e  Tille- 
inont,  t.  Ili,  p.  3 18,  702, sia  che  vi 
rinunziassero  in    secreto    davanti  i 
magistrati,  o  da  loro  stessi  andan- 
do   a    trovarli,  o    per    mezzo    di 
persone     mandate    da     loro     come 
sostiene  il  Baronio  all'an.  2o5,  n.  4, 
ed  all'an.  aSS,  n.  6j  in  tutti  i  modi  è 
cei'to  che  il  loro  errore  era  sempre 
grandissimo,  tanto  in  un  caso,  quan- 
to neir  altro,     e    la  Chiesa   aveva 
ragione    di     non    ammetterli     alla 
sua  comunione,  se  non    dopo  lun- 
ghe    prove,    giacché    dai     loro  bi- 
glietti risultando  che   avevano    sa- 
crificato agli  idoli  ,  dovevano    per 
conseguenza     essere     trattati      co- 
me    idolatri,     quando     anche    essi 
non  avessero  idolatrato.     11     nome 


LIB 

(Il  libeìlalici  dato  a  questi  vili, 
ro'Iardi  ed  indegni  cristiani,  deriva 
deli  biglietti  che  ricevevano  ,  det- 
ti in  latino  libelli,  libellus.  Fedi 
Lassi.  Si  disse  poi  ancora  libello 
quella  lettera  o  biglietto,  di  cui 
parlammo  agli  articoli  I.\dulge.\za 
o  Lettere  ecclesiastiche,  che  i 
martiri  o  i  confessori  davano  nei 
tempi  delle  persecuzioni  ai  cri- 
stiani caduti  in  fallo,  col  quale 
supplicavano  i  vescovi  di  rimetter 
Icjio  con  indulgenza  una  parte 
della  penifenza  canonica  dovuta  al 
loro  peccato.  Questi  libelli  produ- 
cevano due  sorta  di  effetti,  a  quel- 
li ch'erano  in  salute  procuravano  la 
remissione  d'una  parte  di  tal  pe- 
nitenza, ed  a  quelli  ch'erano  mo- 
ribondi, procuravano  loro  la  ricon- 
ciliazione in  punto  di  morte,  seb- 
bene non  l'avessero  domandata  in 
vita,  altrimenti  sarebbero  morti 
privi  di  questa  grazia,  come  lo 
prova  il  p.  Morino  lib.  q,  cap.  24. 
F.   il   Macri  in  Libetlatici. 

LIBERA  ME  DOMINE.  Respon- 
sorio  maggiore  dell'  uffizio  de'  de- 
funti. Abbiamo  un  libro  con  que- 
sto titolo  :  Esposizione  o  breve  Irat- 
la'o  del  responsorio  maggiore  delti 
defonti.  Libera  me  Domine,  Paler- 
mo per  Giovanni  Matteo  Manda , 
i566. 

LIBERATO  (s),  martire.  Era 
abbate  di  un  monastero  nella  Bi- 
zacena  in  Africa  poco  lungi  dal 
Capso.  Al  tempo  di  Unnerico  re 
de' vandali,  gran  fautore  dell'aria- 
nesimo, e  fiero  persecutore  de'cat- 
tolici,  fu  preso  con  altri  sei  fervo- 
rosi s  ervi  di  Dio,  che  si  trovarouo 
111  quel  monastero,  i  quali  erano 
Bonifacio  diacono,  Servo  e  Rustico 
suddiaconi,  Rogato,  Settimo  e  Mas- 
simo monaci.  C^ondotti  tutti  a  Car- 
tagine, e  adoperati  inutili  sforzi  per 


LIB  171 

guadagnarli  colle  promesse,  furono 
rinchiusi  in  una  oscura  prigione 
carichi  di  catene .  Poscia  per  ordi- 
ne del  re  furono  messi  in  un  bat- 
tello ripieno  di  fascine  secche,  e 
legati  sopra  di  esse  per  abbruciar- 
li ;  ma  il  fuoco  che  si  tentò  di  ap- 
piccarvi a  diverse  riprese,  si  estin- 
se maisempre.  11  tiranno  trasporta- 
to da  rabbia  li  fece  moi'ire  a  col- 
pi di  remo;  indi  furono  gettati  io 
mare  i  loro  corpi,  che  vennero  dal- 
le onde  respinti  verso  la  sponda.  I 
cattolici  diedero  ad  essi  onorevole 
sepoltura  nel  monastero  di  Bignè. 
Si  colloca  il  loro  martirio  all'anno 
483,  e  la  loro  festa  si  celebra  ai 
17   di  agosto. 

LIBERAZIONE,  Ordine  equestre. 
Lo  istituì  nel  1736  Teodoro  re  di 
Corsica  [Vedi),  per  celebrare  la 
libertà  che  godeva  l' isola,  dopo  es- 
sere stata  sottratta  dal  dominio  dei 
genovesi.  Stabih  che  il  re  ne  do- 
vesse essere  il  gran  maestro  ;  ai  ca- 
valieri diede  un  abito  di  colore 
azzurro,  con  una  croce  o  stella  sul 
petto  smaltata  in  -oro,  e  sopra  ad 
essa  l'effigie  della  giustizia,  sotto  la 
quale  eravi  un  triangolo  d'  oro 
colla  lettera  T  iniziale  del  suo  no- 
me. Dichiarò  i  cavalieri  nobili  di 
prima  classe,  coi  titoli  d'illustrissi- 
mi e  di  eccellenza  ,  ed  esenti  da 
ogni  querela  in  giustizia  criminale, 
tranne  i  delitti  di  lesa  maestà.  Ad 
essi  destinò  il  comando  delle  navi 
da  guerra,  ed  il  governo  delle  for- 
tezze e  piazze  di  presidio.  Eccet- 
tuati i  genovesi,  dispose  che  nell'or- 
dine si  potessero  ammettere  stra- 
nieri di  qualunque  nazione  e  reli- 
gione, coir  obbligo  di  sborsare  mil- 
le scudi,  pe' quali  avrebbero  un  frut- 
to del  dieci  per  cento.  Inoltre  il 
re  Teodoro  diede  all'  ordine  della 
Liberazione  ^  che  altri  chiamarono 


173  LIB 

Peliherazione ,  i  suoi  statuti  clie 
prescrivevano  ad  ogni  cavaliere  la 
quotidiana  recita  del  salmo:  In  te 
Domine  speravi j  e  dell'orazione, 
Deus  noster  refugiutn  et  virtusj  che 
ogni  cavaliere  fosse  tenuto  a  servi- 
re il  re  a  qualunque  chiamata;  che 
niuno  potesse  entrare  al  servigio  di 
altri  principi  senza  licenza  del  re, 
te  La  forntiola  con  cui  Teodoro 
creò  i  cavalieri  è  la  seguente:  »  Io 
vi  fo  cavaliere  del  nobile  ordine 
della  Lil^erazione.  Da  noi  solo  do- 
vete sodrire  di  essere  toccato  tre 
Tolte  colla  spada  nuda,  e  voi  ci  sa- 
rete obbediente  in  ogni  cosa  fino 
alla  morte  ;  giuratemi  fede  ed  o- 
maggio  sopra  V  evangelo.  "  I  cava- 
lieri nella  messa  dovevano  tener  la 
spada  nuda,  mentre  il  sacerdote 
leggeva  il  vangelo,  per  essere  pron- 
ti alla  difesa.  L' ordine  svan\  come 
il  regno  del  fondatore,  con  breve 
durala. 

LIBERI.  Eretici  della  specie  de- 
gli anabattisti  del  secolo  XVI,  che 
non  riconoscendo  alcuna  potestà  , 
scuotevano  il  giogo  di  ogni  gover- 
no sia  ecclesiastico  ,  sia  secolare. 
Tenevano  donne  in  comune,  chia- 
niavano  unione  spirituale  i  matri- 
moni incestuosi  contratti  tra  fra- 
tello e  sorella ,  e  proibivano  alle 
donne  di  obbedire  ai  loro  mariti , 
quando  non  erano  della  loro  setta. 
Si  pretendevano  impeccabili  dopo 
il  battesimo,  perchè  secondo  essi  la 
carne  sola  peccava,  e  in  questo  si 
chiamarono   uomini   divinizzati. 

LIBERI  MURATORI.   F.   Mu- 

riTORI. 

LIBERIO (s.),PapaXXXVII.  Fi- 
gliuolo  di  Angusto  romano,  da  al- 
cuni creduto  della  nobilissiuìa  fami- 
glia Savelli.  Sanctus  Liberiiis  Papa 
Primus  Natione  Italus  Patria  Ro- 
nianns  De    Stirpe    Nobilissima  De 


LIB 

Qninlylis.  Questa  iscrizione    trovasi 
nel  campo  di   un  antichissimo  qua- 
dro ad  olio  rappresentante  il  santo 
Pontefice  alla   grandezza    del   vero, 
seduto  in  atto  di  dare    la    benedi- 
zione, ilqual  ritratto  è  ora  proprie- 
tà    dell'  antica    e    nobile    famiglia 
romana   De   Cinque,    detta    ancora 
Qtiintiac,  de  Quinaiie,  Qiiintilf,  nel- 
la  quale  si  estinse  la  famiglia  Quin- 
tili, con  essersi    sposala  Sabina  An- 
giola  ultima  superstite    di  essa,  con 
Paolo   III   De  Cinque    a'  14  aprile 
1689,  come  dall'albero  genealogi- 
co della   famiglia  De  Cinque,    pro- 
dotto air  epoca    della    compilazione 
del  processo,  per   essere    ammessa 
la  medesima  nelle  sessanta   famiglie 
romane  coscritte.   Tuttora   la  fami- 
glia  De  Cinque  possiede    il  fìdeco- 
misso    della    famiglia     Quintilj.    Il 
Papa  s.   Silvestro  I  lo    creò  diaco- 
no   cardinale,    indi    per    morte  del 
Pontefice  s.  Giulio  I,   agli   8   mag- 
gio   dell'anno  352     fu    creato  suo 
successore,     con     di    lui     renitenza, 
come  egli  stesso    scrisse    nell'  episC. 
2   a  Costanzo  imperatore,  presso  il 
Labbé  t.  Il    Concil.  p.  746;  e  Con- 
stant,    Epist.    roni.    Pont.     t.    I,    p. 
425,  n.   3.  Dicesi   avere    ordinato, 
che  ne'giotni  di  digiuno  tulli  si  a- 
stenessero  di  trattare  le  liti,  ripren- 
dendo insieme  quelli  che  nella  qua- 
resima esigessero  dai  debitori  i  loro 
crediti  ;  e  che  ne'  medesimi    giorni 
si   astenessero    dall'  uso  dello    stato 
coniugale ,    end'  ebbe     principio    il 
tempo  in  cui  è  vietato  di  celebra- 
re le  nozze.  I  vescovi  ariani    e  se- 
mi-ariani non  ebbero  appena  inte- 
sa  la  sua  elezione,  che  gli  manda- 
rono un   libello  o  scritto    ingiurio- 
so   e  dillamatorio  contro  s.  Atana- 
sio patriarca  di  Alessandria.  Il  Pa- 
pa  riunì  subito  un  concilio  a  Ro- 
ma, e    mandò    all'imperatore    Co- 


LIB 

stanze,  Vincenzo  vescovo  di  Capiia, 
e  poscia  Lucifero  vescovo  di  Ca- 
gliari come  suoi  legati,  pregandolo 
di  far  tenere  perciò  un  concilio. 
L'imperatore  in  fatti  ne  tenne  uno 
ad  Arles,  altro  in  Milano  ,  ma  in 
ambedue  s.  Atanasio  fu  condanna- 
to. Tentalo  indarno  il  Papa  di  ab- 
bandonarne la  causa  o  di  condan- 
narloj  fu  costretto  nel  355  di  pas- 
sare in  Milano,  condotto  con  vio- 
lenza dall'  imperatore,  innanzi  al 
quale  colla  medesima  foltezza  d'a- 
nimo ripugnò  alla  condanna  del 
santo  ,  sì  perchè  conosceva  la  sua 
innocenza,  e  l'astio  degli  ariani 
contro  di  lui,  come  ancora  perchè 
nel  condannarlo  dava  una  ferita 
incurabile  al  concilio  Niceno  ,  di 
cui  s.  Atanasio  era  il  più  zelante 
difensore,  come  dimostra  Goffredo 
Hermant  nella  sua  vita  che  pub- 
blicò a  Parigi  nel  167 1,  la  quale 
contiene  la  storia  generale  della 
Chiesa  di  questi  tempi.  Pretese  Co- 
stanzo di  fare  arrendere  s.  Liberio 
col  minacciargli  l'esilio,  ma  il  Pa- 
pa rispose  a  lui  :  »>  Ho  dato  già 
l'ultimo  addio  a' fratelli  che  stan- 
no in  Roma  ;  più  mi  cale  delle 
leggi  ecclesiastiche,  che  del  soggior- 
no di  quella  città  ",  come  narrano 
Teodoreto ,  Hist.  eccl.  lib.  2,  cap. 
16;  ed  il  citato  Constant,  p.  4^9, 
u.  5.  Onde  irritatosi  l' imperatore 
ordinò  subito  che  il  Pontefice  fos- 
se rilegato  in  Berea  nella  Tracia, 
per  non  avere  voluto  sottoscrivere 
la  condanna  di  s.  Atanasio.  Prima 
di  partire  l'imperatore  gli  fece  pre- 
sentare per  le  spese  del  viaggio  ot- 
tocento scudi  romani,  che  il  Pon- 
tefice rifiutò,  dicendo  che  se  ne  ser- 
visse pel  mantenimento  de'suoi  sol- 
dati, e  per  contentare  1'  avidità  dei 
suoi  ministri;  così  rifiutò  una  som- 
ma esibitagli    dall'  imperatrice ,    ed 


LIF.  .73 

un'altra  da  Eusebio  eunuco,  uiiu 
de' primi  ministri  dell'imperatore. 
Trovandosi  il  buon  Pontefice  in 
esilio,  nel  357  si  cel<;brò  un  conci- 
lio in  Sirmio  per  condannare  Fo- 
tino  vescovo  della  città,  il  quale 
col  suo  maestro  Paolo  di  Samosa- 
ta ,  sosteneva  che  Cristo  non  era 
Dio,  ma  puro  uomo  :  fatta  dunque 
in  esso  dagli  ariani  una  forcnola  di 
fede,  dicono  alcuni  che  s.  Liberio 
annoiato  dui  suo  esilio,  vinto  dai 
disagi  di  due  anni,  dolente  nel  ve- 
dere invasa  la  sede  pontificia  da  s. 
Felice  II  (f^edi),  che  perciò  alcu- 
ni chiamarono  antipapa,  e  finaltnen- 
te  intimorito  dalle  continue  minac- 
ce di  morte  ,  acconsentì  alla  coti- 
danna  di  sant'  Atanasio,  sottosci  i- 
vendola  nel  357,  ^  comunicò  cogli 
ariani  approvando  la  formola  di  Fe- 
de da  loro  fatta  artificiosamente  in 
Sirmio.  Quelli  che  tanto  credette- 
ro, seguirono  il  Baronio,  il  quale 
però  nel  tom.  Ili,  AnnaL  eccles. 
an.  357,  n.  4'  3  dice  di  questa  ca- 
duta :  gita  praestanlior,  ac  verior 
historia,  nulla  invenir i  potest  j  Na- 
tale Alessandro,  Saec.  IF,  dissert. 
32;  Tillemont,  tom.  VI,  p.  772,  e 
la  comune  credenza  di  tanti  secoli 
passati.  Molti  ciitici  però  moderni 
dimostrano  essere  ciò  fulsissimo. 
Piimierameute  con  dotta  ilisserta- 
zione,  stampata  in  Parigi  nel  1733, 
col  titolo  DisserLation  critique  sur 
le  Pape  Libere,  dimostrò  i!  primo 
fra  tutti  l'eruditissimo  Pietro  la 
Corgne  canonico  della  cattedrale  di 
Soissons,  la  falsità  della  caduta  di 
s.  Liberio;  la  qiial  sentenza  fece 
sostenere  nel  1727  il  p.  Filippo 
f'ebei  lettore  nel  collegio  romano, 
e  per  essa  si  dichiarò  il  cardinale 
Orsi  nel  t.  VI  della  sua  Storia  ec- 
clesiastica stampato  nel  1751.  Al- 
trettanto fecero  i  Ballerini  ,  i  Boi- 


174  LIB 

landisti  ,  ed  ii  p.  Lazzeri  con  una 
dissertazione  piena  di  convincente 
forza,  degna  di  lui  e  di  essere  pub- 
blicata a  vantaggio  della  critica. 
Ancora  il  Zaccaria  nel  t.  I  delle 
sue  Dissertazioni  latine,  tratta  nel- 
la dissert.  Vili  de  conimentitio  Li- 
berii  lapsu.  Nel  1778  il  p.  Gio- 
safatte  Massari  chierico  della  Ma- 
dre di  Dio,  pubblicò  in  Roma  col- 
le stampe  del  Salvioni  una  Disser- 
tazione storicocrilica  sopra  il  con- 
cilio di  Sirniio,  e  sopra  la  favolosa 
caduta  di  s.  Liberio  Papa,  e  di 
Oslo  il  grande  i>escoi>o  di  Cordova. 
Nelle  Effemeridi  letterarie  di  Ro- 
ma di  tale  anno,  a  png.  385  e 
393,  non  solo  si  loda  la  disserta- 
zione del  p.  Massari,  ma  se  ne 
dà  erudito  conto.  Il  solo  oralo- 
riano  veronese  p.  Girolamo  da  Pra- 
to, nella  sua  applaudita  edizione  di 
Sulpicio  Severo,  t.  II,  p.  2  i4,  mosse 
difficoltà  contro  il  Corgne  ,  primo 
difensore  di  s.  Liberio  ;  ma  quegli 
non  cambiò  mai  di  sentimento , 
pronto  a  farlo  come  si  protestava, 
quando  con  sodezza  di  prove  e  con 
spirito  di  pace  gli  si  facesse  cono- 
scere il  suo  errore.  Quegli  slessi  poi 
che  accordano  la  caduta  di  que- 
sto Papa,  difendono  a  forza  di  ra- 
gioni, ch'egli  non  però  offese  espres- 
samente la  fede  cattolica,  tra'quali 
è  a  vedersi  il  p.  Sangallo,  Gest.  t. 
Ili,  p.  523  e  seg.;  anzi  se  pur  fosse 
vera  la  pretesa  debolezza  di  lui , 
egli  r  avrebbe  poi  scancellata  con 
quella  esemplare  condotta,  che  gli 
meritò  il  titolo  di  santo  in  diversi 
martirologi.  In  quello  di  s.  Girola- 
mo ad  diem  Vili  kal.  oclobr.  ;  ne- 
gli antichi  additamenti  al  martiro- 
logio di  Beda  ;  in  quello  di  Wan- 
dalberto  ;  ne'sinassari;  ne'  menci  dei 
greci  sotto  il  giorno  27  agosto;  nel 
martirologio  di  Floro  ;  in    più  ac- 


LIB 

cresciuti  esemplari  del  martii'oiogio 
d'  Usuardo,  e  in  (juello  di  Rabano. 
Quindi  si  vegga  con  quale  impru- 
denza lo  scismatico  Bennone  accu- 
sasse s.  Gregorio  VII,  quasi  che 
per  confessare  l' eresia  avesse  egli 
il  primo  istituito  la  festa  di  Papa 
Liberio.  Il  Baillet  scorge  un  tratto 
di  accortezza  e  di  sana  prudenza 
nel  Baronio,  perchè  nel  suo  mar- 
tirologio tralasciò  Liberio.  Ma  sen- 
za fare  su  ciò  alcun  mistero,  il 
JNovaes  dice  che  il  Baronio  lo  tra- 
lasciò, perchè  non  eravi  nel  puro 
e  genuino  martirologio  di  Usuardo; 
e  questi  l'ommise  perchè  noi  trovò 
in  quello  di  Adone,  e  questi  non  lo 
segnò  nel  suo  rnartirologio,  perchè 
non  r  avrà  trovato  nel  piccolo  mar- 
tirologio romano,  di  cui  confessa  di 
essersene  assai  aiutato.  Certamente 
se  il  martirologio  romano  del  R^os- 
weido  è  quello  del  quale  parla  A- 
done,  in  esso  manca  Liberio,  ma  vi 
manca  siccome  vi  mancano  Cleto,  E- 
varisto,  ed  altri  Pontefici  santi.  Per 
altro  i  ss.  Basilio,  Epifanio,  Siricio 
ed  Ambrogio,  chiamano  Liberio 
Pontefice  di  beata,  di  santa  e  di 
venerabile  memoria. 

Nel  357  r  imperatore  Costanzo 
entrò  trionfante  in  Roma,  dove  nel 
gran  circo  s' innalzò  un  obelisco. 
Le  matrone  romane  si  presentaro- 
no a  lui,  ed  istantemente  lo  pre- 
garono di  restituire  Liberio  alla  sua 
sede  ,  ai  quali  uffizi  V  imperatore 
non  ebbe  il  coraggio  di  negarlo 
a  quelle  illustri  dame,  come  ripor- 
tano Teodoreto  nel  lib.  2,  cap.  17, 
e  Niceforo  nel  lib.  g,  cap.  35.  Tor- 
nato il  Papa  in  Roma,  si  radunò 
in  Rimiui  nel  359  ""  concilio  di 
quattrocento  e  più  vescovi,  de'qua- 
li  ottanta  erano  ariani.  In  questo 
concilio  cominciato  bene  e  termi- 
nalo pessimamente,  come  scrisse  s. 


LIB 

Ambrogio  nell'  epist.  2  i ,  §  1 5,  i  ve- 
scovi che  da  piÌDCÌpio  aveano  con- 
fennata  la  professione  di  fede  del 
Niceno,  e  condannato  colla  scomu- 
nica Ursacio  e  Valente  co'  loro  so- 
ci ariani,  poscia  vinti  dalla  violen- 
za dell'imperatore  Costanzo,  ed  in- 
gannati dai  raggiri  de'  vescovi  a- 
riani  ,  .  sottoscrissero  la  formola 
del  concilio  di  Sirmio,  nella  quale 
era  nascosto  il  dolo  loro,  onde  con- 
sentirono nell'abolizione  delle  paro- 
le sostanza  e  consostanziale,  come 
osservano  i  Maurini  in  s.  Anibrog. 
lib.  I,  de  fide  cap.  18,  §  122.  So- 
pra il  concilio  di  E.imiui,  celebrato 
nel  359,  due  anni  dopo  la  pretesa 
sottoscrizione  o  come  volgarmente 
si  chiama  caduta  di  Pupa  Liberio, 
scrisse  lo  stesso  Corgne  la  Disser- 
tation  critique  et  théologique  sur  le 
concile  de  Rimini  etc ,  J^aris  cliez 
Lusseux  1732.  Opera  ricca  di  cri- 
tica e  di  sacia  erudizione.  Del  sud- 
detto p.  Massari  si  ha  la  Disser- 
tazione storico- critica  sopra  il  con- 
cilio di  Rimini ,  nella  Raccolta  di 
dissertazioni  ecclesiastiche  del  Zac- 
caria t.  Xn,  dissert.  VIIj  p.  169. 
Pvoma  1795.  Dopo  il  detto  conci- 
lio, pressato  s.  Liberio  dall'  impe- 
ratore a  i-atificare  questa  liaudo- 
lenta  sottoscrizione  de'  vescovi,  non 
solo  vi  ripugnò,  ma  anzi  la  fulmi- 
nò colla  scomunica,  come  si  ha  da 
s.  Siricio  neW  epist.  ad  Himerium 
Tarraconenseni  apud  Labbeum  , 
Concil.  t.  II, p.  883  et  io  18.  Veg- 
gasi  su  questo  punto  il  Baronie  ad 
an.  359,  n.  49;  il  p.  Petavio,  Tlieo- 
log.  dogmat.  t.  Il,  lib.  4,  cap.  5, 
§  4  ;  '1  Bellarmino,  De  eccles.  mi- 
Ut.  cap.  16;  e  Natale  Alessandro, 
Histor.  eccl.  saec.  IF,  dissert.  33. 
Per  questa  scomunica  s,  Liberio  dal 
medesimo  Costanzo  fu  cacciato  nuo- 
Tamenfe  da  Pioma,  per  cui  venne 


LIB  175 

costretto  nascondersi  ne'  suburbani 
cimiteri,  ne' quali  dimoiò  fino  alla 
preziosa  sua  morte.  Edificò  e  con- 
sacrò la  Cliiesa  di  s.  Maria  Mag- 
giore (Fedi),  che  per  lui  prese  il 
nome  di  basilica  Liberiana ,  come 
tuttora  si  chiama,  nel  luogo  cioè  ove 
cadde  miracolosamente  la  neve  ai 
5  agosto.  In  due  ordinazioni  s.  Li- 
berio creò  diecinove  vescovi,  diciot- 
to preti  e  cinque  diaconi.  Governò 
quindici  anni,  quattro  mesi  ed  un 
giorno.  Morì  a'  9  settembre  del 
367,  e  fu  sepolto  nel  cimiterio  di 
Priscilla  nella  via  Salara.  Tra  le 
lettere  che  sono  attribuite  a  s.  Li- 
berio, nomineremo  una  ad  Osio 
sulla  caduta  di  Vincenzo  da  Capua; 
una  all'imperatore  Costanzo;  tre 
ad  Eusebio  di  Vercelli  ;  una  ai 
confessori  esiliati  ;  una  agli  orien- 
tali, dopo  che  ebbe  luogo  la  con- 
danna di  s.  Atanasio;  una  ad  Ur- 
sacio, a  Valente  ed  a  Germi nio  ;  una 
a  Vincenzo  da  Capua;  una  ai  vesco- 
vi d' Italia  dopo  il  concilio  di  Rimi- 
ni ;  ed  una  che  Eustachio  e  gli  al- 
tri deputati  de'  vescovi  d'  oriente 
presentarono  al  sinodo  di  Tiane. 
Abbiamo  da  Mart.  Larroguano,  Dis- 
sertatio  de  Plotino  et  de  Liberio 
Pontijìcc  romano,  Genova  1670. 
Vacò  la  santa  Sede  sei  giorni. 

hmY.mO ,  Cardinale.  F.  Li- 
BERio  (s.),  Papa. 

LIBERTI.   F.  Schiavi. 

LIBERTINI.  Eretici  che  insor- 
sero dopo  il  1325  in  Olanda,  nel 
Brabante,  ed  in  altri  luoghi  delle 
Fiandre.  Si  dilatarono  nella  Fran- 
cia, e  ve  ne  furono  a  Parigi  ed 
a  Ginevra,  non  che  a  Rouen.  I 
loro  capi  furono  un  .sarto  per  no- 
me Zuantino  o  Quintino  di  Pi- 
cardia,  e  certo  Chopin  suo  disce- 
polo. Asserivano  che  vi  è  il  solo 
spirito  di  Dio  ditluso  per  ogni  luo- 


176  LIB 

go,  che  è,  e  che  vive  in  tulle  le 
creature;  che  l'anima  nostra  non 
è  questo  spinto  di  Dio,  e  che 
muore  col  corpo;  che  il  peccato  è 
tìiente,  e  che  consiste  soltanto  nel- 
la opinione,  poiché  Dio  fa  tutto  il 
bene  e  tutto  il  male;  che  il  para- 
diso è  un'  illusione ,  e  V  inferno 
una  chimera  inventata  dai  teologi. 
Affermavano  che  i  politici  inventa- 
rono la  religione  per  tenere  i  po- 
poli nell'obbedienza^  che  la  rige- 
nerazione spirituale  consiste  nel  di- 
struggere i  rimorsi  della"  coscienza; 
la  penitenza  nel  sostenere  che  non 
si  fece  verun  male;  che  è  permes- 
so ed  anco  espediente  fingere  in 
materia  di  religione,  ed  accomo- 
darsi indifferentemente  a  tutte  le 
sette.  A  tuttociò  aggiungevano  del- 
le bestemmie  contro  Gesù  Cristo. 
I  loro  orribili  sentimenti  fece  dare 
a  questi  eretici  e  fanatici  il  nome 
di  libertini.  I  loro  errori  in  molti 
articoli  sono  que'  medesimi  degl'in- 
creduli e  libertini  de' nostri  giorni. 
Nel  capii.  6  poi  degli  Atti  Ap.  è 
citata  una  sinagoga  di  Gerusalem- 
me,  che  portava  il  nome  di  li- 
bertini. 

LIBIA  ,  Libya.  Nome  che  si 
diede  anticamente  a  tutta  l' Afri- 
ca, ma  che  si  restrinse  in  appres- 
so a  quella  porzione  dell'  Africa 
che  sta  a  ponente,  e  che  ha  al- 
l'oriente  l'Etiopia,  a  mezzodì  l'O- 
ceano Etiopico,  a  ponente  1'  Atlan- 
tico, ed  a  settentrione  il  mare  Me- 
diterraneo. Dividevasi  anticamente 
in  due  parli  generali  :  la  Libia  in- 
terna od  ulteriore,  eh'  era  a  mez- 
zodì e  comprendeva  il  Zuara,  la 
Negrizia  e  la  Guinea,  estendendosi 
dal  monte  Atlante  fino  al  fiume 
Niger  in  quelle  orribili  solitudini 
chiamate  poscia  il  deserto  di  Saha- 
ra   o  Zaara,  ciò  eh'  è  propriamen- 


LIB 

te  la  Libia,  chiamata  Beied-Genef- 
va.  La  Libia  citeriore  o  esteriore, 
al  di  sopra  dell'  Egitto,  lungo  IìJ 
riva  sinistra  del  Nilo,  estendevasi 
fino  all'Etiopia,  e  comprendeva 
tutto  il  Biledulgerid  o  Nuraidia,  e  1 
la  Barberia.  Però  si  prendeva  qual-  ^ 
che  volta  la  Libia  esteriore  in  una 
maniera  piìi  ristretta  e  più  pro- 
pria, e  allora  stava  fia  1'  Africii 
propria  e  l'Egitto,  e  corrisponde*  J 
va  al  regno  e  deserto  di  Barca,  . 
rinchiudendo  la  Marraarica,  la  Ci- 
renaica, e  la  Libia  esteriore  ancora 
più  propriamente  della,  che  con- 
giungeva l'Egitto,  e  che  formò  po- 
scia la  parte  orientale  del  regno  e 
deserto  di  Barca.  Secondo  s.  Gi- 
rolamo la  Libia  prese  il  suo  nome 
da  Laabim  figliuolo  di  Misraim. 
Necon  re  di  Egitto,  secondo  Ero- 
doto, fu  il  primo  che  mandò  dei 
fenicii  alla  scoperta  delle  coste  del- 
la Libia;  questi  partirono  dal  ma- 
re Eritreo,  navigarono  verso  il 
mare  del  sud,  fecero  il  giro  della 
Libia  ,  e  ritornarono  in  Egitto  ,  e 
con  tal  mezzo  fu  conosciuta  la  Li* 
bia.  Secondo  il  medesimo  Erodoto, 
era  la  Libia  abitata  da  quattro  na- 
zioni, due  delle  quali  indigene  e 
le  altre  straniere  :  le  prime  erano 
i  libii  e  gli  etiopi,  e  le  seconde  i 
fenicii  ed  i  greci.  Si  attribuisce  al- 
l' evangelista  s.  Marco  la  predica- 
zione della  fede  cristiana  nella  Li* 
bia.  Tre  provincie  ecclesiastiche  eb- 
be la  Libia  nel  patriarcato  d'Ales- 
sandria. La  provincia  della  Libia 
Marinarica,  con  Dardanida  o  Dai'' 
nis  per  metropoli,  e  selle  sedi  ve- 
scovili sulFraganee.  Oriens  chnst. 
t.  II,  p.  63 1.  La  Libia  Pentapoli, 
con  Cirene  per  metropoli,  e  tredi- 
ci sedi  vescovili  sulfraganee.  Oriens 
chvist.  t.  II,  p.  617.  La  provincia 
della  Libia  Tripolitana  uel  patriar- 


càto  Alessandrino,  con  tre  sedi  ve- 
scovili. Comman\ille,  Hist.  de  toiis 
les  arcliev.  p.  298  e  294. 
LIBIA  o  LIVIA.  V.  LivrA. 
LIBOPiIO  (s.),  quarto  vescovo 
di  Mans.  Nacque  nelle  Galiie  da 
illustre  famiglia ,  ed  abbracciò  lo 
stato  ecclesiastico.  Le  sue  virtù  e 
il  suo  sapere  trassero  su  di  lui  tutti 
gli  sguardi  ;  quindi  tutti  i  suffragi 
si  riunirono  in  suo  favore  quando 
si  dovette  nel  348  dare  un  pastore 
alla  chiesa  di  Mans.  Egli  si  mostrò 
indefesso  nell'esercizio  delle  sue  e- 
piscopali  funzioni.  Amante  del  ri- 
tiro e  deir  orazione,  vi  accoppiava 
lunghe  veglie  e  rigorosi  digiuni.  Il 
suo  amore  pei  poveri  lo  rendeva 
santamente  prodigo  nella  dispensa 
delle  sue  limosine.  Fondò  molte 
chiese,  e  le  provvide  abbondante- 
mente di  tutto  il  bisognevole  alla 
celebrazione  del  servigio  divino.  Mo- 
rì verso  l'anno  897,  e  le  sue  reli- 
quie furono  neir  836  trasportate  a 
Paderbona  ,  che  lo  elesse  a  patro- 
no. Celebrasi  la  sua  festa  a'  2  3  di 
luglio. 

LIBRAIO.  Mercante  che  stampa 
o  vende  de'libri,  typographus,  biblio- 
pola, librariiis:  anche  il  legatore 
di  libri  si  chiama  libraio.  I  greci 
avevano  degli  scrittori  il  cui  mestie- 
re consisteva  nel  copiare  libri,  e 
questi  chiamavansi  bibliografi.,  altri 
che  pingevano  le  lettere  nomina- 
•vansi  calligrafi^  e  vi  avevano  al- 
tresì librai  che  vendevano  i  libri, 
e  questi  detti  furono  da'greci  in 
prima,  poscia  dai  latini  bibliopolae. 
Questi  ultimi  alimentavano  o  paga- 
vano scribi  o  copisti  per  trascrive- 
re i  libri  ch'essi  vendevano.  Quan- 
to alla  legatura  de'librij  e  dell'ar- 
te di  legarli,  oltre  alcuni  libri 
scritti  ne'rotoli  di  pergamene,  fo- 
glie e  corteccie  d'alberi,  che  ave- 
VOL.   xxxviu. 


LIB  177 

vano  gli  antichi  greci  e  romani, 
avevano  ancora  libri  di  cui  si  vol- 
gevano i  fogli,  come  si  fa  al  pre- 
sente, e  questi  doveano  essere  coni' 
pacti  cioè  legati,  del  che  gli  antichi 
Dittici  {Fedi)  forniscono  un'idea. 
Nei  dittici  consolari  dunque  vuoisi 
rintracciare  la  vera  origine  delle  le- 
gature de'libri  presso  gli  antichi,  i 
quali  dittici  si  accomunarono  po- 
scia anche  alle  chiese.  I  dittici  e- 
rano  tavolette  d'avorio,  di  legno,  o 
di  altre  materie,  ai  quali  si  aggiun- 
sero in  tempi  posteriori,  ornamenti 
metallici  ;  e  queste  tavolette,  a  gui- 
sa delle  coperte  o  dei  cartoni  dei 
nostri  libri ,  servivano  anticamente 
pei  magistrati  e  pei  ministri  del 
culto,  onde  inserirvi  e  racchiudervi 
i  diversi  fogli  volanti  contenenti  gli 
oggetti  che  riferire  dovevano  nel- 
le sedute  de'magistrati,  e  più  tar- 
di i  salmi  e  le  preci  della  Chiesa. 
Que'  dittici  erano  sovente  ornati  di 
scolture  e  di  bassorilievi ,  sovente 
ancora  con  lettere,  con  pietre  pre- 
ziose e  con  cammei;  e  questi  por- 
gono l'idea  dei  volumi  e  delle  le- 
gature dei  medesimi,  fatte  in  modo 
che  aprire  si  potessero  e  volgere  a 
piacere  i  fogli  contenuti.  In  Atene 
i  librai  avevano  officine  pubbliche, 
nelle  quali  d'ordinario  riunivansi  le 
persone  istruite,  perchè  ivi  legge- 
vansi  i  libri  nuovi,  e  se  ne  porta- 
va giudizio.  I  romani  avevano  nu- 
merosi copisti  di  libri,  ch'essi  chia- 
mavano librari,  ed  avevano  pure 
venditori  che  gli  spacciavano  ,  e 
questi  detti  erano  bibliopolae;  essi 
avevano  inoltre  schiavi  assai  periti 
per  incollare  i  fogli,  e  questi  di- 
cevansi  glutinatores,  e  forse  non  so- 
lamente componevano  e  formavano 
i  rotoli,  ma  potevano  anche  legare 
i  libri  formati  di  diversi  fogli  stac- 
cati. Ai  tempi  della    repubblica,  le 

12 


178  LIB 

persone  agiate  avevano  nelle  case 
loro  molti  copisti,  amanuensi  o  se- 
gielarij  eh'  erano  per  la  maggior 
parte  schiavi  o  liberti,  e  questi  e- 
rano  incaricati  di  trascrivere  e  mol- 
tiplicare le  copie  de'  nuovi  mano- 
scritti. Non  fu  tuttavia  se  non  che 
sotto  l'impero  d'Augusto,  che  i  li- 
brai detti  bibliopolae,  furono  intro- 
dotti in  Pioma,  e  allora  soltanto  vi 
si  videro  botteghe  piene  di  libri; 
esse  erano  d'ordinario  collocate  in- 
torno ai  pilastri  de'  templi,  agli  e- 
difici  pubblici,  e  più  frequenti  e- 
rano  nelle  piazze  di  Roma.  A  quei 
pilastri  si  affiggevano  non  sola- 
mente i  titoli  deìibri  nuovi  o  alcuni 
nuovi  |crilti,  ma  ancora  le  domande 
degli  oggetti  che  si  erano  perduti;  i 
libtai  attaccavano  alle  loro  porte  i 
frontespizi  de'libri  che  ponevano  in 
vendita,  affinchè  i  dotti,  gli  eruditi 
e  gli  Smatori  delle  lettere  vedessero 
i  libri  di  cui  loro  conveniva  l'ac- 
quisto. A  questo  si  riferisce  il  det- 
to di  Orazio,  che  i  versi  mediocri 
tollerati  non  erano .  dagli  Dei,  da- 
gli uomini  e  ne  pure  dalle  stesse 
colonne,  da  quelle  cioè  alle  quali 
affiggevansi  i  titoli  de'  libri.  Dice  il 
Muratori,  che  negli  antichi  secoli, 
oltre  a  coloro  che  per  uso  proprio 
copiavano  i  libri,  scritti  alloia  a 
penna,  vi  furono  anche  librarii  e 
scribae,  chiamati  anche  anliquarii 
da  Cassiodoro,  Isidoro  ed  altri,  che 
per  guadagno  trascrivevano  le  ope- 
re altrui,  dettando  uno  nel  mede- 
simo tempo  a  molti  scrittori.  Vi 
furono  copisti  diligenti,  ma  ancora 
ignoranti,  che  nel  trascrivere  i  li- 
bri commissero  errori,  e  storpiaro- 
no le  parole  e  i  sensi.  Sull'antica 
legatura  de'  libri  può  vedersi  il 
Buonarroti,  Osservazioni  sui  vetri 
antichi  p.  93. 

U  commercio  però  de'libri  in  ge- 


LIB 

nere  dovette  languire,  finché  si  trat- 
tò di  sole  copie  di  manoscritti,  e 
finché  non  fu  inventata  la  Stampa 
(redi).  Dicono  tuttavia  i  francesi 
che  avanti  quell'  epoca  vi  avevano 
librai  giurati  dell'università  di  Pa- 
rigi, i  quali  facevano  trascrivere  i 
manoscritti  e  ne  portavano  le  copie 
ai  deputali  delle  diverse  facoltà,  af- 
finchè le  opere  fossero  rivedute  e 
approvate  avanti  che  si  esponessero 
alla  pubblica  vendita.  Quelle  edi- 
zioni essendo  il  frutto  di  un  lavoro 
lungo  e  penoso,  non  potevano  es- 
sere molto  numerose  di  esemplari, 
per  cui  i  libri  erano  assai  rari  e 
carissimi  di  prezzo,  onde  per  1  ac- 
quisto si  stipulava  un  contratto  a- 
vanti  il  nolaro.  Uno  di  questi  fu 
conchiuso  nel  i332  tra  Gerardo  di 
Monlagu  avvocato  dal  parlamento, 
ed  un  libraio  nominato  Goffiedo 
di  Saint-Leger  per  un  libio  intito- 
lato: Speciduni  historiale  in  consue- 
tudines  Parisienses.  Prima  assai  di 
quest'epoca  e  in  quella  di  Gugliel- 
mo I  il  Conquistatore,  che  fiorì  do- 
po la  metà  del  secolo  XI,  i  libri 
erano  tanto  rari,  che  una  collezio- 
ne di  omelie  fu  comprata  al  prezzo 
di  duecento  montoni,  e  di  un  car- 
ro di  frumento.  Lo  slesso  avvenne 
anco  in  Italia,  ove  i  libri  che  si  tra- 
scrivevano, e  massime  le  copie  de- 
gli autori  classici  ,  si  vendeva- 
no ad  un  prezzo  assai  elevalo,  co- 
sicché i  letterati  si  dolevano  so- 
vente di  non  avere  le  somme  ne- 
cessarie per  r  acquisto  di  un  libro 
di  cui  abbisognavano;  numerose 
tutta  volta  erano  in  proporzione  le 
copie  de'classici  ;  e  gì'  italiani  non 
solo  abbondavano  di  calligrafi,  al- 
cuni de'quali  erano  eccellenti  nell'ar- 
te loro,  ma  altresì  di  miniatori  , 
che  quei  libri  adornavano  di  fregi, 
di  iniziali   ed    anche   di    miniature 


LIB 

nobilissime,  e  in  questo  modo  ne  ac- 
crescevano di  molto  il  prezzo.  I  mo- 
naci ancora  e  gli  altri  clausltali  nei 
bassi   tempi,    e  persino  le    donne  e 
principalmente  le    monache,    si  oc- 
cupavano   nel    trascrivere    i    codici 
delle     opere     più   ricercate;  e  que- 
sta circostanza  portò  di  conseguen- 
za   cbc     non     solo     si   conservasse- 
ro    alcune    opere   di     gran  pregio, 
che  senza  di  questo  sarebbero  sta- 
te perdute,   ma  ancora  che  si  mol- 
tiplicassero    le  copie    de'  libri     mi- 
gliori, e  queste  servissero  all'uso  di 
chi    bramava    istruirsi    nelle  buone 
lettere.  Non  solamente  in  que'tempi, 
cioè  avanti   l'invenzione  della  stam- 
pa e  il  secolo  XV,  ma  ancora  al- 
l'epoca dell'invenzione  medesima,  e 
tie'due    secoli   successivi^    i  librai  e- 
rano  talvolta  letterati,  ed  anche  po- 
tevano appellarsi  col  nome  di  dot- 
ti. Essi  portavano  in   Francia  il  no- 
me   di    clercs    Uhrairs ,    e    siccome 
facevano  parte   del   corpo  dell'  uni- 
versità, godevano  de'  suoi  privilegi. 
11   canonico  Angelo  Batlaglini  re- 
citò in  tioma   nel    1786  nella    ge- 
nerale adunanza  d'Arcadia   la  Dis- 
seriazione accademica  sul  commer- 
cio degli  antichi  e  moderni   librai. 
Fu  stampata  in  Roma    nel     1787 
dal  Zempel  per  Venanzio    ISIonal- 
dini  mercante  di  libri,  ed  un  risliet- 
to  di  essa  si  legge  nelle  Effemeri- 
di letterarie   di  Boma    de'  2 1     lu- 
glio  1787:  di  questo  ristretto  da- 
remo un  cenno    per    1'  importanza 
dell'argomento,    sebbene    dovremo 
toccare  delle  cose  già    narrate    al- 
trove.  Ivi  si  dice  avere    su    questo 
argomento  riempito  un  vuoto,  poi- 
ché niun   letterato  sino  allora  avea 
parlato  del  commercio  librario,  ra- 
mo non  indifierenlé  della  pubblica 
industria.  Rimonta  egli   alle  prime 
età  della  civilizzazione  dell'  uocno , 


LIB  179 

rileva  il  bisogno  che  si  ebbe  di 
preservale  dall'oblio  e  dall'ingiurie 
de'  tempi  le  storie  de*  popoli ,  le 
convenzioni  sociali,  le  leggi  di  sta- 
to ,  le  osservazioni  astronomiche , 
gì'  inni  in  lode  del  nume,  che  fu- 
rono le  prime  e  le  successive  oc- 
cupazioni degli  uomini  di  tutte  le 
età,  e  mostra  le  prime  materie  de- 
stinate a  tal  uopo  dalla  umana  in- 
dustria nelle  lastre  di  pietra  e  di 
metallo,  nelle  tavole  incerate,  nel- 
l'avorio ed  in  altre  simili  cose,  atte 
a  ricevere  l' incisione  di  alcuni  se- 
gni esprimenti  le  idee  e  i  senti- 
menti degli  uomini,  e  la  proprietà 
delle  cose.  La  nazione  egiziana  è 
quella  che  presenta  le  prime  for- 
me di  tali  monumenti,  per  cui  delle 
passate  cose  restò  istrutta  la  po- 
sterità. Siccome  ai  primi  segui  con- 
sistenti in  geroglifici  successero  i 
caratteri,  o  sieno  le  lettere,  ripu- 
tate figliuole  di  Cadmo,  così  alle 
succennate  dure  materie  successe  il 
papiro,  pianta  indigena  dell'Egitto, 
e  la  membrana  che  da  Pergamo 
città  dell'Asia,  ove  cominciò  ad 
usarsi,  acquistò  il  nome  di  perga- 
mena. Ed  ecco  che  per  mezzo  di 
queste  facili  invenzioni  si  apri  la 
via  alla  conservazione  delle  cose , 
e  quindi  al  commercio  di  questi 
nuovi  prodotti  sì  della  mente,  co- 
me della  mano  degli  uomini,  pres- 
so gli  egizi,  i  fenicii,  gli  ebrei,  i 
caldei,  gli  arabi,  i  persiani  ed  altri 
popoli  di  oriente,  fra  i  quali  pote- 
rono poi  sorgere  accademie,  colle-» 
gi  e  scuole,  e  dai  quali  passò  indi 
la  coltura  con  più  felice  successo 
ai  greci,  agli  etruschi,  ai  latini  e 
agli  altri  popoli  di  occidente.  Men- 
tre gli  egizi  sdegnarono  in  princi- 
pio ogni  alleanza  e  commercio  co- 
gli esteri,  e  gli  antichi  ebrei  furo- 
no gelosi    di  non  aver  nulla  di  co- 


i8o  Llli 

mune  cogli  altri  a  preservazione 
dell'  idolatria  ;  in  vece  i  fenici!,  co- 
me più  degli  altri  popoli  dediti  al 
traffico,  alle  arti  ed  alle  scienze , 
furono  i  primi  a  somministrare 
di  buon'  ora  qualche  idea  di  let- 
terario commercio  cogli  stranieri. 
Furono  essi  che  ai  greci  dierono 
non  pochi  lumi  e  gli  ammaestra- 
rono nell'uso  della  pergamena  e 
della  scrittura  alfabetica.  Perciò 
Sanconiatone  di  Berito,  riconosciu- 
to pel  più  antico  scrittore  dopo 
Mosè,  il  quale  componeva  le  anti- 
chità del  suo  paese  circa  gli  anni 
del  mondo  iSóo,  potè  per  bene- 
fìcio di  Gerorabalo  sacerdote  valersi 
de'  libri  conservati  nel  tempio,  non 
che  degli  annali  delle  città  vicine. 
I  progressi,  che  i  greci  fecero  in 
seguito,  superarono  di  gran  lunga 
gli  aiuti  esterni,  e  prepararono  que- 
sti il  secolo  e  l'opere  di  Omero, 
giacché  senza  opere  antecedenti,  seb- 
bene non  del  tutto  perfette,  che 
servissero  come  d' esemplare  ,  non 
potevano  sorgere  l'Iliade  e  l'Odis- 
sea. Quindi  Pisistrato  tiranno  di 
Atene,  che  fiorì  55o  anni  avanti 
la  nostra  era,  gran  cura  si  prese 
di  far  trascrivere  ed  unire  i  versi 
di  Omero,  in  seguito  di  aver  già 
aperta  a  pubblico  comodo  nella  sua 
patria  una  biblioteca,  la  quale  ac- 
cresciuta di  continuo  fu  quindi  da 
Serse  trasportata  in  Persia,  e  dopo 
varie  vicende  da  Seleuco  Nicàno- 
re ai  primi  padroni  restituita.  Cre- 
sciuto il  desiderio  di  aver  le  poesie 
d'Omero,  il  guadagno  de'  greci  co- 
piatori divenne  grandissimo,  quan- 
do salito  sul  trono  d' Alessandria 
Tolomeo  Filadelfo  e  su  quello  di 
Pergamo  Eumene,  s'accese  in  essi 
i'  impegno  di  formare  ampie  bi- 
blioteche, sino  al  punto  di  sorgere 
fi-a  loro  emulazione  tale,   che  To- 


LIB 

loraeo  vietasse  l'uscita  del  papiro 
dal  suo  regno,  e  fosse  Eumene 
costretto  ad  aver  ricorso  il  primo 
alla  pergamena,  sebbene  su  di  ciò 
non  sieno  abbastanza  concordi  le 
opinioni  degli  eruditi.  Onora  la 
munificenza  di  Tolomeo  l'acquisto 
fatto  de'  libri  sacri  degli  ebrei  tras- 
portati in  greco  dai  settanta  inter- 
preti, e  di  quelli  altresì  delle  altre 
nazioni,  che  pur  volle  tradotti  in 
greco  ;  siccome  fu  una  sua  gloria 
l'acquistata  biblioteca  d'  Aristotile, 
ch'era  stata  da  lui  arricchita  delle 
opere  di  Spensi ppo  filosofo,  ed  ia 
seguito  posseduta  e  ampliata  da 
Teofrasto  e  da  Oeleo ,  e  l'aver 
conseguito  pur  anche  d'agli  ateniesi 
gli  autografi  delle  tragedie  di  So- 
focle, di  Euripide  e  di  Eschilo. 
Dall'erezione  pertanto  di  queste  ed 
altre  biblioteche  si  deve  natural- 
mente arguire  un  gran  numero  di 
copisti  e  di  librari,  e  perciò  un  am- 
pio commercio  librario  presso  i  gre- 
ci. Il  Battaglini  ciò  comprova  con 
riportare  vari  fatti  particolari,  i  quali 
servono  tutti  a  mostrare  il  pregio 
in  cui  erano  i  codici  manoscritti 
presso  i  greci,  ed  il  valore  che  loro 
conciliava  la  brama  di  possederli. 
In  appresso  si  trasfuse  ne'  romani 
la  coltura  de* greci,  ed  insieme  l'im- 
pegno di  conseguire  le  opere  dei 
grandi  scrittori.  Paolo  Emilio,  Lu- 
cullo  e  Siila  non  solo  si  resero  ce- 
lebri pei  trofei  militari,  ma  anco- 
ra per  le  numerose  raccolte  di  li- 
bri che  recarono  a  Roma,  e  per 
cui  ivi  sorsero  le  prime  bibliote- 
che. La  prima  biblioteca  pubblica 
però  si  deve  ad  Asinio  Poilione, 
sebbene  a  tal  beneficio  avesse  già 
meditato  Giulio  Cesare;  quindi  due 
ne  furono  aperte  in  lloma  da  Au- 
gusto, quella  cioè  unita  al  tempio 
di  Apollo,  l'altra  contigua    al    tea- 


LIB 

tro  di  Marcello,  detta  Ottavia  dal 
nome  di  sua  sorella.  L'autore  parla 
delle  pubbliche  botteghe  de*  libri 
■venali,  che  si  videro  aperte  in  Ro- 
ma al  tempo  de'  primi  imperato- 
ri, e  de'  liberti  specialmente  impie- 
gati a  copiare  le  opere  dei  classici 
autori.  Narra  pertanto  ad  un  tem- 
po stesso  tutte  le  particolarità  che 
trova  registrate  negli  antichi  scrit- 
tori, e  che  comprovano  pur  susse- 
guentemente  l' impegno  di  aver  li- 
bri, ed  il  commercio  de'medesimi, 
non  che  le  diligenze  usa.te  nel  col- 
lazionarli dopo  d'essere  stati  tra- 
scritti, i  nomi  di  vari  antichi  ne- 
gozianti librari,  i  luoghi  principali 
di  Homa,  ove  le  loro  botteghe  c- 
rano  piìi  frequenti,  ed  altre  cose 
al  suo  argomento  spettanti.  Dalla 
capitale  del  mondo  passa  a  vedere 
lo  slak)  delle  provincie  su  questo 
particoiaie,  e  mostra  come  fu  cu- 
ra non  meno  de'  privati,  che  dei 
principi,  de'  vescovi,  delle  chiese  e 
de'  monasteri  l'avere  libri  di  vario 
genere.  JNota  in  seguito  le  vicende 
dell'impero  romano,  e  dietro  le 
medesime  segna  le  vicende  delle 
lettere  e  de'  libri ,  e  ci  guida  per 
entro  allo  slesso  buio  de'  secoli  più 
tenebrosi,  mostrandoci  insieme  co- 
inq»in  mezzo  alla  universale  cor- 
ruttela non  mancarono  coltivatori 
di  studi  nella  corte  in  ispecie  dei 
romani  Pontefici,  e  nelle  case  dei 
U)onaci,  ai  quali  soprattutto  siamo 
debitori  della  conservazione  delle 
antiche  opere  e  de'  più  preziosi 
monumenti.  In  mezzo  a  questa  qua- 
si generale  depravazione  non  si 
scorda  de'  greci,  presso  i  quali  ri- 
mase florido  il  commercio  librario, 
ed  esisterono  le  pubbliche  biblio- 
teche, fino  a  tanto  che  dalla  fero- 
cia musulmana  non  fu  presa  e  sog- 
giogala Coslautinopoli,  Ma  appunto 


LIB  i8i 

la  rovina  della  capitale  d'oriente 
formò  il  risorgimento  delle  lettere 
e  delle  arti  nelle  regioni  nostre 
di  occidente,  mediante  il  ricovero 
che  in  esse  presero  tanti  greci  esuli, 
che  anco  prima  dell'ultima  cata- 
strofe, loro  annunciata  dai  primi 
felici  successi  degli  ottomani,  ven- 
nero in  Italia  seco  recando  la  loro 
dottrina  e  la  loro  coltura,  e  co- 
municandola ai  loro  ospiti.  Del  ge- 
nio di  questi  comparvero  adorni  il 
Petrarca  ed  il  Boccaccio,  e  da  que- 
sti incominciò  la  ricerca  de'  codici 
entro  le  polverose  biblioteche,  e 
l'acquisto  di  nuovi,  ed  il  loro  ge- 
nio si  pjopagò  indi  sino  a'  tempi 
di  Lorenzo  de  Medici  e  di  Nicolò 
V  ,  che  furono  gì'  incettatori  più 
munifici  de'codici  mss.,  ed  invase 
anche  grandemente  alcuni  privati 
cittadini  de' loro  tempi,  quali  fu- 
rono Marsilio  Ficino,  Angelo  Po- 
liziano, Francesco  Filelfo,  Giovan- 
ni Tortelli,  Lorenzo  Valla,  Enea 
Silvio  Piccolomini,  il  cardinal  Bes- 
sarione  ed  altri  molti,  che  de'  co- 
dici si  servirono  pei  loro  usi,  e  li 
preservarono  insieme  per  essere 
1  oggetto  delle  prime  e  susseguenti 
imprese  tipografiche.  Per  mezzo  di 
queste  belle  ed  erudite  indagini  , 
l'autore  parla  de'  tempi  dell'inven- 
zione della  stampa  che  fu  origine 
d'un  nuovo  commercio  e  di  un 
nuovo  ordine  di  cose,  com'è  la 
propiietà  di  tutti  i  gran  ritrovati. 
Proseguendo  la  storia  del  commer- 
cio librario  relativamente  al  prez- 
zo degli  antichi  volumi,  ci  presenta 
rare  e  curiose  notizie,  e  termina 
col  trarre  dall'antica  storia  libraria 
alcuni  lumi  ed  avvertimenti  utili 
pei  mercanti  di  libri,  con  chiarezza 
e  precisione,  che  da  loro  adottati 
sarebbero  capaci  di  restituire  al  suo 
primiero  splendore  una  professione 


i82  LIB 

cos\  utile  e  così  decorosa ,  e  far 
rinascere  in  Roma  i  Giunti,  i  Ma- 
nuzi ed  altri,  che  riunendo  l'arte 
tipografica  al  commercio  librario 
furono  l'onore  delle  lettere  e  la  de- 
lizia de*  letterati.  Tra  le  opere  utili 
ai  librari,  come  agli  amatori  dei 
libri  ed  a*  letterati,  citeremo  :  iV"o«- 
vcau  Dìctionnaire  portati/ de  biblio- 
graphie.,  par  Fr.  Ign.  Fournier,  Pa- 
ris  1809. 

Riguardo  all'erudizione  de'librai, 
basta  per  gl'italiani  citare  il  nome  di 
Aldo  Manuzio  di  Bassiano  nel  du- 
calo di  Sermoneta  dello  stato  pon- 
tificio, uomo  dottissimo,  a  cui  van- 
no debitrici  le  lettere  della  pubbli- 
cazione della  maggior  parte  de'clas- 
sici  greci,  latini  e  italiani.  V.  Libro 
e  Libreria.  Nel  secolo  XVI  si  ese- 
guirono magnifiche  legature  di  li- 
bri in  Italia,  nella  Germania,  ed 
altrove,  massime  in  pelle  di  porco, 
che  per  la  sua  densità  riceve  l'im- 
pressione di  bellissime  figure  e  di 
bassi  rilievi  di  ricca  composizio- 
ne. Sovente  si  arricchirono  le  le- 
gature de' libri  di  arpioni  e  fer- 
magli d'oro,  di  argento,  di  bronzo, 
lavorati  col  maggior  artifizio  e  tal- 
volta anche  arricchiti  di  figure  e  di 
caratteri.  Ricchissime  pure  furono 
le  legature  in  velluto  con  trine  d'o- 
ro e  con  ricami  ;  e  quelle  con  no- 
bilissima tartaruga  in  vece  di  car- 
toni, con  ornamenti  d'oro  e  d'ar- 
gento, cammei  e  nielli.  Anche  a'no- 
■stii  giorni  l'arte  di  legare  variamen- 
te e  riccamente  i  libri  è  giunta  ad 
un  alto  grado  di  perfezione  ed  elegan- 
za. Ad  Aldo  si  può  associare  il  no- 
me di  Giambattista  Bodoni  da  Sa- 
luzzo,  allievo  della  tipografia  di  pro- 
paganda fide,  uno  de'  più  celebri 
stampatori  del  secolo  XVI li,  perchè 
recò  l'arte  tipografica  ad  una  per- 
lezioue  fino    a    «iuel    tempo  scouo- 


LIB 
sciuta;  onde  nel  visitare  la  di  hù 
stamperia  ducale  di  Parma,  mon- 
sieur  poi  Luigi  XVIII,  disse  eh'  e- 
ra  la  prima  stamperia  del  mon- 
do. Tra  gli  italiani  viventi  faremo 
onorevole  memoria  del  cav.  Giusep- 
pe Antonelli  libraio,  tipografo,  cal- 
cografo, litografo  e  fonditore,  pel  suo 
grandioso  e  premiato  stabilimento 
di  Venezia.  Della  confraternita  e 
chiesa  che  hanno  i  librai  in  Ro- 
ma, ne  parlammo  al  voi.  XI,  p.  296 
del  Dizionario.  Quanto  riguarda 
la  revisione  e  approvazione  de'libri, 
se  ne  tratta  all'articolo  Maestro  del 
sacro  palazzo  apostolico  (^Fedi). 

LIBR.ERIA,  Libraria,  Bibliotheca, 
Luogo  dove  sono  di  molti  libri,  e 
gli  stessi  libri  insieme  raccolti.  Se- 
condo il  Martinetti,  Collezione  clas^ 
sica  t.  II,  p.  ;ìoo,  fu  Osiraandia  re  _ 
della  razza  antichissima  de'Faraoni 
di  Egitto,  che  ere  Jesi  contempo- 
raneo di  Abramo,  il  primo  collet- 
tore dei  codici  di  lingua  sacra  (co- 
sì egli  precisamente  esprimesi  ),  ed 
il  primo  che  ordinasse  una  biblio- 
teca, da  cui  tanto  diletto  ritraeva, 
che  secondo  Diodoro  Siculo  vi  fe- 
ce scolpire  l'epitaffio:  oìedicina  a- 
ninii  ,  ovvero  rernedium  animi  . 
Tuttavolta  abbiamo  da  Henric. 
Bonik  :  De  eruditis  sine  lib^'is , 
esercitatio  historica,  Lipsia.  Le  li- 
brerie sono  il  mezzo  più  adatto 
a  promovere  gli  studi.  Di  quelle 
antiche  più  celebri  ne  parlam- 
mo all'articolo  Biblioteca  [Fedi), 
non  che  all'articolo  Libraio,  e 
ad  altri  relativi.  Di  quelle  che 
tuttora  sussistono  e  delle  moder- 
ne ,  se  degne  di  speciale  men» 
zioiie,  a'ioro  luoghi  non  si  manca 
accennarle.  Delle  principali  Biblio- 
teche di  Roma  [Fedi),  come  della 
Faticaiia,  e  delle  biblioteche  Al- 
hani,  Aleasaadrina,  Angelica,  Ara- 


LIB 

celitana ,  Barberini,  Casanatense, 
Chigiana  ,  Corsini,  Lancisiana  , 
yallicdliana,  oltre  quanto  acceu- 
numnio  ai  loro  articoli,  se  ne  par- 
la a  quelli  analoghi.  Un  trattato  di 
Biblioihegrafia  e  delle  pubbliche  e 
{nivale  celebri  librerie  di  Roma, 
nel  1698  ce  lo  diede  Carlo  Bar- 
tolomeo Piazza  nel  suo  Eustvolo- 
gio  romano,  nel  tratt.  XIII.  11  p. 
Menocliio  nel  t.  II  delle  Sluore, 
centuria  VII,  cap.  LXXVI  erudi- 
tamente (ratio:  Delle  famose  libre- 
rie degli  antichi,  e  di  alcune  ce- 
lebri moderne.  Altrettanto  fece  il 
Sarnelli,  Lettere  ecclesiastiche  t.  VI, 
lett.  I.  Delubri  e  delle  librerie.  Il 
Cancellieri  poi  nella  Dissertazione 
intorno  agli  uomini  dotati  di  gran 
memoria,  registrò  alcune  librerie 
private  perite  per  incendio.  Dicem- 
mo altrove  che  i  primitivi  cristia- 
ni ebbero  appositi  luoghi  per  con- 
servare e  custodire  i  libri.  Essi  li 
tenevano  denti  o  armadi  nelle  chie- 
se ove  riponevano  i  sacri  libri,  o  in 
istanze  separate  e  nelle  biblioteche 
destinate  a  tale  effetto  ;  indi  nei 
tempi  posteriori  lì  collocarono  nei 
segretari,  i  quali  erano  le  due 
stanze  laterali  all'  altare  ;  in  alili 
luoghi  il  codice  degli  evangeli  si 
conservava  sull'altare  medesimo,  il 
che  si  continuò  anche  nei  tempi 
più  bassi,  a  similitudine  delle  scrit- 
tole del  vecchio  Testamento,  con- 
servate nel  Sanata  sanctoruni.  Da 
una  lettera  di  s.  Paolino  di  Nola 
scritta  a  Severo,  si  raccoglie  che  i 
libri  liturgici  si  conservavano  nel 
segretario  ,  dai  greci  distinto  col 
nome  di  Diaconico  bemale  e  po- 
steiiormente  metalorlo,  per  deno- 
tare che  i  libri  liturgici  occupava- 
no una  parte  solamente  del  mag- 
gior diaconico  e  dell'intero  segreta- 
rio,  cioè   la  parte   sinistra    dell' ab- 


LIB  i83 

side,  cui  superiormente    apponeva- 
iì  la  seguente  epigrafe. 

Sì  queni  sancta  tenet  meditan- 
da  in  lege  voluntas, 

Hic  poterli  residens  sacris  inten- 
dere libris. 

Quanto  alle  librerie  o  bibliote- 
che di  alcuni  insigni  templi  dei 
cristiani,  sì  in  oriente  che  in  occi- 
dente, sino  dal  principio  del  cri- 
stianesimo, ebbero  i  vescovi  nelle 
loro  chiese  particolari  biblioteche 
per  conservare  le  opere  di  dotti 
cattolici,  l'interpretazioni  delle  san- 
te scritture,  gli  atti  de'  martiri,  i 
fasti  delle  chiese  stesse  ec,  anzi  per 
tale  oggetto  aveano  appositi  ama- 
nuensi. La  libreria  fu  non  solo  chia- 
mata Bihliotheca,  ma  Scriniuni,  Ta- 
bularium,  Archiviurn ,  Librarium, 
e  Sacrarium;  talvolta  fu  promi- 
scuamente chiamata  Biblioteca  o 
Archivio  (  f^edì  )  ;  come  si  disse 
Bibliotecario  [Fedi),  o  Archivista 
[Vedi),  Cancelliere  e  Vice- Cancel- 
liere [Vedi);  che  in  origine  hanno 
un  solo  significato.  La  più  antica 
biblioteca  che  si  conosca  in  orien- 
te fu  quella  di  Gerusalemme,  for- 
mata da  s.  Alessandro;  s.  Panfilo 
completò  quella  di  Cesarea  inco- 
minciata da  Giulio  AfricanOj  nella 
quale  erano  trentamila  volumi  :  in 
questa  biblioteca  con  sommo  van- 
taggio studiarono  lo  storico  Euse- 
bio, e  il  dottore  s.  Girolamo.  Vuoi- 
si che  la  famosa  biblioteca  di  Co- 
stantinopoli, situata  presso  la  basi- 
lica di  s.  Sofia,  fosse  incominciata 
da  Costantino  il  Grande  ;  essa  fu 
immensamente  arricchita  da  Teo- 
dosio II,  per  cui  a  suo  tempo  con- 
tava centomila  volumi  ;  indi  venne 
aumentata  di  altri  ventimila  volu- 
mi, e  j'crl   in    una    popolare  sedi- 


i84  LIB 

zione  sotto  V  impero  di  Basilisco 
e  Zenone.  Anche  iu  Alessandria  vi 
rurono  delle  libreiie  appartenenti 
ai  templi  cristiani,  e  s.  Atanasio 
riprese  gli  ariani  perchè  aveauo 
bruciati  i  libri  delle  chiese.  Nell'A- 
frica esisteva  una  biblioteca  in 
Cirta  contigua  al  tempio,  ed  altra 
simile  ad  Ippona.  Di  quelle  di 
Roma,  delle  Lateranensi,  delle  Va- 
ticane ne  parlammo  ai  citati  arti- 
coli. Antichissimo  e  colla  Chiesa 
incominciò  si  può  dire  1'  archivio 
romano  ;  s.  Ilario  fondò  le  due  bi- 
blioteche Lateranensi,  e  forse  vi  fu 
pure  una  terza  biblioteca  Lateranen- 
6e.  Oltre  queste  nel  pontificato  di 
s.  Gregorio  I  in  Roma  probabil- 
mente ve  n  erano  delle  altre.  Il 
Papa  s.  Zaccaria  ampliò  quella  e- 
retta  presso  la  basilica  vaticana, 
anzi  il  Cancellieri ,  De  secretarìis, 
è  di  parere  che  la  biblioteca  Va- 
ticana esistesse  prima  nell'antichis- 
simo secretario,  indi  nel  nuovo,  e 
poscia  venne  trasferita  nel  secreta- 
rium  magnum  del  medesimo  tem- 
pio. Questa  biblioteca  perì  per  le 
vicende  d'incendii  e  saccheggi,  e 
come  la  Lateranense  una  gran 
parte  di  essa  si  potè  preservare 
da  tante  vicende.  Laonde  la  bi- 
blioteca ora  esistente  nel  palazzo  a- 
postolico  vaticano,  si  formò  in  par- 
te coi  libri  delle  biblioteche  delle 
basiliche  lateranense  e  vaticana.  Di- 
versi Pontefici  proibirono  di  leva- 
le libri  dalle  biblioteche,  sotto  pe- 
na di  scomunica;  i  principi  seco- 
lari eziandio  vietarono  l'estrazione 
di  libri  dalle  librerie,  decretando 
pene  afflittive. 

LIBRO,  Liber.  Quantità  di  fo- 
gli cuciti  insieme,  o  scritti,  o  stam- 
pati, o  bianchi  ch'essi  si  sieno  :  e  si 
piglia  ancora  per  1'  opera  scrittavi. 
Si  definisce  il  libro,  anche  per    o- 


LIB 

pera  dell'  intelletto,  sia  in  prosa 
che  in  verso,  abbastanza  estesa  per 
riempirne  un  volume.  Essendo  una 
delle  maniere  di  scrivere  degli  an- 
tichi quella  di  pingere,  delineando 
le  lettere  sulla  corteccia  di  certi 
alberi,  tal  corteccia  o  membrana 
chiamarono  in  latino  liber^  iu  e- 
braico  sepher,  ed  in  greco  biblos; 
come  libro  si  appella  anche  oggi- 
dì dai  botanici  la  parte  più  inter- 
na della  corteccia  stessa,  di  cui  eoa 
le  reiterate  apposizioni  si  forma 
il  legno,  eh'  è  la  parte  più  dura 
nella  quale  distinguesi  l'  alburno.  Il 
Dacier  nelle  note  ad  Orazio,  dice 
che  il  libro  è  propriamente  la  cor- 
teccia interna  dell'albero,  e  che  gli 
antichi  colla  punta  di  un  ago  sepa- 
ravano o  dividevano  quella  cor- 
teccia in  piccoli  fogli  o  strisele , 
ch'essi  chiamavano  tilias  o  phyli- 
ras,  sulle  quali  scrivevano.  E  per- 
chè si  rotolavano  tali  corteccia  per 
trasportarle  più  facilmente,  questi 
rotoli  furono  detti  voluinen^  volu- 
me, nome  che  fu  dato  anche  ai 
rotoli  di  carta  e  di  pergamena. 
Dice  il  Marangoni  nella  Istoria  p. 
162,  che  fu  costume  degli  antichi 
di  scrivere  le  cose  più  brevi  in 
alcune  membrane  lunghe  a  guisa 
di  fasce,  le  quali  piegar  si  potes- 
sero ravvolgendole,  e  da  questo 
ravvolgimento  a  guisa  di  un  ro- 
tolo, appellate  furono  volumi.  Se 
poscia  le  materie  fossero  state  mol- 
to prolisse  e  lunghe,  scrivevansi 
in  fogli  membranacei,  e  questi  uniti 
e  legati  insieme  si  chiamavano  li- 
bri; e  più  anticamente  quando  seri- 
veasi  sulle  corteccia  di  alberi,  da 
queste  si  appellavano  codici.  Nel- 
V  arte  libraria ,  libro,  volume  e 
tomo  sono  ora  sinonimi,  e  presi  pro- 
miscuamente, come  insegna  nel  i>uo  ^ 
Lessico  il  Forcellini  alle  due  parole 


LIB 

Tontits  e  P^olumen.  S\  sciisse  pure 
sulle  foglie  di  palina  e  sulle  solti- 
Ji  corteccie  degli  alberi,  come  del 
liglio  ,  del  frassino  e  dell'  olmo; 
come  ancora  si  adoperò  il  legno, 
il  mattone,  la  pietra,  il  piombo,  il 
rame  ed  altre  materie  per  incider- 
vi ciò  cbe  si  voleva  trasmettere 
alla  posterità,  f^.  Libraio,  Carta,  e 
Lettera. 

Si  pretende  che  il  libro  più 
antico  sia  quello  di  Enoch,  che 
dicesi  citato  nel!'  epistola  canonica 
di  s.  Giuda;  ma  siccome  viene  dai 
critici  tenuto  tale  libro  come  sup- 
posto o  almeno  apocrifo,  altri  os- 
servano che  s.  Giuda  lo  avrà  for- 
se citato  sulla  scorta  di  una  tra- 
dizione orale,  dappoiché  quel  libro 
non  esisteva  piìi  ne'primi  secoli 
cristiani,  benché  molti  libri  certa- 
mente apocrifi  si  spacciassero  in 
que'tempi  sotto  il  titolo  di  libro 
di  Enoch.  Veramente  s.  Giuda 
non  cita  il  libro  di  Enoch^  ma 
solamente  riporta  un  sentimento 
di  Enoch  tradizionale.  Nulla  dun- 
que può  asserirsi  con  fondamento 
sulla  prima  origine  dei  libri;  e  di 
tutti  quelli  ch'esistono,  i  libri  di 
Mosè  sono  incontrastabilmente  i 
più  antichi.  Invano  si  è  voluto 
confutare  la  loro  antichità,  e  pro- 
durre qualche  storia  che  pretende- 
vasi  scritta  anteriormente.  Il  Mar- 
tinetti nei  t.  I,  pag.  36  della  Col- 
lezione classica,  parlando  di  Be- 
roso  Caldeo,  che  al  dire  di  Stefa- 
no di  Bisanzio  compose  de  ornili- 
genis  rebus  lib.  XLII,  narra  che 
dedicò  una  sua  opera  al  re  Seleu- 
co  JNicanore,  che  cominciò  a  re- 
gnare 6i  anni  dopo  la  morte  di 
Alessandro,  ed  osserva  quanto  sia 
remoto  lo  stile  delle  dediche  dei 
libri,  e  quanto  i  letterati  abbiano 
tendenza  fin  dalla    più    venerabile 


LIB  iSò; 

antichità,  di  ricercare  un  appoggio 
di  potenti     mecenati.     1    p(jemi  di 
Omero     sono     forse     i   più   antichi 
tra  tutti   i   libri    profani     che  sono 
giunti   fino  a  noi,  e     come  tali   ri- 
guardavansi   a'  teuqji  di  Sesto  Em- 
pirico,   sebbene    gli     autori     greci 
facciano  menzione  di  settanta  libri 
circa     anteriori  agli     omerici,  tra  i 
quali  si  annoverano  i  libri  di  Er- 
mete, di   Orfeo,  di  Dafne,  di   Ora, 
di   Lino,  di  Museo,     di    Palamede, 
di  Zoroaslro,  ec.  Ma  della  maggior 
parte  di  questi     libri     non  rimane 
alcun  frammento  che    dir  si  possa 
autentico,  e   così  pure  avviene  dei 
poeti  ciclici,    intorno    ai   quali  si  è 
lungamente  scritto,    senza  che  tut- 
tavia  possano  ritenersi  come  genui- 
ni  i   passi     che     si    sono  pubblicati 
di  questi  scrittori.    In  progresso  di 
tempo  s'introdusse  l'arte    di  legare 
i  libri,  come     di     copiarli,    di  che 
parlammo  all'  articolo     Libraio,   Il 
luogo   per  custodire  i  libii,   lu  det- 
to Biblioteca,  e  quello  per  le  scrit- 
ture    Archivio     {^f^tdi):    i    custodi 
della   prima  furono     detti   Bibliote- 
cari, quelli  del     secondo    /irchivisù 
(P'edi).  Molti  secoli  avanti  l'inven- 
zione della  Stampa  [Fedi),  che  tan- 
to ha   moltiplicato  i  libri     da  non 
più  potersi   calcolare,     s'incominciò 
a  proibire     la     Lettura    (^Fedi)    di 
alcuni   mss.  e  alcuni    altri     furono 
dati  alle  fiamme.  Questo  dicesi  avr 
venuto  anche  presso   i    greci   ed    i 
romani.   Ad   Atene  si  proibirono  le 
opere  di  Protagora,     e     se  ne  ab- 
bruciarono    col!'  assistenza    di     un 
pubblico  banditore  tutti    gli  esem- 
plari che  si   poterono  ritrovare.  In 
Roma     parimenti     il      senato     fece 
bruciare    i  libii  di  Numa    secondo 
re    di  Roma  ,   trovati    nel     suo  se- 
polcro, peichè  dicevansi    in  aperto 
contrasto  colla  religione    dello  sta- 


i86  LIB 

to.  Per  deereto  del  senato  furono 
pure  bruciati  altri  libri,  come 
quello  di  Cicerone  :  De  natura 
ìfeorum^  ovveio  De  dmnoùone, 
siccome  contrario  a  quelle  cose 
ch'egli  avea  insegnato  degli  Dei. 
Siccome  poi  il  popolo  romano  era 
oltremodo  superstizioso,  e  i  libri 
degli  astrologi  lo  mantenevano  in 
questa  disposizione  perniciosa,  il 
senato  fece  sovente  sopprimere 
quelle  opere,  e  l'esecuzione  spetta- 
va al  pretore.  Narrasi  che  Augu- 
sto facesse  abbruciare  ad  un  trat- 
to piix  di  ventimila  esemplari  di 
scritti  astrologici.  Egli  condannò 
pure  alle  fiamme  il  libro  del  poe- 
ta satirico  Labieno  ;  quello  vera- 
mente fu  il  primo  libro  che  si 
giudicasse  degno  di  condanna,  e 
lo  stesso  Augusto  promulgò  una 
legge  contro  tutti  i  libri  di  quel 
geuete.  Sotto  Tiberio  il  senato 
condannò  alle  fiamme  gli  scritti 
dello  storico  Cremuzio  Cordo;  co- 
si pure  Antioco  Epifane  fece  bru- 
ciare i  libri  'degli  ebrei,  e  nei  pri- 
mi secoli  dell'era  volgare  furono 
tratlali  egualmente  e  distrutti  col 
fuoco  i  libri  de'  cristiani.  Eusebio 
riferisce  che  nell'anno  3o2  Diocle- 
ziano fece  bruciare  in  egual  modo 
i  libri  de'crisliani  e  le  sacre  scrit- 
ture o  sia  la  Bibbia.  Di  questa  gli 
slessi  ebrei  ne  avevano  interdetto 
ai  giovani   alcune   parti. 

Dopo  che  la  religione  cristiana 
fu  stabilita  ed  approvati^  con  de- 
creto degl'imperatori,  il  clero  in- 
coniiiiciò  ad  esercitare  lo  slesso 
£;eiiere  di  proscrizione  contro  i  li- 
bri che  non  si  accordavano  coi 
donimi  ricevuti.  Furono  quindi 
dannali  al  fuoco  i  libri  di  Ario, 
e  Costantino  Magno  minacciò  la 
pena  di  morte  a  coloro  che  na- 
.ccondissero  alcuno  di    fjue'libri.    Il 


LIB 
Papa  s.  Innocenzo  I  del  ^07.  de- 
terminò quali  gieno  i  libri  che 
debbonsi  ricevere  nel  canone  delle 
sacre  scritture:  il  giudizio  de'libri, 
cioè  quali  sieno  agiografi  e  quali 
apocrifi,  appartiene  alla  Chiesa  per 
pratica  antichissima,  come  attesta 
Tertulliano,  De  pud.  e.  io.  Il 
concilio  di  Efeso  nel  4^1  ottenne 
dall'imperatore  Teodosio  II  che  i 
libri  di  Nestorio  sarebbero  brucia- 
ti ;  e  s.  Leone  I  fece  bruciare  i 
libri  dei  manichei  :  in  ciascun  se- 
colo si  rinnovarono  quelle  rigorose 
procedure  contro  gli  scrìtti  degli 
eretici.  Ma  di  questo  argomento 
se  ne  tratta  all'articolo  Indice  dei 
LIBRI  PROIBITI.  Monsignor  Giacinto 
Pippi  vescovo  di  Chiusi  e  Pienza, 
lesse  in  questa  cattedrale  una  O- 
melia  sui  cattivi  libri,  che  meritò 
stamparsi  in  Siena  nel  i833  da 
Onoralo  Porri.  In  ogni  tempo  e 
da  tutti  i  cattolici  si  è  obbedito 
alla  Chiesa,  che  per  l'autorità  ri- 
cevuta da  Dio  ha  il  diritto  di 
giudic  re  delle  cose  appartenenti 
alla  fede  e  alla  morale,  sotto  il 
quale  termine  morale  si  compren- 
de anche  la  soggezione  alle  legit^ 
tiine  podestà,  comandata  dal  van- 
gelo :  così  pure  nella  Chiesa  si  è 
riconosciuta  altresì  1'  autorità  di 
condannare  e  proibire  que'libri  che 
tendono  ad  otfe.ndere  e  depravare 
la  fede  e  la  morale,  autoiità  che 
la  chiesa  ha  esercitato  fino  dalla 
sua  nascita.  Il  numero  ognor  cre- 
scente de'libri  irreligiosi  ed  immo- 
llali che  si  divulgano  per  ogni 
parte,  la  soverchia  libertà  con  cui 
si  dà  loro  hbero  corso  in  vari  sta- 
li di  Europa,  ed  i  perniciosissimi 
eliciti  che  ne  risentono  giornal- 
mente la  religione  e  la  società , 
mossero  il  p.  Giuseppe  Noto  as- 
si-steule  generale     delle    scuole  pie, 


LIB  LIB                    187 

a  comporre  nii'criulita  ed  eloqiien-  Sarnelli  nella  sua  prima  lettela 
te  disseilazioiie,  che  recitò  nell'ac-  parla  dell'uso  antico  di  mandare 
cademia  cattolica  in  Roma  a'  23  al  Papa  i  libri  prima  che  si  pub- 
giugno  1837.  Con  essa  prese  a  blicassero,  per  cui  s.  JNicolò  I  del- 
provare  quanto  convenga  alla  pò-  l'858  biasimò  Giovanni  Scolo  che 
desta  civile  l'interdire  i  libri  che  avendo  tradotto  dal  greco  in  lati- 
s'interdicono  dalla  Chiesa,  ponendo  no  l'opera  di  s.  Dionisio  l'areo- 
in  piena  luce  le  molte  ragioni  per  pngita,  dei  divini  nomi  e  degli 
cui  la  podestà  civile  è  obbligata  a  ordini  celesti,  la  divulgò  senza  a- 
vietare  la  circolazione  de'  libri  in-  verla  prima,  secondo  il  costume, 
terdetti  dalla  Chiesa,  e  fece  toccar  sottoposta  al  Pontefice.  Sui  libri  il 
con  mano,  che  se  a  ciò  non  è  Sarnelli  riporta  molle  utili  erudi- 
bastante  di  muoverla    né  la  legge  zioni. 

eterna  dell'ordine  stabilito  da  Dio,  Altre  importanti  erudizioni  sui 
né  la  premura  per  tutto  ciò  che  libri  si  leggono  nelle  Sluore  del  p. 
riguarda  la  religione,  né  la  neces-  Menochio,  ne'  seguenti  argomenti. 
sita  di  serbare  intatto  il  costume  Perchè  Gesù  Cristo  non  compose 
dei  popoli,  ve  la  dovrebbe  almeno  libri.  Se  la  moltitudine  de'  libri  sia 
eccitare  il  proprio  interesse  e  il  utile  al  mondo.  Libri  da  chi  la 
proprio  decoro;  giacché  i  governi,  prima  volta  stampati;  devono  ri- 
qualora volessero  accomodarsi  alle  vedersi  prima  che  si  stampino;  i 
pazze  forme  de'novatori,  col  lasciar  disonesti  ed  eretici  debbonsi  incen- 
serpeggiare  impunemente  gli  scritti  diare;  dei  conti  tenuti  dagli  anti- 
licenziosi, sarebbero  i  primi  nemi-  chi.  La  custodia  dei  libri  sacri  nella 
ci  della  pubblica  tranquillità,  e  primitiva  Chiesa  fu  affidata  ai  Lel- 
alìietterebbero  l'universale  corruzio-  tori  {^Vedi).  Furono  chiamati  Ira- 
ne  ;  e  sarebbe  al  certo  la  massima  dilori  ^  come  si  disse  all'articolo 
delle  vergogne,  che  l'empietà  pu-  Lassi,  que'  cristiani  che  davano  i 
nita  dai  gentili  in  Atene,  trovasse  libri  sacri  ai  gentili;  maggiore  pe- 
a' giorni  nostri  nei  depositari  della  rò  ed  infinito  fu  il  numero  di  quei 
pubblica  autorità,  e  seguaci  del  cristiani  che  q  ciò  si  rifiutarono  , 
vangelo,  chi  dorma,  chi  dissimuli,  perciò  martirizzati.  Ma  s.  Gregorio 
chi  ammutolisca  intorno  alla  di-  Nazianzeno  vendette  i  libri  per  aiu- 
vulgazione  delle  più  strane  e  sov-  lare  i  poveri.  Quel  libro  o  volu- 
vertitrici  opinioni.  Inoltre  il  dis-  me  che  si  vede  in  mano  al  Salva- 
serente  additò  i!  modo  di  dirigere  tore  nelle  sue  immagini ,  rappre- 
la  stampa  al  decoro  della  religione  senta  i  misteri  principali  della  fede 
e  al  bene  dello  stato,  col  suggerì-  in  esso  succintamente  raccolti,  si- 
re che  in  vece  dei  deliri  politici  gnifìcando  comunemente  il  libro  i 
e  morali  degli  uomini,  si  facciano  santi  evangeli  :  questo  libro  talvol- 
uscire  alla  pubblica  luce  tanti  ri-  ta  è  aperto  colle  parole  ne'  due  fò- 
trovati  delle  arti  e  delle  scienze,  gli  :  Ego  sani  lux  mundi,  Ego  sum 
e  tanti  pregiati  lavori  de'genii  be-  via,  veritas  et  vita,  o  pure  altre  si- 
nemeriti  dell'umanità,  che  giacciono  mili,  su  di  che  può  vedeisi  d  Ciarn- 
sepolti  e  dimenticati  nelle  biblio-  pini,  f^et.  moniin.  t.  Il,  cap.  XVI. 
teche.  Tanto  si  legge  nel  numero  11  Buonarroti  parlando  del  Salva- 
58  del  Diario  di  Roma    ibSy.  11  ture  quando    tiene    nella    destra  il 


8,^ 


Lir. 


libro  aperto,  dice  che  non  tanto 
Io  tiene  in  segno  della  nuova  leg- 
ge di  grazia  da  lui  stabilita  e  pio- 
niiiigata,  quanto  ancora  perchè  al- 
rAgiiello  immacolato  data  fu  la  fa- 
coltà di  aprire  il  libro  dille  pro- 
flszie  della  legge  antica  iu  esso  a- 
deuipiule,  e  degli  occulti  misteri  dal 
medesimo  a  tutte  le  genti  e  nazio- 
ni palesati.  Il  Dontti  de'  Dittici 
p.  217,  scrive  che  anticamente  fi- 
guravansi  gli  apostoli  con  un  libro 

0  volume  iu  mano ,  sigiiificandosi 
con  ciò  le  opere  canoniche  lascia- 
teci dai  medesimi,  o  la  libera  fa- 
coltà che  ricevettero  da  Gesù  Cri- 
sto   di    predicare  il  santo  vangelo. 

1  libri  sacri  e  canonici  sono  quelli 
che  la  Chiesa  riconosce  ed  ammet- 
te a  far  parte  della  Scrittura.  P^. 
Bibbia  e  Canoni.  1  libri  della  Chie- 
sa o  liturgici  sono  quelli  che  ser- 
vono alla  celebrazione  del  divino 
uffizio  come  gli  Antifonari,  i  Gra- 
duali, i  Messali,  i  Ltzionari,  i  Dit- 
tici, quelli  degli  Evangeli,  dell'-E- 
pisiole,  de'  Sagramenti,  delle  Se- 
quenze,  ec,  di  cui  parliamo  ai  lo- 
ro articoli.  I  libri  troparii  conten- 
gono i  versetti  che  si  cantavano 
immediatamente  avanti  l'introito, 
come  un  preludio  di  esso,  oppure 
frammischiavansi  al  medesimo,  una 
parie  del  coro  cantando  l' introito, 
l'altra  simultaneamente  il  tiopo.  V. 
Titopus.  E  qui.  noteremo,  che  Fran- 
cescantonio  Mondelli,  nella  sua  De- 
cadi^ di  eccl.  dissert.,  scrisse  la  IX: 
Sopra  la  decorosa  custodia  in  che 
tene<>ansi  i  sacri  libri,  e  la  pompa 
con  cui  al  popolo  leggevasi  massi- 
mamente il  vangelo,  i  libri  litur- 
gici si  ornarono  e  custodirono  in 
più  modi.  Gli  antifonarii  si  distin- 
guevano ordinariamente  per  la  per- 
gamena color  ceruleo  o  rosso,  pei 
caratteri  di  argento ,    e  nelle  parti 


LIB 

esteriori  per  ornamenti  d'avorio. 
Ai  lezionari  si  facevano  le  lettere 
iniziali  in  oro,  e  nell'esteriore  si 
arricchivano  con  ornati  d'oro,  con 
intagli  di  avorio  e  pietre  preziose. 
I  libri  degli  evangeli  e  de'  sacra- 
menti si  ricoprirono  d'oro  e  di  pie- 
tre pre7Ìose  disposte  con  eleganza. 
Libri  di  tal  genere  talvolta  si  cu-  : 
stodirono  in  cassette  d'  oro  e  den-  \ 
tro  preziose  coperture.  I  libri  spi- 
rituali sono  particolarmente  quelli 
che  trattano  della  vita  spirituale  o 
cristiana,  che  eccitano  alla  divozio- 
ne, che  servono  alla  meditazione.  Il 
libro  Diurno  contiene  l'uffizio  di- 
vino, ed  il  libro  Pontificale  v  sacri 
riti,  per  non  dire  di  altri  libri  dei 
quali  parlasi  a'  loro  articoli.  Sicco- 
me il  vocabolo  libro  si  applicò  non 
solo  alle  opere  scritte  o  stampate, 
ma  anche  ai  diversi  registri  che  si 
tengono  ne'pubblici  archivi,  di  per- 
sone, di  spese,  di  rendite  o  di  al- 
tri oggetti  ;  così  si  sono  variati 
straordinariamente  i  titoli  di  quei 
libri,  ed  alcuni  sono  divenuti  sotto 
diversi  nomi,  monumenti  storici,  o 
diplomatici,  o  amministrativi.  In 
multi  stati  si  è  adottato  la  deno- 
minazione di  gran  libro,  in  quello 
sul  quale  si  scrivono  le  rendite 
pubbliche  o  anco  il  debito  pubbli- 
co. Celebre  fu  presso  i  veneti  re- 
pubblicani il  libro  d'oro,  nel  quale 
si  registravano  i  nobili  facenti  par- 
te della  veneta  aristocrazia.  In  di- 
verse città  il  registro  araldico  del- 
la nobiltà  ad  essa  aggregata  ezian- 
dio chiamasi  libro  d'oro.  Leggio 
(fedi)  è  ristrumento  sul  quale 
tiensi  il  libro  per  cantare  i  divini 
uilizi.  Nel  descrivere  le  sacre  fun- 
zioni si  è  notato  chi  deve  sostene- 
re i  libri.  Al  Papa  dicemmo  che 
lo  sostengono  nei  pontificali  il  car- 
dinal  wscovo  assistente  in    piviale, 


LIB  LIB  iSf) 
e  nelle  altre  funzioni  un  patriar-  lifìcio  accordarono  e  tuttora  dichia- 
ca,  o  arcivescovo  o  vescovo  assi-  rano  diritto  proprietario  le  opere 
stente  al  soglio,  in  piviale  o  in  di  scienze,  lettere  ed  arti  a  nonna 
cappa,  in  piedi  se  il  Papa  sta  ritto,  dell'editto  23  settembre  i8a6.  Mol- 
ed  in  ginocchio  quando  il  l^apa  li  providi  governi  negli  ultimi  anni, 
siede.  Incombe  ai  cardinali  diaconi  per  giusto  tratto  di  equità,  gua- 
assistenti  voltare  i  fogli,  supplendo  rentirono  ai  rispettivi  autori  le  Io- 
sa non  lo  fanno  il  prefetto  delle  ro  opere  letterarie  ed  artistiche 
cerimonie  pontifìcie.  Questo  ed  altri  pubblicate  nei  loro  dominii,  -vie- 
libri ,  come  quello  del  celebrante,  tando  le  ristampe  e  le  contralTa- 
dell'epistola  e  del  vangelo,  si  cuo-  zioni.  E  siccome  le  corti  d'Austria  e 
prono  con  drappi  del  colore  cor-  di  Sardegna  aveano  stipulato  ima 
rente.  Dell'imposizione  del  libro  convenzione  tra  loro  per  tali  gua- 
degli  evangeli  sul  capo  nelle  ordi-  rentigie,  invitarono  il  regnante Pa- 
uazioni  de'  vescovi ,  ne  tratta  il  pa  Gregorio  XVI  ad  accedere  alla 
Chardon,  Storia  de  sacramenti,  t.  convenzione  pei  suoi  stati,  1q  che 
III,  p.  6i.  Martino  Giorgio  Christ-  volonlieri  fece  a  mezzo  del  cardinal 
gau  nel  Programma  de  duplici  li-  Lambruschini  segretario  di  slato,  il 
brorum  dote,  in  Jo.  Gotti.  Bider-  quale  a' 20  novembre  1840  pub- 
manni,  Seleclis  scholaslicis,  Numb.  blicò  la  convenzione  utilissima  e 
1745,  dice  che  sono  la  prefazione  di  vero  incoraggiamento  agli  auto- 
e  le  note  ;  la  terza  dote  dei  libri  ri  di  opere,  mediante  notificazione, 
è  Vindice  [Fedi)  delle  cose  più  LIBURJNIA.  Antica  provincia  dei- 
notabili.  Francesco  Vettori,  il  car-  1' lllirio  lungo  il  mare  Adriatico, 
dinal  Garampi  ,  Gaetano  Marini,  dall' Arsia  ove  terminava  l'Istria, 
Francesco  Cancellieri  e  Tari  altri  sino  alla  Cerca,  un  tempo  Titius, 
illustri  autori,  per  raddoppiare  l'u-  che  la  divideva  dalla  Dalmazia  ; 
tililà  degl'indici  delle  loro  opere,  una  linea  dalle  sorgenti  dell'Arsia 
vi  hanno  inserito,  con  ordine  alfa-  a  quelle  di  Kulp  la  separava  al 
betico,  a  guisa  df  appendice,  altre  nord  dalla  Pannonia,  da  cui  era 
utili  notizie.  Chr.  Liberii  ci  ha  da-  pure  divisa  all'occidente  da  una 
to  un'opera  con  questo  titolo:  De  catena  montuosa  che  estendevasi 
scribendis,  legendis  et  aestimandis  sino  alla  sorgente  dell'  Onn.  Si  no- 
librix,  Ultrajecti  i58i.  minano  diversi  popoli  antichi  che 
Quanto  alla  proprietà  letteraria  abitarono  la  Liburnia,  i  più  con- 
dei  libri  e  delle  opere,  solevano  i  siderabili  chiamati  i  japidi  occu- 
sovrani  concederla  agli  autori,  edi-  pavano  tutte  le  coste  dell' Arsia  si- 
tori  o  stampatori,  a  tempo  deter-  no  al  Tedan  ;  gli  altri  erano  i  men- 
minato  come  un  privilegio,  quindi  tori,  ^V  ismani,  gli  enchelei,  i  brii- 
moltissimi  sono  gli  esempi  di  Pa-  ni,  i  peliceli,  i  lacinii,  gli  stulpii,  i 
pi  che  concessero  agli  autoii,  edi-  bornislì,  gli  olbonnesi  od  arhonne- 
tori  e  stampatori  un  privilegio  di  si.  Alcuni  di  questi  popoli  più  non 
dieci  anni  per  la  stampa  dei  libri  sussistevano  allorché  Augusto  con- 
od  altro  che  pubblicavano,  minac-  quistò  la  Liburnia.  Si  crede  cou 
ciando  la  scomunica  ai  contrad'at-  fondamento  che  sia  stata  per  qual- 
tori.  In  seguilo  i  cardinali  camer-  che  tempo  soggetta  ai  re  dell'Uli- 
len^lii  di  s.  Chiesa  nello  stato  pon-  ria,  come  è  certo  che  questa  prò- 


I go  L  I  B 

TÌncla  era  indipendente  quando  il 
regno  dell'Illiria  o  della  Dalmazia 
fu  distrutto.  I  romani  ne  acquista- 
rono alcune  piazze  sulle  coste,  pri- 
ma che  Augusto  incominciasse  a 
regnare,  poiché  parlasi  della  flotta 
liburnica  di  Pompeo;  ma  questo 
principe  l'assoggettò  interamente, 
inviando  una  colonia  a  Zara.  Allo- 
la  Scardona  divenne  capitale  della 
provincia,  tenendo  in  essa  la  loro 
giurisdizione  i  magistrati  romani. 
La  Liburnia  fece  sempre  parte  della 
provincia  della  Dalmazia.  I  goti, 
gli  unni  e  gli  avari  vi  cagionaro- 
no de'  guasti  nella  decadenza  del- 
l' impero,  dicendosi  anche  che  que- 
sti ultimi  vi  si  stabilirono  al  tem- 
po dell'imperatore  Maurizio;  ma 
i  bulgari  lo  avevano  fitto  prima 
di  essi,  se  si  presta  fede  a  qualche 
autore  slavo,  che  dice  esservi  en- 
trala una  truppa  di  questi  barba- 
ri sotto  il  regno  di  Giustiniano  I 
nel  540,  ed  avervi  ucciso  il  ge- 
nerale Acume ,  uno  di  nazione, 
che  vi  comandava  pei  romani.  Il 
nome  di  maurovalusi  che  questi 
autori  istessi  danno  agli  antichi  a- 
bitanti,  e  che  secondo  essi  signifi- 
ca latini  nerij  sembra  ad  alcuno 
avvicinarsi  molto  al  nome  di  mor- 
lacchi,  che  è  quello  che  si  dà  an- 
co adesso  agli  abitanti  di  una  por- 
zione della  Liburnia.  Pare  che  i  bul- 
gari e  gli  avari  non  abbiano  goduto 
lungo  tempo  della  loro  conquista, 
poiché  sotto  il  regno  di  Eraclio , 
verso  l'anno  620,  i  croati  ne  di- 
strussero una  parte,  ed  obbligaro- 
no l'altra  ad  assoggettarsi  ad  essi. 
La  Liburnia  chiamata  allora  Dal- 
mazia [Vedi),  cangiando  di  nome 
prese  quello  di  Croazia  [Vedi).  I 
liburna,  una  delle  tre  nazioni  pro- 
venienti dagli  illirici,  sono  verisi- 
luilmente  i  primi  popoli  che  sieiio 


Lic  a 

penetrati  in  Italia  (Vedi),  dalla  S 
parte  settentrionale,  verso  il  secolo 
XV^  avanti  Gesù  Cristo.  Si  stabi- 
lirono fra  le  Alpi  e  l'Alhesis,  po- 
scia passarono  dall'  altro  lato  del 
Po,  ed  allontanandosi  dalle  pianu- 
re paludose  che  stavano  all'imboc- 
catura di  questo  fiume,  si  estesero 
lungo  il  mare,  essendo  stali  ripul- 
sati verso  l'estremità  d'Italia,  ove 
formarono  i  loro  principali  stabili- 
menti. I  liburnii  fissati  in  Italia  si 
divisero  ne'  tre  rami  di  apuli,  pae- 
diculi  o  paedidi  o  peucetii,  e  cala- 
i/ri. Il  paese  da  loro  abitato  si 
chiamò  Apulia  dai  romani,  e  Ja- 
pygia  dai  greci.  Le  liburnidi  isole, 
sono  quelle  del  mare  Adriatico  lun-  ■ 
go  la  Liburnia ,  e  cingono  la  co-  ■ 
sta  orientale  del  golfo  di  Venezia, 
lungo  la  costa   di   Croazia. 

LlCAOiNIA.  Piccola  provincia 
dell'Asia  minore,  secondo  Strabo- 
ne,  e  parte  della  Cappadocia  al 
mezzodì  della  Cilicia,  da  cui  è  se- 
parata dal  monte  Tauro,  tra  1'  I- 
sauria  a  ponente  e  1'  Armenia  mi- 
nore a  levante.  Iconio  [Vedi)  n'è 
la  metropoli.  Furono  apostoli  della 
Licaonia  s.  Paolo  e  s.  Barnaba.  AI 
tempo  del  concilio  di  Nicea  la  Li- 
caonia non  formava  che  una  sola 
provincia  colla  Pisidia,  ma  vennero 
divise  poco  dopo,  dando  Antiochia 
per  metropoli  alla  Pisidia.  Teodo- 
sio II  nel  V  secolo  staccò  alcune 
sedi  vescovili  dalla  Licaonia  per  for- 
mare una  parte  della  Nuova-Licia. 
Alcune  Notizie  gli  danno  un  nume- 
ro maggiore  di  sedi,  altre  minori. 

LICENZIATO.  Grado  scientifico 
che  conferiscono  le  università  j  in- 
feriore al  dottorato,  benché  per  ta- 
le altre  volte  pigliavasi  in  Italia, 
liccnzialus,  laurea  donatns.  Licen- 
ziato chiamasi  colui,  che  ha  ottenu- 
to il  grado  della  licenza  o  licenzia- 


LIC  LIC                    ìc,x 
tarei,  per  conseguire  il  quale  in  di-  Sulda  osserva  che  il  nome  di   liceo 
rillo  canonico,  in  diritto  civile,  in  derivava     originariamente     da     un 
filologia,  in   fdosofia,  in  teologia,  in  tenf)pio  fabbricato  in  quel  luogo  e 
medicina,  in  farmacia  ec.    bisogna  consecrato  ad   Apollo  Liceone;    di- 
aver studiato  il  tenjpo  prescritto  dai  cono  altri  invece    che    i    portici,    i 
regolamenti  delle  diverse  tiniversilà.  quali  facevano  parie  del  liceo,  era- 
In  alcune  università,   specialmente  no    slati    innalzati    da    certo    Lieo 
oltramontane,  il   vocabolo  di   licen-  figliuolo  d'Apollo;  l'opinione  però 
za  significava  talvolta  il    corso    in-  più  generalmente  ricevuta  era  che 
tero  degli  studi,  al  fine  del  quale  si  quell'edifizio    cominciato    da    Pisi- 
otteneva  il  grado  di  licenziato,  e  co-  strato  fosse  stato  compiuto  da  Peri- 
sì  chiamossi   talora   anche   il   grado  eie.    In  quel   luogo  trova vansi    non 
stesso.  L'origine  di  questo  vocabo-  solamente  i  portici,    ma  anche  viali 
lo    deriva    dal    sistema    introdotto  d'alberi  piantati  alternativamente,  o 
anticamente  nelle  scuole,  che  coloro  come  dicesi,  in  quinconce,  nei  quali 
i   quali   soddisfatto  avevano  all'  ob-  i  filosofi  passeggiando,   disputavano 
bligazione    imposta    da   Giustiniano  intorno  a  varie   questioni,  e    di   l.ì 
I,  di   conisacrarsi   per  quattro    anni  venne  che  peripatetica    o  Jìloaofia 
allo  studio  delle  leggi,  dicevansi  ot-  del  liceo  nominossi   la    filosofia    di 
tenere  licenza,  cioè  permesso  di  ri-  Aristotile.    Molti    stabilimenti    mo- 
tiravsi   dalle  scuole.    Il    grado  però  derni  d'istruzione  furono  nominati 
detto  licenza,  si  qualifica  con  qiie-  licei,  ad     esempio    di    quell'  antica 
sto  nome,  perchè  la  persona  che  lo  scuola   famosa  ;    i    francesi    special- 
ottiene,  conseguisce    con    quell'alto  mente  nei    primi    anni    della   rivo- 
la libertà  di   leggere  e  di   insegna-  luzione  diedero    il    nome    di    liceo 
re  pubblicamente ,  il    che  non  ac-  ad    un    luogo    in    cui    riunivasi    a 
corda  vasi   nella   maggior  parte  delle  Parigi   una  società  scelta  di  perso- 
Uni^'ersilà  (l'edi)  ad   un  semplice  ne,    che    si    dedicavano    alla    coUi- 
Baccelliere  (^P'edi).    Il    Nicolio    iici  vazione  delle  lettere  e    delle    belle 
FZo^co// dichiara  cosa  sono  i  licen-  arti;   in    quel    primo    stabilimento 
ziati,  verbo  Doctor.  »  Licentiati  di-  si  davano  pubbliche  lezioni  e  vi  si 
cuntur  ad  effectum ,    ut    potianlur  facevano  letture  pubbliche    di    me- 
privilegiis  licentiatorum ,    non   illi  ,  morie,  di  dissertazioni,    o    di  altre 
qui  a  lectoribus,  vel  aliis  doctoribus  produzioni     scientifiche.     Le     prin- 
examinali,  et    appi-obati   sunt,  sed  cipali     scuole     della      Francia     pi- 
qui  sunt  approbati  in   examine   pu-  gliarono  quindi  il    nome    di    licei, 
blico  (  quod   privatum    appellatur,  e    così    pure    lo    pigliarono    molti 
quia  nullus  admittitur  ibi    praeter  stabilimenti   d'istruzione    in    Italia, 
examinatoreSj  et  examinandos),  sed  e     questi     lo    conservano    tuttora  , 
nondum  consecuti  sunt  insigna  do-  mentre  all'epoca  del  ristabilimento 
ctoratus.  "   Vedi    Dottore.  della     monarchia    in    Francia    tor- 
LICEO.  Luogo  pubblico  di    let-  narono  in    più    luoghi    gli    antichi 
telarli  esercizi,  ed   è  anche    nome  nomi  di  Scuole  e  di    Collegi  [Ve- 
di   una  scuola    celebre  o  di  im' ac-  di).   All'articolo   Collegi   di  Roma, 
cademia    in   Atene,  dove    Aristotile  parlammo  di  quelli  ch'erano  o  che 
spiegava   la  sua   filosofia.  Da  quella  vi  sono  ancora  nell'alma  città,  men- 
veune    il    nome    ai    nostri    licei,  e  Ire  all'articolo    Liegi  (^  Vedi  ),    di- 


192  LI e  LIC 

ceoimo  del  Collegio  Lwgp.ie,  od  ni-  Lugo,  Macerata,  Matelica,  Perugia, 
l'niticolo   Malinc.i  (Fedi) ,  óe\  mio-  Pesaro,    Rieti,    Terni,    Tolentino, 
no   Collegio  Belgico   da    idtimo    in  Norcia,   Rimini    e    Vetralla.    Anli- 
Roma  eretto.  I  collegi  del  resto  del-  camente     era     un    luogo     pubblico 
lo  slato  pontificio  sono  nelle  seguen-  d'istruzione  in  R.oma  chiamato  l'ye- 
ti città.  Bologna  due,  cioè  il  colle-  teneo ,    eretto    dall'imperatore    A- 
gio  Jacobs,  ed  il  collegio  di   s.  Luigi;  driano  l'anno    i35,    per  servire  di 
Fano,  il  collegio    Nolfi;    Lugo,    il  uditorio  ai  dotti,  ed    a    quelli  che 
collegio  Trisi;   Ronciglione,    Velie-  volevano  leggere  le  opere    loro    in 
ti  i ,  Marino,  Benevento,    Urbino,  presenza  di  molti  individui.  Servi- 
Ferentino,  Loreto,  Spello,  Ferrara,  va  eziandio    di     collegio,    e    vi    si 
A  latri.  Camerino,  Fermo,  Faenza,  tenevano  pubbliche  scuole.  Si  ere- 
Città  di  Castello,  Cento,  ed  Orvie-  de  che  Adriano  così    lo    appellasse 
to.    I    collegi    convitti    sono    quelli  dal  greco  nome  di    Minerva,    per- 
di Ravenna,    Terracina ,    Perugia,  che   era  giusto  che  un  edifizio  de- 
ed  il   collegio  convitto  Campana  di  stinato  al  convegno  dei    dotti  por- 
Osimo.  tasse  il   nome  della  dea  delle  scien- 
11     ginnasio     poi    è    una    specie  ze.    Un    ateneo    simile,    formato    a 
di    scuola    ove    anticamente    si     e-  Lione  dall'imperatore    Caligola,  fu 
sei-citavano    i  giovani    nelle  ginna-  celebre  per  la  dottrina  dei  maestri 
stiche  e  negli    studi.    Oggi    si     usa  che    vi    tennero    scuola,    e    per    i 
quel     vocabolo     in    generale    come  premi   istituitivi  da    quel    principe, 
sinonimo  di  scuole  o  di  luoghi  do-  Questo  titolo    fu  poscia    esteso  alle 
ve    sono   scuole,    I    nostri     antichi  accademie  destinate  all' insegnamen- 
scrittori    pongono    insieme    il    gin-  to  delle  scienze    e  delle  lingue,    ai 
nasio  e  la   palestra.    I    greci    ed    i  collegi,    alle    biblioteche,    ed    alle 
romani    indicavano    col    nome    di  dotte    società,  come  è    l'ateneo    di 
ginnasio  l' edifizio  pubblico,   in    cui  Brescia,  quello    di    Treviso,    quello 
i  giovani  si  esercitavano  nella  lot-  di   F'orli,    ec.    Di    quest'  ultimo   ne 
ta  e  in  tutti    i    giuochi    opportuni  parlai  al  voi.  XXV,  p.  2o3  e  2o5 
per    dare    al    corpo    pieghevolezza,  del   Dizionario.  Avendo,  secondo  il 
leggerezza    e    vigore.    INudi     erano  mio    costume,    mandato     l'articolo 
coloro  che  si    occupavano    in    que-  che  scrissi    su  Forlì    ai    magistrati 
gli  esercizi,  e   da    questo  trasse    la  di   tale  città,    per    la    revisione  ed 
sua  origine    il    nome    di    ginnasio,  approvazione    del    medesimo,    uno 
che  viene  dal   vocabolo  greco  indi-  d'  essi     m'  impose     dichiarare    che 
cante    la    nudità.    Chiamasi    archi-  l'ateneo    e    le    accodemie    in   esso 
ginnasio  V  Uuii'ersilà  [Fedi)  j   VU-  esistenti  furono  soppresse  nel   i83r, 
niversità     Romana    (  Fedi)  ,    pie-  precisamente     colle    parole    che    si 
cisamente    si  nomina    l' archiginna-  leggono  a  p.    2o5,    col.    2,    linee 
sio  romano  della  Sapienza.    1    gin-  2  5,  26,   27,   28,  29;    laonde    per 
nasi  dello    stato    pontificio    sono    i  tanta  autorità,  a    me    non    restava 
.seguenti,  cioè    esistenti    nelle    città  che  l'obbedire.   A  gloria    però   del 
che    nomineremo.    Ancona,    Ascoli,  vero,   tali    aggiunte    parole    non    si 
Bagnacavallo,   Cesena,   Città   di  Ca-  debbono  valutare,  dappoiché  la  sa- 
slelio,  Faenza,  Foligno,  Foili,  Fos-  era  congregazione  degli  studi  ,    per 
sombrone,    Gubbio,    Jesi,    Imola,  prudenziali  viste,  a  detta  epoca,  con 


LIC 
Suo  decreto  uon  soppresse,  ma  so- 
spese e  pose  ÌQ  quiescenza ,  non 
solo  l'ateneo  forlivese  (già  da  lei 
approvato),  ma  tutte  le  accademie 
dello  stato  pontificio,  alcune  delle 
quali  sono  state  riattivate.  Questa 
rettificazione  a  mia  discolpa  verso 
l'illustre  città  la  ritenni  indispen- 
sabile ,  non  meno  per  la  stoiica 
verità,  che  in  ossequio  al  lustro 
dell'ateneo  medesimo,  che  vanta 
ascritti  rispettabili  personaggi ,  ed 
il  fiore  degli  ingegni  italiani.  Dei 
principali  licei,  ginnasi,  accademie 
ed  atenei,  se  ne  là  eziandio  parti- 
colare menzione  negli  articoli  dei 
luoghi  ove  esistono,  f'.  Accademie. 
Alcune  di  quelle  dello  stato  pon- 
tificio essendo  state  approvate  dal- 
la sacra  congregazione  degli  studi 
dopo  la  stampa  dell'  articolo,  non 
potei  farne  menzione ,  come  per 
esempio  l'accademia  Tuscolana  che 
istituita  in  Frascati  nel  primo  mag- 
gio 1842,  fu  approvata  da  detta 
congregazione  a' 28  gennaio  184?. 
LICHFIELD,  Lichfddia.  Città 
vescovile  d'Inghilterra,  contea,  la 
seconda  di  quella  di  Stafiord,  nel- 
l'antico regno  di  Mercia,  a  poca 
distanza  dal  canale  di  Wirley-:et- 
Essington.  Occupa  una  vasta  esten- 
sione, ed  è  irregolarmente  fabbri- 
cata. Vi  sono  quattro  chiese  par- 
rocchiali, delle  quali  la  più  osser- 
vabile è  la  maestosa  cattedrale  di 
gotica  struttura,  dedicata  a  Dio  in 
onore  della  Beala  Vergine  e  di  s. 
Ceaddo  o  Ciddo  uno  de' suoi  ve- 
scovi. Questo  mirabile  edifizio,  in* 
comincialo  l' anno  637,  fu  termi- 
nato nel  secolo  XIII.  Rimarchevo- 
le è  il  monumento  del  vescovo 
Hyder,  così  il  bellissimo  coro,  ed 
il  Bambino  dormente,  stupendo 
lavoro  di  Chantrey.  Altri  monu- 
.  meDli  sono  pure  interessanti  per  la 

YQL.    XXXVIIl. 


LIO  193 

loro  antichità  e  bellezza.  La  cat- 
tedrale di  Lichfield,  sebbene  abbia 
sofferto  non  piccoli  danni  nelle 
guerre  civili,  e  molto  abbia  pur 
sofferto  dall' affluenza  dell'atmosfe- 
ra e  del  tempo,  a  causa  della  na- 
tura della  pietra,  pure  è  d'  una 
gran  bellezza.  Sontuoso  è  il  pro- 
spetto esterno  ;  originalmente  era 
anco  ricca  di  statue  entro  taber- 
nacoli, ed  i  tre  portici  di  quel  la- 
to sono  profusamente  adorni  di 
scolture  ;  le  finestre  di  vetri  colo- 
rati sono  d'  una  splendidezza  senza 
pari.  Vi  sono  poi  tre  spire,  di  cui 
la  centrale  giunge  all'altezza  di 
180  piedi.  La  città  possiede  inol- 
tre alcuni  templi  pei  presbiterianL 
ed  i  calvinisti,  una  cappella  ed 
un  seminario  cattolico,  un  ospizio 
pei'  le  vecchie  vedove  o  le  figlie 
nubili  degli  anglicani,  ed  un  tea- 
tro. Lichfield  ha  una  società  filo- 
sofica, ed  una  scuola  privilegiata 
di  belle  lettere,  della  quale  fecero 
parte  Addisson,  Woolaston ,  Ash- 
mole,  Garrick,  Johnson.  Vi  si  os- 
serva il  palazzo  comunale  che  rin- 
chiude la  prigione;  un  bel  merca- 
to; l'ospedale  di  s.  Giovanni  che 
si  distmgueva  pe'  suoi  numerosi 
cammini  di  singoiar  costruzione;  la 
chiesa  di  s.  Michele,  vecchio  edi- 
fìzio  sormontato  da  un'alta  torre, 
e  che  rinchiude  molti  monumenti; 
e  la  fontana  di  s.  Cead,  le  cui 
acque  hanno  alcune  proprietà  me- 
dicinali. Le  sue  manifatture  rende 
considerabile  il  commercio;  nomina 
due  membri  al  parlamento. 

La  sede  vescovile  fu  eretta  ver- 
so l'anno  669,  secondo  Comman- 
ville,  ma  nell'Anglia  sacra  si  legge 
che  Duima  o  Diurna  fu  consacra- 
to vescovo  di  Lichfield  in  princi- 
pio del  656,  e  morì  nel  658  :  era 
scozzese,  e  vescovo  pure  di  Liodis- 
i3 


J94  LIC 

farne  e  delle  provincie  vicine.  La 
sede  fu  falla  sullraganea  della  nie- 
tiopoli  di  Cantorbeiy;  quindi  nel 
681  fu  divisa  in  Uè.  Fu  tenuto 
un  concilio  in  questa  città  nel 
785,  per  l'elezione  di  un  arcivesco- 
vo. Anglic.  t.  I.  Dopo  la  morie 
del  vescovo  Wulsi  od  Ulfì.  avve- 
nuta nel  io53,  il  suo  successore 
Leofviuo  trasferì  la  residenza  a 
Covenlry  nel  11 83,  dove  il  conte 
Ereford  mise  dei  monaci  nel  mo- 
nastero di  Covenlry,  in  cui  eranvi 
piima  delle  religiose  :  ai  monaci 
poi  vennero  sostituiti  dei  canonici 
dal  vescovo  Ugo  di  IVonaul  nel  i  1 88. 
L'ultimo  vescovo  di  Lichfield  e  di 
Coventry  fu  Raoul  o  Rodolfo  Bone, 
consecrato  nel  1 554,  che  morì  nel 
1  559  dopo  di  essere  stato  spogliato 
del  suo  vescovato  per  non  aver  vo- 
luto prestare  giuramento  di  fedeltà 
alla  regina  Elisabetta  gran  propa- 
gatrice  dello  scisma.  Egli  era  stalo 
prof*essore  di  teologia  nel  collegio 
di  s.  Giovanni  dell'  università  di 
Cambridge  ;  conosceva  benissimo 
ìa  lingua  ebraica  che  avea  insegna- 
to per  qualche  tempo  a  Parigi, 

LICIA,  Lycìa.  Provincia  eccle- 
siastica eretta  dall'imperatore  Teo- 
dosio II,  e  formala  con  alcune  cit- 
tà della  Licaouia  e  della  Pisidia, 
differente  dall'  antica  Licia  di  cui 
parla  Plinio.  La  provincia  di  Li- 
cia ebbe  Mira  per  metropoli,  e  fu  e- 
sarcato  di  Licia ,  con  trentasette 
sedi  vescovili  per  suffraganee.  Que- 
sta provincia  era  nell'esarcato  d'A- 
sia. La  Licia  propriamente  detta 
è  una  regione  marittima  dell'Asia 
minore  sul  Mediterraneo,  i  cui  a- 
bilauti  sono  originari  di  Creta,  e 
presero  il  nome  di  iicii  da  Lycus 
figliuolo  di  Pandione.  Un  tempo 
furono  dediti  alla  pirateria,  e  pren- 
devano il  nome  delle  madii  in  ve- 


LIC 

ce  di  quello  dei  padri.  Non  si  co- 
noscono che  Ire  re  della  Licia, 
prima  che  Creso  soggiogasse  il 
paese. 

LlCjVIDO,  Lychnidus.  Sede  ve- 
scovile della  Macedonia  o  dell'Jl- 
liria  orientale.    V.   Acrida. 

LICOPOLI,  Lycopolis.  Città  ve- 
scovile dell'Egitto  ,  al  settentrione 
di  Scholp,  così  chiamata  dai  greci, 
cioè  città  de  lupi,  perchè  fabbrica* 
ta  in  memoria  di  quelli  che  scac- 
ciarono gli  etiopi,  e  che  persegui- 
tarono sino  ad  Elefantide ,  Tali 
lupi  dicesi  differenti  dall'  animale 
di  tal  nome,  chiamandosi  in  Egit- 
to piovonsch ,  e  dagli  arabi  ibn- 
aova  a  motivo  del  suo  lugubre  e 
spaventevole  ulalare.  Io  persiano 
chiamasi  schakal,  ed  ha  per  istin- 
to di  cercare  e  divorare  J  cadave- 
ri, ecco  perchè  viene  spesso  rap- 
presentato ne'  monumenti  egiziani, 
massime  sulle  casse  di  mummie,  e 
sulle  pitture  di  queste.  Vuoisi  che 
uno  di  questi  animali  si  nudrisse 
nel  tempio  principale  della  città  . 
Fu  patria  del  monaco  Giovanni, 
celebre  per  le  sue  profezie,  che  fio- 
rì sotto  Teodosio  il   Grande. 

La  sede  di  Licopoli  nella  prima 
Tebaide,  del  patriarcato  di  Ales- 
sandria, sotto  la  metropoli  di  An- 
tinoe ,  eretta  nel  IV  secolo,  fu  poi 
anche  sede  d'un  vescovo  copto.  Ab- 
biamo daW Orienschrist,  t.  II,  p.  102, 
i  seguenti  vescovi  di  Licopoli,  Ales- 
sandro che  sedeva  nel  declinar  del 
terzo  secolo,  autore  di  un  tratta- 
to contro  i  manichei.  Melezio  fa- 
moso scismatico  che  occupando  la 
seconda  sede  del  patriarcato,  con- 
sideravasi  come  1'  arcivescovo  di 
tutta  la  Tebaide.  Egli  era  di  Te- 
be, e  la  sua  causa  fu  trattata  nel 
primo  concilio  generale  di  JNicea 
l'anno  325,  in  cui    venne  determi- 


LID 

nato  ,  che  Melezio  restasse  scnra 
giurisdizione  vescovile  in  Licopoli, 
e  che  gli  ordinati  da  hn  rimanes- 
sero soggetti  al  patriarca  alessan- 
drino. Il  vescovo  Volnsiano  as- 
sistette al  concilio  di  Nicea.  N.  . . . 
giacobita  ordinalo  dal  patriarca  gia- 
cohita  Sanuzio  li  ,  pagando  una 
grossa  somma  di  denaro,  la  qnal 
cosa  inorridì  talmente  gli  abitanti 
di  Licopoli,  che  gl'interdissero  l'in- 
gresso nella  città  per  tre  anni  in- 
tieri, laonde  restò  sempre  in  un 
villaggio  vicino.  Antonio  giacobita 
sedeva  nel  1086.  Giovanni  1  gia- 
cobita fu  pure  vescovo  di  Licopoli. 
Giovanni  11  giacobita  ricevette  gra- 
ziosamente il  p.  Vansleb,  come  di- 
ce questi  nella  sua  relazione  d'E- 
gitto, stampata  a  Parigi  nel  1677. 
Al  presente  Licopoli,  Lycopolien,  è 
un  titolo  vescovile  in  partibus  sot- 
to il  patriarcato  pure  in  partibus 
di  Alei.sandria.  Per  ultimo  ne  fu- 
rono insigniti,  Jovino  Bystrzycki^ 
e  dopo  monsignor  Antonio  Holt- 
greven  della  diocesi  di  Paderbona 
canonico  della  cattedrale,  fatto  nel 
concistoro  de' 22  giugno  i843  dal 
Papa  regnante  Gregorio  XVIj  che 
inoltre  lo  deputò  sufifraganeo  al  ve- 
scovo di  Paderbona  Riccardo  Dam- 
mers,  e  tuttora  funge  l'uffizio. 

LICOSTOMIO ,  Lycostomium . 
Sede  vescovile  della  provincia  di 
Macedonia,  nella  diocesi  dell'  llli- 
ria  orientale  ,  sotto  la  metropoli 
di  Tessalonica,  chiamata  pure  Tes- 
sala- Tcmpe.  Perebio  o  Ferebio  suo 
vescovo  intervenne  al  concilio  di 
Efeso.    Oritns  chn'st.   t.  11,  p.    102. 

LIDDA  o  DIOSPOLIS,  Lydda. 
Città  vescovile  della  Palestina,  nel- 
la parte  occidentale  della  tribù  di 
Efraim,  non  lungi  dal  mare  di 
Siria,  fra  Anlipatris  al  settentrione 
e  Kicopolis  al    mezzodì,  dieci    nà- 


LID  195 

glia  distante  da  Joppe  verso  l'occi- 
dente, e  trenta  da  Gerusalemme. 
Fu  città  ragguardevole  per  l'eccel- 
lenza delle  fàbbriche,  non  che  per 
la  feracità  del  suolo.  Reduci  i  giu- 
dei di  Babilonia,  l'occuparono  i  be- 
niamiti.  Al  tempo  de'Maccabei  era 
considerabile,  e  fu  una  delle  tre 
città  che  Demetrio  re  di  Siiia 
tolse  ai  samaritani  onde  darla  agli 
ebrei.  Divenne  poscia  una  toparchia 
distinta  da  Samaria.  Fu  la  città 
abbruciata  al  principio  della  guer- 
ra de'giudei  contro  i  romani,  da 
Cestio  Gallo,  il  quale  al  suo  in- 
gresso non  vi  trovò  che  cinquanta 
abitanti  che  fece  tutti  uccidere. 
Fu  qualche  tempo  dopo  rifabbri- 
cata; quindi  dopo  la  rovina  di  Ge- 
rusalemme, gli  ebrei  stabilirono  a 
Lidda  un'  accademia,  ove  professò 
per  alcun  tempo-  il  famoso  Aki- 
ba.  Fu  illustrata  dalle  frequenti 
visite  del  principe  degli  apostoli  s. 
Pietro,  che  vi  fondò  la  chiesa, 
convertendo  tutti  gli  abitanti.  Ivi 
risuscitò  Tabita,  e  restituì  la  salu- 
te al  paralitico  Enea.  In  questa 
città  san  Giorgio  di  Cappadocia 
nella  persecuzione  di  Diocleziano 
patì  glorioso  martirio.  A  di  lui  o- 
nore  T  imperatore  Giustiniano  I  vi 
eresse  un  sontuoso  tempio,  che  poi 
abbellì  e  dotò  di  rendite  Edoar- 
do 111  re  d'Inghilterra,  quando  i- 
stitu\  l'ordine  nobilissimo  ed  eque- 
stre di  s.  Giorgio  o  della  Giarret' 
tiera.  Nel  tempio  si  venerava  il 
suo  corpo  che  sotto  i  re  latini  fu 
diviso  in  più  parti,  e  se  ne  mandò 
a  Roma,  a  Genova,  a  Parigi,  ed  al- 
trove. Perciò  Lidda  fu  anche  chia- 
mata Città  di  s.  Giorgio.  Un  vescovo 
greco  risiede  appresso  al  di  lui  se- 
polcro, cioè  agli  avanzi  del  suo  tem- 
pio, nel  borgo  di  Rama  o  Ramu- 
la,  che  occupa  il    luogo  dell'antica 


igG  LID 

Lidda.  Quanto  alla  sede  vescovi- 
le ,  narra  Commanville  eh'  essa 
appartenne  alla  prima  Palestina  , 
nel  patriarcato  di  Gerusalemme  , 
sotto  la  metropoli  di  Cesarea,  eret- 
ta nel  IV  secolo.  Però  secondo  il 
Terzi,  Siria  sacra,  p.  i5o,  il  suo 
primo  vescovo  fu  Zana  discepolo 
degli  apostoli  ;  indi  nel  concilio  Ni- 
ceno  v'intervenne  il  vescovo  Aelio, 
e  nel  primo  di  Costantinopoli  Dio- 
nisio. La  lettera  sinodica  all'impe- 
ratore Leone,  la  sottoscrisse  Enea, 
cui  successe  Eustazio.  L'  Oriens 
chrisl.  t.  Ili,  pag.  i  syS,  riporta 
che  tredici  vescovi  ebbero  la  sede 
in  Diospoli  o  Lidda ,  e  quattro 
vescovi  latini  in  Lidda  o  Rama. 
La  sede  vescovile  pei  latini  fu  e- 
retta  al  tempo  delle  crociale,  anzi 
Commanville  scrive  che  nel  secolo 
XII  fu  fatta  arcivescovato  onorario. 
Al  presente  Lidda,  Lydden,  è  un 
titolo  vescovile  in  partibus,  sotto 
r  arcivescovo  pure  in  parlibus  di 
Cesarea,  che  conferisce  la  santa 
Sede.  Ma  quel  che  rese  questa 
città  più  celebre  ancora  sotto  il 
nome  di  Diospoli,  Diospolitaniwi, 
fu  il  concilio  che  vi  fu  tenuto  nel 
4  I  5  contro  Pelagio. 

Eroe  d' Arles  e  Lazzaro  d'Alx 
vescovi  delle  Gallie,  scacciati  dalle 
loro  sedi  in  occasione  delle  tur- 
bolenze eccitate  dalla  irruzione  dei 
barbari,  avendo  denunziato  Pelagio 
come  eretico  dinanzi  ai  vescovi  di 
Palestina,  e  questa  denunzia  aven- 
doli renduti  celebii,  compilarono 
un  memoriale  degli  errori  di  tale 
eresiarca,  nel  quale  sostenevano 
che  Pelagio  fosse  reo,  tratto  in 
parte  dalle  opere  dello  stesso  Pe- 
lagio, parte  da  quelle  di  Celestio. 
Questo  affare  fu  portato  davanti 
al  concilio,  che  s.  Agostino  chia- 
ma   di    Palestina  ,    ma    che  real* 


LID 
mente  è  di  Diospoli  o  Lidda.  Vi 
si  trovarono  quattordici  vescovi, 
e  Pelagio  comparve  dinanzi  al 
concilio.  Eroe  e  LazzaVo  non  v'in- 
tervennero, né  v'era  chi  scoprisse 
il  reo  senso  de'  libri  di  Pelagio  ; 
che  anzi  per  lo  contrario  era  sos- 
tenuto da  Giovanni  di  Gerusa- 
lemme. Fu  letta  la  memoria  di 
Eroe  e  di  Lazzaro,  nella  quale 
avevano  inserite  in  gran  parte  le 
proposizioni  di  Pelagio,  e  tra  le 
altre  queste.  »  I  fanciulli  senza  es- 
sere battezzali  hanno  la  vita  eter- 
na, quantunque  non  entrino  nel 
regno  de'  cieli  ;  la  grazia  non  è 
necessaria  per  ogni  opera  buona 
in  particolare;  il  libero  arbitrio 
basta  colla  legge  e  colla  dottrina  ; 
la  grazia  è  data  secondo  i  meriti 
nostri,  e  dipende  dalla  volontà 
dell'uomo".  Pelagio  confessò  che 
una  parte  di  queste  proposizioni  era- 
no sue ,  ma  non  nel  senso  che  le 
prendevano  i  suoi  accusatoti,  pre- 
tendendo egli  di  averle  intese  in 
vui  modo  non  contrario  alla  fede; 
e  si  sbrigò  dalle  obbiezioni  che 
se  gli  fecero,  o  coli'  astenersi  dal 
rispondere  o  con  affettare  d'im- 
brogliare gli  oppositori  con  una 
farragine  di  parole  confuse,  e  eoa 
certi  sofismi  che  in  fatti  abbaglia- 
vano. Che  sia  così,  può  vedersi  in 
s.  Agostino,  il  quale  riferisce  le 
parole  dei  vescovi  e  di  Pelagio, 
lenendo  gli  atti  originali  del  con- 
cilio, che  gli  erano  stati  spediti. 
Finalmente  non  essendosi  trovato 
nessuno,  che  potesse  sostenere  le 
accuse  prodotte  contro  Pelagio,  e 
non  potendo  quei  vescovi  esami- 
nar i  libri  ch'erano  scritti  in  lati- 
no, giudicarono  dei  sentimenti  di 
Pelagio  da  quanto  egli  diceva,  e 
prestarono  fede  alle  sue  parole;  e 
quindi,  essendosi  ingannati,  perchè 


LID 

erano  uomini,  lo  credeltero  cattoli- 
co. Poiché  ebbe  egli  dichiarato  di 
seguire  in  tutto  e  per  tutto  la 
dottrina  della  Chiesa  cattolica,  e  a- 
nateraatizzato  tuttociò  ch'eravi  con- 
trario, i  padri  lo  riconobbero  uni- 
to alla  comunione  della  Chiesa.  Ma 
quantunque  Pelagio  traesse  vantag- 
gio da  questo  concilio,  pubblicando 
che  i  quattordici  vescovi  aveano 
approvalo  i  suoi  sentimenti,  s.  A- 
gostino  dice  che  que' vescovi,  che 
egli  chiama  santi  e  cattolici,  as- 
solvendo la  persona  di  Pelagio, 
han  condannato  la  sua  eresia,  per- 
chè quegli  che  n'  era  il  capo  la 
condannò  egli  medesimo  per  non 
essere  condannato;  ch'eglino  avevano 
assolto  un  uomo  che  negava  l'ere- 
sia, ma  che  non  vi  aveano  mai 
assolto  r  eresia.  In  questa  guisa 
Pelagio  ingannò  i  vescovi^  e  l'as- 
soluzione da  loro  ricevuta  non 
fece  altro  che  renderlo  più  teme- 
rario. In  appresso  fu  esposto,  che 
Celestio  diceva  che  il  peccato  di 
Adamo  non  avea  recato  nocumento 
che  a  lui  solo,  e  non  agli  altri 
uomini;  che  i  bambini  nascono 
.nello  stalo  medesimo  in  cui  era 
Adamo  avariti  la  sua  caduta  ;  e 
non  volea  egli  coulèssare  che  il 
peccato  di  Adamo  passasse  in  lo- 
ro; che  oltre  a  questi  due  capi, 
era  inoltre  stato  accusato  presso  i 
padri  di  Cartagine,  di  tenere:  i.° 
Che  Adamo  fosse  stato  creato 
mortale,  e  ch'egli  dovea  morire, 
tanto  peccando  che  non  peccando. 
1°  Che  la  legge  conduceva  al 
regno  <le'cieli  al  pari  del  vangelo; 
che  prima  della  venuta  di  Gesù 
Cristo  v'erano  stati  degli  uomini 
che  non  avevano  peccato;  essere 
falso  che  gli  uomini  morissero  per 
la  morte  e  la  prevaricazione  di 
Adamoj  e    che  tutti  risuscilaskero 


LID  197 

per  la  risurrezione  di  Gesù  Cri- 
sto. Labbé  tom.  II  ;  Arduino  t.  I  ; 
Baluzio  in  Collect.  j  Diz.  de  coti- 
cilii. 

LIDIA,  Lydia.  Provincia  del- 
l'Asia minore,  i  cui  confini  erano 
a  settentrione  la  Misia  ;  a  levante 
la  Frigia;  a  mezzodì  il  Meandro, 
che  la  divideva  dalia  Caria,  In  e- 
poca  lontanissima  confinava  colla 
Ionia,  avente  per  capitale  Sardi 
o  Sardes,  poco  distante  dal  monte 
Tmolo.  Tolomeo  contò  nella  Lidia 
tredici  città;  la  Notizia  di  Leone 
il  Sapiente  registrò  ventisette  ve- 
scovati ;  quella  di  Jerocle  ventitre; 
Commanville  dice  che  la  Lidia 
era  sotto  1'  esarcato  d'  Asia,  che 
avea  Sardi  per  metropoli,  poi  tra- 
sferita a  Filadelfia  con  ventotto  sedi 
vescovili  sulTraganee.  La  Lidia  è 
dominio  della  porta  ottomana.  Il 
regno  di  Lidia  sotto  il  nome  di 
Moeonìa  si  formò  con  diverse  pro- 
vincie  dell'Asia  minore,  e  non  va 
confuso  con  questa  provincia  ec- 
clesiastica. Il  regno  di  Lidia  contò 
tre  dinastie  di  re,  che  successiva- 
mente in  essa  regnarono. 

LIDORIO  (s.),  vescovo  di  Tours. 
Nacque  nella  stessa  città,  e  nel- 
l'anno 337  fu  scelto  ad  occupare 
quella  sede,  che  dalla  morte  di 
s,  Gaziano  suo  primo  vescovo,  era 
rimasta  senza  pastore.  Riferisce  s, 
Gregorio  di  Tours,  ch'egli  fu  uiì 
vescovo  di  singolare  pietà,  e  ve- 
ramente animalo  dallo  spirito  de- 
gli apostoli.  Fabbricò  la  prima 
chiesa  nella  sua  città  episcopale  ; 
e  dopo  aver  guadagnato  un  nume- 
roso popolo  a  Gesù  Cristo,  mori 
nel  371.  Le  sue  reliquie  finoiio 
in  processo  di  tempo  collocate  nel- 
la cattedrale,  ed  è  onorato  ai  ij 
di  settembre. 

LID  WIN  A  (beata).    Nacque  nel 


rgS  LIE 

i38o  a  Schiedham  o  Squldam  in 
Olanda,  mostrò  fin  dalla  sua  ado- 
lescenza una  tenera  divozione  alla 
Madre  di  Dio,  e  in  età  di  dodici 
anni  fece  il  voto  di  sua  virginità. 
Tribolata  da  continue  infermità,  il 
suo  confessore  la  confortò  a  medi- 
tare di  spesso  la  passione  di  Ge- 
sù Cristo.  Lidwina  obbedì,  e  pre- 
se tanto  piacere  in  questo  santo 
esercizio,  che  dividendolo  in  sette 
punti,  per  corrispondere  alle  sette 
ore  canoniche  della  Chiesa,  passa- 
va in  esso  i  giorni  e  le  notti.  Per 
silfatta  guisa  trovò  tanta  consola- 
zione nelle  sue  pene,  che  lungi 
dal  volerne  essere  liberata,  prega- 
va Iddio  di  accrescerle  anche  più, 
purché  le  facesse  la  grazia  di  sof- 
ferirle con  pazienza,  e  vi  aggiun- 
geva alcune  altre  mortificazioni 
volontarie.  Amorosissima  verso  i 
poveri,  assistevali  in  tutto  ciò  che 
era  in  suo  potere,  e  dopo  la  mor- 
te de'suoi  genitori  distribuì  loro 
tutti  i  beni  che  ne  avea  ereditato. 
Queste  e  tanto  altre  di  lei  virtù 
furono  ricompensate  col  dono  dei 
miracoli  e  di  molte  rivelazioni. 
Finalmente  dopo  un  martirio  di 
trentott'anni,  ai  i4  aprile  i433 
passò  all'eterna  beatitudine.  Tom- 
maso da  KLempis ,  che  scrisse  il 
compendio  della  sua  vita,  riferi- 
sce parecchi  miracoli  di  cui  era 
stato  testimonio  di  veduta.  Ella  è 
onorala  ai    i4  d'aprile. 

LIECHTENSTEIN  Roseo  Gior- 
gio, Cardinale,  Giorgio  Roseo 
Liechtenstein,  nato  in  Kicolosburgh 
castello  d'Austria,  o  come  ad  altri 
piace  nella  città  di  Como,  da  pre- 
vosto della  cattedrale  di  Vienna, 
nel  1 390  fu  fatto  vescovo  e  prin- 
cipe di  Trento.  11  Papa  Giovanni 
XXII 1  nel  sabbato  delle  tempora 
a' 6  giugno    14 II    lo  creò  cardina- 


LIE 

le  dell'ordine  de'  preti.  Dopo  essere 
stato  il  bersaglio  dell'avversa  for- 
tuna in  vita,  lo  fu  ancora  in  mor- 
te, che  per  mezzo  di  veleno  lo  tolse 
dal  mondo  nel  i4'9  "el  castello 
di  Sporo,  senza  titolo  cardinalizio, 
per  non  essersi  mai  recato  in  Ro- 
ma a  prenderlo,  negli  otto  anni 
che  visse  nella  dignità. 

LIEGI  {^Leodieiì).  Città  con  re- 
sidenza vescovile  nel  regno  del 
Belgio,  antica  città  di  Alemagna 
e  delle  Fiandre,  altre  volte  impe- 
riale, capoluogo  della  provincia 
del  suo  nome,  già  capitale  dello 
stato  sovrano  vescovile  di  Liegi, 
avente  ora  una  popolazione  di  set- 
tantamila abitanti.  E  distante  cin- 
que leghe  da  Maestricht  e  dieci- 
nove da  Brusselles,  in  una  valle 
amenissima,  al  piede  del  monte  di 
s.  Walburgo,  al  confluente  della 
IMosa  e  dell'Ourthe,  che  vi  for- 
marono molte  isole.  E  residenza 
delle  autorità  civili  e  militari  della 
provincia.  Evvi  un  arsenale,  uno 
stabilimento  pei  sordo-muti,  una 
borsa,  una  camera  di  commercio, 
e  diverse  fabbriche.  L'università, 
fondata  nel  1817,  comprende  un 
anfiteatro  anatomico  ed  un  giar- 
dino botanico.  Vi  è  pure  un  se- 
minario; un  collegio  diretto  dai 
gesuiti  ;  una  accademia  di  pittura, 
scoltura  e  architettura  ;  una  scuo- 
la speciale  di  miniere,  di  arti  e 
di  manifatture;  un  collegio  reale; 
una  libera  società  di  emulazione 
per  le  scienze  naturali;  una  scuola 
di  mutuo  insegnamento,  ed  altri 
stabilimenti.  Liegi  un  tempo  mol- 
to fortificata  e  con  una  cittadella 
situata  sulla  montagna  di  s.  Wal- 
burgo, non  ha  presentemente  che 
due  opere  esterne,  ma  è  difesa  al 
nord  da  una  vasta  cittadella,  di 
recente  costrutta  sul  luogo  dell'an- 


LIE 

tira.  Ila  tliecl  sobborghi  e  si  divi- 
de in  qualtro  sezioni,  essendo  sta- 
ta un   tempo  divisa    in  due  parli  : 
In  città  vecchia  o    alta,    che  si  e- 
slende  sul  declivio  della  montagna 
di  s.  Walburgo,  sulla  riva  sinistra 
della     Mosa;     e    la     città  nuova  o 
bassa,  che    comprende     i  quartieri 
dell'Isola  e  d'Oltre  Mesa.  Dieciset- 
te    ponti,     ha'  quali    si    dislingue 
quello  delle    arcale,     riuniscono  le 
diverse    paili     della    città,  e  belle 
strade  lungo  l'acqua,    alcune  fian- 
cheggiale   anche    di    viali  d'alberi, 
seguono     una     porzione    del  corso 
della     riviera.     Le    strade  sono  in 
generale  anguste.  Il  passaggio  della 
Cornamusa  è  molto    ameno  e  de- 
lizioso.  Vi  si  contano  dodici  piazze 
pubbliche;  quella  del  mercato  che 
possiede     una     bella     fontana,  può 
dirsi  la  principale,    e     si    trova  di 
prospetto  al  pubblico    palazzo,  va- 
sto edificio,    ma    di    poco  gusto  e 
di  genere  pesante,    che     rinchiude 
la  pubblica    biblioteca.    La  grande 
e  massiccia    caltediale    eretta    nel- 
rVIII  secolo  da  s.  Uberto,  sul  luo- 
go slesso  in  cui    s.    Lamberto    ve- 
scovo di  Maeslricht  aveva   sofferto 
il  martirio,  e  dove    fu    trasportato 
il  suo    corpo,    fu    saccheggiata  nel 
1 794    nell'invasione    francese,  e  le 
campace  vennero  fuse.    Con    lode- 
vole divisamento  se  ne  legge  la  sua 
storia  e  la  descrizione  de' suoi  mo- 
numenti per  cura  del    barone  Sa- 
verio Van-Den-Sleen   de  Jehay,  il 
quale  nel  1846  in  Liegi,  coi  tipi  di 
Dessain,  ci  diede  con  diverse  inci- 
sioni l'importante  libro:  Essai  hi' 
slorique  sur  L'ancienne    cathédrale 
de  s.  Lambert  à  Liège,  et  sur  son 
chapilre    de    chanoines  •  tréfonciers. 
Sono  assai  poco  osservabili  gli  altri 
pubblici  monumenti,  Iranne  però  la 
bella  chiesa  di  s.  Paolo  ;  il  vasto  pa- 


LIE  199 

lazzo  vescovile,  il  cui  cortile  è  cir- 
condato da  un  peristilio  formalo 
da  colonnati  semi-gotici ,  l'arsenale, 
l'università,  ed  il  nuovo  teatro  co- 
slruilo  sul  modello  dell'Odeon  di 
Parigi.  Merita  speciale  menzione 
l'orologio  della  cattedrale  con  olio 
campane  maggiori  e  dodici  mino- 
ri per  battere  le  ore.  Per  muove- 
re la  più  grande  vi  vogliono  ven- 
tiquattro uomini  ,  essendo  imper- 
nala  fra  due  gran  ruote,  che  sono 
cinte  da  due  grosse  funi,  a  cui 
sono  attaccate  altre  ventiquattro 
corde  ;  dodici  uomini  le  tirano 
in  alto  da  una  parie  ,  ed  al- 
tri dodici  dall'  altra  al  basso,  per 
formare  un  concerto  musicale. 
Queste  campane  sotto  descritte 
dal  Rocca,  che  ne  produce  anche 
l'incisione,  nel  t.  I,  Opere,  de  Cam- 
panis  ;  da  Giorgio  Braunio  in  t. 
Ili,  p.  II  e  12  Cii>itatum  ;  e  dal 
Cancellieri,  Delle    campane  p.  3i 

e  79- 

Liegi  un  tempo  capitale  di  un 
governo  e  piincipato  ecclesiastico 
dello  stesso  nome,  il  cui  vescovo  prin- 
cipe dell'  impero  e  sovrano  di  detto 
stato  era  aulicamente  suffraganeo 
di  Colonia,  rinchiudeva  una  quan- 
tità di  chiese,  abbazie  e  conventi, 
che  furono  dai  francesi  in  parte  sop- 
pressi. La  industria  è  quivi  flori- 
dissima, e  si  esercita  nelle  fucine  ed 
in  belle  fabbriche  di  armi,  cannoni, 
orologi,  lanificii,  merletti  ec.  Tutti 
questi  prodotti,  unitamente  a  quel- 
li dei  dintorni,  principalmente  del 
vino,  danno  moto  ad  un  allivo  com- 
mercio, chela  navigazione  della  Mo- 
sa  facilita  singolarmente,  facendo 
comunicar  Liegi  con  la  Francia  e 
le  Provincie  settentrionali  del  regno. 
Questa  città  è  patria  di  moltissimi 
nomini  distinti,  e  fra  gli  altri  di  s. 
Uberto  originario  d'Aquitania,  e  se- 


200  LTE 

concio  alcuni  primo  suo  vescovo;  de- 
gli incisori  Warin,  Lairesse  e  Na- 
talis;  di    Raniiequin,    autore    della 
macchina  di  Mariy;  del  celebre  com- 
positore   di    musica    Gretry,  ec.    I 
dintorni  sono  fertili  e  ben  coltiva- 
ti. Presso  Liegi  ewi  la  miniera  di 
carbon  fossile  o  fossa  di  Ceaujonc, 
celebre  pel  sacrifizio    di  Golliu  che 
•vi  fu  inghiottito  il  28  febbraio  1812. 
L'antico  paese  di  Liegi  era  abitato 
dagli  ebnroni  e  dai  coiidrusi  di  cui 
parla  Cesare;  piìi  lardi  divenne  un 
principato,  ed  il  vescovo  di  Liegi  ne 
divenne  sovrano.  Faceva  parte  del 
circolo  di    Westfaiia  e  rinchiudeva 
sette  piccole  contrade;  cioè  la  Cam- 
pina  liegese,    la  Hazbaye,  le  contee 
di  Hornes  e  di  Looz,  ed  i  paesi  di 
Condroz,  di  Franchimont  e  di  Sta- 
Telot.    Confinava  al    nord  col  Bra- 
bante  e  la  Gueldria;  all'est  coi  du- 
cati di  Limburgo  e    di  Julieis  ;  al 
sud  col  ducato  di    Lussemburgo  e 
le  Ardenne;  ed  all'  ovest  col  Bra- 
bante  e   la   contea   di    Namur.  La 
sua    estensione    calcolavasi    a    circa 
ottantotto  leghe  di  lunghezza,  con 
poche  di  larghezza,  avendo  una  po- 
polazione di    duecentovenlimila    a- 
bitanti.  I  francesi  che   al  principio 
della  rivoluzione  s'impadronirono  di 
questo  paese  e  lo  riunirono  alla  Fran- 
cia, nel    1795  lo  divisero  fra  i   di- 
partimenti della  Mosa  inferiore,  del- 
l'Ourthe,  e  di   Sambra  e  Mosa.  Nel 
i8i4  fece  parte    del    nuovo  regno 
de'Paesi  Bassi,  e  nel  i83  t    fu  il  Lie- 
gese   compreso    nel    novello    regno 
del  Belgio  {Vedi). 

La  città  di  Liegi  o  Luik,  in  te- 
desco Liìllich,  ed  in  latino  Leodi- 
ca,  Leodìnm,  Leodicuni  e  Legict, 
pretesero  alcuni  autori  che  le  sia 
■venuto  il  nome  di  Legia  a  cagione 
di  una  It^^ione  romana  che  fu  scon- 
fìtta dagli  abitanti  del  paese  insieme 


LIE 

con  cinque  coorti  comandate  da  Col- 
ta e  da  SabiiiOjCome  narra  GiulioCe- 
sare  ne'suoi    commentari.    Secondo 
qualche  scrittore  fa  fabbricata  da  un 
certo  Ambiorix  principe  gallo,  men- 
zionato anche  da  Cesare.  E  però  più 
universale    opinione    che    prima  di 
s.  Lamberto  che  pervenne  al  vesco- 
vato nel  658,  e  le  diede  una  mag- 
giore  estensione,     Liegi    non    fosse 
che  un  piccolo  borgo.  Questa  città 
molto  soifiì  nel  IX  secolo  dalle  in- 
cursioni dei  normanni;  e  nel  i  106  vi 
mori  Enrico  IV  imperatore  di  Ger- 
ìuania  (  Vedi).   Trovandosi  il  Pon- 
tefice  Innocenzo    II    in  Francia,    a 
cagione  dello  scisma  dell'antipapa  A« 
nacleto  II,  nel  ii3i   passò  in  Liegi 
ove  fu  visitato    dall'imperatore  Lo- 
tario II  coH'iinperatricii  sua  sposa. 
L'imperatore   uscì   incontro    al   Pa- 
pa avanti   la  cattedrale,  addestrò  il 
di   lui   cavallo  e  l'aiutò  a  discender- 
ne.   Di   poi   Lotario  II  domandò  il 
ristabilimento    delle    Investilure  ec- 
ctesiasliche  (  Vedi  ),    ma    il  Ponte- 
fice coraggiosamente  si   rifiutò,  e  s. 
Bernardo  persuase  il  principe  a  de- 
sistere   dalla    domanda  ;    bensì    gli 
promise  di  coronarlo  in  Roma  colle 
insegne  imperiali,    se    si    obbligava 
difendere  la  Chiesa  e  conservare  i 
dominii  della    santa  Sede,  ciò    che 
cesare  promise.    Innocenzo   II   cele- 
brò in   Liegi   un  concilio  a'22  mar- 
zo, lo  presiedette   alla  presenza  de- 
gli imperiali    coniugi,    e  coU'inter- 
vento  di   molti  vescovi  :   Ottone  ve- 
scovo di  Alberstadt  deposto  da  O- 
norio   II  dalla  sua    sede,  ivi  fu  ri- 
stabilito da  Innocenzo  li,  che  vi  trat- 
tò pure  la  causa  dell' antipapa,  dis- 
prezzalo dalla    Germania ,    che    ri- 
conobbe la  di   lui    legittimità.   Lab- 
bé    t.  X;    Arduino  t.  VI;  Diz.  dei 
concila.    Da  Liegi   il  Papa   passò  ai 
19  aprile  all'abbazia  di  s.  Dionisio» 


LIE 
■ccomialalosi  dall'  impeiatore.  En- 
rico duca  tli    Biabante  prese  questa 
città  a'3    maggio    iii-ì,  e    la  sac- 
cheggiò per  sei  giorni,  commetten- 
do crudeltà  e  non  risparmiando   le 
cose  sacre,  costringendo  gli  abitanti 
a  giuiare  fedeltà  al  suo  alleato  Ot- 
tone IV    eh'  era  divenuto    nemico 
della  santa  Sede.  Il  vescovo  di  Lie- 
gi  Ugo,   e    SilFrido    arcivescovo    di 
Magonza  ,     legato     apostolico,    sco- 
municarono   Enrico    in    un  sinodo 
diocesano.    Il    Papa    Innocenzo  III 
sdegnato  col  duca  pel  suo  operato, 
gli  ordinò  di  reintegrare  il   vescovo 
di   Liegi    de' gravi    danni    recaligli, 
ma  egli    in  vece  coll'esercito  si  por- 
tò nuovamente  ad  opprimerlo.    Al- 
loi-a  il  vescovo  pieno  di    riducia  in- 
vocò il  patrocinio  della  Beata    Ver- 
gine e  di  s.  Lamberto,  e  benedet- 
to l'esercito  che  oppose  al  nemico, 
riportò  a'i3  ollobie    121  3  compiu- 
to trionfo  con   manifesto  aiuto  del 
cielo,  essendo  molto  assai   maggiori 
le  forze  di   Enrico. 

L'  elezione  de'  vescovi  cagionò 
in  Liegi  de'  grandi  disordini  nel 
secolo  XV.  Giovanni  di  Baviera 
governava  da  molto  tempo  la  chie- 
sa di  Liegi,  quaiituncpie  non  fosse 
ecclesiastico.  I  liegesi  gli  fecero  la 
guerra  assediandolo  in  Maestricht. 
Giovanni  di  Bor"o"na  lo  venne  a 
liberare  ;  uccise  trentaseiinila  lie- 
gesi in  una  battaglia  l'anno  i^OQj 
obbligò  gli  altri  ad  assoggeltcìrsi,  ed 
entrò  poscia  nella  città,  ove  fece 
gittar  nella  Mosa  i  più  colpevoli  fra 
i  rivoltosi  :  la  citlà  però  si  ristabi- 
W  ben  presto.  Carlo  il  Ttnierario 
duca  di  Borgogna,  mirando  alla 
rovina  di  Liegi,  non  poterono  am- 
mansirlo né  Onofrio  vescovo  di 
Tricarico  nunzio  apostolico,  né  Lo- 
dovico vescovo  della  città  Unitosi 
il  duca  colle  forze  di  Luigi  XI  re  di 


LIE  101 

Francia,  s'impadronì  di   Liegi  a'3o 
ottobre    1468,    facendovi   i    soldati 
inaudile  stragi.    Gli    abitanti   fidati 
nel   di    festivo  non    aveano  pensato 
a   difendersi,   [ler    cui   quarantamila 
liegesi  dice   il    Munsteio     che  peri- 
rono, oltre  le  donne    gittate    nella 
Mosa.   Dopo  questo  ci  uticle  avveni- 
mento i  liegesi    conservarono  sem- 
pre  un  odio  implacabile  contro  chi 
n'era  stato  cagione, specialmente  con- 
tro la   casa  di  Borgogna.   Dopo  di- 
verse ribellioni    de'  borghesi   contro 
i     loro     vescovi  ,    sempre    solfocale 
colla  forza,  Liegi    cadde    nel    16  34 
in   potere  de'francesi,  che   la   prese- 
ro anche   nel   1701.   Scacciati  questi 
da"Ii     austriaci    e    dai     loro  alleati 
nel     1702,    difesa     contro    i    fran- 
cesi  nel    1705  dal  celebre  Marlbo- 
rough  ,     restituita    al     suo   vescovo 
pel   trattato  di  Baden  ,   rientrò  sot- 
to  il  dominio  dell'Austria    che   ne 
prese  possesso    alla   fine    del     1790. 
I    francesi   se   ne  impadronirono   nel 
1792,  e  di    nuovo   nel    1794  dopo 
essere  stata  evacuata  dagli   austria- 
ci, che  ripresa  l'avevano  nel  1793, 
e  che  ritirati  dopo   la    battaglia   di 
Fleurus,  vi  abbruciarono   una   por- 
zione de'sobborghi.  RiunitaalUi  Fran- 
cia, di  cui   fece   parte  sino  al   18 14 
come    capoluogo    del  dipartimento 
dell'Ourlhe,  seguì  i  destini  del  suo 
nuovo  signore  il    re  d  Olanda,  di- 
venuto re  de'Paesi- Cassi,  finché    fu 
incorporata   nel   regno  del    belgio. 

La  sede  vescovile  di  Liegi  vuoi- 
si fondata  nell'  oliavo  secolo  sotto 
la  metropoli  di  Colonia,  donde  poi 
fu  assoggettata  a  quella  di  Malines 
di  cui  lo  è  tuttora.  La  prima  sede 
di  questo  vescovato  era  nella  città 
di  Tongres  (  Vedi),  dove  fu  fon- 
data, come  piamente  credesi,  da  s. 
IMaterno  discepolo  di  s.  Pietro,  nel- 
l'anno 97   di   Gesù  Cristo.   Essendo 


20^  LIE 

poi  questa  città  slata  distrutta  da- 
gli unni,  il    vescovo    s.  Servato  ne 
trasferì    la    sede    vescovile  a    Mae- 
strioht  verso  l'anno  383,  Commanvil- 
le  dice  nel   49*^>  dove  la  cattedra- 
le era  la  chiesa    della  Beata  Ver- 
gine: altri  registrano  all'anno  /\.5o 
la  distruzione  degli  unni.  Finalmen- 
te il   vescovo  s.  Uberto  la  traspor- 
tò a  Liegi  verso  l'anno   709  0718, 
conservando  però    sempre    il  titolo 
di  Tongres,  che  sopravvisse  alla  sua 
rovina,  e  non  avendo  preso  quello 
di  Liegi   che  nel    961    sotto  il  ve- 
scovo Eberardo,  0  come  altri  voglio- 
no  Eraclio.    Veramente    quanto  ai 
vescovi  di  Liegi,  vi    è   molta  diffi- 
coltà nel  poter  fissare  la  successione 
dei   primi  di  essi.  Tutti  gli  scritto- 
ri che  parlano  de' vescovi  di  Ton- 
gres o  Liegi  ne  incominciano  la  se- 
rie dopo  l'ottavo  secolo.   Quando  s. 
Materno  fu   ntandato    da    s.  Pietro 
con  s.  Eucario  a  Treveri,  non  era 
allora  che  un  semplice  suddiacono; 
fatto  poscia  sacerdote,    venne    da  s. 
Eucario  medesimo  ordinato  vescovo 
di  Tongres,   ed  occupò  quella  sede 
per  quarant'anni.     Suoi     successori 
furono    s.    Navito,   s.    Marcello,    s. 
Metropolo,  s.  Severino,  s.  Fiorenzo, 
s.   Martino,  s.  Massimino    e  s.  Va- 
lentino :  si  pretende  però  che  tutti  i 
suddetti  vescovi  siansi  reciprocamen- 
te succeduti  ai  vescovati  di  Treveri, 
Colonia  e  Tongres  ;    ma  che  dopo 
la  morte  di  Valentino,  ciascuna  di 
quelle  sedi   vescovili  abbia  avuto  il 
suo  vescovo    particolare.   Servato  o 
Servazio  fu  vescovo  di  Tongres  ed 
assistette  al  concilio  di  Sardica  nel 
347,  ed  a  quello  di  Rimiui  nel  359, 
dove  si  distinse  pel  suo  zelo  contro  gli 
ariani  :  lasciatosi  in  seguito  ingannare 
da  quegli  eretici,  sottoscrisse  la  loro 
professione  di  fède.  Gli  scrittori  del- 
ia   storia    del    vescovato    di  Liegi 


LIE 

dicono  che  questa  sede  restò  vacan- 
te sette  anni,  dopo  la  morte  di  Ser- 
vato. Di  lui  successore  fu  s.  Agrico- 
lao,  quindi  Ursicino.  Dopo  diversi 
altri  vescovi,  lo  divenne  s.  Teodo- 
ro o  Teodardo,  che  nel  668  ebbe 
in  successore  s.  Lamberto  suo  di- 
scepolo ;  questo  però  venne  caccia- 
to dalla  sua  sede  da  Faramondo, 
ma  ritornatovi  nel  681,  fu  assassi- 
nato da  Dodone  domestico  di  Pi- 
pino nel  708.  Gii  successe  s.  Uber- 
to discepolo  di  tal  santo  martire, 
il  quale  trasportò  la  sede  a  Liegi, 
e  collocò  il  corpo  del  medesimo  s. 
Lamberto  nella  chiesa  de'ss.  Cosma 
e  Damiano,  di  cui  ne  fece  la  cat- 
tedrale: s.  Uberto  continuò  con 
grandissimo  zelo  a  procurare  la  di- 
struzione dell'idolatria  nella  sua  dio- 
cesi e  mori  nel  727. 

INello  scisma  sotto  l'imperatore 
Federico  I,  per  opera  di  questi  fu 
eletto  successore  all'antipapa  Vitto- 
re IV  detto  V,  il  pseudo-pontefi- 
ce Pasquale  III,  che  a'  26  aprile 
I  164  fu  consecrato  da  Enrico  ve- 
scovo di  Liegi.  Al  vescovo  Raoul 
nel  1191  successe  s.  Alberto  dei 
conti  di  Lovanio,  fratello  del  duca 
della  Bassa-Lorena,  arcidiacono  del- 
la cattedrale,  eletto  di  comun  con- 
senso dal  popolo  e  clero  di  Liegi 
pel  candore  de'  suoi  costumi.  Ma 
essendo  per  violenza  dell'  impera- 
tore Enrico  VI  stato  intruso  nella 
sede  Lotario  prevosto  di  Bonna , 
Alberto  intraprese  affatto  sconosciu- 
to, non  senza  rischio  della  propria 
vita,  il  viaggio  di  Roma,  dove  trat- 
tò la  sua  causa  avanti  Celestino  III, 
il  quale  preso  dalle  rare  sue  qua- 
lità, non  solo  lo  confermò  nella  di 
lui  canonica  elezione ,  rigettando 
l'usurpatore,  ma  volle  pure  nel 
1192  o  1193  crearlo  cardinale. 
Indi    gli    conferì    il    diaconato    nel 


[  LIE 

Sabbafo  delle  quattro  tempora  fli 
Peutecoste,  colla  facoltà  di  tinsi  or- 
dinare dall' arcivescovo  di  Pieitns, 
nel  caso  che  il  suo  nielropolitano 
Brunone  arcivescovo  di  Colonia, 
negato  avesse  di  prestarsi  a  questo 
ufiicio  ;  e  nella  sua  partenza  da  Ro- 
ma gli  regalò  il  Papa  un  anello 
d'oro  e  due  mitre  di  gran  valore. 
Avendo  l'imperatore  per  tuttociò 
concepito  gran  sdegno,  impugnò  le 
armi  contro  i  parenti  del  cardinale, 
mentre  otto  cavalieri  tedeschi,  forse 
da  lui  provocati  o  per  fargli  cosa 
grata  e  vendicar  il  preteso  affron- 
to, con  tredici  pugnalate  uccisero 
il  cardinale  in  Reims  a'  ^4  novem- 
bre 1193,  poco  dopo  di  avere  ri- 
cevuto l'episcopale  consecrazione  dal 
cardinal  Guglielnao  Albimano:  il 
santo  predisse  la  sua  morte,  e  spi- 
rando pregò  pe'  suoi  persecutori.  Il 
di  lui  corpo  nel  161 3  fu  trasferi- 
to a  Brusselles ,  ove  lo  portarono 
sulle  proprie  spalle  Alberto  arci- 
duca d'Austria  ed  il  nunzio  Guido 
Bentivoglio  poi  cardinale.  Paolo  V 
gli  concesse  il  culto  di  martire,  es- 
sendo il  suo  nome  registrato  nel 
martirologio  romano  a*  2  i  novena» 
bre.  Ne  scrissero  le  gesta  Egidio  di 
Liegi  e  il  p.  Nicolò  Orano  trance- 
scano  di  Liegi  :  ne  parlammo  an- 
cora agli  articoli  s.  Alberto,  e  Lo- 
BENA  Alberto,  cardinale. 

Colla  mediazione  del  duca  di  Lore- 
na, fu  eletto  dopo  s.  Alberto,  ^Simone 
dei  duchi  di  Limburgo,  che  avendo  a 
competitore  Alberto  di  Curque, am- 
bedue si  portarono  a  Roma  dove 
Celestino  HI  creò  cardinale  il  pri- 
mo, ma  dopo  pochi  giorni  mori 
con  sospetto  di  veleno.  Nel  conci- 
lio generale  Lateranense  IF  (Fedi) 
dicemmo  come  il  vescovo  di  Liegi 
v'intervenne  vestito  in  diversi  mo- 
di. Nel   1226  fu  tenuto  un  couci- 


LTE 


3o3 


lio  in  Liegi  da  Corrado  legato  delia 
santa  Sede,  contro  Federico  conte 
d' Issemburgo,  ed  i  suoi  fiatelli  i 
vescovi  di  Munsfer  ed  Osnabruck, 
per  l'uccisione  di  s.  Engeiberto  ar- 
civescovo di  Colonia  e  martire.  Lab- 
bé  tom.  X  ;  Arduino  lotu.  VII. 
Erardo  della  Marck  de'  principi 
di  Sedan,  già  canonico  di  Liegi,  in- 
di vescovo  di  Chartres  ,  crealo 
cardinale  nel  i520  da  Leone  X, 
venne  eletto  vescovo  di  Liegi  d'u- 
nanime consenso  del  capitolo.  Ghe- 
rardo di  Groesbech  o  Grousbroek 
principe  e  vescovo  di  Liegi  nel 
i564,  e  nel  iSyS  fatto  cardinale 
da  Gregorio  XIII.  L'ultimo  cardi- 
nale vescovo  di  Liegi  fu  Gio- 
vanni Teodoro  di  Baviera,  fratel- 
lo dell'imperatore  Carlo  VII,  ve- 
scovo di  Ratisbona,  ed  amministra- 
tore di  Frisinga,  nel  1 743  creato 
cardinale  da  Benedetto  XIV,  il  qua- 
le nell'anno  seguente  colla  ritenzio^ 
ne  delle  dette  due  chiese,  lo  pre- 
conizzò vescovo  di  Liegi ,  e  mori 
nel  1763.  La  serie  dei  vescovi  di 
Liegi  si  legge  sino  al  mentovato 
cardinale  nella  Galli  a  christ.  t.  Ili; 
e  nella  Storia  ecclesiastica  d' Ale- 
magna,  t.  I.  I  successori  sino  ad 
oggidì,  sono  riportati  nelle  annuali 
Notizie  di  Roma.  L'  ultimo  vesco- 
vo che  fu  principe  sovrano  dello 
stato  di  Liegi,  fu  Francesco  Anto- 
nio Maria  Costantino  de'  conti  di 
MeanBeaurieux  di  Salve  diocesi  di 
Liegi,  da  Pio  VI  traslato  da  Ippo 
iti  partibus,  nel  concistoro  de'  24 
settembre  1792.  11  medesimo  Pa- 
pa nell'istesso  anno  gli  diede  in  suf- 
fraganeo  Antonio  Casimiro  de  Sto- 
ckhem  de  Heers  di  Liegi,  facendolo 
vescovo  in  partibus  di  Canopo.  II 
primo  vescovo  poi  di  Liegi  senza 
l'antico  dominio  temporale  fu  Gio- 
vanni Zoepllel   di  Argentina,   fatto 


204 


LIE 


da  Pio  VII  a'  3  giugno  iScz.  Al 
presente  lo  è  monsignor  Cornelio 
Biccardo  Antonio  Van-Bommel  di 
Leyden  nell'Olanda,  fatto  successo- 
re al  precedente  da  Pio  Vili,  nel 
concistoro  de'   i8   maggio    1829- 

11  principe  vescovo  di  Liegi  ve- 
niva eletto  dal  suo  ricco  ed  illustre 
capitolo  di  nobili  canonici.  F.  De- 
stain  nel  lySS  dipinse  le  insegne 
gentilizie  de'  principali  nobili  ca- 
nonici, col  loro  nome,  cognome  e 
titoli  ,  quale  pittura  venne  incisa 
colla  pianta  topografica  della  città, 
ed  in  mezzo  l'effigie  dell'ultimo  ve- 
scovo principe,  sovrastata  dalla  sua 
arme,  ed  in  alto  la  Beata  Vergine 
Maria,  ed  i  tre  santi  vescovi  pa- 
troni della  città.  Faremo  qui  men- 
zione di  alcuni  personaggi  e  dignitari 
del  capitolo  di  Liegi.  Il  primo  è 
Giuniano  Federico  de'  duchi  di  Lo- 
rena, arcidiacono  di  Liegi,  che  s. 
Leone  IX  passando  per  questa  cit- 
tà condusse  s^co  e  creò  cardinale, 
poscia  meritò  di  essere  eletto  nel 
loSy  Pontefice  col  nome  di  Ste- 
fano IX  detto  X.  Il  secondo  è  Ja- 
copo Pantaleone  di  Trojes  arcidia- 
cono di  Liegi,  che  fu  deputato  dal 
suo  capitolo  ad  intervenire  al  con- 
cilio generale  di  Lione  I  ;  e  ben- 
ché  non   fosse  ornato  della    dignità 

o 

cardinalizia  fu  eletto  Papa  nel  1261 
col  nome  di  Vi  batto  IF  {^Vedi). 
Questi  fece  propagare  per  tutta  la 
Chiesa  la  festa  del  Corpus  Domi- 
ni i^Vtdi),  che  oiigiiiala  in  Liegi, 
come  dicemmo  al  citalo  articolo, 
era  stata  presciitla  nella  diocesi  dal 
vescovo  Roberto,  nel  concilio  cele- 
bralo nel  1  •246.  il  terzo  è  Teo- 
baldo  Visconti  di  Piacenza  ,  arci- 
diacono di  Liegi,  che  sebbene  non 
fosse  cardinale,  nel  1271  fu  esal- 
talo al  pontificato  col  nome  di  Gre- 
gorio X  (Fedi),    col    quale    lo  ve- 


LIE 

neriamo  sugli  altari.  Questo  Papa 
mentre  celebrava  il  concilio  di  Lio' 
ne  [Fedi)  depose  T  indegno  e  reo 
vescovo  Enrico,  che  avea  osato  pre- 
sentarglisi  vestito  prima  da  mar- 
chese di  Francimonte ,  e  poi  da 
conte  di  Mura.  A  suo  dileggio  fu- 
rono composti   questi  vei-si. 

Qui  fuit  ante  comes,  dux,  mar' 
cliio,  praexul  et  abbas , 

De  ihalanio  Papae  laiiliinimodo 
presbjter  exit. 

Dipoi  il  pessimo  Enrico  uccise  Gio- 
vanni nipote  del  re  di  Francia,  che 
Gregorio  X  gli  avea  dato  in  suc- 
cessore. Il  quarto  fu  Adriano  Flo- 
renzi  o  Florentz  d' Utrecht,  fatto 
cardinale  nel  iSiy  da  Leone  X, 
canonico  di  Liegi  nel  1021,  crea- 
to Papa  a' 9  gennaio  i522,  e  ri- 
tenendo il  nome  si  chiamò  A- 
driano  VI.  Gli  altri  canonici  del 
capitolo  di  Liegi  innalzati  al  car- 
dinalato furono  i  seguenti,  ed  il 
primo  di  essi  fu  Giovanni  E- 
gidj  detto  il  cardinal  di  Liegi , 
perchè  stato  prevosto  di  questa 
chiesa,  innalzato  al  cardinalato  nel 
i4o5  da  Innocenzo  V^ll,  poscia  se- 
polto nella  cattedrale  di  Liegi.  Quan- 
to agli  altri  riporteremo  i  soli  no- 
mi e  cognomi,  le  cui  notizie  sono 
alle  loro  biografìe,  e  per  l'epoca 
dell'esaltazione  alla  dignità  cardi- 
nalizia premetteremo  gli  anni.  1467 
Oliviero  Carata.  i493  Giamianto- 
nio  Sangiorgi.  i5o5  Fazio  Santo- 
rio.  i5ii  Antonio  Ciocchi  del 
Monte.  i522  Guglielmo  Enchen- 
voer.  1534  Alessandro  Farnese. 
i536  Girolamo  Aieandri.  i537 
Giovaimi  Alvarez.  ì5^5  Ranuccio 
Farnese.  1 548  Carlo  di  Borbone 
Vendome.  i557  Vitellozzo  de' Vi- 
lellozzi.    i56i  Antonio  Perrenol  di 


LIE 
Granvela.  1607  Maurizio  di  Sa- 
voia. i652  Federico  d'Assia.  i66g 
Emmanuele  de  La  Tour.  1 67 1 
Bernardo  de  Caden,  1706  Cristia- 
no Augusto  di  Sassonia.  Inoltre  il 
capitolo  ebbe  diversi  elettori  del 
sacro  romano  impero,  come  Erne- 
sto de' duchi  di  Baviera  elettore 
ed  arcivescovo  di  Colonia,  principe 
e  vescovo  di  Liegi  .  Adolfo  con- 
te von  Holsade-Scliawenbiirg  Ster- 
tieberg,  elettore  ed  arcivescovo  di 
Colonia.  Ferdinando  di  Baviera 
piincipe  e  vescovo  di  Liegi,  arci- 
vescovo ed  elettore  di  Colonia.  I\Ias- 
similiano  di  Eaviera-Leuchtenberg, 
arcivescovo  ed  elettore  di  Colonia, 
principe  e  vescovo  di  Liegi.  Giu- 
seppe Clemente  di  Baviera,  arcive- 
scovo ed  elettore  di  Colonia,  vesco- 
vo e  principe  di  Liegi. 

Il  Papa  Clemente  XI  nel  17  i3 
impegnò  Filippo  V  re  di  Spagna  in 
favore  del  capitolo  di  Liegi,  acciò 
togliesse  dalle  mani  degli  olandesi 
le  fortezze  di  Liegi  e  di  Hiiyensen, 
ch'essi  tenevano  munite  dal  loro 
presidio  militare.  Al  presente  il  ca- 
pitolo di  Liegi  si  compone  di  tre 
dignità,  la  maggiore  delle  quali  è  il 
decano,  di  dieci  canonici,  e  di  altri 
preti  e  chierici  addetti  all'  ullizia- 
tura.  La  cattedrale,  di  gotica  strut- 
tura, è  sotto  la  triplice  invocazione 
della  Beata  Vergine  Assunta  in 
cielo,  della  conversione  di  s.  Paolo 
apostolo,  e  di  s.  Lamberto  vesco- 
vo e  martire  patrono  della  dio- 
cesi. [Nella  cattedrale  si  venerano 
molte  reliquie,  tra  le  quali  il  cor- 
po del  medesimo  s.  Lamberto . 
L'  episcopio  è  un  poco  distante 
dalla  cattedrale.  Nella  città  oltre 
la  cattedrale  vi  sono  venticinque 
altre  chiese  parrocchiali  munite  del 
fonte  sacro,  fra  le  quali  si  distin- 
gue quella  di   s.    Giacomo,    antico 


LIE  20> 

e  bel  monumento  di  architettura 
gotica  ;  diversi  monasteri  di  mo- 
nache, fra  le  quali  ve  ne  sono  di 
s.  Benedetto;  una  casa  di  liguorini, 
le  scuole  e  convitti  dei  fratelli 
delle  scuole  cristiane  delti  della 
carità,  quattro  ospedali,  due  orfa- 
notrofi, il  seminario  ed  il  monte 
di  pietà.  Amplissima  è  la  diocesi 
perchè  comprende  le  due  provincie 
di  Liegi  e  di  Limburgo,  ove  sono 
novecento  sessantadue  luoghi.  Ogni 
nuovo  vescovo  è  tassato  ne'  libii 
della  camera  apostolica  in  fiorini 
372,  costituendosi  le  sue  rendite 
in  annui  franchi  tredicimila.  Ora 
passeremo  a  dire  del  collegio  lie- 
gese  eretto  in  Roma  pei   liegesi. 

L'ospizio  d'Archis  o  collegio  lie- 
gese  in  Boma  venne  istituito  per 
disposizione  testamentaria  di  Lam- 
berto d'Archis,  depositata  negli  atti  di 
Amico  A  binante  notaro  capitolino, 
li  IO  aprile  1697,  e  pubblicala  pei 
medesimi  a' 25  aprile  1699.  Co- 
stretto il  fondatore  ad  abbandona- 
re la  sua  patria,  per  le  devasta- 
zioni cui  in  que'tempi  andava  lut- 
togiorno  soggetta,  si  recò  in  Ro- 
ma, e  vi  esercitò  per  più  di  cia- 
quanl'anni  l'officio  di  spedizioniere 
della  dateria  apostolica,,  con  che 
ebbe  campo  di  formarsi  una  co- 
spicua fortuna.  Migliorata  in  tal 
guisa  la  sua  condizione,  si  sentì 
animato  da  sentimenti  di  carità 
verso  gl'infelici  suoi  connazionali, 
che  perseguitali  nella  patria  cerca- 
vano parimenti  asilo  nella  curia  ro- 
mana, e  pensò  di  facilitare  ad  essi 
il  modo  di  rendersi  abili  a  pro- 
cacciarsi nella  medesima  quegli  stes- 
si mezzi  di  sussistenza,  di  cui  tro- 
vavasi  egli  abbondantemente  forni- 
to. A  questo  fine  dispose  di  sue 
sostanze  per  l'apertura  di  un  ospi- 
zio iu    cui    potessero  ricovrarsi,  ed 


2o6  LIE 

averft  gratuitamente  alloggio,  letto, 
lume  e  fuoco  per  cinque  anni, 
tie'  quali  imparando  la  lingua  ro- 
mana, ed  applicandosi  alla  curia, 
potevano  procurarsi,  com'egli  avea 
fatto,  il  modo  di  vivere  comoda- 
mente. In  detto  ospizio  dovevano 
riceversi  coloro  soltanto  che  parla- 
vano la  lingua  vallogallica,  ed  a- 
vevano  sortito  i  natali  nel  raggio 
di  cinque  leghe  dalla  città  di  Liegi, 
pieferendosi  ad  ogni  altro  i  parenti 
del  testatore,  dipoi  gli  originari  di 
JMillemorte,  ed  in  terzo  luogo  quel- 
li della  parrocchia  di  s.  Uberto  co- 
gl'isbani,  esclusi  però  gli  olttamo- 
sani.  Kel  1712  la  sacra  congrega- 
zione del  concilio,  presso  la  propo- 
sta degli  amministratori,  sanzionò 
che  il  detto  ospizio  venisse  conver- 
tito in  collegio,  ed  approvò  le  re- 
gole con  cui  doveva  governarsi. 
Gli  alunni  che  in  esso  ricevevaiisi 
erano  scelti  fra  i  giovani  de'Iuoghi 
prescritti  dal  testatore,  e  venivano 
mantenuti  interamente  a  spese  del 
collegio  per  cinque  anni,  dopo  i 
quali  dovevano  sortirne  per  dar 
luogo  agli  altri  che  domandavano 
di  esservi  ammessi,  e  in  detto  quin- 
quennio applicavansi  allo  studio 
delle  leggi  e  de'  sacri  canoni.  Così 
prosegui  tal  benefica  istituzione  fin- 
che il  governo  pontificio  potè  tu- 
telare la  retta  amministrazione  col- 
l'assoggettarla  a  speciali  visite,  tut- 
te le  volte  che  tal  misura  rende- 
\asi  necessaria ,  e  col  provvederla 
di  cardinali  protettori.  Soppressa 
però  nell'invasione  francese,  e  per- 
duti nella  medesima  la  maggior 
parte  de' suoi  beni,  non  fu  piti 
possibile  di  riattivarla  alloichè  i 
domiiiii  della  santa  Sede  furono 
restituiti  al  loro  legittimo  sovrano, 
e  coi  pochi  beni  rimasti  i  cardi- 
nali    protettori    hanno     sovvenuto 


LIG 
di  annue  pensioni  alcuni  giovani 
che  dalla  provincia  di  Liegi  si  so- 
no lecati  in  Roma  agli  studi.  At- 
tualmente la  protettoria  di  tal  fon- 
dazione trovasi  afiìdata  al  cardinal 
piefelto  pro-tempore  della  sacra  con- 
gregazione degli  studi,  a  ciò  desti- 
nato con  dispaccio  della  segreteria  di 
stato  degli  11  dicembre  i834;  le 
pensioni  sono  determinate  in  nume- 
ro di  quattro,  e  nelle  somme  di  an- 
nui scudi  duecento  quaranta  per 
ciascuna,  ed  i  giovani  da  ammet- 
tersi alla  fruizione  delle  medesime 
debbono  applicarsi,  giusta  la  dispo- 
sizione testamentaria,  agli  studi  di 
sacra  teologia  o  di  legge.  Della 
benefica  disposizione  d'  Arohis,  ne 
tratta  Ridolfino  Venuti,  Roma  mo- 
derna p.  6G8. 

LIGNITZ  Veìvceslao,  Cardinale. 
V.   Segna  Venceslao. 

LIGUORINI.  ^.  Ss.  Redewtore, 
Congregazione  religiosa. 

LIGURIA.  Contrada  d'  Italia, 
che  faceva  anticamente  parte  della 
Gollia  Cisalpina,  ed  anzi  una  delle 
sue  Provincie  e  che  diede  il  suo 
nome  al  mare  Ligustico.  Si  crede 
che  traesse  il  proprio  nome  da 
Ligur  figlio  di  Fetonte  l'egiziano, 
che  venne  ad  abitare  questa  por- 
zione d' Italia  molto  prima  che  si 
sentisse  parlare  dei  greci,  dell'At- 
tica e  dell'  Arcadia.  Altri  dicono 
che  per  liguri  propriamente  inlen- 
donsi  quelli  che  abitarono  tra  il 
Varo  e  la  IMagra,  e  da  cui  un 
tal  paese  fu  detto  Liguria.  Poiché 
oltre  a  questi  vi  sono  stati  i  Hgii- 
ri  montani  ,  e  denominarono  le 
Alpi  liguri.  Il  nome  di  liguri  lo 
fan  derivare  Eustazio  e  Stefano 
dal  fiume  Ligur.  Ma  la  Loira,  in- 
tesa da  essi  nel  nome  Ligur,  nien- 
te ha  di  comune  colla  Liguria.  Pao- 
lo  diacono    crede    che    la    parola 


LIG 

Ligures  venga  da  legere  legumina, 
di  cui  abbonda  quella  provìncia. 
Se  fosse  vera  ropinioiie  di  Eusta- 
zio,  cha  dà  ai  liguii  per  autore  un 
certo  Ligure  fratello  di  Albione, 
come  lo  dice  Tzetze  lib.  VII,  ii 
quale  Ligure  si  oppose  ad  Ercole 
allorché  andò  in  cerca  de'  bovi  di 
Gerione,  sarebbe  ancor  più  cara 
la  derivazione  del  loro  nome.  Si 
divideva  in  Liguria  marittima  e 
montuosa.  La  prima,  che  compren- 
deva altresì  molte  città  della  Pro- 
venza, fu  poscia  rinchiusa  fra  il 
Varo  e  la  Magra,  e  chiamossi 
volgarmente  riviera  di  Genova.  La 
seconda  si  estendeva  fino  al  Po 
ed  all'Arno,  e  comprendeva  moki 
popoli  che  resistettero  ai  romani, 
fra  i  quali  i  più  rinomati  erano, 
secondo  Plinio,  gli  oxubii,  i  salii  ed 
i  decerili.  Il  nome  di  liguri,  po- 
poli della  Gallia  Cisalpina,  deri- 
va dal  greco,  e  furono  anche  det- 
ti ligustini.  Avevano  una  grande  u- 
niformilà  di  costumi  coi  gaulesi, 
ma  era  una  nazione  di  versa  e  di 
altra  origine  celtica.  Che  1'  origine 
sia  celtica,  secondo  il  sentimento 
più  comune,  lo  afferma  ancora  il 
Cluverio,  sebbene  Erodoto  li  faccia 
discesi  dai  ligi,  popoli  della  Colchi- 
de  ocome  altri  dicono  dell'Albania, 
e  Sesto  Pompeo  li  voglia  origina- 
ti dai  siculi.  I  liguri  si  estesero 
soprattutto  in  Italia  ,  nella  parte 
corrispondente  allo  stato  di  Genova 
e  al  di  là  verso  il  nord.  Alcuni 
autori  lì  divisero  in  liguri  capellu- 
ti e  montanari;  abitavano  i  primi 
le  coste  del  mare,  e  gli  altri  l'A- 
pennino  e  le  Alpi,  Furono  questi 
popoli  vinti  dal  console  romano 
Q.  Opiraio,  che  vendicò  il  torto 
da  loro  fatto  ai  marsigliesi  loro  al- 
leati, saccheggiandone  anche  la  città. 
Prima  M.Emilio  Scauro,  e  poi  Ful- 


LIG  207 

vio  Fiacco  compirono  di  sottomet- 
terli. La  Liguria  seconda  compren- 
deva una  parte  dei  paesi  conosciu- 
ti sotto  il  nome  di  Piemonte,  Mon- 
ferrato e  Milanese  ,  come  dicono 
AntoninOj  Paolo  diacono  ed  altri 
antichi  autori.  La  Liguria  formò 
poscia  il  paese  dipendente  dalla 
repubblica  di  Genova,  al  quale 
articolo  meglio  parlammo  compen- 
diosamente della  Liguria.  Questa 
regione,  come  le  altre  d  Italia,  sog- 
giacque alle  irruzioni  barbariche 
massime  de'  goti  e  de'  longobardi. 
All'articolo  Genova  dicemmo  pure 
della  repubblica  ligure ,  contrada 
d'Italia  lungo  il  mare  che  occu- 
pava il  paese  dell'antica  repubbli- 
ca di  Genova,  e  confinava  al  nord 
col  ducato  di  Parma  e  col  Pie- 
monte, all'  est  col  Modenese,  ed 
all'ovest  col  dipartimento  francese 
delle  Alpi  marittime.  Dividevasi  ia 
sei  giurisdizioni  ,  che  formavano 
quarantasette  cantoni,  ed  aveva  una 
estensione  di  cinquantatre  leghe  di 
lunghezza  dall'  ovest  all'  est ,  sopra 
dieciotto  di  larghezza,  contando  u- 
ua  superficie  di  duecento  sessanla- 
selte  leghe  quadrate.  Fu  organiz- 
zata nel  1797  dai  francesi  repub- 
blicani, ed  il  suo  governo  consiste- 
va in  un  senato  presieduto  da  un 
doge  a  vita.  Nel  i8o5  la  repub- 
blica ligure  fu  incorporata  all'im- 
pero francese,  di  cui  formò  il  di- 
partimento degli  Apennini,  di  Ge- 
nova e  di  Montenotte.  Nel  181 5 
questo  territorio  fu  accordato  al  re 
di  Sardegna,  e  forma  oggidì  quasi 
la  totalità  della  divisione  di  Ge- 
nova. 

L'evangelo  fu  promulgato  nella 
Liguria  dall'  apostolo  s.  Barnaba, 
verso  la  metà  del  primo  secolo 
dell'era  cristiana  ;  egli  eresse  la  se- 
de   episcopale    di    Milano,    costituì 


2o8  LIG 

Tari  vescovi  nella  Liguria,  e  distese 
in  molti  e  vari  luoghi  la  fede  di 
Gesù  Ciisto,  come  attesta  anche  il 
Rinaldi  all'anno  5 12,  n.  5i.  Ezian- 
dio apostoli  della  Liguria,  come  più 
particolarmente  lo  furono  di  Geno- 
va, sono  considerati  i  ss.  Nazario 
e  Celso.  Altro  zelante  e  beneme- 
rito apostolo  della  Liguiia,  nel  se- 
condo secolo,  fu  s.  Calìinìero  vesco- 
vo di  Milano  ;  e  per  non  dire  di 
altri,  nel  quarto  secolo,  Marcellino 
poi  vescovo  di  Embrun  nel  Del- 
Cnato  ,  Vincenzo  e  Donnino  a- 
fricaui  propagarono  ne'  liguri  alpi- 
giani, ed  in  altre  contrade  il  cri- 
stianesimo. Nel  sesto  secolo,  tra  i 
pingui  patrimoni  che  possedeva  la 
santa  Sede,  si  nominano  quelli  del- 
la Liguria  e  delle  Jlpi  Cozie:  a 
ciascuno  di  questi  patrimoni  dai 
romani  Pontefici  si  dava  un  di- 
stinto amministratore,  col  nome  di 
difensore  o  rettore,  che  soleva  es- 
sere uno  de'  primari  chierici  della 
chiesa  romana.  Le  antiche  sedi  epi- 
scopali della  Liguria  sono:  Geno- 
va fatta  metropoli  da  Innocenzo 
II  nel  secolo  XII,  Ftìidmiglia,  Al- 
benga,  Noli,  Nizza,  Sai'oiia,Bnigna- 
to,  Luni-Sarzana,  Bobbio  ec.  Dei 
santi,  beati,  e  servi  di  Dio  liguri  e 
genovesi  ;  degl'  istitutori  di  ordini 
e  congregazioni  regolari  di  Genova 
e  della  Liguria,  ne  trattammo  al- 
l'articolo Genova,  ove  riportammo 
i  cardinali  genovesi,  ed  i  Papi  li- 
guri e  genovesi.  Qui  appresso  no- 
teremo i  Papi  ed  i  cardinali  li- 
guri, e  quelli  creduli,  oriundi  di 
Genova,  e  quelli  della  Liguria. 

S.  Euiichiano  da  Luni  eletto  Pa- 
pa l'anno  275. 

Aratore  ligure  o  genovese,  altri 
lo  vogliono  di  Milano  o  di  Brescia, 
il  Pontefice  Vigilio  lo  creò  cardi- 
nale nel  540. 


LIG 

Teobaldo,  della  famiglia  Gri- 
maldi, al  dire  del  eh.  sacerdote 
Giambattista  Semeria ,  Storia  ec' 
clesiastica  di  Genova  e  della  Li' 
guria  dai  (empi  apostolici  sino  al- 
l'anno i838.  Urbano  11  lo  creò 
cardinale  prete  di  s.  Maria  Nuova 
nel  1088:  il  Cardella  però  che  noi 
seguiamo.  Memorie  storiche  de'car- 
dinali,  non  dichiara  la  patria  di 
Teobaldo. 

Guido,  della  famiglia  Grimaldi, 
secondo  il  Semeria ,  fatto  cardinale 
prete  di  s.  Balbina  da  Pasquale  li 
nel    1099. 

Alberico  o  Uldarico  Cibo,  se- 
condo il  Semeria  ed  il  Ciacconio, 
ma  Tomacelli  e  napoletano  al  dire 
del  Cardella,  dichiaralo  cardinale 
prete  de'  ss.  Giovanni  e  Paolo  da 
Onorio  li  nel    11240   iii5. 

Gerardo,  della  famiglia  Grillo, 
secondo  il  Semeria ,  fatto  cardinal 
diacono  di  s.  Maria  in  Domaica 
da  Innocenzo  II  nel    11 34. 

Oberto ,  della  famiglia  Grillo, 
secondo  il  Semeria,  che  il  Cardel- 
la chiama  Ubeito,  creato  cardinale 
prete  di  s.  Prisca  da  Adriano  IV 
nel  I  i54  o    1  159. 

Gotlifredo  o  Goffredo  Pisano,  - 
di  antica  e  nobile  famiglia  geno-  M 
vese,  secondo  il  Semeria,  e  dal 
Cardella  chiamato  Goffredo  Gae- 
tani  da  Pisa,  crealo  cardinale  dia- 
cono de'ss.  Sergio  e  Bacco  da  In- 
nocenzo IV  nel    1252  o   laSS. 

Tommaso  Parentucelli  di  Sar- 
zana  ,  fatto  nel  i44S  cardinale 
da  Eugenio  IV,  e  nel  i447  P^p^ 
Nicolo  V. 

Filippo  Calandrini  di  Sarzana, 
fratello  uterino  di  Nicolò  V,  e  da 
lui  creato  cardinale  prete  di  s.  Lo- 
renzo in  Lucina  nel   i44^' 

Pietro  Riario ,  come  lo  chiama 
il  Semeria,  o  Francesco  della    Ro- 


LIG  LIG  209 

vere,  come  lo   nomina  il  Caidella,  Ferdinando  Maria  Saluzzo  nato 

di   Albisoia   presso    Savona,    creato  in  Napoli,  annoverato  dal  Seraeria 

cardinale    da     Paolo    li  nel    14^7  5  tra  i    cardinali    liguri  e    genovesi: 

Papa  Sisto  IV  nel    i^ji.  Pio  VII  lo  fece  cardinale  prete  di 

Giuliano    della    Rovere  di   Albi-  s.  Anastasia  nel    1801. 
sola,  fatto  cardinale  dallo  zio  Sisto  Filippo  Casoni  di  Sarzana,  fatto 

IV  nel  i^'ji,  poi  nel    i5o3   Papa  cardinale  prete  di     s.    Maria    degli 

Giulio  II.  Angeli  da  Pio  VII  nel    1802. 

Girolamo  Basso  della  Rovere  di  Giuseppe  Spina  di  Sarzana,  fit- 

Albisoia,    creato  cardinale  prete  di  to  da  Pio  VII   nel    1802   cardinale 

s.  Balbina    dallo  zio    Sisto  IV  nel  prete  di  s.  Agnese  fuori  le  mura. 
1477.  Giorgio  Doria  Pamphilj   nato  in 

RalTaeie  Sansoni-Riario  di  Savo-  Roma,  perchè  oriundo  di    Genova 

na,   fatto    cardinale  diacono     di  s.  dal  Semeria    posto    tra  i  cardinali 

Giorgio  da    Sisto  IV    suo    zio  nel  liguri    e  genovesi  :  Pio  VII   lo  fece 

147  7-  cardinale    prete    di     s.  Cecilia     nel 

Clemente    Grosso    della    Rovere  18 16. 
di  Savona,    creato    cardinale  prete  Tommaso  Riario  Sforza  nato  iu 

de'ss.  XII  Apostoli  dallo  zio  Giulio  Napoli,  noverato    dal    Semeria    tra 

li  nel    i5o3.  i  cardinali  liguri    e    genovesi,  per- 

Leonardo    Grosso    della    Rovere  che    la    sua    famiglia    proviene    da 

di  Savona,   fratello  del  precedente,  Savona:  Pio  VII   lo    fece  cardinale 

fatto    cardinale    prete    de'  ss.     XII  diacono  di   s.    Maria    in    Domnica 

Apostoli  da  Giulio  II  suo  zio    nel  nel  1828;  al  presente  è  primo  dia- 

i5o5.  cono  di  s.    Maria   in     Via  Lata,  e 

Antonio  Ferrerò    o    Ferrerie  di  camerlengo  di   s.  Chiesa. 
Savona,  creato     cardinale  prete   di  Giacomo     Giustiniani     nato     in 

s.    Vitale  nel    i5o5da  Giulio  II.  Roma,  siccome  di  famiglia  oriunda 

Vincenzo  Costaguti  romano,  e  genovese  dal  Semeria  registrato  tra 
perchè  oriundo  di  Genova  regi-  i  cardinali  liguri  e  genovesi  :  Leo- 
strato  dal  Semeria  tra  i  cardina-  ne  XII  lo  fece  cardinale  prete  dei 
li  liguri  e  genovesi:  Libano  Vili  ss.  Marcellino  e  Pietro  nel  1826. 
nel  1643  lo  creò  cardinale  diaco-  Francesco  Serra  de'  duchi  di 
no  di  s.  Maria  in  Portico.  Per  Cassano  nato  in  Napoli,  arcivesco- 
questa  medesima  ragione  noi  vi  vo  di  Capua,  perchè  oriundo  di 
aggiungeremo  Giambattista  Costa-  (ieuova  il  Seraeria  lo  pose  tra  i 
guti  romano,  che  Alessandro  Vili  cardinali  liguri  e  genovesi  :  il  re- 
fece cardinale  nel  1690.  gnante  Papa  Gregorio  XVI  nel 
Alderano  Cibo  de'  principi  di  i83i  lo  creò  cardinale  prete  dei 
Massa  e  Carrara,  perchè  oriundo  ss.  XII  Apostoli, 
di  Genova  annoverato  dal  Seraeria  Giuseppe  Antonio  Zacchia  nato 
tra  i  cardinali  liguri  e  genovesi  :  nel  castello  di  Vezzano,  diocesi  di 
Innocenzo  X  nel  1 645  lo  fece  car-  Luni-Sarzana,  da  Gregorio  XVI 
dinaie  prete  di  s.  Pudenziana.               creato  cardinal    diacono    di    s.  Ni- 

Lorenzo  Casoni  di  Sarzana,  fatto     cola  in  Carcere  nel   i844- 
cardinale  prete    di  s.   Bernardo  nel  Inoltre    il     Semeria     dice,     che 

iro6  da  Clemente  XI.  Fautore    de*  iSag'gi    cronologici ,    o 

VCL.  XXX vili.  14 


2io       '  LI L 

sia  Genova  nelle  sue  antichità  ri- 
cercata,  Genova  I74^>  <-  tl'avviso 
che  Innocenzo  IV  nel  ìi'j'ì  cavò 
cardinale  Giovanni  Spinola,  e  Ni- 
colò IV  nel  i?,88  creò  cardinale 
Simeone  Spinola.  Di  ambedue  l'a- 
curalissimo  Cardella  non  ne  fa 
parola.  Qui  avvertiremo  che  nel 
voi.  XXVIIf,  p.  282  del  Diziona- 
rio, cioè  nella  serie  de'cardinaii 
genovesi,  sono  occorsi  questi  eirori 
di  stampa:  all'anno  ì  585  Pinelli 
è  scritto  col  G;  all'anno  1602  è 
riportato  Giuseppe  Kenato  Impe- 
riali che  deve  collocarsi  al  1 690 
in  luogo  di  Lorenzo  Imperiali,  il 
quale  spetta  al  luogo  del  prece- 
dente. Ai  nostri  giorni  il  Carbone 
pubblicò  il  Compendio  della  sto- 
ria Ligure,  dall'  origine  sino  al 
i8i4>  in  due  tomi.  Da  ultimo  il 
eh.  canonico  Palemone  Luigi  Dima 
lia  pubblicato  l'utile  ed  interessante 
Serie  cronologica  degli  arcivescovi 
e  vescovi  degli  stati  del  re  di 
Sardrgna,  ove  sono  erudite  notizie 
anco  intorno  alle  chiese  della  Li- 
guria. 

LILLA,  LILLE,  ovvero  I/e,  Ilcs, 
o  Isle.  Città  di  Francia  del  di- 
partimento di  Valchiusa,  circonda- 
rio e  capoluogo  di  cantone,  nel 
contado  Venaissino  in  l'rovenza. 
Appartenne  alla  provincia  eccle- 
siastica d'Arles,  sotto  la  diocesi  di 
Cavaillon.  È  situata  presso  il  cam- 
mino che  conduce  alla  fontana  di 
Valchiusa,  in  una  situazione  deli" 
ziosa,  sopra  un'isola  formata  dalla 
Sorga.  Questa  piccola  città  nella 
sua  origine  non  era  che  un  casale 
abitato  da  pochi  pescatori,  ove  ven- 
re  a  rifugiarsi  un  gran  numero 
di  abitanti  dei  borglii  vicini,  per 
sottrarsi  alle  ruberie  di  moltissimi 
malandrini.  Quivi  costrnssero  un 
borgo    che    portò    il     nome  di  s. 


L  IL 

Lorenzo,  ed  in  progresso  prese 
quello  deiriles,  Tnsulae,  e  finalmen- 
te l'altro  deir//<»,  onde  poi  fu  del- 
ta Lilla.  Fu  chiamata  Ile  perchè 
le  due  o  tre  isole,  sulle  quali 
questo  borgo  era  situato,  si  tro- 
varono riunite  in  una  sola.  In 
questa  città  furono  tenuti  due 
concili!,  il  primo  nel  f25i  da 
Giovanni  di  Baux  arcivescovo  di 
Arles  co'suoi  sulhaganei,  e  furono 
fatti  tredici  canoni  di  disciplina. 
Reg.  t.  XXVIIl;  Labbé  t.  XI; 
Arduino  t.  VII.  Il  secondo  conci- 
lio fu  tenuto  nel  1288  :  in  esso 
vennero  confermati  i  tredici  cano- 
ni del  concilio  precedente,  e  ve  ne 
furono  aggiunti  cinque  altri.  Lab- 
bé  t.   XI  ;   Arduino  t.   VII. 

LILIBEA    o    LILIBEO,    TJly- 
baeuìu.   Città  vescovile  ed  antica   di 
Sicilia,   nella  sua    parte    occidenta- 
le, al  sud  del   Drepanuni,  e  presso 
al     capo     del  suo    nome,    il  quale 
chiamasi  ancora  capo     Boco  o  Li- 
libeo,  che  resta  in    opposizione  al- 
l'imboccatura del    porto    di  Carta- 
gine.  Lilibea  era  nel  luogo  o  pres- 
so l'odierna   Marsala,   la  quale  alla 
bellezza  del  suo  antico  porto   deve 
il  suo  nome,  che  in  arabo  signifi- 
ca  porto  di   Dio,  ed  è    celebre  pei 
suoi     vini.     Si     ignora     il    preciso 
tempo  della  fondazione  di  Lilibea, 
sapendosi     che     si      chiamò     anco 
Ilelvia- Colonia,    ch'era    fortissima, 
e  che  n'erano  padroni  i  cartaginesi 
nella  prima     guerra    punica.  I   ro- 
mani la  tennero  assediata  per  più 
di  cinque  anni  ;  finché  venne  loro 
consegnata  colla  pace    nell'anno  di 
Eoma  5ir.   Vi  si  stabilirono  allo- 
ra    i  romani,     e    Tito     Livio  dice 
che  vi   mantenevano     una    guarni- 
gione   di     diecimila     soldati.    Una 
flotta  cartaginese  fu  battuta   avanti 
questa  piazza     nell'  aiuio    535.  La 


LIL 
sede  vescovile  fu  surfragnnea  tlella 
metropoli  di  PalerniOj  poi  fu  uni- 
ta a  Mazzaia.  IS'cU'anno  3oo  del- 
l'era cristiana  n'  era  vescovo  saa 
Gregorio.  Altri  vescovi  furono 
Pasquaunino,  che  presiedette  al 
concilio  generale  di  Calcedonia  nel 
4^1)  come  legato  del  Papa  s.  Leo- 
ne I  ;  Teodoro  nel  5c)3  ;  Dccio 
nel  5c){]  ;  Elia  che  sottoscrisse  al 
concilio  di  Laterano  nel  649  ;  e 
Teofane  che  fu  al  secondo  concilio 
di  JNicea  nel  787.  In  Lilibea  vi 
fu  piu'e  la  sede  vescovile  d'un 
vescovo  greco,  sulTraganeo  del  me- 
tropolita greco  di  Siracusa.  Pirro, 
Sicilia  sacra  t.   II,  p.   447- 

LILLEBOXXE  o  ISLEBOx\>'E, 
Jidiohona,  Islebona.  Città  di  Fran- 
cia, nel  dipartimento     della   Senna 
inferiore,  circondario,  capoluogo  di 
cantone,  nella   diocesi   di  Rouen.  E 
in     una     amena     posizione,     sulla 
Bolbec,  all'  ingresso    di    una  valle 
deliziosa.   Vi  si   osserva  un   castello 
gotico  in   rovina,  costrutto  da  Gu- 
glielmo    l     il     Conquistatore,     che 
spesso  vi   risiedette.    Lillebonne  era 
l'antica  capitale  del  paese  di   Caux 
e  dei    Caldi,   popoli    della  Celtica. 
Fu  considerabile    sotto    i  romani, 
che    le     aveano    dato     il  nome  di 
Juliohona,  probabilmente  in  onore 
di  Giulio     Cesare,    L'  itinerario  di 
Antonino  ricorda  tre  strade  romane 
che  partivano  dalla  città.   Negli  sca- 
j       vi  trovaronsi  importanti  anticaglie, 
massime  d'un  tempio  sacro  a  Bac- 
co. Sotto  i  duchi     di     Normandia, 
Lillebonne    riprese    qualche  splen- 
dore.    Furono     tenuti     quivi     due 
concilii.   11  primo  nel    1066  avanti 
la     spedizione     di    Guglielmo     1  il 
Bastardo  in  Inghilterra.    Bessin  in 
Concil.  Norman.    11    secondo  con- 
cilio fu  tenuto    nel     1080  in  pre- 
senza di  detto    Guglielmo    I  duca 


LIM  21  r 

di  Normandia    e    re    d'Inghilterra. 
Guglielmo    arcivescovo    di  Piouen, 
vi   presiedette  alla  testa  dei  vesco- 
vi ed  abbati  di    Normandia  ;  e  fu- 
rono fatti  vari  regolamenti    di  di- 
sciplina    ecclesiastica.     Il     primo  è 
per  mantenere    la    tregua    di  Dio, 
coll'autorità  de'vescovi  e    de'signo- 
ri.   Tra  gli     altri     vi    è  detto,   che 
qualora    si     dia     ai      monaci     una 
chiesa,     si     faccia     senza    discapito 
del  .sacerdote    e  del    servigio  della 
chiesa  ;  ed  i    monaci     avranno  di- 
ritto di   presentare    al    vescovo  un 
sacerdote     idoneo.      Labbé    t.     X  ; 
Arduino     t.     VI;     Dizionario    dei 
cono,  j  Bessin  in   Concil.  Norman. 
LIIMA   (Linian).  Città    con   resi- 
denza    arcivescovile     nell'  America 
meridionale,     un      tempo     Ciiidad 
de    los  Reyes,     città    dei    re,   capi- 
tale   della     repubblica    del     Perù, 
capoluogo    dell'    intendenza    o   di- 
partimento del  suo    nome   e  della 
provincia     chiamata     Cercado     di 
Lima,    sotto    la    dominazione    spa- 
gouola.  E  posta  nella    bella  e  de- 
liziosa valle    della     Rimac,    a  due 
leghe    dall'  imboccatura    di  questa 
riviera  nel    grande    Oceano    equi- 
noziale, a  trenta    leghe    al  sud  di 
Quito.  La   situazione  di  questa  cit- 
tà ,  più    di    seicento     piedi     al    di 
sopra  del  livello  del    mare,  è  del- 
le più  deliziose  e    sane,     quantun- 
que sotto  una  temperatura    caldis- 
sima.    L'  aspetto    ch'ella     presenta 
dalla     parte     di     Callao,    è  invero 
incantatore.   Vi  si     arriva     per  un 
gran    viale     fiancheggiato     da  due 
magnifiche    fila   d'alberi,  presso  dei 
quali  stanno   pubblici    passeggi   ab- 
belliti da  fiori     ed     arboscelli  ver- 
deggianti ;  questa  via  chiamasi   A- 
lameda.  Da   luuge    si  scuoprono  le 
cupole     elevate     di     molti     monu- 
menti, i  campanili    delle  chiese,  e 


212                  LIM  LIM 
gli    altri    edifizi     della     cllth,  che  una    fama    di    bronzo    che    getta 
maestosamente  s'innalzano  ad  una  acqua  dalla  sua  tiomba,  e  da  otta 
grande  altezza;  in  fondo  di  questo  leoni    che     fanno    scaturire    aitres't 
viale     sta     il     principale     ingresso,  dell'acqua  dalle  loro  gole  ;  la  gran- 
formato  di  un  arco  di  trionfo,  ma  diosa  cattedrale    ed  il  palaz'io  dei- 
in  rovina.   Lima  ha  quasi  la  figu-  l'arcivescovo,    bellissimi    edilizi  co- 
re di  un  triangolo,  la  cui  base  si  strutti     in     gran     parte     in  pietra, 
prolunga    sulla    riva    sinistra  della  adornano    il     lato     orientale  della 
riviera  per  lo  spazio  di  1920   tese,  piazza;  dalla  parte     del  nord  evvi 
e  la  cui  altezza     è    di     1080  tese,  il  palazzo  del  governo,    ove  siedo- 
Una  muraglia  in  mattoni,  fiancheg-  no  le  co)'ti    di    giustizia,   una   por- 
giala  di  trentaquatlro  bastioni  sen-  zione  del  quale     fu     rovesciata  dal 
za  piatta  forma  né  vani,  la  circon-  terremoto  del    1687;  ali'  ovest  sta 
da,    ed     ha  dieci     porte,  tre  delle  il  palazzo     pubblico,     eretto  quasi 
quali  cieche    cioè     chiuse,  essendo  sul  gusto  cinese,    e    la  prigione;  il 
osservabile  per  architettura    quella  lato  del  sud  è  fornito  di  abitazio- 
che    chiamasi    de    Maravillas.   Al-  ni  particolari   in  pietra,  adorne  di 
Y  estremità  sud-est    trovasi  la  for-  eleganti   portici, 
tezza  di  s.   Caterina,     ove    sono  le          Oltre  la  cattedralej  il  cui   inter- 
caserme  dell'arliglieiia,   il  deposito  no  è  d'una  ricchezza  straordinaria, 
militare     e  1'  arsenale  ;     sulla  riva  ^i  sono  adesso  in  Lima  cinque  ai- 
destra  del  Riraac  evvi  il  sobborgo  tre  chiese  parrocchiali,     tutte  mu- 
di s.  Lazzaro,  al    quale     si  giunge  «ile  del    battisterio     e     riccamente 
per  un  ponte    di     pietra  largo  ed  ornate,  fra  le  quali   osservasi   quel- 
elegante.  Le  strade  di  Lima,  come  la  di  s.  Pietro,  la  cui  architettura 
quelle  del  sobborgo,  sono  parallele  è  di  buono  stile;   quella    del  Sacra- 
e     tagliate     ad     angoli     retti;  esse  rio;     il    santuario     di    s.   Rosa    di 
formano  vari  quadrati  di  abitazio-  Lima  protettrice    della    città  e  del 
ni,  ciascuno  de'quali  ha  circa  4^0  Perù,  non  che  di  tutta  l'America, 
piedi  da  ogni  bto.  Le  strade  sono  delle    isole  Filippine    e    dell'Indie  ; 
bene  lastricate,    ornate  di   marcia-  quella  di  s.  Domenico  ;  quella  di  s. 
piedi.  Le    case  in     generale,  quasi  Francesco,  e  quella  della    Mercede, 
simili     tutte,    non     hanno  che  un  Un  oggetto  di  curiosità  è  la  piccola 
solo  piano  con  isporto;     esse  sono  chiesa  costrutta  da  Pizzarro  istesso, 
assai  bene  fabbricate     in    mattoni,  e  che  non  fu  ancora  del  tutto  ro- 
od  in  legno  e  dipinte    all'  esterno  vinata    dai    diversi     terremoti.   Gli 
a  colore  di  pietra,  onde  sembrano  stabilimenti   religiosi  sono  numero- 
marmoree,     avendo     un    cortile    e  si   tuttora,  contandovisi     sette  con- 
spesso  un  giardino  al    di  dietro;   i  venti  e  monasteri     pei    religiosi,  e 
tetti  sono  piatti  e    coperti  di  latta  circa  quattordici  monasteri  di  mo- 
o  di  gesso  percliè  non  piove  qua-  nache,     non     comprese     le  case  di 
si  mai;  le  case  quasi    tutte  hanno  pietà  chiamate  casas  de  exercLcio, 
l'acqua     dalla     riviera.     In     mezzo  ove  le  donne  del   mondo  vanno  a 
della  città  evvi  la  gran     piazza  di  passare     tre     o  quattro    settimane, 
forma  quadrata,  ove  si  tiene  il  mer-  verso  il  tempo  di    Pasqua.  Per  la 
cato,  il  cui  centro     è  occupato  da  maggior  parie  questi    conventi  so- 
una    superba    fontana   ornata    da  no    grandissimi    e    di   bella  archi- 


LIM  LIM  3i3 
tettora,  quello  specialmente  dei  ve  nel  suo  porto  naviganti  tVogni 
{Vancescani  o  della  ss.  Concezione  nazione.  Lima  fu  considerala  la 
occupa  un  ottavo  circa  delia  città,  città  piti  ricca  dell'America  meri- 
e  forma  esso  solo  come  una  pie-  dionale.  I  costumi  sono  piuttosto 
cola  città.  Gli  altri  pubblici  edifi-  liberi,  e  vi  è  molto  lusso  nelle 
zi  più  degni  di  osservazione  sono  vesti  ed  in  altro.  I  dintorni  sono 
la  zecca,  stabilita  nel  1 565  ;  il  coperti  di  case  di  campagna, 
palazzo  un  tempo  dell'inquisizione,  gianìiui  deliziosi  ed  ortaglie .  Il 
quivi  stabilita  nel  1569;  il  luogo  suolo  quantunque  sabbioso  vi  pro- 
di ritiro  per  gli  ecclesiastici  seco-  duce  irutti  squisiti,  ricche  raccolte, 
lari,  ed  il  collegio  un  tempo  dei  ed  eccellenti  vini  ;  i  fiori  vegetano 
gesuiti,  trasformato  ora  in  ospizio  in  tutto  l'anno, 
pegli  esposti .  Sonovi  altri  sette  Questa  città  fu  fondata  al  prin- 
ospedali,  essendoli  più  vasto  quel-  cipio  del  i535  da  Francesco  Piz- 
lo  di  sani'  Andrea  ;  il  Pantheon  zairo  conquistatore  del  Perù,  sotto 
o  cimiterio  costruito  nel  suburbio;  Carlo  V  imperatore  e  re  di  Spa- 
no teatro,  ed  un  vasto  circo  di  gna,  e  fu  chiamala  da  prima  Ciu- 
legno  ove  si  danno  i  combatti-  dad  de  los  Reyes,  perchè  dicesi  che 
menti  dei  lori.  Evvi  una  universi-  i  suoi  primi  abitanti  vennero  a  sta- 
ta sotto  il  titolo  di  s.  IMarco,  fon-  bilirvisi  nel  giorno  dell'Epifania  o 
data  da  Carlo  V  nel  i549,  con  dei  re.  Prese  poscia  il  nome  di 
molti  privilegi,  confermati  dal  Pa-  Rimar,  di  cui  gli  spagnuoli  fecero 
pa  Paolo  III,  avendola  s.  Pio  V  per  corruzione  Liniac,  e  poi  quel- 
incorporata  nel  1072  a  quella  di  Io  di  Lima.  Essa  si  aumentò  ed 
Salamanca,  perchè  godesse  le  me-  abbellì  in  poco  tempo,  ma  i  terribili 
desime  prerogative.  Vi  sono  an-  terremoti  che  provò  in  varie  epo- 
che molli  altri  stabilimenti  d'istru-  che  paralizzarono  la  sua  prosperità; 
zione,  come  i  collegi  di  s.  Carlo,  il  primo  accadde  nel  i582,  ed  in 
della  Libertà,  di  s.  Torribio,  del-  piogiesso  ne  sentì  più  di  venti,  tra 
l'Indipendenza,  e  di  s.  Tommaso,  i  più  terribili  de'  quali  contansi 
oltre  alcuni  istituti  per  leducazio-  quelli  degli  anni  i  586,  i63o,  i655 
ne  delle  donzelle.  I  collegi  hanno  e  1764;  ma  i  più  disastrosi  furono 
biblioteche  ben  fornite,  e  princi-  quelli  dell'ottobre  16 19,  in  cui  più 
palmente  la  biblioteca  pubblica  di  cinquecento  case  furono  distrut- 
che  possiede  manoscritti  interes-  te,  e  le  altre  danneggiate;  del  17 
santi,  ed  un  deposito  idrografico,  giugno  1678,  che  rovinò  gran  par- 
Lima  fu  sempre  l'emporio  di  quasi  te  della  città;  quello  del  1687  ia 
tutto  il  Perù,  ed  il  centro  del  cui  furono  quasi  interamente  de- 
commercio fra  l'Asia,  l'Europa  e  moliti  i  pubblici  edifizi;  quello  del 
l'America;  questo  estero  commer-  28  ottobre  1746,  per  cui  in  quat- 
cio  si  fa  col  mezzo  di  Callao,  pie-  tro  o  cinque  minuti  non  restarono 
cola  città  che  si  riguarda  come  il  in  piedi  che  pochissime  case,  es- 
suo  porto,  e  che  si  trova  a  due  sendo  state  rovinate  del  tutto  set- 
leghe  all'ovest.  Dal  1783  fino  al-  tantaquattro  chiese  e  conventi,  il 
l'epoca  della  rivoluzione  questa  palazzo  del  vice-re,  l'udienza  reale, 
città  fece  un  gran  commercio  di-  i  tribunali,  gli  ospedali  e  tutti  gli 
retto  colla  Spagna  ;  oggi  essa  rice-  edifizi    più  solidi  e  più  elevati  de- 


1 


2i4  LIM 

gli  altri.  Tante  rovine  però  fu- 
rono al  più  presto  riparate,  innal- 
zandosi tutti  gli  edilizi  e  le  case 
più  basse  di  quello  che  lo  fossero 
per  Io  passato  ;  ma  un  nuovo  ter- 
ribile terremoto,  quello  del  3o 
marzo  1828,  rovesciò  la  maggior 
parte  de'  pubblici  edifizi  e  delle 
case,  e  cagionò  gravi  danni  a  lut- 
to il  restante  ;  più  di  mille  indi- 
vidui periiono  in  una  catastrofe  s"i 
spaventosa.  Lima  fu  il  teatro  della 
maggior  parte  de'grandi  avvenimen- 
ti che  produssero  l'indipendenza  del 
Perù.  11  generale  San- Marti  no ,  vin- 
citoi-e  delle  truppe  realiste  spagnuo- 
le,  vi  fece  il  suo  ingresso  il  giorno  1  2 
luglio  182  I,  proclamandovi  la  indi- 
pendenza del  paese  il  28  dello  stesso 
mese:  nell'anno  precedente  la  vit- 
toria navale  riportata  dai  chiliani 
nella  rada  di  Callao,  avea  agevo- 
lato r  indipendenza.  Nel  1823  il 
generale  realista  Canterac,  rientran- 
do in  Lima  vi  commise  i  maggio- 
ri eccessi  per  quindici  giorni,  ma 
fu  poscia  obbligalo  di  ritirarsi.  On- 
de formarsi  un'  idea  dell'opulenza 
in  cui  era  questa  città,  narrano  i 
geografi  che  nel  1682,  nella  circo- 
stanza dell'  ingresso  in  Linia  del 
duca  della  Piata,  viceré  spagnuolo, 
i  mercatanti  fecero  lastricar  le  due 
strade  per  ove  passar  doveva,  tut- 
te di  verghe  di  argento,  del  valore 
di  più  che  quattrocento  milioni. 
Quanto  agli  abitanti,  gli  spagnuoli 
non  formano  di  più  della  ventesima 
parte  ;  il  resto  è  composto  di  creo- 
li, negri,  schiavi,  numerosi  quanto 
i  bianchi,  e  di  gente  di  ogni  colore. 
La  sede  arcivescovile  è  la  più 
antica  di  tutta  l'America  meridio- 
nale, giacche  s.  Domingo  è  nell'Ame- 
rica sellentrionale,  e  fu  eretta  nel 
Jji3.  Questa  di  Lima  la  istituì  nel 
l546   il  Pontefice   Paolo  IH,  ad  i- 


LIM 

stanza  dell'imperatore  Carlo  V:  di 
poi  furono  fatte  suffiaganee  di  que- 
sta metropolitana  le  sedi  vescovili 
di  C'iiaraagna,  Cusco,  Arequipa, 
TruxillOj  Quito,  s.  Giacomo  del 
Chili,  ss.  Concezione  del  Chili,  e 
Panama.  Al  presente  la  metropoli 
di  Lima  ha  per  suffraganei  i  ve- 
scovati di  Arequipa,  Cusco,  Guama- 
gna  ed  Ayacucho,  Truxillo,  Cuen- 
ca,  Quito,  Panama,  Guayaquil,  e 
di  Maynas  che  nel  i843  per  la  re- 
sidenza gli  fu  sostituita  Chachapo- 
yas.  Nel  1840  s.  Giacomo  del  Chi- 
li fu  eretta  in  arcivescovato  e  gli  fu 
data  per  suffraganea  la  sede  vescovi- 
le della  ss.  Concezione  del  Chili  : 
in  tal  modo  ambedue  furono  sot- 
tratte dalla  giurisdizione  meh'opo- 
lilica  dell'  arcivescovo  di  Lima.  Il 
primo  arcivescovo  di  Lima  fu  Gi- 
rolamo Loaysa  di  Truxillo  domeni- 
cano, nominato  nel  iSjS  da  Gre- 
gorio XIII.  Gli  successe  s.  Turribio 
Alfonso  ]\Iagrovegio  o  Magroveio 
di  IMaiorica,  uomo  distinto  per  san- 
tità e  dottrina,  che  amministrò  la 
cresima  a  novecentomila  persone,  fra 
le  quali  s.  Rosa  di  Lima,  non)e  che 
allora  il  santo  gl'impose  cambiandolo 
pel  battesimale  di  Elisabetta  :  mori 
nel  1 609  in  Sauna  visitando  l'arcidio- 
cesi,  ed  il  suo  corpo  venne  trasferi- 
to in  Lima.  Furono  suoi  successo- 
ri Bortolomeo  Lobo,  Gonzalvo  d'O- 
campo,  Ferdinando  d'Alias,  e  Pie- 
tro di  Billiamgomez,  canonico  di 
Siviglia,  eletto  arcivescovo  nel  1640. 
La  serie  degli  arcivescovi  di  Lima, 
da  Francesco  Escandron  di  Madrid, 
dei  teatini,  che  Benedetto  XIII  tra- 
slL'ri  dal  vescovato  della  ss.  Conce- 
zione del  Chili  a  quello  di  Lima 
ove  mori  nel  \']^o,  si  legge  nelle 
annuali  Notizie  di  Roma  sino  al- 
l'odierno. Per  morte  di  Bartolomeo 
Maria  de  las  Ileras    Novario  della 


LIM 

(Viocesl  di  Siviglia,  traslalo  da  Ca- 
sco nel  1806,  il  Papa  regnante  Gre- 
gorio XVI  nel    1834  preconizzò  in 
arcivescovo    Gioigio    de    Benavente 
di  Goje,  e  per  di  lui   morte  nel  con- 
cistoro de' I  3   luglio    1840  gli  die- 
de in  successore  l'arcivescovo  mon- 
signor Francesco    di    Sales    de   Ar- 
rida di  Lima,  giù  minore  osservan- 
te   e  vicario  capitolare.    11  medesi- 
mo Pontefice  sino  dal  primo  febbra- 
io i836  dichiarò  ausiliare  di  questo 
arcivescovato    monsignor  Francesco 
Saverio  Luna  Pizzarro  di  Arequipa, 
facendolo  vescovo  di   Alalia  in  par- 
tibui,  quindi   nel  concistoro  de'  24 
aprile    i845    lo    traslatò    a    questa 
chiesa,  e  n'è  l'attuale  arcivescovo. 
La  cattedrale,  di  magnifica  strut- 
tura, è  dedicata  a  Dio  sotto  il  ti- 
tolo di  s.   Giovanni  Evangelista:  vi 
è  il  batlisterio  e  la  cura  d'anime, 
quale  è  amministrata    da  tre  preti 
parrochi.   In  essa  fia  le  reliquie    si 
Tenera  il  corpo  di  s.    Torribio  ar- 
civescovo e  patrono  di  Lima.  Il  ca- 
pitolo si   compone  di  cinque  digni- 
tà, essendo  la   prima  il  decano,  di 
sette  canonici  comprese  le  prebende 
del   teologo    e    del    penitenziere,  di 
otto  beneficiati   con  sufficiente  con- 
grua, e  di  molli  cappellani  curali  ed 
altri  pieti    e  chierici  inservienti  al- 
l'ecclesiastica   ufllziatura.   11  palazzo 
arcivescovile  ,    elegante    edifizio  ,   è 
annesso  alla  metropolitana.   Oltre  i 
summenlovati   pii  stabilimenti,  vi  è 
il   seminario    cogli  alunni,  e  diver- 
se confraternite.  Le  chiese  di  questa 
metropoli  sono    particolarmente  ri- 
marcabili per  le  immense  ricchezze 
prodigate  in  loro  adornamento  dalla 
pietà  de'   fedeli  ;  si  può  dire  senza 
esagerazione,  che  molte  di  esse  so- 
no coperte  d'oro    e    d'  argento;  di 
altissimi  candelabri,  di  statue  gran- 
di come  il  vero,  di  vasi  sacri,  cali- 


LIM  2i5 

ci,  patene,  e  pissidi  d'oro  e  di  ar- 
gento massiccio,  non  che  ricchi  a 
profusione  di  pietre  rarissime.  Pic- 
coli uccelli  vivi,  chiusi  in  gabbie, 
sono  comunemente  appesi  all'  al- 
tare maggiore,  ed  uniscono  il  loro 
dolce  gorgheggio  ai  maestosi  con- 
centi dell'organo  e  dei  sacri  canti 
del  culto.  Nelle  grandi  solennità  il 
servigio  divino  vi  è  celebrato  con 
una  pompa  di  cui  è  appena  possibile 
formarsene  un'idea,  e  ch'è  un  nul- 
la in  confronto  di  ciò  che  si  prati- 
ca al  ]Messico  ed  a  Puebla.  L'arci- 
diocesi  è  amplissima,  comprenden- 
dosi tra  i  fiumi  e  i  monti  molte 
città.  Ogni  arcivescovo  è  tassalo  nei 
libri  della  camera  apostolica  in  fio- 
rini trentatre,  ascendendo  le  ren- 
dite a  scudi  seimila. 

Concila  di  Lima. 

II  primo  fu  tenuto  nel  iddi  ai 
4  ottobre. 

Il  secondo  si  adunò  ai  2  mai-zo 
1567. 

Il  terzo  ebbe  luogo  nel  108 3, 
adunato  dall'arcivescovo  s.  Torribio 
pel  regolamento  della  disciplina  e 
la  riforma  dei  costumi.  Vennero 
quindi  pubblicati  i  decreti  e  cano- 
ni relativi  nel  16 1 4-  Il  p.  Giuseppe 
Acosta  gesuita  ne  tratta  nel  lib.  II 
De  IVoviss.,  e.    2. 

LIMBO,  Linibus.  I  teologi  in- 
tendono per  limbo  due  diversi  luo- 
ghi sotterranei.  Il  primo  è  quello  iu 
cui  le  anime  de'patriarchi,  de'pro- 
feti,de'giusti  tutti  dell'antica  allean- 
za o  Testamento,  morti  nella  fe- 
de del  futuro  Salvatore  e  nella  ca- 
rità, sicure  della  loro  liberazione 
e  della  beata  gloria  celeste  riposa- 
vano quietamente  e  senza  dolore, 
aspettando  il  compimento  dell'ope- 
ra dell'umana  redenzione,  e  che  non 


2i6  LIM 

potevano  entrare  in  paradiso  e  nel 
cielo,  prima  che  Gesù  Cristo  con  la 
sua  risurrezione  e  ascensione  ne  apris- 
se le  porte,  dove  non  poteva  entrar 
nessuno  prima  di  lui.  Questo  luo- 
go chiamasi  nella  sacra  Scrittura  se- 
no di  Abratnoj  e  questo  è  propria- 
mente quell'inferno  dove  l'anima  di 
Gesù  Cristo  discese  dopo  la  morte 
e  si  trattenne  fino  alla  sua  risur- 
rezione, per  consolare  quei  santi, 
per  annunziare  il  fine  della  loro 
schiavitù,  e  assicurarli  che  gli  a- 
x'iebbe  condotti  seco  in  trionfo  nel 
cielo.  Zaccaria,  IX,  1 1  :  e  tu  stesso, 
mediante  il  sangue  del  tuo  Testa- 
mento, hai  fatto  uscire  i  tuoi  ch'e- 
rano prigionieri.  Secondo  l'opinione 
di  s.  Agostino,  epist.  i64,  cap.  2, 
n.  3,  Gesù  Cristo  in  questa  sua  di- 
scesa liberò  dai  tormenti  del  pur- 
gatorio anche  quelle  anime,  che  se- 
condo la  sua  sapienza  e  giustizia 
giudicò  degne  di  essere  liberate.  Si 
chiamò  questo  limbo  il  seno  di  A- 
bramo,  perchè  Abramo  fu  il  più 
accetto  a  Dio  fra  tutti  gli  altri  pa- 
triarchi, e  costituito  altresì  padre  di 
tutti  i  credenti  ;  di  maniera  che  co- 
loro i  quali  imitano  la  sua  fede  e 
la  sua  obbedienza  vei'so  Dio,  dicesi 
che  riposano  nel  seno  di  Abramo, 
cioè  nel  luogo  in  cui  riposava  egli 
medesimo  prima,  ed  in  quello  in 
cui  riposa  ancora  in  oggi  cogli  al- 
tri santi.  Non  si  legge  il  nome  di 
limbo,  uè  nella  sacra  Scrittura,  ne 
negli  antichi  padri,  ma  soltanto  quel- 
lo d'inferni,  inferi,  i  luoghi  bassi. 
Dicesi  nel  simbolo,  che  Gesù  Cristo 
descendit  ad  inferos  ;  s.  Paolo,  Eph. 
e.  4j  V.  9,  dice  che  Gesù  Cristo  di- 
scese nelle  parli  inferiori  della  ter- 
ra. Nella  stessa  maniera  si  sono  e- 
spressi  tutti  i  padri.  In  questo  sen- 
so è  vero  il  dire  che  i  buoni  e  i 
malvagi  erano  agl'inferi  quando  vi 


LIM 

discese  Gesù  Cristo;  non  segue  pe- 
rò che  tutti  sieno  stati  nello  stesso 
luogo,  molto  meno  che  tutti  abbia- 
no sofferto  gli  stessi  tormenti.  Nel- 
la sera  del  venerdì  santo  1846, 
per  la  solenne  adunanza  d'Arcadia 
iu  R.oraa,  monsignor  Antonio  Cioja, 
commendatore  emerito  di  s.  Spiri- 
to, reggente  della  cancelleria  ec. 
tolse  ad  argomento  della  [)rosa,  la 
discesa  di  Gesù  Cristo  ali'  inferno. 
Con  bella  erudizione  e  con  viva- 
cissime poetiche  immagini  riferen- 
do il  pieno  ed  esatto  adempimento 
di  tuttociò  che  i  profeti  aveono 
vaticinato  intorno  al  venturo  Mes- 
sia, addimostrò  come  1' Uomo-Dio 
dopo  di  essere  sulla  croce  spirato, 
vincitore  della  colpa  e  della  mor- 
te, si  presentasse  in  terribile  aspet- 
to ai  demonii,  che  lo  riconobbero 
pel  Verbo  divino  rivestito  di  carne 
umana  :  e  come  dipoi  passando  a 
rallegrare  di  sua  sospirata  presenzéi 
le  anime  de' santi  padri  nel  lim- 
bo, le  conducesse  con  esso  lui  in 
trionfo,  e  della  sua  beatifica  visione 
le  rendesse  perpetuamente  felici.  Nel- 
la parabola  del  ricco  empio,  s.  Lu- 
ca e.  16,  v.  26,  dicesi  che  tra  il 
luogo  o  v'era  no  Abiamo  e  Lazzaro, 
e  quello  in  cui  pativa  l'empio  ric- 
co, eravi  un  immenso  vuoto  che  im- 
pediva poter  passare  da  un  luogo 
all'altro.  Anche  i  padri  hanno  avu- 
to la  cura  di  distinguere  espressa- 
mente queste  due  parti  degli  inferi. 
Vedi  Petavio,  Dogni.  teolog.  tora. 
4.  2  ,  p.  1.  i3,  e.  18,  §  5.  Questo 
primo  luogo  chiamasi  ancora  limbus 
palruni. 

Il  secondo  luogo,  che  chiamasi 
limbo  o  limbus  puerorum,  è  quello  in 
cui  vanno  i  bambini  morti  senza 
battesimo,  i  quali  non  possono  en- 
trare nel  cielo  a  motivo  del  pecca- 
to originale.   Pensano  alcuni  teologi 


LIM 

die  i    fanciulli     morii    senza   batte- 
simo sieno  nel   limbo  o  nello  stes- 
so luogo  dove  le  anime  de'patriar- 
chi  attendevano  la    venuta   di  Gesù 
Cristo:   ma   questa  congettura   non 
può  accoidai'si   col   sentimento  di  s. 
Agostino  e  degli  altri  padri,   i   qua- 
li  sostennero  contro    gli  eretici   pe- 
lagiani,  clie  tra  il  soggiorno  dei  bea- 
ti e  quello  dei    dannati     non    vi   è 
alcun   luogo  di  mezzo  pei   fanciulli; 
per  altro  poco  importa,  dice  il  Ber- 
gier,  in  qua)   luogo  sieno  questi  fan- 
ciulli,  purché  non  sollrano  il   casti- 
go e  i   supplizi  de'reprobi.  Deve  te- 
nersi  per  lede  cattolica,  che  i   fan- 
ciulli che  muoiono  senza   il   battesi- 
mo, sono  assolutamente  privati  per- 
petuamente della  celeste  e  della  na- 
turai beatitudine  ;  così  il  ven.  Bellar- 
mino,   Conlroi'.  t.W,   cap.   4)  della 
perdila  della  grazia  e  slato  di  peccato, 
j.  V,  cap.  2  ;  così  il  concilio  di  Firen- 
ze, Decrct.  d'unione.  La  dannazione 
di  essi  certamente  consiste  nella  pri- 
vazione della  beatifica  visione  di  Dio, 
della  beatitudine  soprannaturale,  di 
ciò  che  propriamente  dicesi  paradi- 
so. La  Chiesa  ha  sempre  intese  co- 
si   queste    parole    di  Gesù    Cristo: 
Chi  non  rinascerà  per    mezzo  dci- 
Vacqua  e  dello  Spirilo   Santo,  non 
può  entrare  nel  regno    dei  cieli,  s. 
Giovanni  e.  HI,  v.  6.  A   tal  priva- 
zione, che  si  dice  pena  di   danno,  va 
di  conseguenza  quella  della  beatitu- 
dine naturale.  La  beatitudine   natu- 
rale dell'anima    imporla  il  perfezio- 
namento dell'intelletto,    per  cui    si 
rende  capace  di  aver  perfetta  cogni- 
zione di  tutte  le  verità  naturali  e  spe- 
cialmente di  Dio,  come  autore  del- 
la   naturo,  onde  a     lui     stia   natu- 
lalmente  unita   la   volontà.  Non  po- 
lendo   le  anime    de'bandjini     con- 
seguire questo  perfezionamento  per 
^la  di  studio  e  di  fatica,  non  reste- 


LIM  217 

rebbe  che  averlo  per  mezzo  della 
scienza  divinamente  infusa.  Ma  que- 
sta non  può  ottenersi  da  quelle  a- 
nime,  le  quali,  attesa  la  macchia 
abituale  del  peccato  originale,  sono, 
giusta  le  parole  di  s.  Paolo  agli  e- 
fesini,  e.  II,  v.  3,  per  nalura  figli 
dell'ira,  e  rimangono  abitualmente 
in  uno  stalo  di  avversione  negativa 
a  Dio,  come  esprimesi  il  Bellarmi- 
no. Fino  a  qual  punto  Dio  faccia 
conoscere  a  quelle  anime  la  gran« 
dezza  del  bene  di  cui  son  privale 
per  sempre,  e  fino  a  qual  grado 
sollVano  pene  per  tal  privazione,  di. 
cono  i  teologi  essere  questo  un  se- 
greto per  noi.  Secondo  il  loro  opi- 
namenlo,  creder  possiamo  a  ragio- 
ne che  ne  siano  assaissimo  meno 
afflitte  di  quelle  che  ne  sono  pri- 
ve per  colpa  personale.  Parimente 
se  le  anime  di  quei  fanciulli  vada- 
no anche  soggette  a  pene  di  senso, 
come  quella  del  fuoco,  o  sieno  que- 
ste più  o  meno  intense,  dichiarano 
i  teologi  che  la  Chiesa  non  lo  ha 
deciso,  e  peroiette  che  ciascuno  si 
attenga  a  quella  opinione  che  gli 
sembra  più  plausibile.  Molli  santi 
padri,  con  s.  Tommaso  dislint.  Sg, 
q.  2,  art.  i  ;  e  molti  celebri  scrit- 
tori, con  Innocenzo  III,  lib.  Ili  de' 
crei.,  lit.  de  bciplis.,  cap.  majores  ; 
Benedetto  XIV,  Defestis,  lib.  1,  cap. 
8,  n.  12;  e  Bossuet  lelt.  201  ad 
Innocenzo  XII,  tengono  la  sentenza 
negativa  che  è  la  più  comune.  An- 
che s.  Agostino,  benché  alcuni  ab- 
biano creduto  che  opinasse  per  la 
pena  del  senso,  esprime  sentenza 
dalla  quale  si  può  dedurre  ch'egli 
s'indusse  a  teiler  l'opinione  negati- 
va, dicendo  nel  lib.  V,  cap.  8  con- 
tro Giuliano.  Chi  dubiterà  die  i 
fanciulli  non  haltezzati  sieno  per  es- 
sere in  una  dannazione  piìi  leggie' 
ra  di  tutte  ?  Benché  io  non  fwssa 


2.8  LIM 

definire  quale  e  quanta  sarà,  non 
ardisco  iiero  dire  che  ad  essi  tor- 
ni meglio  il  non  avere  esistenza,  che 
averla  nello  stalo  in  cui  sono. 

W  godimento  della  beatifica  vi- 
sione di  Dio,  da  cui  procede  anclie 
il  [)eifezionamenfo  delle  facoltà  spi- 
lilnali,  non  è  dovuto  certamente 
ad  alcun  uomo  per  rngione  di  sua 
iinttu-a,  ma  è  una  liberalità  del 
tutto  misericordiosa  di  Dio,  raeri- 
lalaci  da  Gesù  Cripto.  Chi  pel  so- 
lo peccato  di  origine,  attesa  la 
iniMicanza  del  battesimo,  ne  resta 
privo,  soffre  veramente  la  perdita 
di  un  bene  immenso,  ma  dalla 
parte  di  Dio  non  riceve  alcuna 
ingiustizia.  Conchiudono  i  teologi, 
che  la  censura  che  si  volesse  por- 
tare su  questa  massima ,  non  sa- 
rebbe a  buona  ragione  contro  la 
Chiesa  che  la  ritiene  e  la  inse- 
gna, ma  ricaderebbe  sopra  Dio  che 
r  ha  rivelala.  V.  il  Sarnelli,  Lett. 
crei.  tom.  Ili,  lett.  XLltl,  Del 
peccato  originale  ;  e  de'  bambini 
che  muoiono  con  esso.  Sul  limbo 
de' fanciulli,  e  dilTerenti  opinioni 
sullo  stato  di  essi,  si  può  consul- 
tare il  Bernini,  Istoria  di  tutte  Ve- 
resie,  secolo  V,  cap.  I.  Da  ultimo 
Pio  VI  nella  condanna  delle  pro- 
posizioni contenute  mgli  atti  e  de- 
cieti  del  concilio  di  Pistoia,  di- 
chiarò falsa,  temeraria ,  ingiuriosa 
alle  scuole  caltoliche,  la  sentenza 
della  pena  di  quelli  che  muoiono 
col  solo  peccato  originale.  J^.  gli 
articoli,  Battesimo,  Inferivo  e  Pur- 
gatolo. Della  massima  cattolica 
sullo  stalo  degl'infedeli  dopo  la 
morte  ;  e  qual  sia  il  senso  di  que- 
sta massima  cattolica  ;  fuori  della 
vera  Chiesa  non  vi  è  salute,  se  ne 
traila  agli  articoli  Infedele  e  Set- 
tario. Del  resto  il  nome  di  limbo, 
per  indicare  il  soggiorno  parlicola- 


L 1  M 

re  delle  anime,  fu  consecralo  nel 
linguaggio  de'  teologi  dopo  s.  Tom- 
maso. Limbo  è  messo  come  l' orlo 
o  l'appendice  dell'inferno,  limbus 
infcrorum,  dal  Du  Cange  nel  Glos- 
sario. Il  Macri,  Not.  de' voc.  eccL, 
dice  che  limbus  era  quel  pezzetto 
di  drappo  che  solevasi  cucire  nella 
parte  anteriore  e  posteriore  del  ca- 
mice, ed  anco  nell'estremità  delle 
maniche,  usanza  che  si  osserva  an- 
cora nelle  chiese  romana,  gallica- 
na ,  ambrosiana  ed  altre,  ed  ia 
molli  ordini  e  congregazioni  reli- 
giose. 

LIMBURGO  Simone,  Cardina- 
le. Simone  de' duchi  di  Limburgo, 
denominato  di  Lorena  da  Egidio 
di  Valledoro,  giovanetto  di  spec- 
chiata onestà  di  costumi,  dopo  l'uc- 
cisione di  s.  Alberto  vescovo  di 
Liegi,  fu  colla  mediazione  del  duca 
di  Lorena  eletto  alla  sede  di  Lie- 
gi. Se  non  che  insorgendo  a  com» 
pelilore  Alberto  di  Curque,  che 
ancor  esso  avea  riportato  a  suo 
favore  alcuni  voti  dal  capitolo,  né 
potendo  convenire  amichevolmente 
sul  possesso  di  sì  illustre  cattedra 
e  principato,  per  consiglio  di  En- 
rico duca  di  Lovauio  si  portarono 
entrambi  in  Pioma  per  attenderne 
la  decisione  dal  Papa  Celestino  III. 
Mentre  si  esaminava  la  causa,  il 
Pontefice  nel  ngS  creò  cardinale 
diacono  Simone;  ma  dopo  pochi 
giorni,  sorpreso  da  violenta  malat- 
tia, non  senza  sospetto  di  veleno 
e  con  estrenìo  dolore  de'suoi,  mo- 
rì in  Roma,  ed  ebbe  sepoltura 
nella  basilica  lateranense  onore- 
volmente. 

LIMBURGO  (Limburgen).  Città 
con  residenza  vescovile  nel  ducato 
di  Nassau,  capoluogo  di  bnliaggio, 
nella  provincia  Renana  superiore, 
sulla  riva    sinistra    del    Lahn,    che 


LIM 

vi  si  passa  sopra  un  ponte  di  pie- 
tra, un  poco  al  di  solto  del  con- 
fluente dell' Ems,  a  sette  leghe  e 
mezza  da  Coblenlz.  E  murata  ed 
ha  tre  sobborghi,  la  cattedrale,  tre 
ah  re  chiese,  un  ospedale  e  la  zec- 
ca ducale  di  Nassau.  Questa  città 
ebbe  anticamente  i  suoi  signori 
particolari,  ma  estinti  nel  14*^43 
passò  allora  sotto  il  dominio  del- 
l'arcivescovo ed  elettore  di  Tre- 
vori,  e  seguì  i  destini  della  pro- 
vincia di  Limburg  o  Liaibuigo: 
parte  del  baliaggio  di  Limbingo 
fu  signoreggialo  dal  landgravio  di 
Darmstadt.  JNel  i8o3  la  città  per 
la  secolarizzazione  dell'  elettorato 
ecclesiastico  di  Treveri,  fu  ceduta 
alla  casa  di  Nassau-Nassau,  e  nel 
1816  per  eredità  passò  alla  casa 
Nassau-Weilburg  che  attualmente 
gode  di  tutto  il  ducalo.  11  capo 
della  famiglia  che  governa  il  du- 
cato di  Nassau  fu  Otto,  signore  di 
Laurenburg,  che  viveva  nel  seco- 
lo X,  e  che  ottenne  per  matrimo- 
nio la  contea  di  Nassau  con  quelle 
di  Gueldiia  e  Zutphen  ;  un  rauio 
di  questa  casa  possedette  lo  statol- 
deralo  in  Olanda,  e  regna  presen- 
temente nei  Paesi-Bassi.  Nel  1806 
il  paese  di  Nassau,  che  entrò  nella 
confederazione  del  Reno,  ricevette 
il  titolo  di  ducato.  La  città  di  Lim- 
burgo  contiene  cinquecento  case  e 
circa  tremila  abitanti.  11  baliaggio 
di  Limburgo  è  situato  quasi  nel 
centro  del  ducato.  Quanto  al  vi- 
carialo apostolico  di  Lindiiu-go  è 
a    vedersi   l' articolo  Olanda. 

La  sede  vescovile  fu  eretta  dal 
Pontefice  Pio  VII  a'  16  agosto 
1821,  coir  autorità  della  bolla: 
Pi ovida  sohrsque  Romanorum  Poti- 
tìf/ciini  ,  dichiarandola  sutìiaganea 
della  metropoli  di  Friburgo.  Leo- 
ne Xll   nel   coucisloro  de' 2  I    mo":- 


LIM  219 

gio  1827  dichiarò  primo  vescovo 
di  Limburgo,  Giacomo  Brand  di 
Fleimbucheuthal  diocesi  di  Erbi- 
poli.  In  sua  morte  il  regnante  Pa- 
pa Giegorio  XVI  a'  3o  settembre 
1834  gli  diede  per  successore  Gio- 
vanni Guglielmo  Baasch  di  Stein- 
bach  diocesi  di  Lindjurgo;  e  per 
questi  nel  concistoro  de' 2  3  maggio 
1842,  l'attuale  vescovo  monsignor 
Pietro  Giuseppe  Blum  d'  lladama- 
ria  diocesi  di  Liudiurgo,  già  par- 
roco di  Oberbiechen,  e  come  i 
precedenti  eletto  dal  capitolo  e  ca- 
nonici della  cattedrale.  Questa  è 
un  magnifico  edilizio  di  solida  strut- 
tura :  è  dedicata  a  Dio  sotto  l' in- 
vocazione di  s.  Giorgio  martire,  pa- 
trono della  città  e  della  diocesi.  Il 
capitolo  si  compone  della  dignità 
del  decano,  di  cinque  canonici,  di 
due  vicari,  e  di  altri  preti  e  chie- 
rici inservienti  al  divino  servigio. 
Nella  cattedrale  vi  è  il  fonie  bat- 
tesimale, e  per  uno  de'  canonici  si 
esercita  la  cura  delle  anime.  Noti 
distante  si  trova  l' episcopio,  am- 
pio, solido  e  beli' edifi/io.  Oltre 
la  cattedrale,  che  prima  era  chie- 
sa collegiata,  nella  città  non  vi  so- 
no altre  chiese  parrocchiali.  Avvi 
una  confraternita,  ed  il  .seminario 
cogli  alunni.  La  diocesi  è  alquanto 
grande,  contenente  centotrcnlaquat- 
tro  parrocchie  :  si  estende  oltre  i 
doniinii  del  ducato  di  Nassau,  so- 
pia  la  città  libera  di  Francfort; 
nel  ducato  si  contano  161, 535  cat- 
tolici. 11  vescovo  fa  parte  della 
lomraissione  che  regola  gli  studi  ; 
oltre  il  suo  nominato  seminario,  il 
quale  è  bene  dotato ,  esiste  sotto 
la  sua  direzione  la  facoltà  teologi- 
ca dell' università  di  Marbuig,  nel- 
r  elettorato  d'  Assia.  Ogni  nuovo 
vescovo  è  tassato  nei  libri  della 
camera   apostolica  in    fiorini    332  , 


coinspondenli  all'annua  rendila  Jl 
seimila  fiorini  di  quelle  parti,  i 
(inali  si  calcolano  equivalenti  a 
fecddi   romani   28T0. 

LlMEiNA,  LIMENAE  o  LIME- 
^Ul'OLlS.  Sede  vescovile  della  Pi- 
sidia,  nella  diocesi  ed  esarcato  d'A- 
sia, sotto  la  metropoli  d'Antiochia, 
eiella  nel  V  secolo,  secondo  Com- 
manville.  Ma  già  Vannio  suo  ve- 
scovo lo  troviamo  intervenuto  al 
concilio  di  Nicea.  Fausto,  altro  ve- 
scovo, fu  al  primo  di  Costantinopoli; 
Musonio  a  quello  di  Calcedonia  ; 
35astino  sottoscrisse  la  lettera  dei 
vescovi  di  sua  provincia  all'  impe- 
ratore Leone  ;  Patrizio  si  recò  al 
concilio  in  Trullo  ;  Arsene  a  quel- 
lo di  Fozio  j  e  Michele  sedeva  nel 
1  iqy.    Orieiìs  chrisl.  t.  I,    p.    io5-2. 

LIMEIUCK  {Limeviceii).    Città 
con  residenza   vescovile  dell'  Irlanda, 
nella    provincia   di    Munster,    capo- 
luogo di  cantone    e  di  un    piccolo 
teiritorio  chiamato  contea   di  Lime- 
rick  ;  è  distante  quaranta   leghe  da 
Dublino,  e  diecinove  da  Cork,  sul- 
lo Shannon ,    a    venti    leghe    dalla 
sua    imboccatura    nell'  Atlantico.   E 
sede  di    due    vescovati,    1'  uno  cat- 
tolico,   l'altro    protestante,  e    resi- 
denza   d' un    governatore    militare. 
Questa  città,   la   tei  za    dell'Irlanda 
sotto    il    rapporto    dell'  importanza 
e  delia   popolazione,  ha   più  d'una 
lega  di   circuito,  ed  è  composta  di 
tre    grandi    quartieri  ,     che     sono  : 
liish-town,  Eiiglish-town,    e  New- 
f  own-Pery  :  i  due  primi  sono  i  più 
antichi;  il  secondo,  situato  nell'  iso- 
la  del  Ile,    formata  dal  fiume,  era 
vm   tempo  benissimo  fortificato.  Le 
case  sono  erette  in    un    modo    re- 
golare, e   vi   sono  comodi    passeggi 
lungo  il  fiume.  Newtown,  che  lord 
I^ery  fece  costruire  fra    Irish-town 
e  lo  Shannon,  è  il    più    bel   quar- 


L  IM  % 

liere  della   città;  gli  edifizi  pubblici 
sono  belli,  e  fra    gli    altri    sono    i  -. 

principali  la  cattedrale,  il  palazzo 
■vescovile  e  la  dogana  :  i  due  primi 
fiono  in  potere  dei  protestanti.  Li- 
merick  possiede  quattro  chiese  prote- 
stanti, otto  cattoliche,  una  presbite- 
riana, una  pei  metodisti,  ed  uà 
luogo  di  cullo  pei  quakeri.  Avvi 
pure  una  vasta  caserma  per  l' in- 
fanteria e  la  cavalleria,  una  bi- 
blioteca pubblica  ed  un  teatro, 
Vi  sono  molti  stabili  menti  di  pub- 
blica istruzione  e  di  carità ,  ed 
alcune  fabbriche:  è  questo  l'em- 
porio de'  grani  de'  circostanti  ricchi 
paesi;  il  commercio  vi  è  conside- 
rabile, e  viene  facilitato  dal  fiume. 
I  dintorni  veggonsi  coperti  di  de- 
liziose case  di   campagna. 

Limerick  o  Litnrick,  ed  anche 
Lough-Meai^  Labenis^  Limericuin, 
era  un  tempo  importante  piazza 
di  guerra  ;  gli  inglesi  la  conquista- 
lono  nel  1174»  e  le  truppe  del 
parlamento  comandate  da  Ireton, 
genero  di  Cromwell ,  la  presero 
nel  i6m  dopo  un  assedio  ed  una 
vigorosissima  resistenza.  Il  re  Gu- 
glielmo III  ,  avendo  intimato  a 
Boisseiau  suo  governatore  di  ren- 
dere questa  piazza,  ed  avendo  ri- 
cevuta una  ferma  negativa  rispo- 
sta, vi  mise  l'assedio  nel  1690, 
ma  fu  costretto  di  ritirarsi  ;  l'anno 
seguente,  il  generale  Ginkle  conte 
di  Albione,  la  obbligò  a  capitola- 
re, accordato  avendo  al  generale 
d'Usson,  comandante  francese,  le 
condizioni  più  vantaggiose  per  esso, 
per  la  guarnigione,  e  per  quelle 
delle  altre  piazze  che  volessero 
ritirarsi  in  Francia  ;  una  tale  ca- 
pitolazione, chiamata  gli  articoli 
di  Limerick,  e  la  riduzione  di 
questa  piazza,  fu  si  può  dire  il  ■ 
fine  della  guerra  d'Irlanda,  ^ 


I.IM 

La  sede  vescovile  fu  eretta  se- 
condo Commanville  nel  VII  secolo, 
sotto  la  metropoli  di  Cashell,  di 
cui  tuttora  è  sulFraganea.  Verso  la 
fine  del  secolo  XII  vi  si  unì  la 
sede  vescovile  d'Iniscale,  Laudiniinn 
de  insula  Calai,  la  quale  era  sta- 
ta fondata  1'  anno  570.  La  serie 
de'vescovi  del  secolo  passato  e  del 
corrente  sono  registrati  nelle  an- 
nuali Notizie  di  Roma.  Diremo  di 
quegli  ultimj  del  secolo  passato,  e 
di  quelli  del  secolo  corrente.  Cle- 
mente XIII  nel  1767  fece  ^ escovo 
Dionisio  Conway  della  medesima 
diocesi,  a  cui  Pio  VI  nel  1792 
diede  in  coadiutore  Giovanni  Young 
di  Liraerick,  che  gli  successe  nel 
1796.  Pio  VII  a' 4  ottobre  del 
i8i4  fece  vescovo  Carlo  Tuohy, 
al  quale  Leone  XII  a'  3i  settem- 
bre 1825  assegnò  per  coadiutore 
e  col  titolo  di  vescovo  in  partibus 
di  Myrina  monsignor  Giovanni 
Eyan,  che  succedette  nel  i83r  e 
governa  la  diocesi.  Vi  è  un  capi- 
tolo senza  rendita,  circa  trenta 
preti,  gli  agostiniani,  i  domenicani 
ed  i  francescani,  i  quali  hanno 
case  in  Limerick.  Vi  sono  inoltre 
due  case  di  monache,  le  quali 
hanno  cura  dell'  educazione  delle 
donzelle;  cioè  quelle  della  Presen- 
tazione e  quelle  delle  sorelle  della 
Misericordia;  altre  scuole  pei  cat- 
tolici ,  alcune  dirette  dai  fratelli 
della  dottrina  cristiana  :  essendo  gli 
stabilimenti  di  pubblica  istruzione 
conauni  agli  abitanti  di  qualunque 
culto,  I  proventi  delle  parroccliie, 
e  le  obblazioni  de'fedeli  manten- 
gono il  clero.  La  popolazione  di 
Limerick  supera  i  60,000  abitan- 
ti, 5^,000  de'quali  sono  cattolici. 
In  tutta  la  diocesi  i  cattolici  sono 
piìi  di  276,000,  con  quaranta 
parrocdiie  e  molte  cappelle. 


LIM  }>i 

LTMINA    APOSTOLORUM.  L- 

basiliche  de'  principi  degli  apostoli 
s.  Pietro  e  s.  Paolo,  Vaticana  ed 
Ostiense;  i  due  loro  sepolcri  detii 
trofei  degli  apostoli,  le  Confessioni 
degli  Apostoli,  i  sacri  li/nini  o  li- 
viinari  degli  Apostoli,  i  limini  A- 
postolici,  le  sacre  memorie .  Il  vo- 
cabolo di  sacri  limini,  giusta  il  sen- 
timento degli  scrittori  ecclesiastici, 
significa  un  luogo  a  Dio  special- 
mente dedicato,  vale  a  dire  la  chie- 
sa, siccome  lo  dimostra  il  Baronie 
nelle  sue  noie  al  martirologio  ro- 
mano a*  18  novembre.  Adunque 
la  visita  de' sacri  limini  de' gloriosi 
apostoli  s.  Pietro  e  s.  Paolo,  altro 
non  esprime  che  un  di  voto  e  re- 
ligioso accesso  a'  loro  templi  eretti 
in  Roma,  ove  i  loro  corpi  pla- 
cidamente riposano.  11  vocalxjlo  di 
limini  in  vece  di  tempio ,  trae  la 
sua  origine  dalla  costumanza  degli 
antichi  cristiani,  i  quali  prima  di  en- 
trare nel  tempio  si  prostravano  al- 
la soglia,  la  veneravano,  la  bacia- 
vanOj  e  quivi  offrivano  ai  santi  a- 
postoli  le  primizie  della  loro  divo- 
zione. Abbiamo  una  chiara  testi- 
monianza dal  fatto  di  Sidonio  A- 
pollinare,  il  quale  asserisce  nel  lib. 
1,  epist.  ad  Heron.,  che  prima  di 
entrare  dentro  le  mura  della  cit- 
tà di  Roma,  dappoiché  al  suo  tem- 
po la  basilica  Vaticana  non  era 
sfata  cinta  di  mura,  e  compresa 
nella  Città  Leonina  [Fedi),  fece 
il  suo  divoto  trattenimento  alla  so- 
glia della  basilica,  ove  all'improv- 
viso si  trovò  libero  da  quella  in- 
fermità da  cui  era  travagliato.  Nar- 
ra il  Severano,  che  non  solo  i  ro- 
mani, ma  anche  da  lontane  regioni, 
gì'  infermi  si  facevano  condurre  alla 
tomba  di  s.  Pietro,  avanti  la  qua- 
le ottenevano  la  guarigione,  venen- 
do talvolta    premiata   la   loro   fede 


Oli  LIM 

in  viaggio,  e  prima  d'arrivarvi.  Tn 
un  canone  del  concilio  Lateianense 
tenuto  nel  i  i  io,  si  proibisce  l'in- 
gresso in  liminn  ecclesianiin  ,  cioè 
entro  le  porle  delie  chiese ,  come 
comunemente  intendesi  di  signifi- 
care con  fjueslo  vocabolo,  benché 
talvolta  siasi  con  esso  volalo  indi- 
care r  inlerioie  santuario,  o  la  con- 
fessione de' santi  martiri.  Il  p.  Me- 
iiochio  nelle  sue  Stttore  t,  II,  p. 
267,  cap.  LXI:  Per  guai  cosa  le 
pethgìiiiazioni  a  Roma  ad  cuore 
dt  ss.  Pietro  e  Paolo  si  dicono  far' 
si  ad  limiìia  apostoloriim  ,  riporta 
le  seguenti  erudizieni.  Quelli  che 
si  recano  a  Pioma  per  divozione 
onde  visitare  i  sacri  depositi  dei 
principi  degli  apostoli,  sino  dalla 
più  veneranda  antichità  comune- 
mente si  dice  che  vengono  ad  li- 
mina  aposloloruni ,  e  1'  usò  Clau- 
diano  in  quel  veiso :  Per  cineres 
Pauli,  per  cani  limina  Peiri.  Tale 
modo  di  dire  pare  che  abbia  fon- 
damento dall'antico  costume  di 
quelli  che  venivano  in  Pvoma  a  ve- 
nerare i  detti  sepolcri,  o  di  quelli 
di  altri  santi  altrove,  i  quali  pri- 
ma dell'  ingresso  nella  basilica  o 
chiesa  baciavano  per  alto  di  rive- 
renza il  limitare  della  porla;  al 
qual  rito  alluse  Fortunato,  che  par- 
lando della  basilica  di  Ravenna 
disse  :  ylpollinarìs  predasi  Uiiiina 
lamie  fusiis  Inuni  siipplex.  S.  Gio- 
vanni Crisostomo  nell'  omelia  3o, 
sopra  la  seconda  epistola  di  s.  Pao- 
la ad  Corint.  dice:  Templi  veslibula 
et  aditimi  osciilamiir,  ciiin  alii^  alios 
osculamur.  Al  non  cernis  qiioniam 
homines  etiam  liisce  templi  vesti- 
hulis  osciduni  fì};nnt,  partini  incli- 
nato capite,  partini  manti  tenenles, 
alcpie  ori  manuiii  admo^'entes  ?  11 
citato  Fortunato  ractonla  della  re- 
gina s.  Radegonda  ,  che    portandosi 


LIM 

alla  basilica  di  s.  Martino,  per  ^ìn- 
giila.  se  proslernehat  limìna.  Pi  u- 
denzio  nell'inno  di  s.  Lorenzo  ecco 
come  si  espresse  :  Ipsa  et  senatus 
lumina,  (fuondam  luperci,  etfland- 
nes,  Àpostoloruni ,  ac  viarlyruni 
exosculantur  limina.  E  per  desiare 
forse  la  divozione  e  la  riverenza 
verso  il  primo  ingresso  delle  basi- 
liche, fu  costume  di  mettere  nelle 
stesse  porte  delle  chiese  alcune  sa- 
cre reliquie,  del  quale  rito  ne  fa 
menzione  Lodovico  I  Pio  impera- 
tore, nella  sua  costituzione  che  ag- 
giunse alle  leggi  saliche:  Sì  in  atrio 
ecclesiae,  cujus  porta  reliquiis  san- 
ctoruin  consecrnta  est,  hujusmodi 
homicidiuni  perpelratuin  fuerit.  Per 
questo  medesimo  rispetto  si  orna- 
va r  ingresso  de'  templi,  laonde  s. 
Paolino  scrisse  in  natali  tertio  di 
s.  Felice:  Aurea  nunc  niveis  ornan- 
tur  linnna  velis;  e  poscia;  Limina 
ceratis  adolentur  odora  papyris. 
Nel  sesto  natale  poi  scrisse  ;  Pulcra 
tegendis  vela  fcrant  foribus ,  seu 
puro  splendida  lino,  sive  coloratis 
texiuni  fucata  figuris  :  hi  laeves 
tilulo  lento  poliant  argento,  sanctaqj 
praejixis  obducant  limina  laninis. 
Si  trova  però ,  che  anco  senza  la 
santità  delle  reliquie  era  costume 
di  ornarsi  i  templi  di  veli,  festoni 
e  cose  simili,  il  che  facevano  i 
eenlili  in  onore  delle  loro  deità,  e 
gli  ebrei  in  onore  del  vero  Dio, 
dicendosi  nel  libro  I,  e.  4>  ^7  *^^' 
Maccabei  :  et  ornaveruntfacieni  tem- 
pli coronis  aureis,  et  scutulis.  Per 
corone  d' oro  forse  si  deve  inten- 
dere corone  di  fiondi  ornate  d'oro, 
perchè  ordinariamente  si  solevano 
adornare  i  templi  di  verdura,  co- 
me si  fa  anco  oggidì,  ciò  che  di- 
cemmo meglio  agli  articoli  Corona, 
Frojvdi  e  Fiori.  Finalmente  osser- 
va il  p.  Menochio,  ch'essendo  ca- 


LliM 

diita  la  slalua  ilei  dio  Dagon  in 
pezzi  sopra  le  soglie  del  suo  lem- 
piOj  per  la  presenza  dell'arca  del 
Testamento,  i  di  lui  superstiziosi  sa- 
cerdoti d'allora  in  poi  per  rive- 
renza neir  entrare  nel  tempio  non 
posero  più  il  piede  sul  limitare 
o  soglia,  quale  trapassavano  con 
allungare  il  passo,  onde  non  cal- 
pestare il  luogo  santificato  dal  lo- 
ro idolo. 

Il  Macri  al  vocabolo  Limma, 
dice  che  questi  sono  i  due  limi- 
nari,  superiore  ed  inferiore,  cioè 
quella  parte  di  muro  che  termina 
la  porta  dalla  parte  di  sopra,  e 
quella  che  calchiamo  co'  piedi  ;  i 
quali  liminari  anticamente  erano 
in  tanta  venerazione  dei  gentili, 
che  vi  avevano  assegnato  un  dio 
detto  linienlino  per  custode,  onde 
i  forestieri  venendo  o  partendo 
salutavano  iitrumque  lìnieii,  onde 
Plauto  disse,  limen  superimi  inft- 
rumque  salve,  simili  et  vale.  In 
tutte  le  basiliche  tanto  di  oriente 
quanto  di  occidente,  si  formaro- 
no una  specie  di  sotterranei  cu- 
biculi, ove  si  riposero  le  veneran- 
de reliquie  de'martirl;  furono  le 
tombe  dei  medesimi  martìri  questi 
luoghi  sacri,  e  sopra  ad  esse  si  ce- 
lebrò sempre  1'  ostia  di  salute,  se- 
condo l'antico  costume.  Tali  luo- 
ghi sotterranei  furono  chiamati 
Crj'plae  e  Confessio,  perchè  ivi  ap- 
punto riposavano  i  confessori  in- 
vitti della  fede.  F".  Confessione.  Si 
chiamarono  dagli  antichi  Cataracta, 
Confcssionia,  Billicum ,  Foramen, 
Fentstrella  quelle  piccole  aperture 
che  facevansi  agli  altari  ed  alle 
Cryptae  o  Confessioni,  per  vene- 
rale le  ossa  de'martiri  sepolte  nel- 
l' inferiore  Crypta ,  dalle  quali  si 
calavano  V Incenso  [Vedi),  i  veli, 
i  brandei,   le  chiavi  benedette,  ed  i 


LIM  223 

fiori  ,  come  si  disse  all'  articolo 
Fcncstrella  (Fedi).  In  progressi 
di  tempo  oltre  l'altare  che  a  mo- 
do di  coperchio  posava  sulla  Cry- 
pta, se  ne  costruì  altro  ancora  in 
questa.  Gli  altari  e  confessioni  del- 
le basiliche  di  s.  Pietro  e  di  s. 
Paolo  di  Roma,  fino  dalla  più  re- 
mota antichità,  furono  chiamati  sa- 
cri limina  e  Umilia  Apostolorum: 
vennero  edificati  sulle  cryptae,  iu 
queste  eziandìo  si  eresse  pure  altro 
altare,  ed  ebbero  le  fenestrelle.  Di 
questi  altari  o  confessioni  sotto  i 
quali  si  venerano  i  corpi  dei  prin- 
cipi degli  apostoli,  della  anticliissi- 
ma  e  costante  divozione  de'  fedeli 
per  essi,  e  di  quanto  può  riguardare 
questi  trofei  del  cristianesimo,  ne 
parlammo  agli  articoli  Chiksa  di 
s.  Pietro  in  Vaticano,  e  Chiesa 
DI  s.  Paolo  nella  via  Ostiense, 
oltre  quanto  di  tale  venerazione 
dicemmo  in  tanti  luoghi.  E  rubri- 
ca che  chiunque  del  clero  delle 
dette  basiliche,  e  della  Lateranense 
per  le  sacre  teste  dei  ss.  Pietro  e 
Paolo  che  sono  nel  ciborio  che  so- 
vrasta la  confessione,  passa  avanti 
agli  altari  maggiori  e  papali  di 
dette  confessioni,  ivi  genufletta.  Pas- 
sandosi poi  avanti  le  confessioni 
dagli  altri  tre  lati,  cioè  da  quelli 
laterali,  e  da  quello  dell'  abside, 
essendo  le  confessioni  isolate,  si  fa 
la  semplice  riverenza.  Che  tanto 
debbono  pur  fare  lutti  i  fedeli, 
inclusive  al  sommo  Pontefice,  lo  di- 
cemmo al  voi.  XXIX,  p.  2  I  del 
Dizionario.  Anticamente  quelli  che 
custodivano  ed  assistevano  alla  con- 
fessione della  chiesa  di  s.  Pietro, 
formavano  un  collegio,  un  corpo, 
chiamato  ne'bassi  tempi  Scuola,  col 
suo  priore.  Di  ciò  parlammo  allar- 
lìco\o  31ansiona rio  \f''edi).  Con  bella 
erudizione  si   tratta  di  tali  uiiuisUi 


224  LIM  LIM 

nell'opera  del  cardinal  Borgia  intito-  gnano    medesimo,  in    decretali  lib. 
lata:  Vaticana  Conjessio  beali  Pedi  II,  n.  62,  che    rigorosamente  par- 
principis  apostolorum    chronologicis  landò,  con    questo    vocabolo    altro 
tani  velerumquam  recentioruin  seri-  non  debba  inteudersi    che  le  chie- 
plorum  tesiimoniis  inlustrala,  Rotnae  se  materiali    erette  in  Roma  in  o- 
1776.   11  Sindone    nella  sua  opera  nore  de'ss.   apostoli  Pietro  e  Paolo. 
Allariiun    sac.    bas.   Vaticanae,     a  Passando    ora     a     parlare    della 
p.    i32   tratta  de  sacra  beati  Petri  venerazione  prestata  fino  dai  tem- 
Conftssione,  cap.    XXV.    Da  Sisto  pi    i     più     rimoti     ai     sacri  limiiii 
IV  in    poi    la    custodia  dell'  altare  delle  basiliche   Vaticana  ed  Ostien- 
papale  di  s.   Pietro  spetta  al  cano-  se,  dedicate  ai   principi     degli  apo- 
nico    Altarista  [Fedi).  La    Conse-  stoli    e  della  visita    de'sacri  liraini 
orazione    del    Pontefice  [Vedi),  se-  ingiunta  a'vescovi,    incomincieremo 
condo  l'istituzione  di  s.  Gregorio  I,  dalla  venerazione    ai    medesimi   li- 
si fa  sull'altare  di  s.   Pietro  :  quan-  mini,  e  dall'affluenza    de'divoti  cri- 
do  il  Papa  in  questa  basilica  vuol  stiaiii     da     tutte     le    provincie  del 
consecrare  vescovo  qualche  cardina-  mondo  a  pregare     innanzi  ad  essi, 
le  o  prelato,  celebra  la  funzione  in  che  visitaronr)  sempre  con  un  pre- 
alcuna cappella  della  medesima  chic-  sente,  in    omaggio     della  loro  reli- 
sa, come  si   può  vedere  all'articolo  giosa  divozione.     Molte    sono  le  o- 
Vescovi.  Tutlavolta  il  regnante  Pon-  pere  che  trattano  di  questo  punto, 
tefice  Gregorio  XVI  nel  1844  agli  e  tra     gli     altri    il    Severano  nelle 
1 1    febbraio  consacrò  sull'  altare  di  Memorie    sacre    delle    sette  chiese 
san    Pietro    in    vescovi    i    cardinali  di  Romaj  il  Piazza  wtW  Ejftmeri- 
Castracane,     Polidori ,    Cagiano      e  de  vaticana^  pei  pregi    ecclesiasti- 
Clarelli  ;    il    primo    in   vescovo    di  ci  di  ogni  giorno,  e  nel    suo  San- 
Palestrina,   il  secondo  di    Tarso  in  tiiario  o  Menologio  romano  j  e  la 
parlibus,  il    terzo  di    Senigallia,  il  maggior  parte  degli    scrittori  della 
quarto  di  Montefiascone  e  Corneto.  basilica  Vaticana,  il    cui  novero  si 
]\on  è  poi  molto  propria,  volendo-  legge  a  p.   2o5     e     seg.  della   De- 
si  parlare  giusta    il   rito  dell'antica  scrizione  della  sacrosanta   basilica 
disciplina  della  Chiesa,  l'interpreta-  Vaticana,  Roma    1828  pel  Pucci- 
zione  di    quelli    che  col    nome    di  nelli.   11  dottore     s.    Giovanni   Cri- 
limini    degli  apostoli    intendono  la  sostomo  nel   libro   intitolato  :   Qnod 
sede  apostolica    ed  il  sommo  Pon-  Christus    sii    Deus,   t.  I^    p.   570, 
tefice.  Van  Espen,  part.  I,  tit.    i5,  n.   9,  scrisse:    In  regia    Urbe  Ro- 
n.    17,  fonda  questo  suo  sentimen-  ma,  niissis  alìis    omnibus,    ad  se- 
io     nella     opinione     del     Fagnano,  pulcra    piscatoris,     et    tentorioruni 
giudicandola    favorevole    al  suo  si-  opifìciis  accurrunt  imperatores,  con- 
stema.     Ma    egli    non    distingue    in  sules,  esercituum    duces.   Il  p.  Pie- 
qual    tempo     ed    in    qual    proposi-  tro  Lazzeri,  nella  Disquisitione    de 
io  il  Fagnano  intenda  col  nome  di  sacra  vetcrum  christianonun  roma- 
sacri  limini  il  sommo  pastore  della  na  peregrinatione,  prova  con  varie 
Chiesa  universale.    Se  però  si  con-  testimonianze    contemporanee,     alle 
Sideri  il    vero     significato    de'limini  pag.   ^2,  58,  72,  che  fino    dal  se- 
apostolici  secondo  il  sentimento  de-  sto  secolo  era  invalso  l'uso  della  pe- 
gli  antichi    canoni,   confessa  il  Fa-  nitenza    de' eacri     pellegrinaggi    per 


LIM 

la  redenzione  de'peccati.  Ma  il  p. 
Mabillon,  saec.  IV  Bened.^  p.  677, 
illustrando  un  passo  della  vita  di 
s.  Walfrido,  ne  assegnò  i'  introdu- 
zione al  secolo  settimo,  avendone 
ricavalOj  che  jani  tnni  erat  per- 
suasuin,  indulgenline  gratiam  con- 
tìgere  his,  qui  leligionis  caussa  ad 
limina  apostolonim  peregrinabantur. 
Anche  il  monaco  Hartmanno  nella 
vita  di  s.  Wiborada,  presso  i  Bol- 
landisti  a'  3  maggio,  narra  essere 
stata  da  lei  allegata  la  stessa  ragio- 
ne addotta  dal  re  di  Danimarca 
e  d'Inghilterra  Canuto  li,  per 
condursi  a  Roma  in  pellegrinaggio 
nel  1027  sotto  il  pontificato  di  Gio- 
vanni XX  :  questo  re  nella  lettera 
scritta  agli  inglesi,  presso  Malmes- 
bury  lib.  Il,  e.  11,  disse  loro:  Notifico 
vobis  noviler  me  iisse  Romani,  ora- 
timi prò  redemplìone  peccatorum 
meorum.  La  badessa  Eangytli  nel- 
Y  epist.  38  a  san  Bonifacio  gli 
disse:  no'.iim  libi  facere  volumus, 
frater  Bonifacì,  quod  multimi  tem- 
poris  Jluxit,  ex  quo  desideriiim 
habuimuSj  siciit  plurimi  noscunt  ex 
necessariis  nostris,  et  cognatìs,  sive 
alienìs,  quo  quondam  orbis  domi- 
nani  Romani  peteremus,  et  ibi  pec- 
catorum nostrorum  veniam  impe- 
traremus.  Costantino  Papa  nel  709 
all'altare  di  s.  Pietro  ricevè  la  pro- 
fessione monastica  di  Coenredo  re 
dei  merciori,  e  di  Offa  re  de'  sassoni 
orientali,  che  rinunziato  il  regno 
eransi  perciò  portati  in  Roma. 

Sotto  s.  Gregorio  lì  vi  giunse  pu- 
re Ina  re  de' sassoni  occidentali  a 
fare  altrettanto,  rendendo  tributario 
alla  Chiesa  romana  il  suo  regno, 
mediante  l'annuo  censo  del  Denaro 
dis.  Pietro[Fedi).  Riuscì  a  detto  Papa 
di  piegar  l'animo  di  Luitpraudo  re 
de' longobardi,  che  minacciava  l'ec- 
cidio di  Roma,  di  cousecrare  all'ai- 

VOL.    XXXVIII. 


LIM  225 

tare  di  s.  Pietro  le  sue  armi,  la 
corona  d'oro  ed  una  croce  di  ar- 
gento. Quando  Pipino  re  di  Fran- 
cia ricuperò  a  Stefano  III  le  terre 
usurpale  da  Aistulfo  re  de'  longo- 
bardi, e  ne  donò  altre  alla  Sede 
apostolica,  mandò  le  chiavi  di  esse 
a  Roma,  e  le  fece  porre  sul  sepol- 
cro di  s.  Pietro  ,  in  signum  veri  et 
perpetui  dominii.  Stefano  IV  ripro- 
vando con  lettera  il  maritaggio  del 
figlio  di  Desiderio  re  de' longobar- 
di, colla  figlia  di  Pipino,  pose  la 
lettera  sulla  confessione  di  s.  Pietro 
ove  celebrò  la  messa,  e  pe'  suoi  le- 
gati fece  intimare,  che  chi  avesse 
operato  contro  il  contenuto  di  essa, 
era  allacciato  dalla  scomunica,  e 
dal  regno  di  Dio  escluso.  Quattro 
volte  Carlo  Magno  si  recò  in  Ro- 
ma, ad  vola  persolvenda,  et  oran- 
dum  profecluni  est.  Allorché  egli 
restituì  alla  Chiesa  romana  i  domi- 
nii occupati  dai  longobardi,  e  fece 
le  note  donazioni  con  che  ampliò 
il  principato  del  romano  Pontefice, 
ne  lasciò  1'  autentico  documento  sul- 
l'altare di  s.  Pietro,  e  giurò  di 
mantenere  l'atto.  A  questo  principe 
s.  Leone  III  mandò  lo  Stendardo 
e  le  Chiavi  di  s.  Pietro  [Vedi),  le 
quali  benedette,  piene  di  reliquie  e 
della  limatura  delle  Catene  di  s. 
Pietro  [Vedi),  dopo  essere  state  sul- 
la di  lui  tomba,  i  Papi  solevano 
donarle  ai  principi  benemeriti  del- 
la Chiesa.  Avanti  questa  tomba  saa 
Leone  III  unse  e  coronò  l'impera- 
tore d'occidente  Carlo  Magno,  rin- 
novando così  l'impero  occidentale. 
All'articolo  Imperatore  e  Corona- 
zione  degl'  imperatori  [Vedi),  si  di- 
chiara che  tal  funzione  deve  farsi 
e  fu  fatta  presso  l'altare  del  prin- 
cipe degli  apostoli,  nella  quale  ba- 
silica ha  pure  luogo  la  Coronazio- 
ne de' sommi  Pontefici  [Vedi).  Noa 
i5 


7.16  LIM 

solo   gl'imperatori,  ma   anco    i  re, 
furono    coronati   nella    basilica    va- 
ticana, e  s"!     gli    uni    che    gli    altri 
lasciai'ono    sulla      tomba     magnifici 
presenti.  Altri    principi    non  poten- 
do venire  di  persona  ai  sacri   limi- 
ni,  supplirono  con  lettere,  con  am- 
bascerie   e    con    preziosi     donativi. 
Narra   il  Donesmondi  nella   Istoria 
di  Mantova,  t.   I,    p.   224,    che   la 
gran  contessa   Matilde  portatasi    in 
Roma  nel    1082,  dopo    aver    fatta 
divotamente  orazione    a   Dio    nella 
chiesa  di   s.   Pietro,  con  gran  rive- 
renza offrì  colle  pioprie  mani     so- 
pra r  altare  di   lui,  la  carta  scritta 
della  donazione,  ch'ella  spontanea- 
mente fece  di  tutto  il  suo  sfato    a 
santa  Chiesa.  Solevanoquelli  ch'erano 
calunniati  di  eresie  o  altri  delitti,  giu- 
stificarsi nella  chiesa  di  s.  Pietro  con 
emettere  giuramento  sulla  confessio- 
ne: gli  spergiuri  piìi  volle  provarono 
la    divina   punizione.   Il    vescovo  di 
]\'arni  s.  Cassio  ebbe  tanta   divozione 
al  principe  degli  apostoli  ,  che  dopo 
fatto  vescovo,  continuò    ogni    anno 
a  recarsi  in  Roma  per  la    festa  di 
s.  Pietro  :  questo  esempio  fu  imita- 
to da  altri   vescovi,  ed  al    presente 
suole    effettuarsi  da  quello    di    No- 
cera.   11  Papa  s.  Leone  IX  dal  La- 
terano  tre  volte  la    settimana    e   a 
piedi  scalzi  si  recava  nella    basilica 
vaticana,  ove  si   fece  portare  prima 
di   morire,  e  spirò  avanti  la  confes- 
sione.  Innanzi  a  questa  volle  essere 
sepolto  Pio  VI,    secondo    il    divoto 
costume     de'  primi     Pontefici ,     che 
vennero  tumulati  presso  il  corpo  di 
s.  Pietro. 

Per  altro  non  deve  credersi,  che 
per  la  visita  de'  sacri  limini  s'  in- 
tendesse indicata  la  sola  basilica  di 
s.  Pietro,  come  sostiene  il  p.  Laz- 
zeri  citato,  Of"  liininihus  apostolonini 
pag.   27,  avendo  perciò   raccolto  e 


LIM 

prodotto    lutti    i    passi,  in  cui  ha 
trovato  indicato  soltanto  limina  bU' 
silica  b.  Petri.  E   noto  che  chiun- 
que, sino  dalla  più  remota  antichità,       J 
veniva  a  Roma  alla    visita    de'  sa-       ' 
cri   limini,  andava  a  detta  basilica, 
ed  a  quella  dell'apostolo  delle  genti 
s.   Paolo.  Venanzio   Onorio  Fortu-       | 
nato,  che  dichiara  di  avere  ricevu- 
ta una  grazia  da  s.  Martino  prima 
dell'anno  56o,  nomina  precisamen- 
te la  basilica  di  s.   Paolo,    parlan- 
do della  frequenza    de'  suoi    tempi 
alla  visita  di   que'  sacri  limini,  non 
meno  de'  vaticani,  ne'suoi  versi  De 
parta  Firginis,  toni.  Il,  p.  lyS;  ove 
dice,  qiios  recipil  sacra  porta   Pe- 
tri, quos  Janna    Pauli.    Onde  il  p. 
Lazzeri  s'  ingannò    opponendosi    al 
giusto  parere  del  p.  Teodorico  Rui- 
nart  nelle    note    a    s.   Gregorio  di 
Tours.   Poiché  s.   Gregorio  I,  1.   2, 
epist.   74  ad  Eiisehiutn   vescovo  di 
Tessa  Ionica,  scrisse:  Lator  praesen- 
tium    TheodoruSj    ecclesiae    veslrae 
lettor,  ad  ss.  Àpostolorimi    limina 

veniens Si  auteni   rursas  ad 

orationeni  htic  ad  sanctos  /éposto- 
los  venire  volueril.  B  neW epist.  35, 
1.  1 2  ad  Desiderium  vescovo  di 
Vienna  :  Pancratins  lator  praesen- 
tinnì,  ut  asserii  diaconus,  Aposto- 
lorunt  se  liininibus  repraesentans,  a 
nobis  noscitur  petiisse,  ut  euni  fra- 
ternitatis  veslrae  deherenius  specia- 
liter  commendare.  L'autore  della 
vita  di  s.  Romano  scrive:  che  pe- 
tiit  ab  episcopo  suo  licentiani  da- 
ri,  in  Romaniani  { non  Romagna, 
ma  bensì  i  paesi  che  contenevano 
il  distretto  e  le  vicinanze  di  Roma) 
transnieare ,  ubi  piis  precibus  ad 
limina  ss.  Petri  et  Pauli,  et  eaete- 
rortini  sanctoruni  precibus  vacaret. 
Paolo  Diacono,  De  rebus  longob.  e. 
4,  narra  che  Tlieudo  Bajerioruni 
.  genti s  duXf  or alionis  causa,  Romani 


I 


LIM 

ad  hb.  Apostolorum  vestigia  venil. 
Così  Wiliibaldo,  biografo  di  s.  Bo- 
nifacio aposlolo  della  Germania  , 
presso  il  p.  Mal/illon,  saec.  HI  Be- 
lied,  riferisce:  Literis  edam  com- 
mendali tiis  ad  Umilia  Apostolortim, 
Romam  venire  tenlavit.  S.  Audoeno 
vescovo  Rotomagense,  venuto  in  Ro- 
ma per  visitare  i  corpi  de'  ss.  Apo- 
stoli, con  molti  doni  per  offrirli  a 
s.  Pietio  ,  mentre  avanti  la  confes- 
sione faceva  orazione  bagnando  con 
lacrime  il  pavimento,  esclamò  con 
gran  spirito  :  Exullahnnt  sancii  in 
gloria,  e  sentì  rispondersi  dai  me- 
desimi: Laetahiintur  in  cubilihus 
suis.  Il  Papa  s.  Nicolò  I  deir858 
lìeW  epist.  Q.O,  Carolo  glorioso  regi 
maj'ori,  l'esorta  ad  beatissima  ss. 
Apostolorum  prìncipunt  Petri  et 
Pauli  confugere  li  mina.  In  altra  e- 
pistola  di  s.  Nicolò  I  si  dice,  diim 
de  iiniversis  mundi  partibus  creden- 
tiitm  agmina  principimi  apostolo- 
rum  liminibus  properant;  e  più  dif- 
fusamente nell'ottava  ad  Michaeltnt 
imp.  :  tanta  millia  hominum  prote- 
clioni  et  intercessioni  bb.  Apostolo- 
rum  prìncipunt,  Petrì  et  Pauli,  ex 
omnibus Jìnibus  terrae  properantium 
sese  quoiidie  conferunt,  et  usane  in 
fìnem  vita  e  suae  a  pud  eorum  li  mi- 
na semel  mansura  proponunt,  ut 
praeter  illud,  quo  vas  e  coelo  sub- 
missum,  in  quo  cunctoruni  ostensa 
sunt  eidem  b.  Petro  horum  omnium 
rectori  animantium  genera,  catlioU- 
cam  signat  ecclesiam,  et  etiam  ipsa 
sola  romanorum  urbs,  apud  quam 
ejusdem  Apostoli  corporalìs  prae- 
sentia  sedulo  veneratur,  ipsius  vasis 
cunctas  dignoscatur  in  se  contine- 
re  universorum  animalinm  {quae 
homines  intelligunlur  spiritaliter)  na- 
tiones.  S.  Cesareo  vescovo  d'Arles, 
oltre  i  ss.  Ireneo  ed  Ilario,  Limina 
Jpostolorum  peliil,  sotto  il    ponti- 


LIM  a  27 

ficaio  di  s.  Simmaco  del  49^,  il 
(|uale  come  abbiamo  dal  Breviario 
Parisiense  de'  27  agosto,  eum  do- 
mani invilavit,  excepit  humanissì- 
me,  et  palii  dignitate  honestavit.  S. 
Amando  vescovo  di  TrajettOj  nel- 
l'anno 627,  venne  ad  limina  bb. 
Aposloloruni  Petri  et  Pauli,  come 
leggesi  in   Bollando. 

Il  Ciampini,  Vet.  monim.  t.  I,  e. 
22  ,  p.  2o5,  riportando  i  versi 
che  Giovanni  Vili  fece  incidere  nel- 
la porta  di  s.  Paolo,  riferisce  i  due 
seguenti.  Hanc  proceres  ìntrale,  se- 
nes,  j avenesque  togati,  plibsque  sa- 
crata Dei  limina  sacra  petens.  Tra 
VEpist.  summ.  Pont.  RomaeiSgi, 
p.  296 ,  si  trovano  queste  parole 
scritte  dallo  stesso  Papa  ad  impe- 
ratorem  et  imperatricem  Apostolo- 
rum  fautoruni  veslrorum  limina. 
Epist.  1 5,  p.  1 5.  Gesilberto  epi- 
scopo Cartensi,  ad  limina  aposto- 
lorum Petri  et  Pauli,  per  longa 
itinerum  spatia  prò  ipsius  delieti 
abolì tione  venire  curavit,  petere  stu- 
demus,  ut  prò  amore  Dei,  et  eoruni 
ad  sacratissimas  ecclesias  venit;  e  dì 
nuovo  allo  stesso  vescovo  ep.  2  5,  p. 
3o8.  SS.  apostolorum  Petri  et  Pau- 
li ad  limina  properare.  Inoltre  nel- 
Tep.  27.  Carolo  imp.  p.  3i4:  apo- 
stolorum   adiisse    limen ab 

ipsa  b.  Petri  apostoli  patroni  vestri 
confessione.  Di  più  nell' ep.  180  al 
vescovo  Anselmo  p.  ^1^,  ad  limi- 
na bb.  Petri  ac  Pauli  aposfolorunt 
principum.  E  nell'ep.  247,  Sfeuto 
pulchio  corniti  p.  469  :  ad  limina 
ss.  apostolorum  Petri  et  Pauli.  Nel- 
la lettera  colla  quale  Martino  IV 
esenta  l'abbate  del  monastero  Ce- 
sariense,  Bajacen.  dioecesis,  ut  nari 
leneatur  basilicae  principis  aposto- 
lorum limina  visitare.  Ingolfo  mo- 
naco croynlandense  essendo  venuto 
in  Roma  da  Gerusalemme  con  altri 


238  LI  IVI 

inglesi  nel  io5i,  notificò  a'  suoi 
concittadini,  secondo  che  riferisce  il 
Gale,  Rerum  Jnglican.  t.  II,  p.  74, 
che  ss.  apostoloruni  Petri  et  Pauli 
liniina  et  copiosissima  ss.  mariy- 
rum  monumenta  per  omnes  siatio- 
nes  osculati  sumus.  Racconta  l'Us- 
pergense  presso  il  Baronie,  all'  an- 
no 1 1 16,  n.  6,  che  Pasquale  II  his, 
qui  propter  concilium  et  animaruni 
suaruni  remedium,  apostolorum  li- 
mina  visitarent,  qui  de  capitalibus 
poenitentiam  agerent,  quadraginta 
dieruni  poenitentiam  indulsit;  come 
notò  pure  l'Amortj  De  origine,  prò- 
gressu,  valore  ac  fructu  indulgen- 
tiaruni  p.  178.  Gregorio  IX  accor- 
dò a  tutti  coloro  che  avrebbono  vi- 
sitata la  nuova  basilica  da  lui  eret- 
ta in  Asisi  ad  onore  di  s.  Fran- 
cesco, le  stesse  indulgenze  che  si 
lucravano  da  quelli  che  andavano 
alla  visita  de'  sacri  limini  de'  ss.  A- 
postoli,  come  si  legge  nelle  bolle 
Mirificans  misericordia,  e  Speravi- 
nius  hacienus.  Eonifacio  Vili  ve- 
dendo che  alia  fine  del  secolo  XIII 
Teniva  in  Roraa  grandissimo  e 
straordinario  numero  di  pellegrini, 
per  la  tradizione  che  venerandovi 
i  corpi  de'  principi  degli  apostoli 
ogni  cento  anni,  si  guadagnava  l'in- 
dulgenza plenaria  ,  ristabilì  questa 
pia  consuetudine,  assegnando  il  nu- 
mero delle  visite  alle  basiliche  di 
s.  Pietro  e  di  s.  Paolo  per  lucrar- 
la. Clemente  VI  poi  vi  aggiunse  la 
visita  della  basilica  Lateranense ,  e 
Gregorio  XI  quella  della  basilica 
Liberiana,  f^.  Anxo  santo.  Sulla  ve- 
nerazione prestata  dai  fedeli  ai  sa- 
cri limini  delle  basiliche  Vaticana 
ed  Ostiense,  si  possono  inoltre  con- 
sultare :  il  p.  Giacomo  Gretsero,  De 
sacris  peregrinationibuSj  t.  IV,  lib. 
2  ;  il  p.  Gio.  Crisostomo  Trom- 
belli,  De  culla  sancLorum  t.  I,  p.  2; 


LIM 

gli  autori  citati  da  Benedetto  XIV 
nel  t.  Ili,  p.  65  e  218  del  Bull.; 
ed  il  Cancellieri  nella  Lettera  so- 
pra la  visita  de'  sacri  limini  delle 
basiliche  Vaticana  ed  Ostiense,  Ro- 
ma   182 1   presso  il  Salviucci. 

Quanto  alla  visita  de'sacri"  limi- 
ni ingiunta  ai  cardinali,  ai  vesco- 
vi, ai  vicari  apostolici,  benché  noa 
insigniti  di  dignità  vescovile,  ma 
che  abbiano  amministrazione  di 
chiese;  ed  agli  abbati,  preposti, 
priori  secolari  e  regolari  che  han- 
no giurisdizione  quasi  vescovile,  e 
territorio  separato  cioè  nullius  dioe- 
cesis  di  prima  classe,  incominciere- 
mo  da  quanto  la  santa  Sede  pre- 
scrisse neirVIII  secolo.  Il  Papa  s. 
Zaccaria  nel  concilio  romano  del 
743,  col  can.  4.  pubblicò  un  de- 
creto con  cui  obbligò  tutti  i  ve- 
scovi all'ordinazione  della  Sede  a- 
postolica  subordinati,  acciocché 
debbano  negl'idi  di  maggio,  o  co- 
me altri  leggono,  circa  gli  idi  di 
questo  mese,  presentarsi  in  Roma 
alla  visita  de'limini  de'ss.  Apostoli. 
Questa  medesima  costituzione  è 
inserita  nel  decreto  di  Graziano, 
in  Decret.  dist.  98,  sebbene  essa 
si  attribuisce  in  primo  luogo  al 
Pontefice  s.  Anacleto  del  io3,  il 
quale  terminò  e  dedicò  il  tempio 
o  oratorio,  che  sul  sepolcro  del 
principe  degli  apostoli  avea  comin- 
ciato mentre  era  prete.  I  critici 
non  convenendo  che  s.  Anacleto 
ordinasse  ai  vescovi,  che  ogni  an- 
no venissero  in  Roma  ad  liniina 
Apostolorum  j  ed  attribuendo  l'o- 
rigine di  tal  decreto  a  s.  Zaccaria, 
si  possono  leggere  il  Labbe',  Con- 
dì, t.  VII;  il  Bull,  basii.  Fatic. 
t.  I,  p.  1 1  ;  il  p.  Catalani,  Coni- 
vient.  in  Pont.  Rom.  tom.  I,  De 
consecr.  episcop.  tit.  i3,  §  9,  n.  9. 
Il  Fagnano  inerendo  al  sentimento 


à 


LIM 

di  GrazianOj  non  solo  vi  riconosce 
l'autorità  di  s.  Anacleto,  ma  crede 
inoltre,  che  questa  legge  sia  stata 
stabilita  dai  medesimi  apostoli  : 
quasi  che  anco  nel  primo  secolo 
della  Chiesa  si  trovasse  già  eretto 
il  tempio  in  cui  non  solo  i  fedeli, 
ma  ancora  i  vescovi  si  trasferissero, 
come  avvenne  in  quello  edificato 
dall'imperatore  Costantino  il  Gran- 
de. Dice  il  decreto  di  s.  Zaccaria  : 
Juxta  sanclorum  patrum  et  cano- 
nutn  statuta,  omnes  episcopi,  qui 
hujus  Àposiolicae  sedis  ordinalioni 
subj'acebunt,  qui  propinqui  sunt, 
annue  idibus  maii  sanctoruni  prìn- 
cipuni  aposloloruni  Petri  et  Pauli 
liminìbus  praesententur  .  Dunque 
si  rileva  da  questo  decreto  ch'esso 
non  fu  una  legge  introdotta  circa 
la  mela  dell'ottavo  secolo  in  cui 
fiori  s.  Zaccaria,  ma  era  già  stata 
prescritta  ne'  tempi  e  canoni  an- 
tecedenti. Il  Pontefice  s.  Gregorio 
I,  in  più  luoghi  delle  sue  lettere 
fa  menzione  di  una  somigliante 
obbligazione,  la  quale  astringeva  i 
vescovi  a  portarsi  in  Pioma  per 
celebrarvi  il  giorno  natalizio  del- 
l'apostolo s.  Pietro  ;  ma  special- 
rnente  in  quella  scritta  a  Pie- 
tro suddiacono,  nella  quale  cosi 
parla,  presso  il  citato  Bull.  Val. 
p.  4-  '^i  ^os  (intende  i  vescovi) 
convenire  necesse  est,  in  h.  Petri 
apostoloruni  principis  nataleni  con- 
veniant.  Potrebbe  alcuno  credere, 
che  questo  comando  tragga  la  sua 
origine  da  questo  Papa  ;  ma  con- 
viene credeilo  molto  più  antico, 
poiché  s.  Paolino  sino  dal  quarto 
secolo  chiama  questo  costume  non 
già  nuovo  e  recente,  ma  solenne, 
vale  a  dire  comunemente  osserva- 
to, e  perciò  da  lungo  tempo  in- 
trodotto. Dal  che  si  raccoglie  l'an- 
tichissima istituzione  di  questa  leg- 


LIM  229 

gè,  ed  il  motivo  ragionevolissimo 
in  cui  essa  era  fondata,  giacché 
aggiunge  s.  Gregorio  I  :  ut  ei,  ex 
cuj'us  largitale  pastores  sunt,  gra- 
tiaruni  actiones  solvanl.  Il  carat- 
tere e  r  autorità  episcopale,  cosi 
richiedono;  e  ragion  vuole,  che 
siccome  dal  principe  degli  aposto- 
li, capo  e  primo  Pontefice  della 
Chiesa  di  Gesù  Cristo,  si  comuni- 
ca à'vescovi  la  giurisdizione  che 
godono  di  padri  e  di  pastori,  co- 
sì debbono  nel  giorno  festivo  di 
questo  santo  presentarsi  al  di  lui 
sepolcro  per  contrassegno  d'  osse- 
quio, e  insieme  di  ringraziamento. 
Quindi  non  è  meraviglia  se  i  ze- 
lanti Pontefici  e  padri  della  Chie- 
sa, al  rigore  del  precetto  da  essi 
stabilito,  hanno  poi  aggiunta  ai 
vescovi  una  nuova  legge  più  pre- 
cisa e  più  particolare,  con  obbli- 
garli a  farne  solenne  promessa,  ed 
a  registrarla  di  pioprio  carattere, 
dando  con  ciò  nuova  sicurezza 
della  loro  obbedienza.  Questo  atto 
di  nuova  obbligazione  fu  chiama- 
to chirografo. 

Gli  antichi  rituali  non  solo  fan- 
no menzione  di  questo  chirografo, 
ma  eziandio  ne  riferiscono  il  te- 
nore, ed  i  capi  delle  promesse  che 
in  esso  si  contenevano.  Uno  di 
questi,  che  si  legge  in  Diurn.  Rom. 
Pont.  tit.  7  ,  era  il  seguente.  Pro- 
mitto  me  eliani  ad  nataleni  Apo- 
stolorwn,  si  nulla  necessitas  inipe- 
dieritj  annis  singulis  venturum. 
Questa  obbligazione  é  uniforme  al 
costume  introdotto  nella  Chiesa, 
prima  ancora  dell'epoca  di  s.  Gre- 
gorio I,  come  si  é  detto.  Anche 
s.  Zaccaria  nel  mentovato  decreto 
parla  del  chirografo,  e  dopo  aver 
proposta  a'  vescovi  la  necessità 
della  visita  de'sacri  limini  da  far>i 
ogni  anno,  parlando  di   que'vesco- 


23o  LIM 

vi  che  abitano  in  lontani  paesi, 
soggiunge  :  Qui  vero  de  longinguo, 
fiixta  chirographuin  siiurn  inipleant. 
Siccome  la  legge  che  da  questo 
Pontefice  si  prescrive  è  ristretta 
alla  visita  de'  limini  generalmente, 
senza  determinare,  o  il  giorno  fe- 
stivo di  s.  Pietro,  o  altro  tempo, 
può  credersi  che  il  chirografo  di 
pui  egli  fa  menzione,  abbia  corre- 
lazione a  questo  precetto.  In  fatti 
la  formola  della  promessa  registra- 
ta nel  secondo  libro  delle  decreta- 
li, che  deve  giurarsi  dal  vescovo 
in  proposito  della  visita  de'  limini, 
è  adattata  non  solo  allo  spirito, 
ma  anche  alla  lettera  del  decreto 
di  s.  Zaccaria,  essendo  concepito 
cosV.  Apostoloruni  Umilia  singulis 
annis  aut  per  me,  ant  per  certuni 
nuncinni  visitabo.  Dal  che  facilmen- 
te s'intende  che  questo  Pontefice 
esentò  dalla  visita  personale  i  ve- 
scovi piii  rimotij  concedendo  loro 
la  facoltà  di  poter  soddisfare  a 
questa  obbligazione  anco  col  mez- 
zo altrui.  Dalla  varietà  de'chiro- 
grafi,  e  dalla  diversità  de'termini 
co'quali  parlano  s.  Gregorio  I  e 
5.  Zaccaria ,  può  congetturarsi  che 
il  precetto  ingiunto  ai  vescovi  di 
venire  a  Roma  in  occasione  della 
festa  di  s.  Pietro,  siasi  cangiato  nel- 
la visita  de'limini  da  farsi  ogni 
anno,  senza  determinazione  di  tem- 
po, lasciandosi  all'arbitrio  de' vesco- 
vi eleggersi  nel  corso  dell'  anno 
quel  tempo,  ch'essi  giudicato  aves- 
sero più  opportuno.  Questo  senti- 
mento non  solo  concilia  la  diversa 
espressione  della  quale  si  sono  ser- 
vili i  romani  Pontefici,  e  la  va- 
rietà de'  chirografi  co'  quali  i  ve- 
scovi hanno  confermate  le  loro 
promesse;  ma  inoltre  dimostra  es- 
sere antichissima  1'  osservanza  di 
visitare  i  limini    apostolici.    Impe- 


LIM 

rocche  o  fosse  determinata  questa 
visita  nella  festa  di  s.  Pietro,  ov- 
vero senza  limitazione  di  giorno 
fosse  prescritta  dentro  il  corso 
dell'anno,  il  rito  è  il  medesimo,  e 
la  venerazione  dovuta  alle  basiliche 
de'ss.  Apostoli  non  ha  ricevuto  al- 
cun detrimento,  quanto  alla  so- 
stanza, non  ostante  che  nella  cir- 
costanza del  tempo  abbia  per  po- 
co variato  la  disciplina. 

Con  qual  rigore  ed  esattezza  sia 
sfato  osservato  il  decreto  di  s. 
Zaccaria,  lo  dimostra  una  lettera 
del  zelante  Pontefice  san  Grego- 
rio VII  scritta  all'  arcivescovo  di 
Piouen  presso  il  lib.  lX,epist.  i.  Egli 
lo  rimprovera  acremente  per  ave- 
x'e  omessa  la  visita  de'sacri  limini, 
e  rinnova  il  rimprovero  anche 
contro  i  di  lui  sulTraganei  rei  del 
medesimo  mancamento.  Gli  esorta 
tutti  ad  emendare  la  colpa,  ed 
intima  loro  pene  gravissime,  qual- 
ora in  avvenire  ricadano  in  tali 
mancanze.  Da  ciò  rilevasi  che  do- 
po trecent'anni  il  decreto  di  s.  Zac- 
caria era  in  pieno  vigore,  ed  i 
vescovi  fuori  d'Italia  erano  tenuti 
ad  esattamente  osservarlo.  Neil'  e- 
pist.  74  poi  che  s.  Gregorio  VII 
scrisse  a  Demetrio  re  de' russi,  ed 
alla  regina  sua  sposa,  gli  disse  : 
Filma  vester  liniina  aposloloruni 
visitans  ad  nos  venit j  et  quadre- 
gnum  illud  dono  s.  Petri  per  ma- 
nus  nostras  vellet  obtinere,  eident 
b.  Pelro  apostoloruni  princìpi  de- 
bita Jidelilale  exhibita  devotis  pre- 
cibus  posiulavit.  Pare  che  questo  ^ 
pio  uso  ne'  secoli  successivi  fosse  ■ 
dai  vescovi  trascurato,  lo  che  mos- 
se il  Papa  Sisto  V  a  pubblicare 
la  bolla  Romanus  Pontifex,  de'20 
dicembre  i585,  Bull.  Rem.  t.  IV, 
par.  IV,  p.  173.  In  essa  si  dolse 
della  mancanza  di    alcuni    vescovi 


i 


LIM 

nel  visitare  i  sacri  limini,  ed  a- 
scrisse  a  questo  inconveniente,  co- 
me ad  una  delle  principali  cagio- 
ni, quelle  molte  calamità  e  disav- 
venture, dalle  quali  era  allora  op- 
presso il  cristianesimo.  Quindi  per 
richiamare  alla  primiera  osservanza 
una  materia  di  tanto  rilievo,  sta- 
bilì die  tutti  i  vescovi  dei  mondo 
cattolico  sieno  tenuti  alla  visita 
de'sacri  limini  o  sepolcri  de'  ss, 
Pietro  e  Paolo,  ed  a  prestare  ob- 
bedienza al  vicario  vivente  in  ter- 
ra di  Gesù  Cristo  ;  però  moderan- 
do gli  antichi  canoni  determinò 
con  qualche  distinzione  e  propor- 
zione, secondo  la  lontananza  o  vi- 
cinanza da  Roma,  il  tempo  in  cui 
dovevano  recarvisi.  Ai  più  vicini 
prescrisse  il  termine  di  tre  anni, 
agli  altri  di  quattro,  di  cinque  e 
anco  di  dieci  anni,  quando  la  lo- 
ro residenza  fosse  nelle  più  rimote 
parti  dei  mondo.  Cioè  ai  vescovi 
d'Italia  e  delle  isole  adiacenti,  or- 
dinò Sisto  V  che  dovessero  com- 
parire ognuno  in  Roma  il  terzo 
anno,  non  dopo  la  loro  ordinazio- 
ne o  possesso,  ma  sibbene  dal 
giorno  in  cui  fu  emanata  questa 
bolla;  che  dalla  Germania,  dalla 
Francia,  dalla  Spagna,  dall'Unghe- 
ria, dall'Inghilterra,  e  dalle  altre 
Provincie  di  Europa,  di  qua  dal 
mare  Germanico  e  Baltico,  .e  da 
tutte  le  isole  del  mare  Mediterra- 
neo, dovessero  venire  nel  quarto 
anno  ;  che  dalle  più  remote  regio- 
ni d'Europa,  dai  lidi  dell'  Africa, 
di  qua  dai  continente  del  nuovo 
mondo  o  America,  dovessero  por- 
tarsi nell'anno  quinto;  che  dall'A- 
sia e  dalle  altre  regioni  orientali, 
meridionali  ,  occidentali  e  setten- 
trionali, e  da  tutto  il  rimanente 
del  mondo,  giungessero  in  Roma 
nell'anno  decimo,    replicando  tutti 


LIM  23 1 

la  slessa  visita  colla  suddetta  in- 
dividuale proporzione  ogni  tanti 
anni.  Inoltre  Sisto  V  comandò, 
che  ciascim  vescovo  nell'essere  con- 
secrato,  o  nel  ricevere  il  pullio  se 
sono  arcivescovi,  dovesse  giurare 
l'osservanza  di  questa  bolla,  e  ri- 
chiamando in  vigore  gli  antichi 
chirografi,  impose  gravi  pene  ai 
trasgressori,  come  la  sospensione 
dell'ingresso  nella  chiesa,  e  (juella 
della  amministrazione  spirituale  e 
temporale,  non  che  del  godimento 
de'frutti.  Veggasi  l^annalista  Spon- 
dano  all'anno  i585;  e  Sidone  e 
Martinetti,  Della  sacr.  basilica  dì 
s.  Pietro,  lib.  I,  p.  107.  Questa 
bolla  non  ha  in  mira  unicamente 
la  venuta  de' vescovi  in  Roma  a 
prestare  obbedienza  al  sommo  Pon- 
tefice, ma  dal  contesto  rilevasi  es- 
sere stata  in  primo  luogo  inculca- 
ta la  visita  de'  templi  materiali 
de'principi  degli  apostoli.  Il  Fa- 
gnano  giudica  essere  stato  prescrit- 
to ai  vescovi  l'accesso  in  Roma 
per  tre  cagioni,  cioè  per  visitare  i 
sacri  limini,  per  prestar  ossequio 
ed  obbedienza  al  Papa,  e  per  in- 
formarlo altresì  dello  stato  delle 
loro  chiese  e  diocesi.  Va  osserva- 
to che  allorquando  sette  Pontefici 
risiederono  io  Avignone,  i  vescovi 
della  Francia  principalmente  non 
cessarono  di  portarsi  in  Roma  a 
venerare  i  sacri  limini.  Dai  regi- 
stri dell'archivio  apostolico  si  ha 
una  lettera  d'Innocenzo  VI,  colla 
quale  raccomandò  ai  canonici  va- 
ticani Raimondo  vescovo  di  Ro- 
dez,  che  portavasi  in  Roma  per 
visitar  i  limini  del  principe  degli 
apostoli,  acciò  fosse  benignamente 
licevuto  e  cortesemente  trattato. 

Sisto  V  a'  3  dello  stesso  mese  di 
dicembre  i585  avea  pubblicato  al- 
tra bolla,  PostquatUj  loco  citato,  p. 


s3a  LIM 

279,  in  cui  dispose  ottime  provvi- 
denze riguardanti  i  cardinali  ;    tra 
esse  ordinò  che  i  prelati  asijjnti  da 
Roma  si  debbano  creare    cardinali 
con  l'espressa  condizione,  che  sie- 
no  tutti  obbligati  dentro  l'anno  di 
recarsi  in  Roma  per  visitare  i  santi 
limini  dei  beati  Apostoli,  e  che  a- 
vanti  di  ricevere  il  berrettino  ros- 
so, dovessero  giurare    il    prescritto 
dalla   bolla  e  quindi  eseguirlo,    al- 
trimenti si  stimino  privati  della  di- 
gnità cardinalizia.  Prima  di  pubbli- 
care tale  bolla  voleva  Sisto  V  pri- 
vare del  cardinalato  Giorgio    Dra- 
scovizio  per  non  essersi  portato  in 
Roma    entro  Tanno,    ad  onta  delle 
preghiere  dell'  imperatore    Rodolfo 
JI,  che  supplicò  il  Papa  di  dilazio- 
ne per  aver  bisogno  dell'opera  del 
cardinale,  come   viceré  d'Ungheria: 
iTienlre    il    cardinale    nel    i58B    si 
avviava  a  Roma    per    umiliarsi    ai 
sacri   limini  e  prendere    il  cappello 
cardinalizio,  morì  in  Presburgo.  Do- 
po la  pubblicazione  della  bolla  Si- 
sto V  voleva    egualmente    deporre 
dalla  dignità  di    cardinale  Giovan- 
ni  Mendoza  spagnuolo,  se  il    sacro 
collegio  non    avesse    fatto    conside- 
rare al  Pontefice,  che    il    termine 
di   un    anno    si    poteva    intendere, 
non  dalla  creazione   ma  dal  giura- 
mento del  nuovo  cardinale  ;    quin- 
di   spedi    un    corriere  a    Giovanni 
iniòrmandolo  della  pontificia  deter- 
niinazione,  onde  il  cardinale  si  re- 
cò prontamente  in  Roma.    Intorno 
ai   cardinali  suburbicari,  nella  con- 
gregazione del  concilio  si    agitò  la 
questione,  se  fossero  tenuti  a    visi- 
tare i  sacri   limini  e  presentare   al 
sommo  Pontefice  la  relazione  dello 
stalo  delle  chiese  alla  pastorale  lo- 
ro   cura    aflldate ,    laonde  la  sacra 
congregazione  a'  16  gennaio    i6i6 
lescrissc.  »  Agendum  esse  cum  Ss.mo 


LIM 

D.   N.,  ne  illos  obslringat;  «ed  po- 
tius  benigne  declaret  non  teneri  hu- 
jusmodi  onus  subire,  cum  sitit  quo- 
tidie  in  conspectu  Sanctitatis  suae  ". 
Ma  Paolo  V  che    allora    regnava , 
come  si  legge  al  lib.  XIX  de'  me- 
moriali, presso  detta  congregazione, 
pag.  887,  non  volle  emanare  questa 
dichiarazione;    »  sed    dìxit,  ne  vel- 
ie se  illis  id  oneris  imponere  si  alias 
non  teneantur,  verum  expedire,  si- 
bique  piacere  ut    et    ipsi    constitu- 
tiouem  observent  ".  Clemente    XI 
con  suo  breve,  Epist.  Brev.  t.   II, 
p.    176,  avvisò  nel  17  12  il  patriar- 
ca de'  caldei,  che  i  vescovi  esistenti 
nelle  parti  degli  infedeli  non  erano 
obbligati  per  la  bolla  di    Sisto    V 
a  visitare  personalmente  i  sacri  li- 
mini,    ma  potevano    supplirvi    per 
un   procuratore  da    essi    deputato, 
com'  egli    lo    esortava  a  fare ,    con 
inviare  pel  medesimo  alla  congre- 
gazione di   propaganda  fide  lo  stato 
spirituale  della  sua  chiesa.  Clemen- 
te XII  nella  sua  costituzione.    Pa- 
storale,   qf/icium,    al  §  9  ,  dichiarò 
essere  tenuti  anche  i  cardinali    ve- 
scovi   suburbicari     alla     osservanza 
della  bolla  di  Sisto  V,  »  nec  non  re- 
lationem  status  earumdem  ecclesia- 
rurt»  et  dioecesium,  quibus  praesunt     fl 
ipsi  Pontifici  juxta    constitutionem 
sa.   me.  Sixli  P.   V    praedecessoris 
quoque  nostri,  quae  incipit  Roma' 
nus  Pontiffx,  exhibire  ".  Benedetto 
XlII   introdusse  la  benedizione  dei 
sacri  PalLii  [Fedi),  dopo  il  vespero 
pontificale  per  la  festa  de'  ss.  Pie- 
tro e  Paolo  nella  basilica  vaticana; 
e  Benedetto  XI V  determinò  il  rito 
di   tenerli  in  detta  chiesa  avanti  la 
tomba  del  principe  degli    apostoli , 
sotto  la  custodia  del  prefetto  delle     mk 
ceremouie  pontificie    (/^.   Maestro 

DELLE     CEREMONIE     PONTIFICIE),    C    del 

canonico  AUarisla,    al  modo    del- 


LIM 

to  al    suo  articolo.    Lo    stesso  Be- 
netìetto  XIV    nel    1740    a'  28   no- 
vembre,  colle  bolle     Qitod  sancta 
Sardicensis ,  presso    il  suo    Bolla- 
rio   lom.  I,    pag.     ig,    e    Ad    san- 
cta, pure  de'  2  3    novembre,    Bull. 
Maga.  t.  XVI,  p.  II,  non  solo  con- 
fermò la  bolla   di  Sisto  V  con  pre- 
cetto   di    sospensione    a    tutti  quei 
•vescovi  che  non    si    portavano    nei 
tempi  determinali  ad   liniina  apo- 
slolorum ,    ma    estese  questa    visita 
a  tutti  gii  abbati,    priori  ,  preposti 
secolari    e    regolari,    e    prelati  che 
hanno  giurisdizione  quasi   vescovile 
e  territorio  separato    con    giurisdi- 
zione, comprensivamente    ai    vicari 
apostolici  :  prescrisse  la  visita  di  ti'e 
in   tre  anni  ai  prelati  d'Italia,  e  di 
cinque    in    cinque    anni    ai   prelati 
oltramontani.   Dispose  ancora,    che 
in  questa  visita    dovessero    rendere 
conto  esatto  dello    stato    spirituale 
e  temporale  delle  loro  diocesi,  e  del 
gregge    alla    loro    cura  commesso, 
per  ricevere  le   istruzioni   di  cui  a- 
vesserò    bisogno,  e    della    relazione 
delle  loro  chiese    ne    prescrisse    la 
formola,  come  meglio  dicemmo  al- 
l'articolo    Congregazione  del    con- 
cilio, deputata    ad    esaminare    tali 
relazioni,    a    vegliare    sull'adempi- 
mento della  visita  ad  liiiìina,   eoa 
facoltà  di    dispensare    o    prorogare 
secondo  i  casi.    La    detta    formola 
era  stala  già  prescritta  dal  concilio 
romano  del    lyaS,  e  riportata  nel- 
l'appendice del  medesimo    concilio. 
Noteremo,  che  secondo  la    costitu- 
zione di  Benedetto  XIV,  i  vescovi 
che  hanno  l'amministrazione  di  più 
diocesi  devono  fare  la  relazione  del- 
lo stato  d'ognuna,  e  fare  la  visita 
de'  sacri   limini  tante    volte  quante 
sono  le  chiese  che  governano,    an- 
corché sieno  cardinali ,    e  cardinali 
suburbicaii.  Quanto  poi  ai  vescovi 


LIM  233 

e  vicari  apostolici  insigniti  di  ca- 
rattere vescovile,  tutti  soggetti  alla 
sacra  Congregazione  di  propaganda 
Jide  i^Vedi),  sono  pure  essi  tenuti 
a  fare  la  visita  ad  liniina  :  si  de- 
vono però  da  questa  eccettuare  i 
soli  vescovi  orientali,  giacché  i  pa- 
triarchi sono  obbligati  di  recarsi 
ogni  decennio  a  Pioma  per  tale  vi- 
sita, ma  sono  ad  essa  suppliti  per 
mezzo  del  loro  procuratore.  Hanno 
quindi  l'obbligo  di  mandare  le  re- 
lazioni  dello  stato  delle  loro  diocesi 

0  luoghi  di  loro  giurisdizione,  noo 
solo  i  suddetti  patriarchi,  arcive- 
scovi, vescovi  e  vicari  apostolici , 
non  però  i  vescovi  orientali,  ma 
ancora  i  prefetti  delle  rispettive 
missioni,  chi  ogni  anno  e  chi  ogni 
cinque  anni,  a  seconda  delle  loro 
distanze  da  Roma.  Rilasciano  l'at- 
testato della  visita  fatta  alle  due 
patriarcali  basiliche  di  s.  Pietro  e 
di  s.  Paolo,  nella  prima  il  canoni- 
co altarista,  nella  seconda  l'abbate 
benedettino,  o  per  esso  il  suo  vi- 
cario. P'.  L'  Amydeno,  De  pielate 
romana  p.  146,  cap.  II.  De  iuni- 
niini  Aposloloruin,  aliarumque  ec- 
clt'siariwi  perenni,  et  sedala  visita' 
iione. 

LIMININO  (s.),  martire.  Soffer- 
se inAlvergna,  con  molti  altri  con- 
fessori di   Cristo,   verso  l'anno  01,66. 

1  suoi  atti,  che  esistevano  ai  tempi 
di  s.  Gregorio  di  Tours,  non  sono 
pervenuti  sino  a  noi.  La  sua  festa 
è  posta  ai  29  di  marzOj  e  quella 
della  traslazione  delle  sue  reliquie 
ai    1 3  di  maggio. 

LIMIRA,  Lymira.  Sede  vesco- 
vile della  provincia  di  Licia,  nel- 
l'esarcato d'Asia,  sotto  la  metropoli 
di  Mira,  eretta  nel  V  secolo.  Era 
situata  la  città  di  Limira  sul  fiu- 
me Limira  o  Limiro  da  cui  prese 
il  nome.  Molle  Notizie  fanno  men- 


234  LIM 

zione  di  questa  città,  nella  quale 
morì  Caio  Cesare  ritornando  dal- 
l'oriente in  Italia.  Furono  vescovi 
di  Limira,  Diatimo  di  cui  parla  s. 
Basilio  nell'epist.  43  ad  Anfiloco 
d'Iconio;  Lupicinio  che  assistette  al 
primo  concilio  generale  di  Costan- 
tinopoli ;  Stefano  che  fu  al  conci- 
lio di  Calcedonia ,  e  sottoscrisse  la 
lettera  della  sua  provincia  all'  im- 
peratore Leone  ;  Teodoro  che  tro- 
vossi  al  quinto  concilio  generale; 
Leone  al  settimo,  e  Niceforo  a  quel- 
lo di  Fozio.  Oriens  christ.  t.  I,  p. 
972.  Limira,  Lymiren,  al  presente 
è  un  titolo  vescovile  in  parlibusj 
sotto  1  arcivescovato  pure  in  parti- 
bus  di  Mira,  che  conferisce  la  san- 
ta Sede.  Il  Pupa  regnante  Grego- 
rio XVI  a'  28  luglio  1837  fece 
vescovo  di  Limira  o  Limirense,  e 
coadiutore  del  vicario  apostolico  del 
distretto  orientale  di  Scozia,  mon- 
signor Giacomo  Gillis. 

LIMNEO  (s.),  solitario,  discepo- 
lo di  s.  Talassio,  ambedue  contem- 
poranei di  Teodoreto  vescovo  di 
Ciro,  nella  cui  diocesi  viveano.  S. 
Talassio  dimorava  in  una  caverna 
appartata  ,  occultando  agli  occhi 
degli  uomini  la  sua  santità.  Li- 
ni neo  si  rese  celebre  per  avere 
operato  molte  guarigioni  miracolo- 
se. Esso  venne  spesso  assalito  da 
violenti  coliche  e  da  altre  infermi- 
tà che  sofferiva  con  eroica  pazien- 
ta, senza  impiegare  per  liberarsene 
alcun  soccorso.  Non  lasciava  entra- 
re nel  suo  recinto  che  Teodoreto 
suo  vescovo,  non  parlando  mai  agli 
altri  che  da  una  finestra.  La  me- 
moria di  questi  due  santi  solitari 
è  onorata  a'  22   di   febbraio. 

LIMOGES  (Lemovicen).  Città 
con  residenza  vescovile  in  Francia, 
capoluogo  del  dipartimento  del- 
l'Alta-Vienna,  di  circondario   e  di 


LIM 
due  cantoni  sulla  riva  destra  della 
Vienna,  distante  venti  leghe  da 
Poitiers  e  settantasei  da  Pari£;i.  È 
residenza  di  una  corte  reale,  di  tri- 
bunali di  prima  istanza  e  commer- 
cio. Vi  sono  pure  le  direzioni  del 
demanio ,  delle  contribuzioni,  la 
conservazione  delle  ipoteche,  la  ca- 
mera consultiva  di  manifatture,  la 
società  i-eale  di  agricoltura,  scienze 
ed  arti,  l'università,  il  collegio  rea- 
le e  la  zecca.  Questa  gran  città  è 
eretta  sopra  una  collina,  da  dove 
si  gode  di  una  vista  deliziosa  sul 
corso  sinuoso  della  Vienna  e  sul 
suo  delizioso  vallone.  Vi  si  osser- 
vano ancora  molte  strade  strette 
e  ripide,  piccole  piazze,  e  case  in 
legno  partendo  dal  primo  piano, 
le  più  antiche  sono  di  pietra, 
colle  facciate  all'  inglese  e  le  fine- 
stre ad  arco  appuntito;  ma  da  un 
altro  lato  strade  nuove  ,  larghe 
e  a  dritta  linea ,  nuovi  baluardi, 
una  bella  piazza,  quella  di  Orsey 
formata  suU'  antico  anfiteatro,  al- 
cune belle  case  e  fontane  numerose 
cangiarono  del  tutto  l' aspetto  che 
tempo  addietro  offriva  questa  cit- 
tà antica.  Vi  si  ammira  il  pub- 
blico palazzo,  èdifizio  moderno, 
l'episcopio  co'  suoi  belli  giardini  ^k 
sulle  rive  della  Vienna,  e  la  cat-  ^" 
tedrale,  uno  de'bei  monumenti  di 
gotica  architettura  del  secolo  XIII. 
Limoges  possiede  molti  ospedali  e 
bagni  pubblici,  un  circolo  lettera- 
rio, un  teatro ,  tre  biblioteche 
pubbliche,  una  borsa,  una  scuola 
di  disegno  ed  una  di  commercio, 
un  gabinetto  di  fisica,  un  monte 
di  pietà,  una  casa  centrale  di  de- 
tenzione con  officine  di  lavoro, 
un  museo  di  storia  naturale  e  di 
antichità,  un  conservatorio  di  og- 
getti d'arti  e  meccanica,  un  se- 
menzaio reale,  e  molte    società  di 


LIM  LIM                    235 

beneficenza.  Sonovi  molle  fabbri-  menti  di  questa  epoca  ;  i  suoi  an- 
che, massime  di  l'oicellana,  la  lichi  templi,  le  arene  ed  i  bastioni 
quale  ivi  per  la  prima  volta  fu  scomparvero  del  tutto,  non  restan- 
fabbricata  in  Francia.  La  posizione  do  ben  conservato  che  un  bello 
di  Limoges,  cui  fauno  capo  diverse  acquedotto  sotterraneo,  che  forni- 
principali  strade,  rende  il  suo  sce  abbondantemente  la  fontana 
commercio  assai  importante.  E  pa-  di  Aigoultne,  situata  ne!  luogo 
tiia  di  Clemente  \l,  d'  Innocenzo  più  allo  della  città.  Sidonio  A- 
VI,  di  Urbano  V,  o  almeno  oriun-  pollinare  dice  che  molto  sofferse 
do,  di  Gregorio  XI,  di  diversi  car-  dalle  guerre  in  tempi  diversi.  Nel 
dinali,  del  p.  Onorato  di  s.  Ma-  quinto  secolo  Limoges  cadde  in 
ria  caririelitano  scalzo,  dolio  scrit-  potere  de'visigoti,  quindi  de'fran- 
tore,  del  ministro  di  sialo  Silhouet-  chi,  che  la  saccheggiarono.  In  pro- 
te,  di  La  Pieine  autore  de'mi-  gresso  cangiò  sì  spesso  di  padrone, 
gliori  stabilimenti  di  polizia  a  Pa-  e  fu  tante  volte  devastata  sino 
rigi,  del  poeta  Dorai,  di  Enrico  all'anno  i36o,  epoca  della  sua 
Fr.mcesco  d'Aguesseau  celebre  cau-  cessione  agli  inglesi  pel  trattato 
celliere  di  Francia,  di  Marmon-  di  Bretigny ,  che  sembra  quasi 
tei  dell'  accademia  francese,  e  di  impossibile  abbia  dessa  resistilo  a 
altri  illustri  personaggi  e  venera-  tante  sciagure.  Fu  riacquistata  alla 
bili  servi  di  Dio.  Francia  nel  1871  da  Bertrando 
Questa  città  capitale  dell'antico  du  Guesclin,  indi  cadde  in  potere 
Limosino,  è  antichissima.  Sembra  es-  del  principe  di  Galles  che  la  pre- 
sere stata  la  città  principale  dei /fmo-  se  d'assalto  pochi  anni  dopo.  la 
vidi,  popolo  gaulese,  che  abitava  seguito  i  francesi  se  ne  impadro- 
questa  contrada  all'arrivo  di  Giulio  nirono  di  nuovo,  e  venne  riunita 
Cesare,  pretendendo  alcuni  che  sia  definitivamente  alla  corona  di  Fi'an- 
stata  fabbricata  appunto  da  un  eia  sotto  Carlo  V.  La  città  di 
principe  della  Gallia,  che  le  diede  Limoges  ebbe  anche  dei  visconti 
il  suo  nome:  egli  la  trovò  grande  ereditari,  come  lo  erano  del  Li- 
e  popolosa.  Tolomeo  gli  dà  per  mosino,  e  che  sono  menzionati  in 
antico  nome  gaulese  quello  di  diverse  cai  te  del  secolo  IX.  Nel 
Jiastialuniy  ma  questo  fu  cangiato  gennaio  i8i4,  allorquando  il  Pa- 
sotto  i  romani  nell'altro  di  Augii-  pa  Pio  VII,  sotto  il  nome  di  ve- 
slorilum,  e  più  tardi  prese  quelli  scovo  d'Imola,  si  portò  da  Fon- 
ài  Lemovicitm,  Lemovica,  Lemovici-  tainebleau  a  Savona,  da  Orleans 
na,  o  Lemovìx,  da  cui  derivò  poscia  proseguì  il  cammino  per  la  Ferté, 
il  più  moderno  nome  di  Limoges.  la  Motte,  Saibris  :  ivi  ripiegò  il 
Esistono  ancora  alcuni  monumen-  passo  verso  Limoges,  e  circa  do- 
ti comprovanti  che  questa  città  dici  miglia  distante  dalla  città,  in 
sia  di  origine  gaulese,  e  fra  gli  un  luogo  così  detto  la  Casa  rossa, 
altri  un  sotterraneo  di  4^7  '^s<^  i'  Pontefice  rinvenne  il  clero,  e 
di  lunghezza,  che  incominciando  monsignor  Maria  Gianfìlippo  du 
nel  luogo  ove  fu  costrutto  Tanfi-  Bourg  di  Tolosa,  che  nel  1802 
teatro,  termina  alla  Vienna.  Fu  avea  fatto  vescovo  di  Limoges,  il 
assai  florida  sotto  i  romani,  ma  quale  genuflesso  protestò  la  invio- 
conservo  pochi  avanzi    dei  monu-  labile    sua    fedeltà    verso  la  santa 


236  LIM 

Sede,  ed  esclamò:  Tu  es  Petrus, 
et  super  liane  petrarn  aedificaho 
Ecclesia  ni  nieam,  et  portae  inferi 
non  praevalebunt  adversus  eam. 
Il  Papa  rispose:  est  de  fide,  e  be- 
nedì  il  vescovo,  il  clero  ed  i  li- 
mosini. 

La  sede  vescovile  di  Limoges  fu 
eretta  nel  secondo  o  terzo  secolo, 
e  fatta  suffraganea  della  metropoli 
di  Bordeaux,  di  cui  lo  è  tuttora. 
Il  primo  vescovo  di  Limoges  fu 
s.  Marziale,  apostolo  dell'  Aquita- 
ria,  che  fu  spedito  da  Roma  nel- 
le Gallie  a  predicarvi  il  vangelo 
verso  l'anno  25o.  Nel  pontificato 
di  Giovanni  XIX  detto  XX  in- 
sorse la  controversia  fra  i  liinoge- 
si  e  i  parigini,  se  s.  Marziale  do- 
vesse chiamarsi  soltanto  confessore, 
come  contendevano  i  primi,  o  a- 
postolo  come  volevano  i  secondi.  Il 
Papa  colla  costituzione  Ad  pasio- 
ralein,  presso  il  Bull.  Rom.  t.  1, 
p.  340,  e  nella  Raccolta  de'concilii 
del  Coleti,  t.  XI,  col.  554^,  decise 
a  favore  de'  parigini,  ed  inoltre 
fabbricò  un  bell'altare  nella  basi- 
lica vaticana  a  s.  Marziale.  Suc- 
cessero a  s.  Marziale,  s.  Aureliano, 
Ebulo,  Attico,  Ermogeniano,  s.  ■ 
Sacerdote,  Adelfio,  ec.  Gli  autori 
però  della  Gallia  Christiana,  di- 
cono che  non  si  può  asserire  nul- 
la di  certo  relativamente  a  questi 
primi  vescovi  di  Limoges.  Si  no- 
mina anche  Dativo  qiial  sesto  ve- 
scovo di  Limoges,  che  venne  de- 
posto dopo  diecinove  anni  di  ve- 
scovato, in  tempo  della  persecuzio- 
ne di  Diocleziano.  Pvelia  GaWa 
Christiana  è  riportata  la  serie  dei 
vescovi  di  Limoges,  e  nelle  an- 
nuali Notizie  di  Roma  sono  regi- 
strati i  vescovi  del  secolo  passato 
e  del  corrente.  Il  nominato  vesco- 
vo du    Bours    ebbe    a  successori  : 


LIM 

nel  1822  Gio.  Paolo  Gaston  de 
Pins  di  Castres,  traslato  da  Beziers; 
nel  1825  Prospero  Tournefort 
della  diocesi  di  Avignone,  fatto  ai 
2  r  marzo  da  Leone  XII.  Per  sua 
morte,  il  Papa  che  regna  Grego- 
rio XVI,  nel  concistoro  de'  1 7 
giugno  1844  pi'econizzò  l'attuale 
vescovo  monsignor  Bernardo  Buis- 
sas  di  Tolosa,  già  canonico  arcipre- 
te di  quella  metropolitana.  Prima 
il  vescovo  di  Limoges  era  signore 
delle  castellanie  di  Alezat.  In  tem- 
po di  sede  vacante  il  visconte  di 
Comborn  percepiva  le  rendite  di 
quelle  castellanie,  e  ne  faceva  am- 
ministrare la  giustizia,  senza  che 
vi  fosse  luogo  a  diritto  di  regalia. 
La  chiesa  cattedrale  è  dedicata  a 
Dio  sotto  l'invocazione  di  s.  Stefa- 
no protomartire.  Il  capitolo  si 
compone  di  otto  canonici,  senza 
dignità:  nelle  feste  gli  alunni  del 
seminario  sono  inservienti  alla 
divina  offiziatura.  Prima  il  capito- 
lo aveva  tre  dignità,  veutotto  ca- 
nonici, e  dieciotto  semi-prebendati. 
Il  canonico  arciprete  è  il  parroco 
della  cattedrale,  ove  è  il  battiste- 
rio.  Il  palazzo  vescovile  è  annesso 
alla  cattedrale,  ed  è  un  ampio  e- 
difìzio.  Nella  città  vi  sono  inoltre 
tre  altre  chiese  parrocchiali  muni- 
te del  sacro  fonte,  diverse  case 
religiose  e  confraternite;  l'ospedale, 
il  monte  di  pietà,  un  gran  semi- 
nario, essendovene  altro  piccolo 
nella  diocesi.  Questa  comprende  i 
dipartimenti  dell'  Alta  Vienna  e 
della  Creuse.  In  passato  compren- 
deva pilli  di  seicento  parrocchie  ; 
in  oggi  non  ne  conta  che  cinquan- 
tacinque, con  trecentoventolto  chie- 
se sussidiarie  e  trentasei  vicariati. 
Prima  nel  1789  conteneva  altresì 
tredici  capitoli  e  ventotto  abbazie: 
in  Limoges    eranvi    quattro  abba- 


I 


LIM  LIM                   237 

zie,  cioè  di  s.    Marziale,     occupata  condo  la     tradizione    del    paese  Io 

dai    benedettini  ;     di     s.     Agostino  faceva  discendente    dalla    stirpe  di 

della  congregazione    di    s,  IVJauro  ;  Abramo,  parente     di     s.    Pietro    e 

di  s.     Martino    egualmente    di  be-  di  s.  Stefano,  e  lo  diceva  ordinato 

nedettini;  e  i'  abbazia    detta  della  vescovo  da     Gesù     Cristo.     Questa 

Regola,  che  apparteneva    alle  mo-  storia  era  stata     composta  sotto  il 

nache  benedettine,  fondate  da   Lo-  nome  di  Aureliano     suo  discepolo, 

dovico  I  Pio.  Ad  ogni     nuovo  ve-  e  in  oggi  è  riconosciuta    del  tutto 

scovo    i     frutti     della     mensa  sono  apocrifa.     Vennero     poi     fatti     dei 

tassati  nei  libri  della    camera  apo-  regolamenti  sulla   disciplina     eccle- 

stolica  in  fiorini   370.  siastica.    Fu  stabilita,     come  in  al- 
tri, la   tregua  di     Dio.     Dicesi  che 

Concini  di  Limoges.  quelli  che    non     vollero     sottomet- 

lervisi   furono  percossi  dall'infermi- 

II  primo  fu  tenuto     neir848,  e  tà     degli     ardenti,     vale    a  dire  di 

venne  in   esso    accordata    la  regola  un  fuoco  che  divorava    loro  le  vi- 

ai  canonici  secolari  di  s.   Marziale,  scere.   Vi   si   pronunziò  una  scoaut- 

Arduino  t.   II.  nioa     terribile     contro     quelli     che 

Il  secondo  nel   C)q4-  "O"     conservassero     la    pace    e    la 

Il   terzo  nel    1028     o    icìg.   Vi  giustizia,  come    prescriveva  il  con- 

fu  deciso  che  s.  Marziale    fosse    a-  cilio.  Diz.  de  concilii  j  Reg.  t.  XXY  ; 

postolo.  DIz.  de' concila.  Labbé   t.   IX;  Arduino  t.  VI. 

Il  quarto  nel     io3i,    a'  18  no-  11    quinto    concilio     ebbe  luogo 

vembre.     Lo     presiedette     Aimone  nel    io52   sopra   l'ordinazione  d'un 

arcivescovo  di    Lione,    assistito  da  vescovo.  Labbé  t.  IX. 

nove  vescovi.  Vi  si   agitò     la   que-  Il  sesto  neliogS,  convocato  dal 

stione,  come  nel  piecedente,  se  do-  Papa  Urbano   li,  che  a'3o  novem- 

vevasi  dare  a  s.    Marziale  vescovo  bre  da   Clermont    era    partito  per 

di  Limoges  il     titolo    di    apostolo,  Limoges.     Ivi     pure      il     Pontefice 

ovvero    semplicemente     quello     di  trattò  della  crociata     contro  i    sa- 

confessorej    e    fugli     confermato  il  raceni,  e  depose     dal     vescovato  il 

titolo  di   apostolo  dato    già  a  quel  vescovo ,    accusato    e     convinto    di 

santo  dai  limosini.  Si  citarono  gli  più  delitti.    Labbé  t.  X  ;    Arduino 

atti  di  s.  Marziale,  ch'erano  igno-  t.   VI. 

ti  sino  al  secolo     X,    e  dai  critici  II  settimo  nel    1182,    presieduto 

riguardati     come      apocrifi,    ma  in  dal  cardinal     Enrico,    legato  della 

quei  tempi  si  credevano    verissimi,  santa   Stde  a  Limoges. 

Niente  meno    essi    dicevano  che  s.  LIMOSA  NI.  Città    piccola  e  ve- 

Marziale    era     stato    battezzato  da  scovile  nel   regno  delle  due  Sicilie, 

s.  Pietro,  e  ch'egli    avea    ricevuto  nella    provincia  del    Sannio,    sulla 

lo     Spirilo      Santo      insieme     cogli  riva  sinistra  del     Biferno,    distante 

apostoli  nella    Pentecoste,     mentre  trenta  miglia  da  Benevento.  Ha  due 

nella     sua     vita     composta     da     s.  chiese,  due     conventi     di    religiosi, 

Gregorio     di     Tours,     è    detto  che  ed   un    ospedale.     Fu     anticamente 

fiorì  verso     l'anno     2  5o.  Il  fonda-  sede  d'un  vescovo,     che    poi   fu  u- 

mento     dell'  opinione  dell'apostola-  nita  alla   metropoli     di     Benevento 

to  era  una    certa    storia,    che  se-  di  cui  era  sulfragauea.    L'  Ughelli 


238  LIN 

ntW Italia  sacra  t.  X,  p.  \^^^  re- 
gislra  due  vescovi  :  Gregorio  mo- 
naco di  Monte  Cassino,  clie  sedeva 
nel  Ilio;  ed  Ugiisio  del  ii32. 
Pompeo  Sarnelli  nelle  Memorie 
degli  arcÌK'escovi  di  Bene^'ento,  dice 
cbe  la  città  di  Limosani  fu  foiula- 
■ta  dalla  nobile  famiglia  Fantasia 
beneventana.  Conferma  cbe  la  se- 
de era  suffiaganea  di  Benevento, 
e  cb'ebbe  i  due  nominati  vescovi; 
il  secondo  però  lo  cbiama  Ugo- 
ne.  Dice  cbe  al  governo  spiri- 
tuale delle  anime  successe  un  ar- 
ciprete. 

LIMOSINA,  Eleenio^yna.  V.  E- 
lEMosiivA,  Elemosiniere,  Elemosi- 
niere DEL   Papa,  e  Poveri. 

LINARES  o  LEONE  NUOVO 
(De  Linares).  Città  con  residenza 
■vescovile  nell'America  settentriona- 
le, nello  slato  del  Nuovo-Leone,  del- 
la confederazione  Messicana.  È  una 
piccola  città,  posta  in  arido  terre- 
no non  lungi  dalla  sinistra  riva 
del  Tigre,  ove  stanziano  principal- 
mente i  possessori  di  numerose 
mandrie  di  bestiami,  attesa  la  co- 
modità dei  pingui  pascoli  vicini. 
Contiene  più  di  duemila  abitanti, 
ed  è  distante  diecisette  le°be  dal 
capoluogo  dello  stato,  cioè  Monte 
Rey.  Questa  città  di  non  grande 
estensione,  ma  molto  regolnimente 
fabbricata,  giace  in  riva  al  Tigre. 
Fu  fondata  nel  i -'>99,  ed  ivi  ven- 
ne eretta  la  cattedrale,  e  due  cbie- 
se  di  elegante  aicliitettura,  oltre 
r  edifizio  del  seminario.  Nei  din- 
torni trovansi  miniere  d'oro,  d'ar- 
gento e  di  piombo.  Il  suo  com- 
mercio si  va  progressivamente  ac- 
crescendo, e  vi  risiede  la  corte  di 
giustizia  per  gli  stati  di  Nuovo- 
Leon,  di  Cohabuila  e  di  Tamau- 
lipas.  Conta  più  di  undicimila  a- 
bitanti,  ed  è  distante  centosettanta 


LIN 

Icglie  al  nord  di  Messico,  e  novan- 
ta  da    Durango. 

La  sede  vescovile,  ad  istanza  di 
Callo  III  re  di  Spagna,  fu  eretta 
da  Pio  VI  nel  1777,  nella  pro- 
vincia allora  di  Maracaibo,  collo 
smembramento  dell'arcivescovato  di 
s.  Fede,  e  del  vescovato  di  Carac- 
cas  o  s.  Giacomo  di  Benezuela, 
»  quali  erano  troppo  estesi.  La  se- 
de la  dichiarò  suffraganea  della 
met|'opoli  del  Messico,  di  cui  lo  è 
ancora.  Per  primo  vescovo,  Pio 
VI  preconizzò  nel  concistoro  de'28 
settembre  1778,  fr.  Antonio  di 
Gesù  da  Sacedon  nella  diocesi  di 
Cuenca,  minore  osservante  scalzo, 
il  quale  ebbe  i  seguenti  successori. 
Nel  1782  fr.  Raffaele  Giuseppe 
Verger  minore  osservante  di  San- 
taiiy  diocesi  di  Majorica.  Nel  1791 
Andrea  Ambrogio  de  Llanos  -y- 
Valdes  di  Xeres  diocesi  di  Guada- 
laxara.  Nel  1801  Primo  Feliciano 
Marin  di  Tamaron  diocesi  di  Burgos. 
Nel  18 17  Giuseppe  Ignazio  de  A- 
ranciva  di  Lequicizio  diocesi  di 
Calahorra.  Il  Papa  regnante  Gre- 
gorio XVI  nel  concistoro  de'  28 
febbraio  i83i  preconizzò  vescovo 
monsignor  Giuseppe  di  Gesù  de 
Bealunzeran  minore  riformato;  e 
per  sua  rinunzia  in  quello  dei  3o 
gennaio  i843  dichiarò  a  succe- 
dergli l'odierno  monsignor  Salva- 
tore Apodaca  di  Guadalxara,  già 
pai'roco.  ■ 

La  cattedrale,  di  antica  strutta*  ■ 
ra,  è  nella  città  di  Monte-Rey;  ivi 
è  la  parrocchia,  amministrata  da 
un  prete  deputato,  ed  il  battisterio. 
Il  capitolo  si  compone  di  tre  di- 
gnità, la  prima  delle  quali  è  il 
decano,  di  alcuni  canonici ,  e  dì 
venti  ecclesiastici  pel  divino  servi- 
gio. L' episcopio  è  contiguo  alla 
cattedrale.  Nella    città  vi  sono  due 


LIN 

conventi  di  francescani ,  uno  cioè 
<l'o.sservanti,  l' altro  di  cappuccini, 
l'ospedale  ed  il  seminario  con  cir- 
ca trenta  alunni.  Vastissima  è  la 
diocesi,  che  si  estende  per  mille 
cinquecento  leghe  quadrate,  e  con- 
tiene più  luoghi ,  e  trecentomi- 
la abitanti.  Ogni  nuovo  vescovo  è 
tassato  ne'  libri  della  camera  apo- 
stolica in  fiorini  trentatre,  ascen- 
dendo le  rendite  della  mensa  a 
circa  ventimila  scudi. 

LINCOLN,  Lincolnia.  Città  ve- 
scovile d'  Inghilterra  ,  capoluogo 
della  contea  di  Lincoln-Shire,  divi- 
sione di  Lindsey,  distante  quaranta- 
tre leghe  da  Londra  ,  bellamente 
situata  sulla  sommità  di  una  ripi- 
da collina ,  alla  riva  sinistra  del 
Witham.  In  generale  non  è  ben 
fabbricata,  tranne  alcune  belle  ca- 
se. Questa  città,  divisa  in  alta  e 
in  bassa,  ha  una  superba  cattedra- 
le posta  sopra  un'  eminenza,  ed 
undici  altre  chiese  ;  un  gran  nu- 
mero di  cappelle  pei  cattolici,  e 
pei  ballisti  indipendenti,  i  calvini- 
sti ed  i  metodisti  ;  molte  scuole, 
un  teatro,  ed  un  bel  silo  per  le 
corse  di  cavalli.  Si  osserva  soprat- 
tutto la  cattedrale  ,  ediflzio  fonda- 
lo nel    1086,  poi    rifabbricalo    nel 

I  ^83;  essa  è  sormontata  da  tre  torri, 
una  delle  quali  s'innalza  a  trecen- 
to piedi  :  prima  della  pretesa  ri- 
forma era  una  delle  più  1  icche  chie- 
se de!  regno.  Possiede  ancora  una 
ricca  biblioteca,  una  bella  prigione 
della  contea  ed  altra  della  città, 
un  ospedale  della  contea  vantag- 
giosamente situato,  ed  un  arsenale. 

II  commercio,  benché  favorito  da 
vari  corsi   d'  acqua    navigabili,  che 

,  aprono  facili  comunicazioni  col  ma- 
re del  nord  e  col  Treni,  è  poco 
importante. 

Lincoln,  Lindum,  Lincolnia^  Liti- 


LIN  23r) 

rìecollinitm,  antichissima  città,  offre 
una  gran    quantità    di    vestigia    di 
monumenti    sassoni    e     normanni  , 
che  attestano  il  suo  remoto  splen- 
dore.   Vi    si     osservano    ancora  gli 
avanzi   del    castello  fortificalo,    che 
Guglielmo  I  il  Conquistatore  vi  fe- 
ce costruire;  questa  città  era  allo- 
ra una    delle    più    ricche    e  popo- 
lose   dell'  Inghilterra.    Molto    soffiì 
nelle  guerre  civili.  E    anche  cono- 
sciuta nelle  storie    per  essere  stata 
la  dimora  di    qualche    re  di   Mer- 
cia ,    e    perchè    i    bretoni    sotto    il 
loro  re  Arturo  discacciarono   i    sas- 
soni. Tronside    vi    scacciò     pure     i 
danesi,  che  1'  avevano  saccheggiata. 
JNelle    sue    vicinanze    l'anno    i  i4o 
avvenne  una    battaglia    fra    la  im- 
peratrice Matilde,  ed  il  re  Stefano, 
che   fu  allora  fatto  prigioniero.  En- 
rico III  ebbe  una  più  prospera  sor- 
te allorché  s' impadronì  di  Lincoln 
il    19    maggio    1217,    quantunque 
gli  stati  del  regno  la  difendessero, 
sotto  il  comando  del  principe  Lui- 
gi, che  si  vide  obbligato  di   ritirar- 
si a  Londra,  e  poco  tempo  dopo  in 
Francia.    Fu  patria  di    diversi  uo- 
mini   illustri ,    come   di  s.    Ugo  di 
Lincoln  martire. 

Remigio  vescovo  di  Dorchester, 
trasferì  quivi  la  sua  sede  vescovile 
verso  Tantio  1000,  epoca  che  Com- 
manville  protrae  al  lO'jS  ;  indi  vi 
fabbricò  la  cattedrale ,  dedicandola 
alla  Beata  Vergine  ed  a  tutti  i 
santi,  la  quale  venne  poscia  ma- 
gnificamente rifabbricata  nell'anno 
II23,  dal  vescovo  Alessandro,  che 
ne  aumentò  anche  le  prebende. 
Prima  della  pretesa  riforma  la 
chiesa  vescovile  di  Lincoln,  suffia- 
ganea  della  metropoli  di  Cantorbe- 
ry,  era  una  delle  più  ricche  d'In- 
ghilterra. 11  primo  vescovo  fu  il 
nominato  Remigio,  già  monaco  di 


24o  LIN 

Feschamps,  che  oltre  la  cattedrale 
edificò  due  monasteri.  Fra  i  suoi 
successori  si  distinsero  particolar- 
mente il  memorato  Alessandro  , 
che  fu  vescovo  dal  i  i23  al  i  i47  • 
fu  inviato  a  Roma  due  volte,  dove 
si  distinse  per  la  sua  saviezza  e 
dottrina.  Il  Papa  lo  nominò  suo 
legato  in  Inghilterra ,  dove  tenne 
un  concilio  per  la  riforma  dei  co- 
stumi. Roberto  di  Chesney,  suc- 
cessore di  Alessandro,  fondò  il  prio- 
rato di  s.  Caterina  presso  Londra, 
e  mori  nel  i  167.  S.  Ugo  o  tigo- 
ne, già  priore  della  certosa  di  Wi- 
lliam, che  Enrico  II  re  d'  Inghil- 
terra nel  1186  fece  eleggere  in 
"vescovo  dal  decano  e  capitolo  del- 
la cattedrale:  morì  nel  1200  a 
Londra,  mentre  stavasi  per  aprire 
un  concilio  a  Lincoln,  ove  fu  por- 
tato il  suo  corpo,  ed  Onorio  111 
lo  canonizzò  nel  1220.  Roberto 
Grout-Head,  o  grossa  testa,  celebre 
per  la  sua  erudizione  e  per  le  al- 
tre qualità  del  suo  spirito,  nominato 
vescovo  nel  i2  35,  mori  nel  i2  53. 
Riccardo  Flemming  eletto  nel  i4^o, 
fece  abbruciare  nel  (4^5  il  cor- 
po dell'  eresiarca  VViclef ,  indi  nel 
i43o  fondò  nell'università  d' Ox- 
ford il  collegio  di  Lincoln.  Giovan- 
ni Russel  vescovo  dal  1480  al 
1490  ,  si  distinse  assai  per  pietà, 
saviezza,  erudizione ,  ed  esperienza 
negli  affari.  Guglielmo  Smith  dal 
1495Ì  al  i5i3;  fondò  un  ospedale 
per  dieci  poveri,  ed  una  scuola  per 
l'istruzione  de' fanciulli.  Tommaso 
Watson  o  Wtitston ,  dottore  in 
teologia  ,  consecrato  vescovo  nel 
iSSy;  ma  fu  scacciato  poco  dopo 
per  ordine  del  parlamento  d' lu- 
ghilterra,  per  aver  costantemente 
ricusato  di  acconsentire  alla  sedi- 
cente riforma. 
LINCOPING  o  LINDROEPING, 


LIN 

Ltngadopia  o  Lincopin.  Città  ve- 
scovile della  Svezia  nell'Ostrogozia, 
la  cui  sede  fu  eretta  nelI'VIil  se- 
colo sotto  la  metropoli  d'  Upsala. 
Il  primo  vescovo  si  vuole  che  fos- 
se s.  Eriberto  che  predicò  la  fede 
nella  regione  nell'anno  716.  Ni- 
cola Anglico,  legato  del  Pontefice 
Eugenio  III,  vi  celebrò  un  concilio 
nel  I  148,  per  erigere  il  vescovato 
di  Lunden  in  arcivescovato.  Lahbé 
t.   IX  ;    Arduino  t.   VI. 

LINDA  NO  Guglielmo.  Nacque 
a  Dordrecht  in  Olanda  nel  i5i5', 
fece  i  suoi  studi  a  Lovanio,  dove 
fu  licenziato  in  teologia  nel  i552, 
dopo  essere  stato  a  Parigi  a  per- 
fezionarsi nello  studio  della  lingua 
greca  ed  ebraica.  Dipoi  fu  per  tre 
anni  professore  di  sacra  Scrittura 
a  Dilingen,  ed  in  seguito  inquisi- 
tore delia  fede  contro  gli  eretici 
nell'Olanda  e  nella  Frisia.  Filippo 
II  lo  nominò  al  vescovato  di  Ru- 
remonda,  dal  quale  nel  i588  fu 
trasferito  a  quello  di  Gand,  e  mori 
in  detto  anno  a'4  novembre  nell'età 
di  sessantatre  anni.  Fu  uno  dei 
più  insigni  prelati  e  dei  più  abili 
scrittori  del  secolo  XVI,  essendo 
pur  tenuto  per  uno  de'controversi- 
sti  di  primo  ordine.  Egli  era  dot- 
to in  antiquaria ,  in  teologia,  ia 
morale;  versato  nella  lettura  dei 
padri  e  de'concilii;  avea  inoltre 
elevato  ingegno,  forza  di  ragiona- 
mento, e  stile  vibrato.  Abbiamo  di 
lui  le  seguenti  opere,  i.  Panoplia 
evangelica.  2.  Tre  libri  intorno  al- 
la miglior  maniera  d' interpretare 
la  sacra  Scrittura.  3.  Tre  libri  di 
Stromati  in  difésa  del  concilio  di 
Trento,  4-  ^1  dialogo  intitolato: 
Dubitantius,  sull'  origine  delle  sette 
del  suo  tempo.  5.  Dialogo  sulla 
tranquillità  dell'  anima.  6.  Della 
vera  Chiesa   contro  quelli   di  Vit- 


LIN 

tenaberga,  7.  Apologetico  per  la 
concordia  della  Chiesa  cattolica  con- 
tro la  confessione  Augustana.  8. 
La  concoidia  discordante,  e  confu- 
tazione della  pretesa  concordia  dei 
luterani  e  sacramentari,  g.  Sul 
voto  della  continenza,  e  sul  celiba- 
to de' preti,  io.  Difesa  della  pre- 
senza reale  del  Corpo  vivo  di  Cri- 
sto nell'Eucaristia.  11.  L'aquilone 
mistico.  1 2.  Esortazione  agli  olan- 
desi per  richiamarli  alla  Chiesa. 
i3.  Uno  scritto  sulla  fuga  degl'idoli, 
e  contro  i  nuovi  dommi  evangelici. 
i4-  Confutazione  della  confessione 
di  Anversa,  e  l'apologia  di  questo 
scritto  in  fiammingo.  i5.  Un  trat- 
tato contro  chi  mangia  carne  in 
quaresima.  16.  Laberinto  cristiano; 
catechismo  ;  metodo  pei*  confessar- 
si ;  lo  specchio  sacerdotale  ;  l'anti- 
co salterio  purgato  dagli  errori,  e 
illustrato  col  testo  ebraico.  17. 
Parafrasi  dei  trenta  primi  salmi, 
dei  sette  salmi  penitenziali,  e  del 
salmo  CXVIIL  18.  Costituzioni 
sinodali  ;  discorso  contro  le  srego- 
latezze del  clero.  19.  Molti  ser- 
moni, ed  altre  opere  inedite. 

LINDiSFARNE  o  LLNDIFFARN, 
Lindisfarnia .  Isola  e  sede  vesco- 
le  del  mare  del  nord,  chiamata 
pure  Holy-Island,  sulla  costa  o- 
rientale  dell'Inghilterra.  Dipende  da 
quella  porzione  della  contea  di  Dur- 
ham,  che  si  chiama  Island-Shire,  e 
che  trovasi  rinchiusa  fra  la  contea 
di  Northuroberland  ed  il  territo- 
rio di  BerAvick.  E  vicino  tanto  al- 
la costa,  che  i  cavalli  e  le  vettu- 
re possono  passarvi  a  bassa  ma- 
rea. Un  ruscello  chiamato  Lindis 
che  scorre  verso  il  sud,  la  fece 
chiamare  un  tempo  col  nome  di 
Lì'ndisfarne.  Il  principale  villaggio 
sta  sulla  costa  sud-ovest;  fu  un 
tempo  molto  più  considerabile,  ed 
VOI.  xxxvin. 


LIN  24' 

ebbe  anche  il  titolo  di  citta.  Si  ve- 
dono in  vicinanza  le  rovine  di  un 
monastero  fondato  dal  re  Oswaldo 
nel  635,  che  ne  fece  la  sede  del 
vescovato  di  Lindisfarne  sotto  la 
metropoli  di  York.  Il  monasteio 
divenne  celebre  ,  ma  avendolo  di- 
strutto i  danesi,  la  sede  vescovile 
fu  trasferita  a  Durhara.  Sulla  ba- 
ia dell'isola  evvi  un  piccolo  porto, 
e  sopra  una  montagna  assai  scosce- 
sa si  trova  un  castello  fortificato 
con  una  guarnigione.  Essendo  l' i- 
sola  stata  anticamente  il  soggior- 
no di  molti  santi  ed  illustri  mo- 
naci e  solitari,  le  venne  perciò  il 
nome  che  porta  presentemente,  il 
quale  significa   Isola  santa. 

LINGUA,  lingua.  Membro  eh'  tt 
nella  bocca,  ed  uno  degli  strumen- 
ti del  formare  la  voce  e  del  par- 
lare. Idioma,  linguaggio,  favella.  La 
voce  si  qualifica  per  quel  suono 
prodotto  colla  bocca,  e  modulato 
dalla  lingua  per  manifestare  ed  e- 
spriraere  qualche  affetto,  parola, 
vocabolo,  suono  di  stromento  da  fia- 
to, ec.  De  Cerando,  nel  suo  li- 
bro Dei  segni  e  dell'  arie  di  pen- 
sare^ richiama  l'attenzione  de'leggi- 
tori  su  quella  mirabile  facoltà  che 
l'uomo  possiede  di  produrre  o  d'i- 
mitare tutti  i  suoni  che  vengono 
a  colpire  il  suo  orecchio,  e  su  quella 
ch'egli  ha  di  udire  e  di  discernere 
tutti  i  suoni  ch'escono  dalla  sua  boc- 
ca. Allorché,  dic'egli,  si  studiano  le 
intime  relazioni  stabilite  tra  l'orga- 
no della  voce  e  quello  dell'  udito, 
e  si  osserva  la  corrispondenza  delle 
leggi  alle  quali  que'due  organi  so- 
no stati  sommessi,  non  si  può  trat- 
tenersi dal  credere  o  dall'  immagi- 
nare che  la  natura  gli  abbia  spe- 
cialmente destinati  a  divenir  il  mez- 
zo ordinario  di  quelle  comunicazio- 
ni sociali  che  esercitare  debbono  un 
16 


242  LTN 

sì  grande  uffizio  nello  sviluppameli- 
to  delle  nostre  facollà  inlellelliiaii. 
Il  vantaggio  che  ha  l' orecchio  di 
non  essere  abitualmente  distratto 
ed  occupalo,  come  lo  è  la  vista,  da- 
gli oggetti  che  ne  circondano,  il  van- 
taggio che  ha  la  voce  di  poter  emet- 
tere i  suoi  suoni,  senza  farci  ab- 
bandonare i  nostri  ordinari  la- 
vori, e  senza  esigere  da  noi  alcu- 
no sforzo  o  alcun  apparato  ester- 
no; quella  varietà  quasi  infinita 
di  modificazioni,  di  cui  trovansi 
suscettibili  i  suoni;  il  piacere  che 
quasi  sempre  accompagna  le  im- 
pressioni che  cagionano  in  noi  ; 
quella  facilità  che  noi  abbiamo  di 
farci  intendere  da  quelli  che  non 
possono  vederci  ;  mille  circostanze  di 
questa  natura  dovettero  determinare 
la  preferenza  che  in  tutti  i  tempi  e  in 
tutti  i  paesi  fu  data  all' arfe  della 
parola  per  la  comunicazione  ordi- 
naria de' pensieri.  La  parola  e  1'  u- 
dito  non  sarebbero  stati  per  noi  di 
presso  che  alcuna  utilità,  se  conse- 
crate  non  l'avessimo  a  produrre  e  a 
riconoscere  i  segni  del  pensiero  e  del 
discorso;  rivestili  l'uno  e  l'allro 
di  questo  uffizio,  lasciano  gli  altri 
nostri  sensi  liberi  di  occuparsi  nel- 
le loro  vtTfrpOrtanti  funzioni.  In  que- 
sto modo  mentre  l'occhio  e  il  tat- 
to osservano  e  studiano,  l'udito  e  la 
parola  raccolgono  gli  avvisi  che  deb- 
bono dirigerli,  e  trasmettono  le  i- 
struzioni  che  hanno  raccolte.  Men- 
tre quelli  ci  pongono  in  relazione 
colla  natura  materiale  e  fisica , 
questi  formano  la  catena  che  ci 
imisce  alla  natura  morale  ed  in- 
telligente, idea  che  ci  è  stata  otti- 
mamente espressa  in  alcune  allego- 
rie degli  antichi.  Warburton  dice, 
che  se  giudicar  si  dee  dai  monu- 
menti degli  antichi  e  dalla  natu- 
ra della    cosa,    il  linguaggio    deve 


LIN  I 

essere  slato  da  principio  somma-  I 
mente  rozzo,  sterile  ed  equivoco, 
cosicché  gli  uomini  dovevano  tro- 
varsi continuamente  imbarazzati  per 
farsi  intendere  gli  uni  dagli  altri, 
qualora  ad  essi  presentavasi  qualche 
nuova  idea  o  qualche  caso  straor- 
dinario. Ma  la  natura  li  condusse 
a  prevenire  que' difetti,  aggiungen- 
do alle  parole  segni  convenevoli  e 
significativi.  In  conseguenza  la  con- 
versazione nei  primi  secoli  del  mon- 
do forse  fu  sostenuta  da  un  discor-  ■ 
so  frammischiato  di  parole  e  di  a- 
zioni.  L'uso  ed  il  costume,  come  ac- 
cade nella  maggior  parte  delle  altre 
cose  della  vita  umana,  cangiarono 
col  lasso  del  tempo  in  ornamento 
quello  che  dovuto  era  alla  sola  ne- 
cessità; ma  la  pratica  dovette  an- 
cora per  lungo  tempo  sussistere 
dopo  che  cessata  era  la  neces- 
sità ;  e  questo  singolarmente  do- 
vette aver  luogo  tra  gli  orientali,  il 
di  cui  carattere  naturalmente  si  ac-  ■ 
comodava  ad  una  forma  di  conver- 
sazione, che  esercitava  fortemente  la 
loro  vivacità  col  movimento,  e  la 
appagava  sovente  con  una  rappre- 
sentazione perpetua  d'immagini  sen- 
sibili. La  sacra  Scrittura  ci  som- 
ministra più  esempi  di  questa  sorte 
di  conversazioni  e  di  discorsi  espres- 
si per  mezzo  di  azioni,  e  n'è  piena 
altresì  l'  antichità.  All'articolo  O- 
spizio  DELLA  Madonna  degli  Angeli, 
parleremo  dello  stabilimento  uma- 
nissimo de'sordo-muti. 

Inoltre  la  parola //«g-Mrjj  prenden- 
dosi per  la  lingua  materiale  che  è  l'or- 
gano del  parlare,  o  per  il  linguaggio 
che  si  parla,  si  disputa  molto  sulla 
lingua  presa  in  questo  secondo  senso, 
vale  a  dire  per  il  linguaggio.  Avvi 
una  lingua  naturale  all'uomo?  Dio 
è  egli  l'autore  della  prima  lingua, 
e  la  diede  egli  ad  Adamo  per  iiifu- 


LIN  LIN                   243 

sione?  Questa  lingua  sussiste  ancora,  fu  preso  uno  cui  si  fece  quanto 
e  quale  è  ilessa  ?  Da  che  provenne  la  si  potè  per  insegnargli  a  parlare,  ma 
moltiplicità  delle  lingue,  e  quante  se  senza  alcun  successo,  quantunque! 
ne  furmarono  alla  confusione  di  Ea-  medici  afferniassero  non  aver  egli 
bele?  L'uomo  ha  certi  suoni,  certi  se-  alcun  difetto  nella  lingua.  L'uomo 
gni,  certi  movimenti  naturali  per  in-  non  ha  dunque  una  lingua  natura- 
dicare  la  gioia,  il  piacere,  il  dolore,  i  le,  e  bisogna  riconoscere  Dio  non  so- 
dcsiderii  e  le  altre  passioni,  ma  non  lamente  qual  creatore  dell'universo 
ha  lingua  nalin-ale.  Se  gli  uomini  a-  che  egli  con  un  tratto  della  sua  on- 
vessero  una  lingua  che  loro  fosse  nipotenza  tolse  dal  nulla,  ma  come 
naturale,  tulli  la  parlerebbero,  od  l'autore  altresì  della  lingua  del  pri- 
ahneno  essi  avrebbero  una  grande  mo  uomo,  che  egli  creò  in  uno 
inclinazione  e  grandi  disposizioni  stato  perfetto  ed  atto  per  conseguen- 
a  parlare,  e  ne  resterebbero  mol-  za  ad  esprimere  tosto  i  propri  pen- 
te tracce  fra  i  diversi  popoli  del  sieii  e  le  proprie  sensazioni.  La 
mondo  :  i  fanciulli  abbandonati  ,  Scrittura  lo  indica  bastantemente, 
esposti,  sordi ,  parlerebbero  una  mostrandoci  Adamo  che  parla  col- 
siffatta  lingua.  Tultociò  è  smen-  la  sua  compagna  Eva,  e  che  asse- 
tito  dall'  esperienza  ;  si  tralasci  di  gna  nomi  a  tutte  le  cose,  in  un 
parlare  ad  un  bambino,  egli  non  tempo  in  cui  non  avea  potuto  aver 
parlerà  mai  alcuna  lingua  cono*  l'agio  di  formare  una  lingua.  Dio 
sciuta  o  sconosciuta.  II  Sarnelli  nel  stesso  parlò  ad  Adamo  cui  presen- 
t.  X  delle  LcU.  eccl.  ci  dà  la  lelt.  tò  gli  animali  acciò  li  chiamasse 
XXXVII:  Del  clono  delle  lingue,  e  con  un  nome  ;  dunque  Dio  è  l'au- 
se  il  nato  sordo  possa  imparare  a  tore  del  linguaggio.  Le  speculazio- 
pai  lare.  Racconta  con  Erodoto  l'è-  ni  de'moderni  filosofi  sul  modo  on- 
sperimento  che  Psammetico  re  di  de  gli  uomini  poterono  formailo, 
Egitto  fece  con  due  fanciulli,  che  non  solo  sono  contrarie  al  rispetto 
non  trattando  con  veruno,  pronun-  dovuto  alla  rivelazione,  ma  sono  un 
ziarono  la  parola  frigia  beccos,  che  composto  di  visioni,  che  Lattanzio 
avevano  imparata  dal  belar  delle  già  confutava  nel  IV  secolo,  Divin. 
pecore  loro  nutrici.  Ed  il  p.  Meno-  inslit.  I.  6,  e.  io.  Basta  aver  buon 
chio  che  riporta  il  medesimo  fat-  senso,  dic'egli,  per  conoscere  che  non 
to,  dice  esser  ciò  conforme  alla  dot-  vi  furono  mai  uomini  usciti  dall'in- 
trina  di  Aristotile,  il  quale  nel  prò-  fanzia  e  che  fossero  uniti  senza  a- 
blema  27,  sez,  II,  tiene  che  nessun  ver  l'uso  della  parola:  Dio  che  non 
bambino  proferisca  voce  articolata,  voleva  che  l'uomo  fosse  un  bruto, 
se  non  ad  imitazione  di  quelle  vo-  si  degnò  di  parlargli  e  d'istruirlo 
ci  che  gli  sono  entrale  pegli  orec-  al  momento  stesso  che  lo  creò, 
chi.  Si  narra,  che  Melabdin  Eche-  Ma  quale  era  mai  la  prima  lin- 
bas  re  dell' Indoslan,  avendo  fatto  gua  che  Dio  diede  ad  Adamo?  (jo- 
allevare  lungi  dal  consorzio  degli  rope  Becan,  x\q\\' Origin.  Antnerp.  \. 
uomini  un  fanciullo,  questo  rimase  5,  p.  SSg,  sostiene  seriamente  che  era 
sempre  privo  della  facoltà  di  par-  la  fiamminga  ;  e  quasi  tutte  le  lin- 
lare.  Nel  1661  in  Polonia  si  rin-  gue  di  oriente  aspirano  a  questo  o- 
vennero  due  fanciulli  novenni  in  nore.  Ma  la  maggior  parte  de'cri- 
mezzo    ad    un  branco  di    orsi  ;    ne  tici  danno  la  preferenza  all'ebraica, 


244  LIN 

benché  molti  fra  di  essi  credono 
nello  stesso  tempo  che  questa  lin- 
gua, quale  noi  la  vediamo  presen- 
temente nella  Bibbia,  e  quale  era 
al  tempo  di  Mosè,  non  è  la  lingua 
primitiva  nella  sua  purezza.  Le  lin- 
gue orientali  in  molta  parte  sono 
derivate  dall'ebraica,  ed  i  pivi  anti- 
chi libri  del  mondo  sono  stati  scrit- 
ti nella  medesima  lingua.  La  sua 
concisione,  semplicità,  energia,  mae- 
stà, e  l'etimologia  dei  nomi  de'pri- 
mi  uomini  che  trovansi  naturalmen- 
te in  questa  lingua;  i  nomi  di  ani- 
mali che  sono  significativi  nella  lin- 
gua ebraica,  e  che  indicano  la  na- 
tura, la  proprietà  degli  animali  stes- 
si, tutti  questi  caratteri  riuniti  for- 
mano un'  opinione  favorevolissi- 
ma per  la  sua  preminenza  e  per 
la  sua  eccellenza.  La  moltiplici- 
tà  delle  lingue  provenne  dalla  con- 
fusione di  Babele,  cioè  dalla  con- 
fusione della  lingua  degli  uomini  che 
edificavano  per  ordine  di  Nembrod 
figlio  di  Chus  la  torre,  per  garan- 
tirsi da  un  nuovo  diluvio  univer- 
sale, e  mettersi  anche  in  posizione 
di  vendicare  contro  Dio  stesso  la 
morte  dei  suoi  antenati  causata  dal 
diluvio,  al  dire  di  GiosefFo,  Aiiliquit. 
1.  I,  e.  5.  La  Scrittura  dice  soltan- 
to, che  gli  uomini  per  rendere  il 
loro  nome  famoso,  vollero  erigere 
una  città,  ed  una  torre  la  cui  som- 
mità si  elevasse  fino  al  cielo;  che 
il  Signore  conoscendo  il  loro  dise- 
gno, confuse  la  loro  lingua,  e  fu- 
rono costretti  a  disperdersi  ed  ab- 
bandonare la  loro  impresa.  Genesi 
XI,  4^  ^>  ^'  ^^-  ^^^'  discrepanza 
di  opinioni  intorno  al  modo  con 
cui  avvenne  siffatta  famosa  confusio- 
ne, in  cui  gli  uomini  non  poteva- 
no più  intendersi  fra  di  loro,  e  sul 
numero  delle  lingue  che  vi  si  for- 
marono. Si  dubita  se  Dio  abbia  ad 


LIN 

un  tratto  fatto  dimenticare  a  tutti 
gli  uomini  la  loro  propria  lingua, 
per  darne  ad  essi  delle  altre  affatto 
nuove;  o  se  confondendo  le  loro  i-  ; 
dee  egli  abbia  posto  nelle  loro  boc- 
che diversi  dialetti  della  prima  lin- 
gua, che  rimase  intatta  m  alcune 
famiglie  soltanto  ;  o  finalmente  se 
Dio  avendo  permesso  che  entrasse 
la  discordia  fra  gli  uomini,  e  che 
quelli  si  separassero,  la  loro  sepa- 
razione abbia  causato  il  cambia- 
mento della  lingua,  in  conseguenza 
della  lontananza  de' luoghi  e  della 
mancanza  di  commercio.  Queste  di- 
verse opinioni  hanno  ciascuna  i  loro 
sostenitori,  ma  l'ultima  ripugna  al- 
le parole  della  Scrittura.  Quanto 
al  numero  delle  lingue  che  forma- 
ronsi  all'atto  della  confusione  di  Ba- 
bele, nulla  vi  è  di  più  incerto.  Mol- 
ti fra  gli  antichi  le  fanno  ammon- 
tare a  settanta,  altri  a  settantadue, 
altri  a  seltantacinque  ;  s.  Paciano 
vescovo  di  Barcellona  ne  annovera 
centoventi;  ma  vi  sono  alcuni  che 
appena  ne  contano  venti,  altri  do- 
dici, ed  altri,  che  non  sono  da  se- 
guirsi, le  riducono  a  tre.  Eusebio 
Scaligero  ed  altri  dicono  che  la 
confusione  delle  lingue  accadde  nel- 
l'anno i8oo  circa  del  mondo  e 
22o4  anni  prima  della  nascita  di 
Gesù  Cristo  ;  da  questo  fatto  ebbe 
principio  la  divisione  ed  origine  delle 
nazioni.  Lo  sviluppo  e  divisione  del- 
le genti  può  vedersi  con  iscelta  e- 
rudizioue  presso  il  p.  Kircher  ge- 
suita, nella  tavola  cronografica.  Tur- 
ris  Bahel,  sect.  HI,  p.  Ili,  cap.  XIII, 
lib.  II,  fino  al  XVII  inclusi vamente. 
Il  Martinetti,  Collezione  classica 
delle  anlichità  ec.  t.  I,  p.  3o4, 
coli' autorità  del  p.  Kircher  dichia- 
ra inesatti  i  cronologi  che  lo  han- 
no preceduto  ,  e  pone  il  fatto 
dellci  confusione  degli  idiomi,  negli 


LIN 

iìjnni  del    mondo    igSi,  dell'età  di 
Noè  876,  e  dopo    il  diluvio     276. 
jl    p.     Kircher    propone    la    gran 
questione,  in    qual  modo    accadde 
la  confusione    delle  lingue,   se  per 
istantanea    moltiplicazione,    o     per 
divisione  di    famiglie,  e  dopo  aver 
riferito    molti     pareri,    soggiunge. 
Vico  br^viter,  inductani  pvinium  di' 
i'iuiUis  in  omnibus  fami  li  is  oblivia- 
ncni  nadvae  linguae,    idest   hebrai- 
cae,  praelerquain  in  Heber  et  PhU' 
Icg,  in    quibus    illa    inviolala   per- 
viansit ,  tuni    insertam    infasamque 
jìOi'am    linguani    omnibus  Janiiliis, 
prout  olini   infusa  fuerat    Adamo 
et  uxori   ejusy  adeo  ut    Ulani  non 
fìiinus  haberent  in  promplu,  quam 
si  cani  cuni  nutricis    lacte  didicis- 
sent.  Cii'ca  il  modo  e  l'esecuzione, 
può  dirsi  che    gli  angeli   vi  abhia- 
po    contribui|.o,  come    quelli    che 
sono  stati  sovente  i    ministri  delia 
divina  giustizia;  laonde  secondo  O- 
jigene  poterono    gli    angeli    contri- 
buire   a    questo    castigo    mediante 
l'ordine  che  suppouesi  ingiunto  da 
Dio.   Venite,    descmdanius,  et  con- 
fundamu^  ibi    linguapi     eprum.  Di 
questo  parere  è  s.   Epifanio.  Non  è 
poi    riceyuta    opinione ,    secondo  il 
il  Martinetti,  che  le  lingue  fossero 
moltiplicate  senz'ordine,  e  tra  per- 
sone di  una    stessa   famiglia  e  tri- 
bbi; poiché  la  comune    opinione  si 
è,  che  Dio  provvidentissimo  distri- 
buì le  lingue  secondo    le    famiglie 
e  le  cognazioni,  non  già  qhe  dalla 
casuale  unione    di  persone  che  in- 
tendessero   la  stessa  lingua,  nasces- 
sero   nuove    famiglie.    E    ciò  inse- 
gna   Mosè    quando    tratta    de'  figli 
di  Jafet,  dicendo.   «  Ab  bis  divisae 
5unt  insulae  gentium   in  regionibus 
guis,    unusquisque     secundum     lin- 
guam  suam  et  familias  suas  in  na- 
|ionibus  suis  ".  Così  dei  figli  di  Cham, 


LIN 


245 


«  Hi  sunt  filli  Cham  in  cognationi- 
bus  et  linguis  et  generationibus, 
terrisque  et  genlibus  suis  ".  Il  p. 
Kircher,  quanto  al  numero  delle 
lingue  ispirate,  dopo  varie  opinio- 
ni dottamente  esaminate,  opina  che 
fossero  settantadue,  anche  per  l'au- 
torità de'padri,  fra'quali  di  s.  Pro- 
spero d' Aquitania  che  disse  :  In. 
eunideni  nunieruni  fere  onines  anti- 
qui conveniunt.  Il  p.  Kircher  ne  dà 
ragione,  e  fa  l'analisi  di  tali  lingue 
con  isquisita  erudizione.  Nota  il 
citato  Sarnelli,  che  la  lingua  ebrai- 
ca di  Abramo  restò  nel  solo  Eber 
e  ne'suoi  posteri,  insieme  colla  vera 
fede,  religione  e  pietà;  negli  altri 
rimasero  gli  stessi  elementi  della 
prima  lingua,  ma  altrimenti  com- 
jjinali,  eh' è  propriamente  l'effetto 
della  confusione.  Aggiunge,  che  in 
questa  confusione,  Iddio  fece  di 
nuovo  le  lingue  matrici  solamente 
e  le  infuse  agli  uomini,  e  da  que- 
ste poi  sono  derivate  le  altre.  Gos» 
r  ebraica  fu  madre  della  siriaca, 
caldaica  ed  araba;  la  latina  della 
italiana  ,  della  vallaca  ,  francese, 
spagnuola;  la  greca  della  dorica, 
ionica,  eolica  ed  attica  ;  la  schia- 
vona  della  polacca,  boema,  russa  ; 
la  germanica  dell'elvetica,  sassone, 
inglese  ;  la  tartarica  della  turchesca, 
sarcomanìca  ;  e  l'abissina  dell'etio- 
pica, sabea,  ec.  Il  p.  Menochio 
nelle  sue  Stuore,  centuria  III,  trat- 
ta al  cap.  LXXI  :  Quante  lingue 
fossero  introdotte  di  nuovo  in  queir 
la  confusione  dei  fabbricatori  della 
torre  di  Babel.  Su  questo  punto  si 
possono  consultare  il  p.  Calmet  nella 
dissertazione  sulla  confusione  delle 
lingue;  e  Penaver  nella  raccolta  di 
osservazioni  antiche  sull'origine  del- 
le lingue.  Nel  voi.  XII  degli  An- 
nali delle  scienze  religiose  di  mons. 
de  Luca,  a  p.   171   è  riparlala    la 


246  LIN 

Disseriazione  sopra  l'epoca  della 
prima  origine  e  varietà  delle  Un- 
^tie  del  dottor  Giambernardo  de 
Rossi  contro  Vitringa. 

Il  p.  Meuochio  inoltre,  nella  cen- 
turia VII  discorre  al  cap.  VII  : 
Che  lingua  parlano  i  beali  nel 
paradiso.  Riportando  le  diverse  o« 
pinioni,  gli  uni  dicono  la  lingua 
greca;  altri  la  latina  che  si  usa 
nel  culto  de'divini  ufiici  nella  Chie- 
sa militante ,  nella  maggior  parte 
d'Europa,  nelle  Indie  tanto  orien- 
tali che  occidentali ,  ed  in  alcune 
parti  dell'Asia  e  dell'Africa;  altri 
la  lingua  ebraica.  Il  medesimo  p. 
Menochio  nella  centuria  IV  di- 
chiara al  cap.  XXVIII:  Che  lingua 
parleranno  li  beali  nel  cielo,  e  che 
lingua  parlò  Cristo  in  terra,  e  par- 
ticolarmente se  in  qualche  occa- 
sione  parlò  in  lingua  latina.  Anche 
in  questo  capitolo  riporta  testimo- 
nianze ed  erudizieni  in  favore  del- 
le lingue  greca,  latina  ed  ebraica. 
Quanto  al  dubbio  se  Gesù  Cristo 
abbia  talvolta  parlato  latino,  pro- 
va quanto  i  romani  erano  tenaci 
nel  parlare  la  lingua  latina  ancor- 
ché sapessero  lu  greca,  ciò  che  di- 
cemmo ancor  noi  all'articolo  La- 
zio, parlando  dell'idioma  latino.  E 
siccome  al  tempo  della  predicazione 
del  Redentore,  in  Gerusalemme  ove 
molto  egli  conversò  eranvi  molti 
soldati  romani,  e  la  corte  di  Pila- 
to presidente  della  Giudea,  slima 
probabile  che  Gesù  parlasse  o  ri- 
spondesse ad  alcuni  di  essi  colla 
lingua  latina.  Il  p.  ab.  Biagi  ca- 
maldolese, annotatore  del  Bergier, 
nell'articolo:  Lingua  di  Cristo  e 
degli  Jpostoli,  dice  che  la  que- 
stione agitata  su  questa  materia 
dagli  eruditi,  la  crede  terminata 
ila  Giambernardo  de  Rossi  colle 
JPisserlazioni  della  lingua  propria 


LliX 

di  Cristo  ec.  stampate  nel  1778, 
il  quale  scrisse  contro  Domenico 
Dlutliiti,  che  dopo  il  Vossio  che 
ne  .ivea  detto  alcuna  cosa  contro 
Ricard  Simon,  ch'erasi  assunto  di 
dimostrare  nella  sua  opera:  De 
Christo  graece  loquente  ec.  1 7  67, 
die  il  linguaggio  nativo  di  Cristo 
e  degli  apostoli  fu  greco,  ossia  el- 
lenistico, cioè  greco  misto  talvol- 
ta di  Siro-caldaico.  Confutando  le 
rngioni  del  Diodati,  il  de  Rossi 
dimostra  nella  dissertazione  I,  che 
dall'età  degli  Assamonei  sino  a  quel- 
la di  Cristo,  regnò  nella  Palestina 
il  linguaggio  siro-caldeo,  né  potè 
questo  mutarsi  nei  greco:  1.  per- 
chè non  furono  mai  nella  Pale- 
stina introdotte  tali  e  tante  e  per 
sì  lungo  tempo  colonie  greche,  che 
vi  potessero  render  comune  e  pa- 
trio il  greco  linguaggio;  2.  perchè 
nella  Palestina  fu  grande  lo  stabi- 
limento e  concorso  degli  ebrei  cal- 
daizzanti;  3.  perchè  i  palestini  erano 
tenacissimi  nel  conservare  il  proprio 
idioma  ;  4-  perchè  anzi  gli  ebrei 
palestini  avevano  grande  avversione 
al  greco  ;  5.  all'opposto  nudrivano 
una  grande  affezione  e  stima  al 
caldeo  ed  al  siriaco;  6.  finalmen- 
te perchè  grande  si  era  la  did'e- 
l'enza  del  greco  dal  siro-caldeo  , 
poca  l'affinità.  Che  se  in  quella 
stagione  alcuni  re  greci  dominaro- 
no in  Palestina,  domina  ora  pure 
in  molle  cillà  d'Italia  l'imperatore  A 
d'Austria,  e  gl'italiani  conservano  » 
patria  la  lingua  italica.  Se  alcuni 
de'palestini  in  quell'  età  scrissero 
in  greco,  anche  molti  italiani  scri- 
vono in  latino  ed  altre  lingue.  Se 
gli  ebrei  ellenisti  e  greci,  abitanti 
principalmente  fuori  della  Giudea,  M 
avevano  di  que'tempi  incominciato  ■ 
a  leggere  la  versione  dei  settanta; 
gli  altri  ebrei    però  continuamente 


LIN  LIN                    247 

si  querelavaDO    che    i    loro    codici  cioè  nella  lingua  allora  nativa  «le- 

ebraici   veri    ed  incorrotti   non   fos-  gli  ebrei.  Per  la  lingua  che  parla- 

sero    letti    dagli    ebrei.    Gli    ebrei  va  Gesù  Cristo,   quando    cìrcuibat 

palestini    erano    alTezionatissiaii    al  docens....    et  praedicans    regnimi 

lesto  loro  ebreo,  né  troppo  amare  coelorum,  ecco   quel    che  scrive  il 

potevano  la     versione    dei  settanta  p.  Perrone  gesuita,  Praelect.  theO' 

da  quello  talora  discorde.  £  apocri-  log.  t.  VI,  p.  186,  tract.  De  Eucha- 

fo  il  libeicolo  attribuito  a  s.  Tom-  ristia.   Quid  si  adderelut   Chrisluru 

niaso,  ove  comparisce  Zaccheo  mae-  Doininum  minime  lingua  syra  (co- 

slro  di  scuola  che   insegna  a  Gesù  me  ammette  monsignor  Weiseman 

fanciullo  r  alfabeto     greco  ;  ed     in  nelle  sue  Horae  syriacae)  aut  sy 

un  codice  arabico    di   Sike  si  dice  rochnldaica  usuni  esse,  sed  pecu- 

altrettanto.    Questa    narrazione    fu  Ilari  dialecto  hierosolymitana  min.' 

iuteipolata  in  un  codice  da  un  ara-  cupata,  quae  eadeni    est  cuni  lin- 

bo,  the  finse  essere  dal  maestro  inse-  gua  rabbinica.'*    Rem  porro  ita  se 

guata  la  sua  lingua  araba  a  Cristo,     habere  patet    ex,  etc ut  o- 

II    nome    di    questi  era    l'ebraico  stendit  ci.  Drach  in  opera:  Inscri- 

Messia,    quelli    degli    apostoli  sono  ptions  hebra'ùjuCy   2.    edit.,  Romae 

tutti  presso  che  ebrei   o  siro-caldei.  i83i.  Questa  dissertazione  fu  tra- 

Sulle    parole    siro-caldee  ,  ebree    e  dotta  in    italiano,    ed   inserita    nel 

caldee  dette  da  Gesù,  a  lungo  ra-  tora.  II  del    testo  della  Bibbia    di 

gìona  il  de    Rossi    contro  Diodati.  Milano. 

Cristo  parlò  in  lingua  ebraica,  os-  Il  dono  delle  lingue  è  una  gra- 
sia  siro  caldea,  quando  prodigiosa*  zia  che  Dio  comparle  ad  un  indi- 
mente  converti  l'Apostolo;  citò  più  viduo,  quando  gli  dà  per  miracolo 
volte  de'  testi  dell'antico  Testamen-  e  senza  bisogno  di  studio  la  cono- 
to,  non  giusta  la  versione  greca  scenza  e  l' uso  di  una  lingua  che 
dei  settanta,  ma  giusta  l'originale  egli  nun  sa  ;  in  maniera  che  esso 
ebraico.  Le  ragioni  però  che  mos-  o  l' intende  o  la  parla,  ovvero  la 
sero  gli  evangelisti  a  scrivere  in  intende  e  la  parla  nel  tempo  istes- 
greco,  essendo  allora  vastissima  la  so.  Lo  Spirito  Santo  discendendo 
nazione  greca,  consigliarono  i  me-  sugli  apostoli  nel  giorno  di  Pen- 
desimi  a  citare  i  testi  del  vecchio  lecoste,  loro  accordò  il  dono  delle 
Testamento  secondo  i  settanta.  Mol-  lingue  che  si  sparse  sopra  un  gran 
ti  scrittori  attestano  scritto  in  si-  numero  di  altri  fedeli,  e  che  sus- 
ro-caldeo  il  vangelo  di  s.  Matteo,  sisteva  ancora  nella  Chiesa  a'  tem- 
quindi  non  è  meraviglia  se  il  tra-  pi  di  s.  Ireneo,  come  egli  attesta 
dottore  greco  v'  abbia  tolte  le  e-  nel  lib.  V,  e.  6.  Nel  di  della  Pen- 
spressioni  caldaico -sire.  S.  Girola-  lecoste,  una  delle  tre  principali  fe- 
nio  però  chiaramente  dice,  che  s.  ste  dell'anno,  celebriamo  la  discesa 
Matteo  nel  citare  i  testi  del  vec-  miracolosa  dello  Spiwto  Santo  sopra 
caio  Testamento  usò  sempre  del  gli  apostoli  e  discepoli,  cioè  quan- 
testo  ebraico;  ed  il  de  Rossi  ne  do  nel  cenacolo  in  forma  di  tante 
porta  gli  esempi.  S.  Paolo  per  di-  lingue  di  fuoco  si  posò  sopra  cia- 
fendere  sé  stesso  accusato  dagli  e-  scuno  di  quelli  che  ivi  erano  pre- 
brei  palestini  di  grecismo,  rispose  senti,  e  celebriamo  la  promulgazio- 
loro  in  ebraico   o  in   siro-caldaico,  ne  dell'evangelio  e  lo  stabilimento 


248                   LIN  LIN 

della  legge  di  Gesù  disio.  Lo  Spi-  miraculo  Pentecostali  t.  II;  Dissero 
lilo  Santo  apparve  sotto  la  forma  talionuni  in  loca  quaedam  novi  Te- 
di tante  lingue  di  fuoco,  per  figura  stamenti ^  Amstelodarai  lySa;  e 
dei  lume  che  ricevettero  gli  apo-  Gottofredo  Tilio,  Dissert.  de  lin- 
slolij  e  che  sparsero  poscia  per  guis  ignitis,  t.  II,  ibid.  43o,  n.  17, 
tutto  il  mondo,  di  quello  zelo,  di  mostrano  che  il  dono  delle  lingue 
quel!'  intrepido  coraggio  che  vesti-  ha  dovuto  essere  assai  frequente  tra 
rono  essi  e  tramandarono  agli  ere-  i  primi  discepoli  degli  apostoli.  In 
di  del  loro  apostolato.  Questo  se-  castigo  della  superbia  degli  uomini 
gno  miracoloso  delle  lingue  di  fuo-  nella  torre  di  Babele,  la  confusio- 
co  fu  eziandio  una  figura  sensibile  ne  delle  lingue  li  disperse.  11  dono 
del  dono  delle  lingue,  in  grazia  del  delle  lingue  all'atto  della  pubbli- 
quale  gli  apostoli  facevansi  inten-  cazione  della  nuova  legge  ha  ser- 
dere  dalle  genti  di  tutte  le  nazio-  vito  ad  unire  tutte  le  nazioni  sotto 
ni,  con  cui  avevano  a  trattare,  l'impero  della  legge  di  grazia,  e 
Queste  lingue  erano  spartite,  il  rappresentare  tutto  in  uno  la  loro 
che  significava  la  diversità  dei  lin-  unione,  mercè  la  carità,  come  è 
guaggi.  Sant'Agostino,  lib.  19  De  detto  in  Daniele:  Tulle  le  lingue 
civit.  Dei,  cap.  7,  e  parecchi  altri  serviranno  il  Signore.  VII,  i4-  ^• 
interpreti  dicono  che  gli  apostoli  s.  Gregorio  I,  oniel.  3o  in  Evang.j 
intendevano  e  parlavano  tutte  le  ed  il  p.  MenochiOj  t.  II ,  centuria 
lingue  iu  virtù  del  dono  sovran-  Y,  cap.  XXVII:  Del  dono  delle 
naturale  che  ricevettero  allora,  al-  lingue  che  ebbero  gli  apostoli.  Di- 
meno in  certi  tempi  e  secondo  il  chiara  che  alcuni  hanno  stimato, 
bisogno.  S.  Paolo,  i.  Carini.  XIV,  che  questo  dono  delle  lingue  con- 
ringruzia  Dio  che  gli  ha  dato  di  sistesse  che  parlando  gli  apostoli 
parlar  la  lingua  di  quelli  che  egli  la  propria  lingua  fossero  da  tutti 
ha  convertito.  Alcuni  conchiudono  intesi  :  così  leggiamo  nelle  vite  dei 
dai  versetti  8,  9,  io  del  secondo  santi,  che  s.  Vincenzo  Ferreri  pre- 
capo degli  Atti  degli  apostoli,  che  dicando  nella  sua  lingua  spagnuo- 
quando  essi  parlavano  in  ebreo,  eia-  la,  era  inleso  dai  francesi,  fìammin- 
scuno  dei  loro  uditori  gì' intendes-  gin,  inglesi  ed  italiani;  s.  Antonio 
se  nella  propria  lingua.  Può  essere  di  Padova  predicando  alla  presen- 
che  ora  l'uno,  ora  l'altro  di  questi  za  del  Pontefice,  era  parimente  da 
miracoli  accompagnasse  la  loro  pre-  quelli  di  diverse  nazioni  inteso;  s. 
dicazione,  secondo  il  richiedevano  Bernardino  da  Siena  nel  concilio 
le  circostanze.  Ma  né  l'uno  né  l'ai-  generale  di  Firenze,  nelle  prediche 
tro  sembra  essere  stato  costante  e  era  inteso  da  tutti  i  padri  che  lo 
perpetuo  ;  perocché  sovente  gli  a-  componevano  di  varie  nazioni;  non 
postoli  adoperavano  degli  interpre-  che  greci  ed  orientali.  Iddio  cornu- 
ti per  iscrivere  le  loro  lettere.  Sem-  nicò  il  dono  delle  lingue  a  s.  Fi'an- 
bra  almeno  certo,  che  in  caso  di  cesco  Saverio  apostolo  delle  Indie 
necessità  parlassero  e  si  facessero  orientali .  Questo  ultimo  santo  , 
intendere  in  tutte  le  lingue.  F.  s.  con  pochissimo  studio  apprese  me- 
Tonitnaso  2.  2,  qnest.  176,  art.  i.  ravigliosamente  il  giapponese,  e 
I  dotti  critici  protestanti,  Giovanni  con  naturalezza  singolare  vi  pre- 
Cristoforo  Ilarumberg,  Dissert.  de  dicava  ;    senza    che    avesse   studia- 


LIN 

to  il  cinese,  pel  dono  permanente 
delle  lingue,  predicò  in  quell'  idio- 
ma ai  mercanti  della  Cina  che  in 
gran  numero  trafficavano  nel  Giap- 
pone; e  quello  che  riuscì  più  sor- 
prendente ,    fu    che  soddisfece  con 
una  sola  risposta  ad  un  gran    nu- 
mero di   persone  che  lo  inten-oga- 
vano  nello  stesso  tempo  sopra  ma- 
terie tutte  diverse,    e    bene   spesso 
diametralmente  opposte.  Con  tutto 
ciò  osserva  il  p.  INlenochio,  che  non 
si     può  dubitare    che    gli    apostoli 
non  parlassero  tutte  le  lingue,  per- 
chè altrimenti  il  miracolo   sarebbe 
slato  piuttosto    negli    uditori ,    che 
negli   apostoli,  come  bene  argomen- 
ta s.  Gregorio  Nazianzeno  nell'ora- 
zione 44j  oltre  che    il  sacro    testo 
degli  AUi  assai  chiaramente    lo  si- 
gnifica ,    mentre    dice  nel    cap.   2  : 
Coeperunt  loqui  variis  linguis,  va- 
rie e  diverse  da  quelle  della    loro 
patria;  il  che  anco  si  ricava    dalla 
interpretazione  siriaca,  ove  si  legge: 
Loquehontur   lingua    et    lingua.    11 
medesimo  dono  di   parlar  le  lingue 
ebbe  s.  Paolo ,    il    quale  scrisse  ai 
Corinti  utW episl.    i,  cap.    i4,  'B: 
Gralìas  ago  Dea  meo,  quod  omnium 
veslrurn  lingua  loquor.    Conchiude 
il  p.  Menochio,  non  sembrargli  im- 
probabile che  gli    apostoli  sapesse- 
ro   solamente     quelle    lingue,    alle 
quali  erano  destinati  dallo  Spirito 
Santo,  acciocché  ivi    con    maggior 
facilità  pubblicassero  1'  evangelio. 

Yi  è  una  gran  disputa  Ira  i  cat- 
tolici e  i  protestanti,  se  sia  uso  lo- 
devole od  un  abuso  celebrare  l'uf- 
fizio divino  e  la  liturgia  in  una 
lìngua  che  non  è  intesa  dal  popolo. 
Questo  è  uno  de'  principali  rim- 
proveri che  i  controversisti  etero- 
dossi fecero  alla  Chiesa  romana  ; 
l'accusano  di  avere  in  ciò  cambiato 
l'uso  della  Chiesa  primitiva,  di  oc- 


LIN  249 

cullare  al  popolo  le  cose  che  ha  il 
maggiore  interesse  di  conoscere,  di 
obbligarlo  a  lodare  Dio  senza  nien- 
te intendere  di  ciò  che  si  dice.  Non 
si  può  negare  che  al  tempo   degli 
apostoli    e  nei  primi  secoli    il    ser- 
vigio  divino    nella    maggior    parte 
delle    chiese    si    facesse    in    lingua 
volgare,  cioè  in  quella  lingua    che 
volgarmente  si  favellava,  vale  a  di- 
re in  siriaco  in    tutta    l'estensione 
della  Palestina    e    della    Siria,    in 
greco  nelle  altre  provincie   dell'  A- 
sia  e  dell'Europa.   Vi  è  anco  mo- 
tivo di  presumere  che    nell'Egitto 
quando  si  usava  il  greco  nella  città 
di  Alessandria,  si  celebrasse  in  copto 
nelle  altre  chiese  di  questa    regio- 
ne :    però    non    si    sa  precisamente 
in    qual    tempo    abbia    cominciata 
questa  diversità.    Inutilmente    Bin- 
gham  si  prese  gran   pena  per  pro- 
vare il  fatto  generale,    poiché  non 
è  contrastato  da  alcuno.    Orig.  ec- 
cles.  1.   i3,  e.  4-  ^I^  ^i  sono  però 
alcune  eccezioni  che  non    si    devo- 
no tacere.    Quando    s.    Paolo  per- 
tossi a  pi'edicare  nell'Arabia,  è  forse 
certo  che  vi  abbia  celebrato  la  li- 
turgia in  arabo  ?  Sebbene  il  cristia- 
nesimo abbia  durato  almeno  quat- 
trocento anni  in  questa    parte    del 
mondo,  non  vi  è  in    tutta    l'anti- 
chità vestigio  alcuno  di  una  litur- 
gia araba.  Durò  meno  lungo  tem- 
po nella  Persia,  né  mai  si  udì  par- 
lare di  servigio  divino  fatto  in  lin- 
gua persiana.  Al  tempo  di  s.  Ago- 
stino la  lingua  punica  era    ancora 
la    sola    che    fosse    in  lesa    da    una 
buona   parte  dei  cristiani  dell'Afri- 
ca, lo  sappiamo  dagli  scritti  di  lui  j 
però  non  si  parlò  mai  di  tradurre 
in  questa  lingua  le   orazioni    della 
liturgia.    Quando    il    cristianesimo 
penetrò  nelle  Gallie,  il  latino  non 
era  piìi  la  lingua  volgare  del    pò- 


25o  LIN 

nolo,  come  il  francese  non  Io  è 
al  presente  nelle  provincie  distanti 
dalla  capitale  ;  niullo  meno  lo  era 
presso  gli  spagnuoli  ,  gì'  inglesi  e 
gli  altri  popoli  del  nord  ;  tuttavia 
in  tulio  r  occidente  celebrossi  co- 
stantemente la  liturgia  in  latino. 
Dunque  non  è  universalmente  vero 
che  nei  primi  seculi  il  servigio  di- 
vino sia  slato  fatto  iu  lingua  vol- 
gare ,  poiché  le  tre  lingue ,  nelle 
quali  da  principio  è  slato  celebrato, 
non  erano  volgari  iu  una  gran  par- 
ie del  mondo  cristiano.  Nel  pro- 
gresso de'  tempi,  quando  la  mesco- 
lanza de'  popoli  cambiò  le  lingue 
e  moltiplicò  air  infinito  i  linguag- 
gi, sia  nell'oriente,  sia  nell'occiden- 
te, la  Chresa  non  si  assoggettò  a 
tutte  queste  variazioni ,  conservò 
costantemente  nell'uffizio  divino  le 
stesse  lingue,  nelle  quali  da  prin- 
cipio era  stato  celebrato,  e  tale 
condotta  fu  sapientissima.  Perchè  i 
protestanti  lessero  the  i  greci  ce- 
lebrano il  loro  uffizio  in  greco,  i 
sirii  in  siriaco,  gli  egiziani  in  copto, 
pensarono  che  queste  lingue  fossero 
ancora  popolari,  come  lo  erano  uà 
tempo  in  quelle  regioni;  questo  è 
un  errore  sciocco.  Il  greco  volgare 
d'oggid'i  diversifica  dal  greco  let- 
terale: la  lingua  volgare  dei  sirii 
non  è  il  siriaco,  ma  l'arabo  che 
&i  parla  anco  fra  i  cristiani  di  E- 
gitto.  L'etiopico  è  quasi  interamen- 
te perduto  presso  gli  abissini  per 
una  nuova  legge  che  un  re  di  stir- 
pe straniera  v'introdusse;  l'arme- 
no moderno  non  è  più  quello  in 
cui  è  siala  scritta  la  liturgia  ar- 
mena; la  liturgia  siriaca  fu  portala 
presso  gì'  indiani  dalla  costa  del 
Malabar,  che  non  hanno  avuto 
giammai  l'uso  di  questa  lingua; 
dessa  è  iu  uso  presso  i  nestoriani 
the  non  la  iuleudouo  più.  F.  i'As- 


LIN 

semani,  Biblloih.  orient.  tom.  IV, 
e.  7,  §  12.  Dunque  tutti  questi  po- 
poli sono  obbligati  di  studiare  per 
intendere  il  linguaggio  della  loro 
liturgia,  come  noi  siamo  costretti 
apprendere  il  latino.  Fu  un'  ingiu- 
stizia de'  protestanti  il  rimprovera- 
re alla  sola  Chiesa  romana  una  con- 
dotta eguale  a  quella  di  tutte  le 
altre  società  cristiane;  ma  i  pretesi 
riformatori  non  si  istruirono  abba- 
stanza, per  giudicare  con  fonduiueu- 
to  di  ciò  che  è  bene  o  male. 

Avrebbero  avuto  qualche  ragio- 
ne di  querelarsi,  se  la  Chiesa  avesse 
deciso  doversi  assolutamente  cele- 
brare il  divino  uffizio  in  una  lin- 
gua ignota  al  popolo  ;  ma  in  vece 
di  far  ciò,  non  escluse  alcuna  lingua, 
anzi  permise  l' introduzione  d'  una 
nuova  lingua  nel  divino  servìgio, 
quando  credette  che  ciò  fosse  ne- 
cessario per  agevolare  la  conver- 
sione di  tutto  un  popolo.  Perciò  la 
liturgia  è  stata  celebrata  non  solo 
in  greco,  latino  e  siriaco  sino  dal 
tempo  degli  apostoli,  ma  anche  da 
tempo  antico  in  copto  ;  nel  quarto 
secolo  quando  si  compì  la  conver- 
sione degli  etiopi  e  degli  armeni 
fu  tradotta  in  etiopico  ed  in  ar- 
meno ;  nel  quinto  fu  scritta  in  que- 
ste sei  lingue.  Nel  nono  e  decimo 
fu  tradotta  in  illirico  per  quei  della 
Moravia  o  della  Russia,  e  fu  loro 
permesso  celebrare  in  questa  lin- 
gua. Ma  quando  si  cambiarono 
tutti  questi  linguaggi,  hanno  con- 
servala la  liturgia  come  era,  ciò 
che  fu  ben  fatto.  E  necessaria  l'u- 
nità del  linguaggio  per  conservare 
una  più  stretta  unione  e  comuni- 
cazione di  dottrina  più  facile  fra 
le  dilferenti  chiese  del  mondo,  e 
per  renderle  più  fedelmente  attac- 
cate al  centro  della  unità  caltolica. 
Che  le  diverse  società  protestanti , 


1 


LIN 
le  quali  niente  liaiino  Ira  loro 
(li  comune,  non  abbiano  procuralo 
di  conservare  nel  divino  servigio 
uno  stesso  linguaggio,  ciò  non  sor- 
prende ;  ma  la  cosa  e  diversa  per 
Il  Chiesa  cattolica.  Se  i  greci  ed 
i  latini  avessero  avuto  una  stessa 
lingua,  non  sarebbe  stato  tanto  fa- 
cile a  Fozio  ed  ai  suoi  partigiani 
di  trascinare  nello  scisma  tutta  la 
Chiesa  greca,  attribuendo  alia  Chie- 
sa romana  degli  errori  e  degli  abu- 
si di  cui  non  fu  mai  rea.  Subito 
che  un  protestante  è  fuori  delia 
sua  patria,  non  può  più  aver  parte 
nel  culto  ptibljlico;  il  cattolico  non 
è  fuori  del  suo  paese  in  nessuna 
delle  chiese  latine.  Dicesi  che  la 
premura  dei  Papi  per  introdurre 
in  ogni  luogo  la  liturgia  romaua, 
era  etfettu  della  loro  ambizione  e 
della  brama  di  dominare;  ma  in 
fatti  fu  elFetto  del  loro  zelo  per  la 
cattolicità ,  che  è  carattere  della 
vera  Chiesa,  ed  inolile  tenacemente 
vollero  conservate  le  liturgie  e  gl'i- 
diomi di  non  poche  nazioni,  come 
può  vedersi  ai  relativi  articoli  ove 
parlasi  dei  riti  delie  medesime.  La 
lingua  dotta  intesa  soltanto  dagli 
uomini  istruiti,  ispira  più  rispetto 
che  il  linguaggio  popolare.  Sem- 
brerebbero ridicoli  la  maggior  parte 
de'  nostri  misteri  ,  espressi  in  un 
linguaggio  troppo  famigliare.  La 
instabilità  delle  lingue  viventi  pro- 
durrebbe necessariamente  del  cangia- 
mento nelle  formule  del  culto  di- 
vino e  dell  ammiiii^tnizione  dei  sa- 
cramenti; queste  trequeuli  alterazio 
ni  ne  prudurrebliero  infallibilmen- 
te anche  ntlla  dultrina,  poiché  que- 
ste foruìule  sono  una  professione 
di  iìsde.  Se  ne  vide  la  prima  presso 
j  protestanti  ,  la  cui  credenza  al 
[)i esente  è  diversissima  da  quella 
che  predicarono   i    primi   riforma- 


LIN  25i 

tori.  La  necessità  di  apprendere  la 
lingua  della  Chiesa,  conservò  in 
tutto  l'occidente  la  cognizione  del 
bilino.  Se  fra  noi  bastasse  inten- 
dere la  lingua  volgare  per  la  ce- 
lebia/.ione  dei  divini  uffizi,  bea 
presto  più  d'uno  limiterebbe  la  sua 
scienza    a  saper  leggere. 

E  necessario  che  i  ministri  del- 
la Chiesa  intendano  e  parlino  la 
lingua  della  diocesi  e  delle  parroc- 
chie, nelle  quali  devono  provvede- 
re ai  bisogni  spirituali  dei  popo- 
li confidati  alle  loro  cure.  Il  Pon- 
tefice Innocenzo  HI ,  convinto  di 
questa  necessità,  fece  emanare  nel 
concilio  generale  Lateraueuse  IV , 
tenuto  nel  12 15,  un  decreto  il 
quale  ordinava  che  i  vescovi  no- 
niinerebbero  dei  pastori  capaci  di 
istruire  il  loro  gregge,  secondo  i  loro 
riti  e  la  loro  lingua  od  idioma.  JVoa 
essendo  però  eseguito  con  sufficiente 
zelo  quel  decreto  apostolico,  molti 
principi  vi  rimediarono  ne'loro  sta- 
ti. 11  Papa  Eugenio  IV  conoscen- 
do esso  pure  la  necessità  che  i  par- 
rocchiani dovessero  intendere  la 
lingua  o  r  idioma  dei  loro  curati, 
pubblicò  la  regola  20  di  cancelle- 
ria :  De  idioniate,  concepita  ne' se- 
guenti termini,  llem  voluit,  quod 
si  contingat  ipsuni  alicui  personae 
de  paroi  Inali  ecclesia  vel  quo  vis 
alio  beneficio  exeicitium  curae  ani- 
marurn  parochiaaoruin  cjuornodolibeL 
habente  providere,  nisi  ipsa  persona 
intelligat,  et  intclligtùiliter  loqui  sciai 
idioma  loci  ubi  ecclesia  vel  beue-^ 
ficiuni  hujusniodi  consistita  provisiay 
seu  mandalum ,  et  gralia,  desuper 
quoad  parochiulcf/i  ecclesiam,  vel 
benefìciuni  huj'usniodi,  nullius  sint 
roboris,  vel  ìuonienli.  Questa  rego- 
la De  idiotnale,  ha  luogo  soltanto 
relativamente  ai  benefizi  in  cura 
d'anime,  ed  il  Poulefice  può,  quaa- 


252  LIN  LIi\ 

do  nella  sua  saviezza  lo  ere-  vina  Istiluzlone,  il  togliere  al  sem- 
tÌA  ,  derogarvi;  avvertendo  che  la  plico  popolo  la  consolazione  di  con- 
derogazione sia  espressa  ,  come  giungere  la  sua  voce  a  quella  di 
scrive  il  Gomez  in  liane  reg.  ,  tutta  la  Chiesa  ;  cona'egli  preterì- 
12,  i4'  Non  è  vero  che  coll'uso  deva  che  accadesse  per  cagione  del- 
d'una  lingua  morta  i  fedeli  si  tro-  la  lingua  liturgica  al  popolo  igno- 
vino  privati  della  cognizione  di  ta.  Nel  sinodo  di  Pistoia  del  178^, 
ciò  che  si  contiene  nella  liturgia;  ove  si  parla  dell'orazione  §  24> 
la  Chiesa  invece  d'  impedire  loro  si  è  ripetuta  baldanzosamente  la 
questa  cognizione,  raccomanda  ai  proposizione  di  Quesoello  con  una 
suoi  ministri  spiegare  al  popolo  le  sola  mutazione:  cioè  ove  Quesnello 
diverse  parti  del  santo  sacrifizio,  disse  divina  istituzione,  nel  sino- 
e  il  senso  delle  pubbliche  preghie-  do  si  dice  divino  consiglio  ^  e  con 
re:  ella  comandò  così  nello  stes-  tuttociò  la  proposiziope  sinodale, 
so  decreto  del  concilio  di  Trento,  intesa  dell'uso  d' introdurve  lìngua 
«  Sebbene  la  messa  contenga  un  volgare  pelle  preci  liturgiche,  si 
gran  soggetto  d'istruzione  pel  co-  è  da  Pio  VI  colla  bolla  Aneto- 
niune  dei  fedeli,  tuttavia  i  padr|  reni  Fidei ,  meritata  la  censura 
non  giudicarono  espediente  che  fos-  di  falsa,  temeraria^  perturbatila 
se  celebrata  in  lingua  volgare.  Per  dell'ordine  prescritto  per  la  cele' 
questo,  senza  allontanarsi  dall'  uso  brazione  de'  misteri,  e  facilmente 
antico  di  ciascuna  chiesa,  approva-  produttrice  di  molti  mali.  Vedi 
lo  da  quella  di  Roma,  eh'  è  la  la  dissertazione  di  d.  Giuseppe  Fer- 
niadre  e  il  capo  di  tutte  le  chiese,  rari  arciprete  di  s.  Leopardo  di 
e  perchè  non  manchi  il  pane  del-  Mantova,  pubblicata  nel  Suppl.  al 
|a  parola  di  Dio  alle  pecorelle  di  giornale  ecel.  di  Roma  dell'anno 
Gesù  Cristo,  il  santo  concilio  or-  ^797»  p-  219,  qon  questo  titolo; 
dina  a  tutti  i  pastori,  e  a  tutti  intorno  al  leggersi  in  lingua  voU 
quelli  che  hanno  la  cura  delle  a-  gare  le  divine  scritture.  Finalmente 
ifime,  che  spesso  fra  la  celebrazione  non  è  vero  che  quando  il  popolo 
delle  messe,  o  da  loro  medesimi,  ypisce  la  sua  voce  a  quella  dei 
o  per  altri  espongano  qualche  co-  ministri  della  Chiesa  in  pn^  lingua 
ga  di  quelle  che  leggonsi  nella  mes-  pbe  non  gli  è  famigliare,  non  sap- 
sa,  e  fra  le  altre  dichiarino  quelle  pia  assolutanaente  quello  che  dice; 
che  spettano  a  questo  santissimo  almeno  sa  confusamente  il  senso 
sagrifizio,  nei  giorni  di  domenica  delle  orazioni  che  fa,  e  ciò  basta 
specialmente  e  festivi  ".  Sess.  2-2  ,  per  nutrire  la  sua  fede  e  la  sua 
e.  8.  Alcuni  altri  coucilii  parti-  pietà.  E  importantissimo  l'osserva- 
colari  ordinarono  io  stesso,  pè  vi  è  re  che  pelle  pubbliche  preghiere  è 
,'vlcun  pastore  che  non  si  creda  ol)-  la  Chiesa  medesima  che  otfre  a 
bligato  di  soddislhre  pienamente  4  Dio  l'adorqziope  e  le  supplicazione 
questo  dovere.  ip  nome  de!  popolo,  di  modo  che 
Nella  bolla  Unigenitus  di  Cle-  basta  esservi  presenti  e  unirsi  alle 
niente  XI,  fu  condannata  la  prò-  sue  intenzioni,  per  fare  con  lei  una 
posizione  86  di  Quesnello,  con  cui  preghiera  eccellente,  anche  senzt^ 
egli  scrisse  essere  un  uso  contra-  l'intelligenza  delle  parole.  Fecero 
rio  ^Ua  prassi   apostolica  e  alla  di-  gran  rumore  i  coutroveisisti  prqte- 


LIN 

stanti  sul  passo  in  cui  s.  Paolo  di- 
ce, Corint.  I ,  e.  i4>  v-  19-  "  Se 
io  prego  in  una  lingua  che  non 
intendo,  è  vero  clic  prega  il  mio 
cuore,  ma  sono  senza  frutto  il  mio 
spirito,  e  il  mio  intelletto  ....  Vo- 
glio piuttosto  dire  nella  Chiesa  cin- 
que parole  che  intendo,  per  istruir- 
ne ancora  gli  altri,  anziché  dirne 
diecimila  in  una  lingua  ignota  ". 
Ma  la  lingua  di  cui  si  serve  la 
Chiesa  nelle  sue  preghiere  non  è 
assolutamente  ignota  neppure  al 
popolo;  poiché  colle  lezioni  de'pa- 
slori,  e  colle  traduzioni  della  li- 
turgia, il  semplice  fedele  viene  suf- 
ficientemente istruito  di  ciò  che  si 
dice.  Non  era  lo  stesso  quando  un 
cristiano,  dotato  soprannaturalmen- 
te del  dono  delle  lingue,  parlava 
nella  chiesa,  e  diceva  alcune  ora- 
zioni private,  senza  che  alcuno  lo 
potesse  capire;  questo  è  1'  abuso 
che  s.  Paolo  voleva  riformare , 
bramando  per  l'utilità  de'  fedeli, 
che  fossero  da  essi  spiegate  e  in- 
terpretate. Non  veggiamo  eh'  egli 
stesso  che  converti  gli  arabi  abbia 
fatto  per  essi  la  liturgia  nella  loro 
lingua.  Questo  è  in  sostanza  lo 
spirito  della  Chiesa  anche  attual- 
mente. Vieta  ella  1'  uso  della  lin- 
gua volgare  nelle  sacre  funzioni, 
ma  ha  comandato  a  tutti  quelli 
che  hanno  cura  di  anime  di  spie- 
gare al  popolo  ciò  che  appartiene 
al  santo  sacrificio  della  messa,  e 
permette  la  traduzione  degli  ufiizi 
divini,  perchè  con  la  intelligenza 
delle  parole  il  popolo  possa  ac- 
compagnare i  ministri  che  li  ce- 
lebrano. Tutta  la  precedente  dot- 
trina viene  riepilogata  dalle  seguen- 
ti parole  che  il  celebre  Bossuet 
scriveva  ai  dissenzienti,  instruct.  I. 
Pastorelle  sur  les  proniesses  de  l'E- 
giise,  n.  42.  "   Di  che  mai  vi  do- 


lete  ?  Perchè  non  riconoscete  piut- 
tosto l'onore  dell'antichità  nel  lin- 
guaggio di  cui  si  serve  la  Chiesa  ro- 
mana? Avvezza  allo  stile,  alle  c- 
spressioni,  allo  spirito  de  padri  .tii- 
tichi  che  riguarda  per  suoi  maestri, 
ella  gode  di  aver  tuttora  in  bocci), 
e  di  conservare  illibate  le  preghie- 
re, le  collette,  le  litiugie,  le  messe 
che  i  grandi  Pontefici  s.  Leone  I, 
s.  Gelasio  I,  s.  Gregorio  I  profe- 
rivano al  sacro  altare,  son  già  die- 
ci o  dodici  secoli.  Già  vi  abbiamo 
avvertito  che  il  concilio  di  Tren- 
to ha  pensato  alla  vostra  istruzione  : 
noi  vi  abbiamo  data  un'esposizione 
della  dottrina  cattolica,  la  spie- 
gazione di  tutti  i  misteri,  un  ofiicio 
dove  sono  in  volgare  le  più  comu- 
ni preghiere  della  Chiesa,  e  se  ciò 
non  basta  siamo  pronti  a  darvi  in 
iscritto  ed  a  viva  voce  la  lettura 
e  lo  spirito  di  tutte  le  preghie- 
re ecclesiastiche,  parola  per  paro- 
la. Riconoscete  adunque  che  i  vo- 
stri ministri  coi  loro  vani  lamenti 
non  pensano  che  a  muovere  lite 
alla  Chiesa  nascostamente,  e  non 
cercando  che  un'  occasione  di  rom- 
perla coi  loro  amici  e  coi  loro 
fratelli,  la  pace  e  la  carità  non  è 
con  essi  ".  Si  può  inoltre  consul- 
tare la  Dìssert.  sulle  liturgie  del 
Renaudot  p.  4^  ;  la  Spiegaz.  della 
mes.m  di  Le  Brun  t.  VII,  p.  i^; 
e  la  Dissert.  o  trattato  sull'uso  di 
celebrare  il  servigio  divino  in  una 
lingua  non  volgare,  del  p.  d'Ante- 
court.  E  per  conto  dell'idioma  la- 
tino, quanto  dicemmo  all'  articolo 
Lazio. 

I  romani  Pontefici  furono  an- 
cora benemeriti  dello  studio  delle 
lingue  orientali  e  di  altri  idiomi , 
sia  per  la  propagazione  e  mante- 
nimento della  fede,  che  per  l'incre- 
mento degli  studi  e   vantaggio  del- 


9/74  LÌN 

le  scienze  ;  come  ancora  per  il 
tiihiiiiale  della  penitenza  nell'isH- 
tiiiie  religiosi  penitenzieri,  periti 
nelle  principali  lingue  ne'più  cele- 
bri santuari  cl(-l  mondo,  ov' è  più 
fiequente  1'  accesso  di  diverse  na- 
zioni. Di  cpiesti  ne  parleremo  al- 
l'articolo Peivitenzieri.  Nel  1287 
per  ordine  del  Papa  Onorio  IV  si 
cominciarono  ad  insegnare  nell'u- 
niversità di  Parigi,  in  cui  egli  a- 
vea  studiato,  la  lingua  arabica  ed 
altre  orientali,  necessarie  per  istrui- 
re nella  fede  i  saraceni  e  gli  sci- 
smatici dell'oriente.  Considerando  il 
Pontefice  Clemente  V  ch'era  ne- 
cessaria e  vantaggiosa  allo  studio 
della  teologia  la  cognizione  delle 
lingue  greca  ed  ebraica,  nel  con- 
cilio generale  di  Vienna  del  i3ii 
promulgò  il  celebre  decreto,  Cle- 
meni,  de  magiatris  e.  i  ,  col  qua- 
le prescrisse  che  nelle  più  celebri 
accademie  ossia  università  di  Eu- 
ropa,  cioè  in  Roma,  Bologna,  Pa- 
rigi, Oxford  e  Salamanca,  si  eri- 
gessero cattedre  di  professori  per 
l'insegnamento  delle  lingue  greca, 
ebraica,  arabica  e  caldaica,  per 
ammaestramento  della  gioventù  in 
detti  linguaggi,  e  per  l'intelligenza 
de'testi  de'  sacri  libri  e  di  quelli 
degli  antichi  padri  :  Illiiis  cuj'us 
vicem  in  terrìs,  licei  ini  meri  lì,  gerì- 
mus,  imilantes  exemplnm,  qui  per 
universum  mundnm  ad  evangeli- 
zanduni  aposlolos  missurus ,  in 
omni  lingiiarum  genere  esse  voluit 
erudilos^  viris  catholicis  notitiani 
linguarum  hahentihus,  quibus  utun- 
tur  vìfìdeles  praecipue  abundare 
san  ciani  affvcianius  Ecclesiani,  qui 
infideles  ipsos  sciant  et  valeant 
sanctis  ìnstitutis  instniere,  Chrisli  ' 
colarumque  collegio  per  doctrinam 
christianae  fidei,  ac  susceptioneni 
bapdsnii  aggregare^  etc.  Tanto  or- 


LIN 

tlinb  Clemente  V.  R-innovò  In  cer- 
to modo  il  vigore  di  questa  legge 
Paolo  V,  particolarmente  fra'  re- 
golari ,  con  la  costituzione  i53 
de'3i  luglio  16 IO,  Bull.  Rom.  t. 
V,  par.  V,  p.  898.  Lo  Spondano 
a  detto  anno  n.  9  riferisce  :  Ut 
in  cujuslibi't  ordinis ,  et  inslituti 
regulan'uni  studiis  omnibus,  essent 
linguarum  hebraicae^  grecae,  et 
lalinae,  iti  majorìbus  et  celebriorì- 
Ims  etiani  arabicae  doclores.  Per 
allettarli  a  questo  studio,  volle  il 
Pontefice,  che  al  conseguimento  dei 
gradi  negli  ordini  e  congiegazioiii 
religiose,  fossero  preferiti  coloro 
che  nella  perizia  delle  lingue  si 
sarebbero  distinti.  Il  Rodotà  nel  lib. 
II,  p.  i5c).  Dell'origine  del  rito 
greco,  osserva  in  fatti,  che  gli 
espositori  ed  i  controversisti  di 
chiaro  ed  illustre  nome,  sono  sta- 
ti per  lo  più  prodotti  dagli  ordini 
regolari,  fra  i  quali  lo  studio  del- 
le lingue  più  costantemente  si  col- 
tiva, e  col  frequente  esercizio  pren- 
de anche  aumento  maggiore.  Coa 
documenti  comprovano  ciò,  Mel- 
chior Cano,  nel  capit.  de  lingua- 
rum  hebraìcae,  et  grecae  ìitilita- 
te,  De  locis  tlieol.  lib.  2,  e.  i5;  il 
padre  Mabillon,  De  studiis  mona- 
stici s,  p.  3,  e.  I  I,  n.  2  ;  il  padre 
Bernardo  Lamy  r\e\['  y4pparato  Bi- 
blico, lib.  2  e  3,  cap.  Vili  ;  ed  il 
Salvini  nel  5S  de'suol  discorsi  ac- 
cademici tom.  I.  Tale  fu  ancora 
il  sentimento  di  s.  Agostino,  De 
docl.  christ.  I.  2,  cap.  io:  Et  la- 
tinae  quidem  linguae  homines,  quos 
mine  instruendos  suscepimus,duabus 
aliis  ad Scripturarum  divinarum  co- 
gnitionem  kabent  opus.  Hebraica 
scilicet,  et  graeca:  ut  ad  exempla- 
ria  praecedentia  recurratur j  si 
quani  dubilationem  atlulerit  latino- 
rum interpretum  infinita   varietas. 


LTN  LIN  s?": 
I  medesimi  Pontefici  hnnno  isfi-  men  grnnde  lin  luogo  nella  dn- 
tuilo  in  Roma  la  Congregazione  menica  dopo  1'  Epifanin  e  nel  di 
per  la  correzione  (felibri  della  rhic'  appresso,  cioè  la  Jexla  delle  lingue, 
sa  orientale  [Vedi),  per  la  revi-.  come  vogliono  chiamarla  gli  eslra- 
sione  e  correzione  de'lihri  liturgici  nei,  ossia  quelle  accarlemie  elio 
di  alcune  nazioni  orientali.  In  Ro-  descrivemmo  ai  due  citati  articoli 
ma  fra  i  collegi  delle  diverse  na-  Coltegio  Urcwo,  ed  Epifamx. 
zioni,  si  distingue  quello  della  Questo  è  un  esercizio  di  sacra  poe- 
congregazione  di  propaganda  fide,  sia  datovi  dagli  alunni  in  qu^ran- 
cioè  il  Collegio  Urlmno  (Vedi),  ove  ta  e  più  favelle,  una  diversa  dal- 
si  ricevono  alunni  di  tutte  le  na-  l'altra,  e  tutte  in  un  istesso  luogo 
zioni,  meno  quelle  che  hanno  se-  alla  presenza  d'un  cospicuo  udito- 
minari  o  collegi  nazionali,  tranne  rio  di  tutte  le  nazioni,  celebranti 
qualche  caso  particolare,  per  eser-  in  vari  metri  il  mistero  dell'Epi- 
citare  il  sublime  ministero  dell'  a-  fania.  Nell'accademico  esercizio  gli 
postdato  per  tutto  il  mondo.  In  spettatori,  per  quanto  sieno  dotti 
detto  collegio  oltre  il  parlarsi  quei  nelle  lingue  antiche  e  moderne, 
linguaggi  che  notammo  al  suo  ar-  veggono  umiliato  il  loro  amor 
ticolo,  ed  oltre  le  cattedre  per  le  proprio  :  essi  applaudono  ad  ogni 
scienze,  ve  ne  sono  per  le  lingue  alunno,  ma  nessuno  di  loro  può 
ebraica,  siriaca,  arabica,  armena,  dire  di  averli  tutti  compresi;  ap- 
cinese,  greca,  latina,  ec.  Nell'istesso  plaudono  perchè  colpiti  dalla  no- 
articolo  parlammo  della  sua  celebre  ^ità  degli  accenti,  e  dalla  varietà 
stamperia,  famosa  per  la  copia  e  dell'atteggiamento  ed  espressione 
qualità  di  caratteri  di  quasi  tutte  dei  declamatori.  Ma  uno  degli 
le  lingue,  e  perciò  ivi  sono  opere  astanti  vi  ha,  a  cui  non  è  stra- 
stampate  pressoché  in  tutti  gli  i-  niera  nessuna  di  quelle  molte  liu- 
diomi,  laonde  ne  facciamo  menzio-  gue,  per  ispecial  dono  celeste:  que- 
ne  ai  luoghi  rispettivi.  Nella  chic-  sti  è  il  cardinal  Giuseppe  Mezzo- 
sa  del  collegio  Urbano  si  celebra  fante  bolognese,  membro  della 
con  gran  solennità  la  festa  dell'^-  congregazione  di  propaganda  fide, 
pifania  [Fedi),  ed  ivi  in  tal  gior-  vero  prodigio  di  natura,  il  quale 
no  si  ammira  uno  spettacolo  che  più  di  tutti  porge  attento  orecchio 
invano  si  cercherebbe  altrove.  Sa-  a  que'poetici  componimenti  ;  indi 
cerdoti  diversi  per  nazioni  e  per  colla  stessa  prontezza  il  cardinale 
costumi,  vestiti  con  abiti  sacri  dif-  volge  il  suo  discorso  a  ciascuno 
ferenti  nella  forma  e  nel  colore,  nella  propria  lingua,  sia  etiope, 
recarsi  a  celebrare  la  messa  con  egiziano,  cinese,  indiano,  caldeo, 
arredi  diversi,  e  consecrare  quali  siriaco,  arabo,  armeno,  greco,  illi- 
nel  pane  azimo,  quali  nel  fermen-  rico,  e  a  qualunque  altro.  Nell'ul- 
tato,  con  va  li  riti  e  linguaggi.  Nel  tima  accademia,  tenuta  in  detta  e- 
medesimo  tempio  s'innalza  a  Dio  poca  nel  corrente  anno,  si  è  senti- 
la medesima  preghiera  in  diverse  to  parlare  per  la  prima  volta  la 
favelle,  intuonate  quando  da  voci  lingua  dei  selvaggi  dell'Oregon.  Tale 
alte  e  sonore,  quando  da  fioche  si  è  il  bello  spettacolo,  che  forma 
ed  aspre,  a  seconda  dell'  indole  e  parte  de'trionfi  della  Chiesa  roma- 
dei  linguaggio.  Uno  spettacolo  non  na,    che    presenta    l'alma     Roma, 


256  LIN  LIN 

destinata  mai  sempre  ad  essere  derivato  dallo  scito-celtico,  ha  for- 
grande,  e  sotto  i  Cesari  e  sotto  i  mato  :  il  meso  gotico,  l'aoglo-sas- 
Papi.  Nelle  sue  biblioteche  sono  sone,  il  frisone.  Dall'  anglo  sas- 
codici  e  libri  in  tutte  le  lingue,  sone  si  è  formato:  l'inglese,  che 
di  un  pregio  inestimabile.  Parlan-  trovasi  misto  di  danese  e  delle 
do  delle  celebri  biblioteche  e  li-  lingue  romane  e  normanna  ;  il  bas- 
brerie,  si  fa  menzione  se  hanno  so- scozzese,  che  è  meno  dell'inglese 
tali  pregi.  misto  di  lingua  romana.  Ha  pure 
Malgrado  il  numero  prodigioso  formato  il  belgico,  chiamato  antica- 
delle  diverse  lingue  che  parlano  i  mente  fiammingo,  ora  l'olandese, 
differenti  popoli  che  coprono  il  11  dialetto  moderno  della  Svizzera, 
globo,  e  la  confusione  che  la  me-  eh'  è  quello  che  ha  maggiormente 
scolanza  delle  nazioni  portare  do-  conservata  relazione  coli' antico  te- 
vette  negli  idiomi  di  cui  esse  si  desco  ;  il  franco- teutonico  o  il  bas- 
servono,  alcuni  eruditi  hanno  ten-  so  sassone:  dalla  mescolanza  di 
tato  di  riferire  tutti  gl'idiomi  co-  queste  due  lingue  è  derivato  il 
nosciuti  ad  alcune  lingue  madri,  moderno  tedesco.  L'antico  tedesco 
Nel  numero  di  questi  infaticabili  e  il  franco-teutonico  non  esistono 
investigatori  ,  il  francese  Latour  più  che  nelle  vecchie  scritture,  co- 
d'Auvergne  ci  diede  le  seguenti  me  pure  il  meso-gotico  e  l'anglo- 
nozioni  sull'origine  e  discendenza  sassone  ;  V  antico  frisone  esiste 
delle  lingue.  I  dotti  piìi  istrutti  tuttora  nelle  pianure  della  Frisia, 
nel  meccanismo  delle  lingue,  tra  i  3."  Della  lingua  scito-celtica  o 
quali  massime  il  celebre  Tankato  gallese.  Lo  scito-celtico  o  il  vec- 
scrittore  olandese,  riconoscono  tre  chio  gallese,  che  esiste  tuttora  nel- 
lingue  madri  di  quelle  dell'  Euro-  la  sua  forma  originale  neh'  antica 
pa,  cioè  la  Ciinhrica,  la  Teutonica  Armorica  o  Bassa-Bretagna,  come 
e  la  Celtica  j  ma  que'dotti  prova-  pure  nella  provincia  di  Galles  nel- 
no  nello  stesso  tempo  con  gran  1'  Inghilterra  ;  quella  lingua  affine 
numero  di  esempi,  che  si  può  ri-  della  ciinhrica  ha  pure  dato  origi- 
condurle  tutte  alla  stessa  radice,  ne  all'ergo  o  irlandese  e  scozzese 
e  riconoscono  la  lingua  scito-celtl-  delle  montagne,  l'  irlandese  e  la 
ca  o  gallese,  come  il  principio  o  lingua  slava.  Nelle  parti  più  orien- 
il  tronco  di  tutte  le  altre  lingue,  tali  dell'Europa  domina  la  lingua 
I.  Della  lingua  cinibrica .  La  slava,  e  vi  è  stata  portata  ne'pri- 
lingua  cimbrica  o  runica,  figlia  mi  secoli  della  nostra  era  dagli 
della  lingua  scito-celtica,  ha  for-  sciti.  Essa  comprende  la  lingua 
mato:  il  danese- gotico  o  l'antico  russa,  la  dalmatina,  la  croata,  la 
danese  ;  Io  scano-gotico,  lo  svevo-  serviana,  la  carnica,  l'illirica,  la 
gotico,  o  il  vecchio  svedese  ;  il  polonese,  la  boema  e  la  vandala. 
danese  e  Io  svedese  moderno  so-  Si  trovano  pure  in  questa  parte 
no  misti  di  alcun  poco  di  tedesco.  dell'Europa  quattro  specie  di  lin- 
Ha  pure  formato  il  norvegiano  e  gue,  che  differiscono  interamente 
l'irlandese;  queste  due  lingue  sono  dalle  altre.  i.°  Quelle  della  Litua- 
le  meno  imbastardite,  i."  Della  nia  e  della  Livonia,  le  quali  han- 
lingua  tedesca  o  teutonica.  L'an-  no  una  grande  relazione  tra  di 
tico  teutonico    o    l'antico    tedesco,  loro    e  sono     mescolate    di  alcune 


LIN 

parole  slave.  ">.."  Quelle  dell'Estonia, 
della  Finlandia  e  della    Lapponia: 
si  ravvisalo  in  queste     tre     lingue 
delle  parole  cimbriclie  e     tedesche. 
3."  L'ungherese.     4-"     La    tartara, 
la  turca.  Si  crede  che    queste  due 
lingue  conservino  delle    ti-acce  del* 
l'antico     scito.     Ma     la  più  nobile 
lingua  di  questa   parte    d'Europa  è 
la  greca,  la  quale  benchò  alterata, 
e    non    più     pina     e    bella     come 
l'antica,  tuttavolta  mantiene  la  me- 
moria di  quel    celebre    idioma  su- 
periore   a     tutte    le     altre     lingue 
dotte.  Ebbe  questo  diversi  coltissi- 
mi    dialetti,     e    molte    parole   del- 
l'eolico passarono    nella   lingua  del 
Lazio  sino  da'  tempi    vetusti,  e  si 
formò  con  altri  idiomi  indigeni  la 
bella  lingua     latina,    che  anche  in 
oggi     è     la     lingua     universale  dei 
dotti.   Questa   trasportata   in  diver- 
si  paesi,  ha   formato     gl'idiomi   ro- 
n3ani,  come  :    i ."  l'italiano,  il  porto- 
ghese, lo  spagnuolo  :  in  queste  tre 
lingue  si  sono  introdotte    di   molte 
parole  gotiche  ;     le     due   ultime  si 
trovano   miste    di     arabo    o  more- 
sco; 2.°  il  grisone,  il  francese,  il  sar- 
do; la  lingua  francese  composta   in 
parte  di  latino  e  di  celtico,  contiene 
pure  molte  parole     franco- teutoni- 
che. Più  precise     notizie     sulla  de- 
rivazione delle    principali   lingue  si 
possono  leggere  agli  analoghi  arti- 
coli, ove  citiamo  pure  le  opere  re- 
lative. 

Lingue     morte    diconsi    il  greco 

I  letterale,  il  latino  e  la  maggior 
parte  delle  lingue  orientali,  come 
l'ebraico,  il  caldaico,  il  siriaco,  il 
copto  in  Egitto,  il  sanscritico  nel- 
le Indie  orientali  ec.  Ma  non  è 
così  dell'arabo,  e  di  molte  altre 
lingue  dell'oriente,  come  dell'india- 
no, del  malabarico,  del  cinese,  ec, 
che  si  parlano  tuttora    in  vastissi- 

VOl.    XXXVIII. 


LIN  25^7 

me  regioni,  e  da  popolazioni  assai 
numerose.  Si  deve    somma  lode  a 
coloro  che  coltivando     le     proprie, 
fanno  profondo  studio  altresì  delle 
lettere  antiche,  e  in     quelle  lingue 
morte     scrivendo     si    esercitano;  il 
che  se  poco  aggiunger    può  al  no- 
me loro,  molto     però    contribuisce 
a  conservarle  in  venerazione  e  con- 
sigliarne lo  studio.  Né  perchè  mor- 
te si  dicono  tali  lingue,     creder  si 
deve,  che  con     qualche    parte  per 
avventura     della     retta    pronunzia, 
morto  ne    sia    il    valore.  Morto  è 
per  coloro,  ai  quali    manca  studio 
ed  ingegno  capace  di  penetrare,  sic- 
come de'nostri,  così    lo    spirito  de- 
gli antichi  scrittori.   Le   opere  però 
di   questi    come    di     quelli  durano 
ancora  e  in  gran     copia  ;     e  come 
la   lingua  scritta     de'classici  non  è, 
ne     presso    gli     uni     né  presso  gli 
altri,  la    favella  popolare  del  volgo, 
così     perì     ben     questa     con    poco 
danno,    secondo  alcuni,  per  ciò  che 
spetta  alle  lingue  antiche.     Ma    la 
lingua  di  que'dolli,  una    in  tutte  le 
infinite     loro     opere,    vive  in  tutta 
la  forza     sua,    quanto     vive  quella 
de'classici   moderni.   Quanto  al  nu- 
mero delle  lingue,     secondo  Fran- 
cesco Cherubini,  il    quale  pubblicò 
in   Milano  nel    1824    un  prospetto 
di  tutte  le  lingue  note,  in  Europa 
si      parlano     cinquecentottantaselte 
lingue;  novecentottantasette   in   A- 
sia  ;     duecentosettansei     in    Africa; 
milleduecentoquattordici  in  Ameri- 
ca. Le  lingue  perdute  secondo  questo 
prospetto    sarebbero    centosessanta- 
quattro.   Da  ultimo    venne  pubbli- 
cata  da  un  autore    russo  un'opera 
sulle     lingue     conosciute     e    i  loro 
differenti   dialetti  ;  rilevasi  da  que- 
sta, che  in    Asia  esistono  novecen- 
tòtrentasette    lingue     e  dialetti  ;  in 
Europa    cinquecentottanlasette  ;  ia 

17 


7.5S  LIN  LIN 
Africa  duecentottantasei  ,  ed  in  lo  deve  al  greco  linguaggio,  e  che 
America  milledueccntosessantaquat-  fante  prese  auge,  die  i  cumaiii  ed 
tro.  II  eh.  Gabriele  Calindri  nel-  altri  popoli  soggetti  alla  repiibbli- 
l'imporlanle  Saggio  slalisdco-stori-  ca,  impetrarono  dal  senato  romano 
co  del  pontificio  slato ,  Perugia  di  lasciare  l'avita  favella,  per  usare 
1829,  tit.  XIII,  Eticologift,  arlic.  di  quella  latina;  ma  nel  58i  cir- 
I,  linguaggio  e  scrittura,  dice  che  ca  cessò  di  essere  in  Italia  la  lin- 
in  Europa  soltanto  sono  cinque-  gua  del  volgo,  come  altrettanto  fu 
cenlottantasette  i  dialetti ,  che  in  Francia  nell'S  l 'T,  su  di  che  può 
partono  tutti  dalle  tre  lingue  ma-  leggeisi  l'articolo  Francia.  Questa 
drij  cioè  la  cimbrica,  la  teuto-  nostra  lingua  nel  secolo  XIV  giun- 
nica  e  la  celtica,  come  abbiamo  se  al  sommo  della  bellezza,  ma  nel 
detto  di  sopra  ;  che  nel  sojo  Da-  seguente  perde  alquanto,  e  solo  nel 
ghestan,  provincia  della  Russia  eu-  principio  del  secolo  XVI  riprese  il 
ropea,  si  parlano  circa  trecento  suo  ardore.  Strabene  asserisce,  che 
lingue;  in  tutto  il  globo  poi  sono  il  linguaggio  dai  nostri  avi  usato, 
tremila  e  sessantaquattro  tali  lin-  sente  dello  siile  egizio  e  del  greco: 
gue,  secondo  Adelung.  Il  Balbi  di  fatti  l'etrusca  favella  era  Tanti- 
meglio  le  distingue  ed  aumenta,  ca  greca  alterata  e  corrotta.  Con- 
dicendo che  sono  ottocentosessanla  "viene  ancora  avvertire,  che  ora  sot- 
le  lingue,  e  cinquemila  i  dialetti  to  la  lingua  meramente  italiana 
cogniti  nel  mondo.  Ci  sembra  op-  intendesi  la  latina  e  la  romana,  e 
portuno  qui  appresso  riportare  sotto  la  lingua  pretta  italiana  vuol- 
quanto  il  lodalo  Calindri  scrive  si  significare  la  toscana,  e  per  essa 
sul  linguaggio  e  scrittura  dello  la  sanese.  Il  Muratori  nelle  sue 
stato  pontificio,  oltre  quanto  sulla  Dissertazioni  sopra  le  cntichità  ila- 
lingua  italiana  dicemmo  all'artico-  liane,  massime  nella  XXXIII,  Del- 
io Ìtalia.  ;  come  pure  quanto  dice  l'origine  o  sia  dell" etimologia  delle 
sulla  denominazione  di  ciascun  al-  voci  italiane,  dice  che  secondo  al- 
fabeto, e  storia  di  alcuni  di  essi,  cuni  le  lingue  arabica  e  germani- 
Dell'origine  delle  lettere  e  degli  ca  sono  le  più  ricche  di  voci  delle 
alfabeti,  ne  parlammo  all'  articolo  altre  lingue,  e  più  di  esse  la  greca; 
Lettera.  che  tutte  e  tre  hanno  dato  molte 
L'etrusca  o  loscanica  favella,  det-  voci  alia  lingua  italiana;  e  che  la 
ta  idioma  italiano,  è  quella  usata  lingua  latina  è  madre  dell'  italiana, 
dagli  abitanti  dello  stato  pontificio,  la  quale  fu  perciò  anco  appellata 
i  quali  trovandosi  stazionati  nel  se-  lingua  latina;  che  cominciò  a  co- 
no dell'Italia,  riconoscono  in  ciò  noscersi  sotto  i  re  longobardi,  spe- 
gli stessi  principii  dell'  idioma  del-  cialmente  nelle  antiche  carte.  So- 
r  Italia  tutta.  Com'  è  parlata  co-  pra  l'origine  della  lingua  volgare 
sì  è  scritta  dagli  indigeni,  e  tan-  o  italiana  il  num.  17  àcW  Àlbum 
to  dal  ceto  nobile  e  colto  che  iSSg  ci  diede  un'erudita  lettera 
dal  plebeo;  prescindendo  da  al-  del  eh.  Gaetano  Lenzi.  Questi  di- 
cune corruzioni  del  popolo  basso,  chiara  essere  imbarazzante  la  que- 
e  dai  dialetti  propri  di  varie  prò-  stione  dell'origine  delle  lingue,  per 
vincie.  Surse  poi  la  particolare  lingua  la  diversità  de'  pareri  de'  letterali, 
latina  delta  del  Lazio,  la  quale  mol-  non  essendo  mancati  di  quelli  che 


L 1 1\ 

hnnno  sostenuto  die  nessuna  delle 
antiche  lingue  più  viva  al  mondo, 
ed  hanno  procurato  di  far  vedere 
a  quali  vicende  soggiaccia  ogni  lin- 
guaggio nel  corso  di  non  molte  età, 
sino  a  divenire  un  altro.  Quanto 
alla  lingua  italiana,  sulla  questione 
di  sua  origine,  si  è  sempre  soste- 
nuto dai  dotti  che  derivi  dalla  la- 
lina  guasta  e  corrotta  per  la  ve- 
nuta dei  barbari  in  Italia;  ma  al 
dire  di  tale  scrittore  si  sono  in- 
gannati, poiché  egli  dimostra  che 
viene  dalla  gallico-germanica,  lin- 
gua italica  de'  primi  tempi,  e  co- 
mune allora  a  tutta  quanta  la  no- 
stra nazione.  Da  questa  nelle  di- 
verse Provincie  d'  Italia  si  furma- 
rnno  poi  vari  dialetti  e  varie  lin- 
gue. In  Roma  stessa,  che  popolossi 
da  principio  di  gente  collettizia, 
non  avevano  lutti  la  medesima  lin- 
gua, ma  varia  a  tenore  delle  pro- 
vi ncie  o  de'  luoghi  a  cui  quei  pri- 
mi abitatori  appartenevano.  Au- 
mentatasi dipoi  la  città  coU'unione 
de'  popoli  convicini,  massime  de'  la- 
tini, la  lingua  comune  de'  romani 
divenne  quella  del  Lazio;  e  questa 
lingua  hilina  o  aborigenesca  ,  che 
viene  dalla  ligustica  circompadana, 
i  quali  popoli  andarono  colà  ad 
abitare,  ebbe  quattro  differenti  età, 
e  poi  fu  abbellita  col  nascere  delle 
lettere  a[)presso  i  romani.  Ma  gli 
antichi  germani  e  più  i  galli  in 
gran  numero  reiteratamente  ciano 
già  venuti  nella  nostra  bella  peni- 
sola, e  quivi  stanziavano  da  mol- 
tissimi anni,  prima  che  i  romani  si 
dilatassero  per  l'Italia,  e  divenisse- 
ro di  essa  i  dominatori.  11  linguac- 
gin  adunque  della  maggior  parie 
degli  italiani  era  ancora  quello  dei 
galli,  che  fu  già  il  primo  secondo 
il  Lanzi,  e  che  tornossi  a  rinvigo- 
rire    coir  intervento     in     Italia     di 


LIN  259 

nuovi  galli.  Che  poi  la  lingua  ita- 
liana abbia  molto  ereditato  dal  la- 
tino ed  ancora  dal  greco,  non  è  da 
porsi  in  dubbio,  per  I'  uso  grande 
che  si  è  fatto  e  si  fa  tuttora  di 
quelle  due  lingue  presso  di  noi.  Per 
la  qual  cosa  ora  è  ben  diversa 
dalla  vetusta  volgare,  iniperciocchè 
non  solamente  a  poco  a  poco  andò 
deponendo  le  antiche  barbare  for- 
me, ma  sorsero  tre  geni  singolari, 
cioè  Dante,  Petrarca  e  Boccaccio, 
che  la  dirozzarono  totalmente ,  ed 
in  seguito  altri  chiari  e  distinti  in- 
gegni r  hanno  abbellita  in  guisa 
eh'  è  divenuta  la  lingua  la  più 
dolce,  la  più  armoniosa,  e  la  più 
bella  di  quante   mai  sieno. 

Passando  ora  alla  scrittura,  è 
quasi  impossibile  di  rintracciare  nel 
buio  di  tanti  secoli  l'origine  dell.» 
scrittura  donde  avvenga,  osservan- 
do discordi  tanti  eruditi  nell'accor- 
dare  questo  onore  chi  agli  assirii; 
chi  a  Cadmo  figlio  di  Agenore  re 
di  Fenicia,  creduto  quello  che  istruì 
i  greci  neli'  alfabeto  fenicio  nel 
1494  ovvero  i5i9  prima  dell'era 
volgare;  chi  ai  caldei;  chi  ai  ca- 
nanei ;  chi  a  Cecrope  ;  chi  ai  cine- 
si; chi  agli  ebrei  o  feuicii  circon- 
vicini ,  nel  quale  loro  carattere  è 
scritto  il  Pentateuco  samaritano  , 
codice  di  tanto  anteriore  a  Cadmo 
fenicio,  perchè  il  più  antiio  che  si 
conosca  ;  chi  agli  egizi  ;  chi  ad 
Ercole;  chi  agli  etiopi;  chi  agli 
etruschi  ;  chi  al  settentrione  euro- 
peo ;  chi  all'arcade  Evandro;  chi 
ai  fenicii,  pei  quali  opina  ancora 
Fabricy  ;  chi  a  Getro;  chi  ai  greci: 
chi  a  ìVicostrata  ;  chi  ai  pelasgi  ov- 
vero aoni  ;  chi  agli  sciti  ;  chi  a 
Tagete  anteriore  ad  Evandro  ed 
Omero  ;  Platone  dice  Thaut  coeta- 
neo di  Mosè ,  che  in  Egitto  pd 
primo  distinse    le  vocali  dalle  rou- 


26o  LIJN' 

sonanti,  e  che  però  l'alfabeto  tc- 
iiisse  dai  sirii  che  il  dettarono  ai 
fenicii ,  i  quali  vi  cambiarono  la 
forma  delle  lettere.  Ma  per  non 
andare  più  a  lungo,  è  la  piìli 
comune  opinione  che  tal  gloria 
si  debba  ai  fenicii  abitatori  del- 
l'Egitto, che  l'insegnarono  ai  gre- 
ci, in  allora  anch'  essi  popolo  roz- 
zo, il  quale  non  fu  illuminato  che 
dagli  egiziani;  ma  questi  pure  lo 
cambiarono  in  progresso,  come  di- 
versificarono il  primitivo  dialetto. 
Ciò  viene  ad  essere  però  conforme 
al  detto  da  Diodoro  Siculo,  da 
Ferraio,  da  Neutono,  e  da  Pana- 
iotti  Kodrika,  per  non  citare  altri. 
Quei  fenicii  di  cui  qui  si  parla  so- 
no quelli  che  originarono  dall'an- 
tichissima e  celebre  città  di  Si- 
done ,  ond'  è  che  ogni  ragione 
vuole  che  da  essi  noi  riconoscia- 
mo la  scrittura ,  e  forse  ancora  il 
linguaggio.  Ecco  adunque  che  an- 
diamo a  riportare  il  promesso  cen- 
no del  numero  delle  lettere  conte- 
nute nei  vari  alfabeti  più  cogniti 
del  globo,  con  alcune  analoghe  no- 
zioni. 

Ventotto  lettere  ha  1'  alfabeto 
arabico;  ventidue  il  caldeo;  ot- 
tanta e  più  mila  il  cinese,  e  que- 
ste non  sono  lettere,  ma  altrettan- 
te cifre  ridotte  a  duecento  quattordi- 
ci chiavi;  trentadue  il  coptico;  venti- 
due l'ebraico.  Un  gran  numero  non 
ancora  determinato  l'egiziano,  che 
ha  tre  generi  di  scrittura;  cioè  il 
demolieo,  ossia  popolare,  che  anco 
dicesi  encorico  o  epislolagrafico,  il 
jeratico  ossia  sacerdotale,  e  il  ge- 
roglifico, che  si  divide  in  figura- 
tivoj  fonetico,  cioè  esprimente  suo- 
ni, e  simbolico.  Salt  ne  aggiunse 
altri  omofoni,  cioè  d'uno  slesso  suo- 
no cogli  altri  fonetici.  Duecentodue 
lettere    ha    l'alfabeto    etiopico,  ma 


LIN 

è  da  notarsi  che  ogni  lettera  cou* 
sonante  modifica  la  sua  forma  se- 
condo la  vocale  con  cui  si  unisce, 
siccome  l'alfabeto  etiopico  con  più 
proprietà  si  chiama  sillabario.  Die- 
ciselte  lettere  ha  l'etrusco,  benché  se- 
concio  i  vari  pareri  ne  abbia  venti- 
quattro, ed  ancora  ventisei,  essen- 
dovi già  tredici  alfabeti  fatti  fin 
qui  su  di  questa  lingua  e  lutti 
varianti.  Nella  lingua  dei  grigioni 
vi  sono  molte  vestigie  della  lingua 
etrusca.  Sedici  il  fenicio.  Si  vuo- 
le che  sia  il  fenicio  della  slessa  o- 
rigine  del  samaritano;  credesi  an- 
cora che  dall'alfabeto  fenicio  sortis- 
sero il  greco  ed  il  Ialino,  tranne 
pochi  cambiamenti.  Ventitre  il  fran- 
cese. Questa  lingua  si  è  talmente 
generalizzata  che  un  immenso  nu- 
mero di  opere  è  scritto  in  france- 
sCj  ed  ovunque  si  viaggia  trovasi  , 
chi  la  conosce,  ed  è  divenuta  di-  ] 
plomatica  ,  per  cui  è  necessaria 
quanto  la  lingua  latina.  Quaranta 
il  giorgiano.  Ventiquattro  il  greco. 
La  lingua  greca  conta  più  di  ven- 
tisette secoli  che  è  nota;  la  pre- 
sente però  è  mollo  distante  dai 
primordi.  L'antica  lingua  greca  è 
detta  ellenica,  e  la  moderna  ro- 
maica, e  questa  differisce  assai  da 
quella.  L' alfabeto  copto  de'secoli 
cristiani  è  preso  dal  greco,  ma  vi 
furono  aggiunte  altre  lettere  pei* 
esprimere  suoni  propri  che  non  ha 
il  greco.  Bernardo  di  Montfaucoo  _ 
ha  scritto  eruditamente  della  lin- 
gua greca.  Cinquantadue  lettere  con- 
ta l'alfabeto  indiano  sansorilico,  il 
qualeèdiramato  in  cinque  linguaggi, 
suddivisi  in  più  dialetti,  le  cui  cin- 
quantadue lettere  sono  uiiite  a  più 
miiiliaia  di  ses'ni  e  di  ahbreviatu- 
re  sillabiche.  Le  lingue  semitiche,  ^ 
cioè  l'araba,  la  caldea,  l'ebraica,  la  ^ 
samaritana,  la    siriaca,  e  inoltre  la 


turca  e  la  persiana,  sogliono  per 
r  ordinario  scriversi  con  sole  con- 
sonanti, usando  punti  o  segni  in 
cambio  delle  vocali.  Qiiarantnsei 
l'indostano;  ventiquattro  l'inglese; 
ventuna  1'  italiano  ,  quante  volte 
si  tolgano  V  j,  il  k^  \'  x  e  V y,  le 
quali  quattro  lettere  non  sono  mol- 
to usale  nell'idioma  italiano.  Ven- 
tuna il  latino,  benché  siavi  chi 
lo  faccia  di  ventidue.  Trentadue  il 
russo  ;  trentuna  il  persiano  ;  ven- 
tidue il  samaritano,  che  Credasi 
nato  col  fenicio  aifidjelo;  venlidue 
il  siriaco.  Otto  dialetti  provengono 
dallo  slavo  o  illirico,  ii  quale  ha 
tienlolto  lettere.  Allrettanle  ne 
conta  r  armeno.  La  lingua  latina 
ha  varie  parole  simili  alle  illiriche. 
Trentatre  lettere  il  turchesco.  Chi 
sopra  i  riportati  alfabeti  volesse  più 
estese  cognizioni,  consulti  Buttman, 
Champollion  il  giovane,  Young, 
Rircher,  Rosegarten,  Martini,  Pey- 
l'on,  Seyffarth,  e  Spohn.  Vi  è 
qualche  fondamento  per  supporre 
che  le  prime  lettere  gotiche  si  co- 
noscessero nel  386  dell'era  volga- 
re ;  e  le  prime  cifre  arabiche  nel 
ICS  IO  dell'epoca  anteriore  alla  ri- 
portata. L'imperatore  Claudio  nel- 
l'anno 47  dell'  era  cristiana  aveva 
aggiunto  tre  lettere  all'alfabeto  la- 
tino; ma  dopo  la  sua  morte  anda- 
rono in  disuso  nuovamente.  Le  no- 
ve prime  cifre  numeriche  furono  ri- 
trovale dagl'  indiani  che  le  inse- 
gnarono agli  arabi,  e  questi  a  noi, 
e  di  proprio  gli  arabi  trovarono 
lo  zero,  ed  inventarono  1'  algebra. 
1  numeri  romani  poi  ebbero  ori- 
gine da  certi  chiodi  metallici  che 
ogni  anno  nel  settembre  si  confic- 
cavano dai  romani,  come  dicemmo 
altrove,  nelle  paieti  del  tempio  di 
Giove  Capitolino  o  Massimo  in  Ro- 
Bia  ,    come     altrettanto    seguiva     a 


LIN  26f 

Volseno  poi  Bolsena  nel  lerapio 
della  dea  Norzia.  Tali  chiodi  alcu- 
ni erano  fìssi  ed  altri  mobili,  e 
servivano  per  numerare  gli  anni, 
le  famiglie  ed  i  giorni. 

Pompeo  Sarnelli  nel  t.  IX  delle 
Lett. eccl.,\eiL  XLVIII:  Quanto  sia 
gioi'evole  la  perizia  di  varie  lingue, 
riprodusse  in  gran  parte  ciò  che 
il  p.  Menochio  scrisse  nelle  Sluore, 
centuria  VII,  cap,  LIX:  Quanto 
si  debba  stimare  l'aver  cognizione 
di  varie  lingue.  Dato  prima  qui 
appresso  un  sunto  di  quanto  di- 
cono ambedue,  accenneremo  poscia 
i  nomi  e  i  pregi  di  qualche  poli- 
glotto,  di  quelli  cioè  che  possedet- 
tero la  cognizione  di  più  lingue. 
Sonovi  stali  alcuni  principi  o  pre- 
sidi, molto  gelosi  e  solleciti  che  i 
cittadini  loro  soggetti  non  imparas- 
sero lingue  straniere,  temendo  che 
con  lo  studio  di  idiomi  forastieri 
non  s'introducesse  ancora  il  modo 
di  vivere  ed  i  costumi  di  altre 
nazioni,  poco  coi  loro  confacenti . 
Su  di  ciò  prese  provvidenze  JXe- 
hemia  coi  giudei  dopo  il  suo  ri- 
torno in  Gerusalemme.  L'impera- 
tore Claudio  avendo  fatto  cittadi- 
no romano  uno  di  Licia,  lo  pri- 
vò di  tale  onore  quando  conobbe 
che  ignorava  la  lingua  latina,  cui 
i  romani  preferivano  a  qualunque 
altro  linguaggio,  pel  timore  che 
introducesse  in  Roma  il  linguaggio 
ed  i  costumi  diversi  dai  romani. 
L'imperalor  Severo  nato  in  Afri- 
ca, rimandò  in  questa  regione  la 
propria  sorella  ch'era  venuta  io 
Roma,  perchè  barbaramente  par- 
lava il  latino.  Ciò  non  pertanto 
non  si  può  negare,  che  l'avere 
cognizione  di  varie  lingue  fu  uti- 
lissimo in  molte  occasioni,  e  sem- 
pre di  ornamento  a  chi  le  possie- 
de.   La    cognizione     delle    diveise 


262  L  1  N 

specie  di  lingue,  viene  dall'aposto- 
lo enunierala  fra  i  doni  dello  Spi- 
rito Santo.  Quanto  utile  sia  la 
cognizione  delle  lingue  ai  principi, 
perchè  i  sudditi  amano  di  più 
«]iie!  sovrano  che  intende  il  loro 
linguaggio, lo  si  vede  in  Isaia,  e.  33, 
V.  19,  il  quale  per  atterrire  j  giu- 
dei, fra  le  altre  cose  di  cui  li  mi- 
nacciò, vi  comprese  la  differenza 
del  linguaggio.  E  nel  IV  libro  dei 
Re,  e.  i8,  V.  26,  sapendo  Rasbace 
quanto  importa  la  somiglianza  del- 
la lingua  per  guadagnarsi  la  be- 
nevolenza del  popolo  ,  acciocché 
più  volentieri  accettassero  gli  ebrei 
r  impero  di  Sennacherib,  sebbene 
fosse  invitato  a  parlare  in  siriaco, 
clamavit  lingua  judaìca.  Fu  co- 
slume  dei  re  di  Persia,  che  gli  e- 
ditti  loro,  che  per  diverse  provin- 
cie  dovevano  pubblicarsi,  fossero 
scritti  nella  lingua  particolare  di 
quella  provincia  alla  quale  s'invia- 
vano, come  abbiamo  dal  libro  di 
Ester,  e.  I,  V.  22.  Ennio  si  gloriava 
di  sapeie  tre  lingue,  cioè  la  lati- 
na, la  greca  e  l'osca,  e  perciò  di- 
ceva avere  tre  cuori  .  Rlilrida- 
te  re  di  Ponto  e  di  Bitinia  sape- 
va venlidue  lingue,  onde  non  avea 
bisogno  d'interprete,  quando  a'suoi 
sudditi  di  varie  nazioni  dava  udien- 
za, perchè  intendeva  le  lingue  loro, 
e  nel  medesimo  idioma  dava  loro 
le  risposte.  Di  Cleopatra  regina  di 
Egitto  scrive  Plutarco,  che  sapeva 
la  lingua  degli  arabi,  de'siri,  de' per- 
siani, degli  ebrei  e  degli  etiopi, 
il  che  era  di  glande  ornamento 
a  quella  regina.  Amalasunta  figlia 
di  Teodorico  re  degli  ostrogoti,  al 
dire  del  Sabellio,  possedeva  tulle 
le  lingue  delle  nazioni  che  ave- 
vano commercio  co'romani.  All'ar- 
ticolo Letterato  parlammo  di  al- 
cuni   romani    poliglotti,  e    di    altri 


LIX 

versati  nella    conoscenza    di    più  i- 
diomi. 

11  Pontefice  s.  Leone  IX  fornito 
di  sapienza  ed  erudito,  nell'età  di 
cinquanta  anni  cominciò  ad  istruir- 
si nella  lingua  gi:eca  ,  pei-  meglio 
poler  confutare  gli  scrini  de'greci 
scismatici,  siccome  fece.  Nicolò  te- 
desco fu  creato  caidinale  da  Lucio 
lì,  siccome  dolio  nelle  lingue  gre- 
ca ed  ebraica  ,  le  quali  sono  utili 
agii  studi.  L'  imperatore  Federico 
11  parlava  con  eleganza  il  Ialino, 
il  francese,  lo  spagnuolo  ,  l'italiano, 
il  turco  e  l'alemanno,  non  che  sa- 
peva il  greco  letterale  ed  il  vol- 
gare. L'imperatore  Carlo  IV  colla 
bolla  d'oro  sull'elezione  degl'impe- 
lori,  comandò  che  ai  figli  degli  e- 
letlori  del  sacro  romano  impero 
s'insegnassero  nella  puerizia  le  lin- 
gue latina,  italiana  e  schiavona,  re- 
putandole necessarie.  Il  Papa  Sisto 
IV,  di  gran  dottrina  ed  ingegno, 
lo  fu  ancora  nella  cognizione  delle 
lingue.  Versatissimo  in  molte  di 
queste  fu  pure  Giovanni  Pico  si- 
gnore della  Mirandola,  che  lo  Sca- 
ligero chiamò  mostro  senza  vizio. 
Carlo  Vili  re  di  Francia  non  sep- 
pe che  tre  parole  latine,  e  suo 
padre  non  volle  che  ne  imparasse 
di  vantaggio;  ma  di  questo  difetto 
se  ne  accorse  quando  montò  sul 
trono  ,  dappoiché  essendo  privo 
del  soccorso  delle  lettere,  fu  co- 
stretto regnare  a  gusto  di  altri  ; 
tuttavia  desiderò  sapere  qualche 
cosa  di  più,  onde  si  fece  tradurre 
in  francese  l'elica,  l'economica  e  la 
politica  di  Aristotile;  tanto  asse» 
risce  Emilio  suo  biografo.  Al  ci- 
talo articolo  Letterato,  parlammo 
eziandio  di  alcuno  di  quelli  di  po- 
che lettere,  e  di  quelli  che  dive- 
nuli  smemorati  dimenticarono  \\\-> 
tcramenle    la    scienza    delle  lingue» 


LIN 

Alcuni  scrissero  che  1*  imperatore 
Carlo  V  studiò  le  belle  lettere  sotto 
il  magistero  di  Adriano  Fiorenzi, 
che  fu  poi  Adriano  VI  ;  che  sapeva 
favellare  ottimamente  diverse  lin- 
gue, anzi  tutte  quelle  soggette  ai 
6U0  impero;  ma  il  Sarnelli  nella 
citata  lettera,  dice  che  il  pi  incipe 
in  gioventù  ebbe  poca  applicazione 
alle  lettere,  per  cui  Adriano  suo 
precettore  vedendolo  alieno  dall'i ni- 
parare  la  lingua  latina,  gli  disse 
che  un  giorno  se  ne  pentirebbe. 
Ciò  si  verificò  quando  l'imperato- 
re passando  per  Genova,  non  potè 
rispondere  che  per  interprete  all'o- 
razione che  gli  fece  in  latino  quella 
signoria.  Aggiunge  il  Sarnelli  che  di 
Carlo  V  si  disse,  che  parlava  con  Dio 
alla  spagnuola,  co 'domestici  all'ita- 
liana, colle  donne  alla  francese,  e 
quando  era  in  collera  alla  tedesca, 
Nella  corte  di  Carlo  V  fiorirono 
nello  studio  delle  lingue,  Agrippa 
Cornelio  Enrico  di  JNettensheim  , 
Mariangelo  Accursio  napoletano, 
Claudio  Arezzo  di  Siracusa,  ec.  11 
cardinal  Girolamo  Aleandri  fu 
profondo  nella  cognizione  delle  lin- 
gue greca  ed  orientali,  massime 
dell'ebraica,  e  in  questa  fu  si  va- 
lente, che  fu  creduto  figlio  di  e- 
breo.  Il  cardinal  Alessandro  Cam- 
peggi fu  peritissimo  nelle  lingue. 
Nella  corte  del  cardinal  Ippolito 
de  Medici  nipote  di  Leone  X  e 
cugino  di  Clemente  VII,  erano 
trecento  persone  letterate  d'  ogni 
nazione,  onde  talvolta  si  parlavano 
fino  a  venti  diversi  linguaggi.  Il 
cardinal  Egidio  Canisio  fu  dotto 
nelle  lingue  greca,  ebraica,  arabica, 
caldaica,  turca  e  persiana  ;  pel  suo 
profondo  sapere  fu  chiamato  lume 
chiarissimo  del  suo  secolo.  11  Papa 
Marcello  lì  dottissimo,  lo  fu  pure 
uelle  lingue    latina  e  greca^    come 


LIN  263 

nell'italiana  in  cui  improvvisava  con 
eloquenza  :  il  suo  successore  Paolo 
IV  in  gioventù  con  successo  si  ap- 
plicò allo  studio  delle  lingue  lati- 
na, ebraica  e  greca,  nelle  quali  fe- 
ce tanto  progresso  che  parlava  coi 
greci  e  cogli  ebrei,  come  fosse  uno 
di  loro  nazione.  11  cardinal  Anto- 
nio Penenot  di  Granvela  era  col- 
to nelle  lingue ,  sette  delle  quali 
parlava  con  incredibile  facondia,  e 
simile  a  Giulio  Cesare  impiegava 
ad  un  tempo  cinque  segretari,  det- 
tando loro  delle  lettere  in  diverse 
lingue.  11  cardinal  Silvio  Antoniani 
di  dodici  anni  improvvisava  mera- 
vigliosamente sulla  lira  veisi  greci, 
latini  e  toscani.  Il  caitlinal  Silve- 
stro Aldubrandini  pronipote  di  Cle- 
mente Vili  possedeva  la  scienza 
di  molte  lingue.  Il  cardinal  Vin- 
cenzo Costaguti,  dotto  ed  eloquente, 
ebbe  la  cognizione  di  diverse  lingue. 
11  celebre  gesuita  padre  Atana- 
sio Kircher  parlava  e  scriveva  io 
ventiquattro  lingue  diverse.  La  re- 
gina Cristina  di  Svezia  soleva  di- 
lettarsi di  scrivere  de' motti  arguti 
e  delle  sentenze  ne'margini  de'iibri 
che  leggeva,  nelle  lingue  in  cui  e- 
rano  scritti,  giacche  essa  ne  posse- 
deva undici,  cioè  la  svezzese,  la  la- 
tina, la  greca,  l'ebraica,  la  caldea, 
l'arabica,  la  francese,  la  spagnuola, 
la  tedesca ,  la  polacca  e  l'italiana, 
benché  per  l'  ordinario  se  ne  cre- 
de di  avanzo  per  ogni  donna  an- 
che una  sola.  11  cardinal  Giambat- 
tista Tolomei,  di  rara  dottrina,  fu 
profondo  nelle  lingue  orientali,  del- 
le quali  possedeva  la  perfetta  co- 
gnizione di  nove  diverse.  11  celebre 
caidinal  Giaciuto  Sigismondo  Ger- 
dil  studiò  le  lingue  antiche  e  mo- 
derne, laonde  divenne  perfetto  nella 
greca,  nella  latina,  nella  (rance.se 
e  ucirilaliuud  ;  colla    sua  eminente 


264  LIN 

dottrina  compose  quel  gran  nume- 
ro di  opere,  che  notammo  alla  sua 
biografia.  Il  cardinal  Michelangelo 
Luchi  cassinese  ,  dotto  nelle  lin- 
gue orientali,  lasciò  alla  biblioteca 
Vaticana  74  opere  in  greco  e  119 
in  latino  mss.,  ed  avea  il  progetto 
di  pubblicare  una  nuova  Bibbia 
poliglotta  in  trenta  volumi,  al  modo 
che  meglio  diremo  alla  sua  biogra- 
fìa, li  cardinal  Giacomo  Giustiniani 
possedè  non  solo  le  lingue  moder- 
ne, inglese,  francese,  spagnuola,  ma 
ben  anche  le  dotte  e  orientali,  co- 
me la  greca,  la  latina,  1'  araba  e 
r  ebraica.  Ora  passiamo  a  fare 
onorata  e  distinta  menzione  del 
sullodato  meraviglioso  poliglotto, 
di  cui  non  solo  si  onora  Ro- 
ma, Bologna  sua  patria,  ed  Italia 
tutta,  ma  eziandio  forma  l'ammi- 
razione delle  civili  nazioni  anche  le 
più  lontane  e  più  remote  da  noi. 
Questi  è  l'illustre  cardinal  Giusep- 
pe Mezzofante,  che  ben  a  ragione 
il  provvido  Papa  che  regna  Gre- 
gorio XVI,  prima  lo  fece  prelato 
e  primo  custode  della  biblioteca 
Vaticana,  quindi  accrebbe  il  lustro 
del  sacro  collegio  col  crearlo  car- 
dinale, conferendogli  opportunamen- 
te le  cospicue  cariche  di  prefetto 
delle  sacre  congregazioni  degli  stu- 
di, e  della  correzione  de'libri  della 
chiesa  orientale.  Questo  venerando 
porporato  si  è  acquistala  la  noti- 
zia di  circa  cinquanta  lingue;  cioè 
le  principali  di  Europa,  le  loro 
affini  e  quelle  da  loro  derivale; 
le  più  illustri  delle  vaste  regioni 
dell'Asia;  ha  pure  cercato  di  co- 
noscerne alcune  dell'Africa  e  del 
nuovo  continente.  Egli  ha  ancora 
procurato  di  bene  informarsi  della 
letteratura ,  e  dei  migliori  autori 
d'ogni  lingua  da  lui  appresa.  Il 
»uo  pio    desiderio    di    esercitare  in 


LIN 

vantaggio  de'forastieri  l'ecclesiaslico 
ministero,  l' indusse  a  cercare  di 
rendersi  famigliari  i  linguaggi  più 
astrusi,  e  più  volte  ha  affermato 
che  ciò  ha  contribuito  ad  aumen- 
tare il  numero  delle  lingue  da  es- 
so  coltivate.  Molti  vi  sono  oggidì 
che  si  applicano  con  grande  onore 
allo  studio  degl'idiomi,  ed  in  ogni 
nazione  si  hanno  poliglotti  ragguar- 
devoli in  maggior  numero  che  nel» 
le  passale  età;  né  è  meraviglia, 
essendo  oggidì  divenuta  più  facile 
la  comunicazione  colle  estere  nazio- 
ni ancorché  più  remote,  e  venendo 
ogni  anno  alla  luce  gran  copia  di 
libri  d'  esotica    erudizione. 

Daremo  termine  a  questo  arti- 
colo col  riportare  alcune  erudizio- 
ni  propriamente  sopra  la  lingua 
membro.  Fra  i  moltiplici  supplizi 
cui  soggiacquero  i  martiri,  vi  fu 
pure  la  recisione  della  lingua,  su 
di  che  si  possono  consultare.  De 
lingua  praecisa,  Bibl.  Britannica 
t.  V,  p.  1 7 1  ;  Ruinart,  Hist.  per- 
sec.  Fand.j  il  Zaccaria,  La  reli- 
gione cristiana  provata  da  un  sol 
fatto  de'cattolici,  che  parlarono  in 
Tipasa  neW  Africa  anche  dopo 
troncala  la  lingua^  nel  t.  XVII 
delle  sue  Dissert.  eccles.  p.  175; 
ed  il  Carpentier  nel  suo  Glossario^ 
in  Spingere.  Il  Rinaldi  negli  Ati- 
nali  ecclesiastici  ci  dà  varie  no- 
tizie riguardanti  la  lingua;  cioè 
della  lingua  d'un  giovane  che  sa 
la  tagliò  coi  denti  e  la  spulò  in 
faccia  d'  una  rea  femmina  ;  che 
senza  essa  per  virtù  di  Dio  parla- 
rono Eusebio  confessore,  ed  altri 
confessori  di  Cristo  ;  che  anche 
senza  lingua  parlarotm  i  cristiani 
nella  persecuzione  dei  persiani  ; 
così  i  ss.  Massimo,  Anastasio  e 
Lcodegario  martiri;  che  s.  Pie- 
tro  vescovo  di  Damasco    e  marti- 


1 


LIN 

re,  celebrò  la  messa  senza  linguo, 
e  coD  voce  più  distinta  e  sonora 
che  per  lo  innanzi;  che  un  mu- 
tolo senza  lingua  raccomandando- 
si a  s.  Leone  IX  parlò.  Alla  bio- 
grafia di  s.  Leone  HI  abbiamo 
detto  se  ricuperò  col  patrocinio 
dei  principi  degli  apostoli  la  lin- 
gua; in  quella  di  Clemente  Vili, 
che  piegò  Dio  nella  sua  elezione 
che  gli  facesse  divenire  arida  la 
lingua  prima  di  daie  il  suo  consen- 
so, se  avesse  dovuto  la  sua  esaltazio- 
ne recar  danno  alla  cristianità  ;  ed 
a  quelle  de'ss.  Antonio  di  Padova 
e  Giovanni  JVepomuceno,  che  le 
loro  lingue  tuttora  si  conservano 
non  solo  intiere,  ma  freschissime. 
L'antipapa  Maignulfo  fini  misera- 
mente la  vita,  colla  lingua  corrosa 
co'  propri  denti.  All'articolo  Be- 
sTE.MMiA  dicemmo  che  leggi  civili 
decretarono  la  mutilazione  della 
lingua  a  chi  bestemmiava  il  sa- 
crosanto nome  di  Dio  ;  e  che  s. 
Luigi  IX  re  di  Fi  ancia  comandò 
che  ai  bestemmiatori  venisse  pas- 
sata la  lingua  con  ferro  rovente 
per  mano  del  carnefice.  Noteremo 
per  ultimo,  che  monsignor  Ales- 
sandro Lazzarini  in  due  volumi 
stampò  in  Roma  nel  iSaS:  Sul- 
ranlichilà  dell'uso  della  lettera  R. 
][  Casolini  poi  ci  diede  in  tre  vo- 
lumi :  Panegirici  per  ciascun  gior- 
no del  mese  Mariano,  e  quelli 
senza  la  lettera  R.  11  libro  del- 
l'AveroIdo  pubblicato  nel  1700  coi 
litolo  :  Le  scelte  pitture  di  Bre- 
scia, è  pure  singolare  per  essere 
scritto  senza  la   parola  che. 

LINO  (s.),  Papa  II.  Nacque  in 
Volterra,  antica  città  della  To- 
scana, e  fu  figlio  di  Ercolano 
dell'illustre  famiglia  de'Mauri,  co- 
me vuole  Giovanni  Palazzi,  l'ite 
4(' Pontefici^  nella  vita  di  s.  Lino  \ 


LIN  265 

ed  il  p.  Sangallo  nel  t.  Ili,  p.  26 
delle  Gesta  dé'Pont.  Alcuni  sup- 
pongono che  la  famiglia  Mauri  sia 
la  stessa  che  la  Morosina  di  Ve- 
nezia, ovvero  la  Morigia  di  Milano, 
come  congettura  il  Guarnacci,  Fi- 
tae  Ponti/.,  nella  vita  del  cardinal 
Giacomo  Antonio  Morigia.  Lino 
essendo  nell'età  di  ventidue  anni, 
fu  mandato  allo  studio  di  Roma, 
ove  abitò  da  Q.  Fabio  suo  ami- 
co, finché  divenne  seguace  del 
principe  degli  apostoli  e  primo 
sommo  Pontefice  s.  Pietro,  che 
l'inviò  a  predicare  in  Francia, 
quindi  fatto  vescovo  di  Besanzone. 
Su  questo  punto  si  può  consultare 
Giaiigiacoioo  Chifflet  nell'elogio  s. 
Lini  Papae  et  archipraesuli  Vesun- 
tionensis,  che  sta  in  P'esuntionense 
Imperiali,  par.  2,  Lugduni  16 18. 
Tornato  Lino  a  Roma,  fu  dal  me- 
desimo s.  Pietro  dichiarato  suo 
coadiutore  per  le  sacre  funzioni 
delle  chiese  di  Roma,  come  dice 
il  Beda  in  Histor.  abatum  PVer» 
mutensiuni ,  o  sia  suo  vicario  nel 
tempo  de'viaggi  che  il  santo  apo- 
stolo fece  fuori  di  Roma.  I  cano- 
nici regolari,  poscia  di  s.  Agostino, 
che  venerano  s.  Pietro  per  loro 
fondatore^  contano  s.  Lino  fra  i 
loro  alunni,  ma  dell'una  e  del- 
l'altra cosa  ne  sia  fede  appresso 
gli  autori  che  ciò  riferiscono.  Fu 
eletto  s.  Lino  in  Pontefice  alli  3o 
giugno  dell'anno  69,  cioè  nel  dì 
seguente  al  glorioso  martirio  di  s. 
Pietro.  Nicolò  de  Piove,  citato  dal 
p.  Sangallo,  dice  che  s.  Lino  ag- 
giunse il  Communicantes  (J^edi), 
al  sacrifizio  della  messa,  la  quale 
allora  si  componeva  della  conse- 
crazione  e  dell'orazione  domenica- 
le. Ordinò  s.  Lino,  secondo  il  pre- 
cetto dello  stesso  s.  Pietro,  che  le 
femmine  uou  polessei'o    entrare  m 


266  LIN 

chiesa  col  capo  scoperto,  secondo  il 
cosluDoe  delle    pagane.    Scotuunicò 
i  nieuandiiani,  i  quali  avendo  per 
maestro  Menandro  samaritano,  di- 
scepolo di  Simone    mago^  sostene- 
vano essere  stato  il  mondo    creato 
dagli    angeli  non  da  Dio,  e  difen- 
devano gli  errori     de'nicolaiti,  che 
pretendevano    essere    tutte  le  cose 
di  comune  uso,  comprese    le  fem- 
mine.  A  s.    Lino     comunemente  si 
attribuisce  l'istituzione     del    Pallio 
Pontificale  [Fedi)  j  altri  la  riferi- 
scono al   Papa  s.  Marco.  Governò 
undici  anni,  due    mesi     e    ventitre 
giorni.   In  due  ordinazioni   falle  ia 
dicembre,   creò    quindici    vescovi   e 
dieciotlo  preti.  Patì   per  ordine  di 
Saturnino,     la     cui    figliuola    avea 
liberato  dalle  vessazioni  dei  demo- 
iiii,  a'sS   settembre    dell'anno     80. 
La    provata   sua  bontà   lo  rese  gra- 
to al   popolo.  Fu  sepolto     nel    Va- 
ticano,   ed     il     Tonigio     lo  trovò 
nelle  sacre  grotte    vaticane,   vicino 
al     santo    apostolo .     Laonde     non 
sembra     vero     quanto    il     Platina, 
I\azio,    lllescas  ,    e    Caccino  presso 
l'Oldoino     col.    86     in    Ciaconium, 
Fit.     Poni.,    scrissero    che    il  cor- 
po    di     san     Lino    fosse     stato    da 
Gregorio  vescovo   d'Ostia     portato 
nella    sua     chiesa     di     s.  Lorenzo. 
Wella  Biblioh'va     de  padri    si   tro- 
vano due  libri   allribuiti     a  s.   Li- 
no, scritti   in    gieco,     ne' quali  de- 
bcrivesi   la  passione  de'ss.    Pietro  e 
Paulo  ;    ma     i     critici     li     credono 
suppositizii,   perchè  sparsi  di   molti 
errori  e    contaminati     delle     eresie 
de'uìanichei.   Il  citato  Chifflet  non- 
dimeno ci  assicura,  che  in   Eesan- 
zone  si   conservano  puri,  e   Loren- 
zo de   la    Barre  dolloie  della    Sor- 
bona li  corredò  di  scolii,  e  gl'inserì 
nella   sua  Storia  criiliana.  Trovan- 
si  (incoru  mss.,  secondo    il  JNovues, 


LIN 

nella  biblioteca  Barberina  di  Ro- 
ma. Alcuni  alt-li  credono  che  il 
medesimo  s.  Lino  abbia  estesa 
parimenti  la  storia  della  disputa 
avuta  da  s.  Pietro  contro  Simon 
Mago,  e  scritto  molte  lettere  e 
decreti,  ma  dai  critici  sono  anche 
questi  stimati  apocrifi.  La  sua  fe- 
sta si  celebra  a  l'i  settembre,  ed 
il  Piazza  nel  suo  Einerologio  di 
Roma,  dice  che  le  sue  reliquie 
sono  pure  nella  cappella  di  s.  Sil- 
vestro nella  chiesa  de'ss.  Quattro. 
La  santa  Sede   non   vacò. 

LINOA  o  LINOE.  Sede  vescovi- 
le della  seconda  Bitinia,  nell'esar- 
cato e  diocesi  di  Ponto,  sotto  la  me- 
tropoli di  INicea,  eretta  nel  VI  se- 
colo. Ne  furono  vescovi  Anastasio 
che  sottoscrisse  il  canone  in  Trullo  j 
Leone  che  fu  al  VII  concilio  gene- 
rale ;  Basilio  che  trovossi  al  conci- 
lio di  Fozio,  dopo  la  morte  di  s. 
Ignazio;  e  Cirillo  che  fu  al  me- 
desimo concilio.  Oriens  christ.  t.  I, 
p.   557. 

LINTERNO,  Linlerniwi.  Città 
antica  e  vescovile  del  regno  delle 
due  Sicilie  nella  Campania  o  Terra 
di  Lavoro,  alla  imboccatura  della 
riviera  Clanis,  ed  in  vicinanza  del 
lago  chiamato  Lintenia  paliis  da 
Stazio,  a  cagione  del  quale  Silio  I- 
talico  chiama  la  città  Linlernuni 
Slagnosiini.  Decantala  da  Ciccione, 
fu  disliuUa  da  Genserico  re  dei  van- 
dali nel  4^5.  In  seguito  si  eresse 
nel  luogo  una  torre,  chiamata  7or- 
re  di  Patria,  dal  vicino  nominato 
lago  di  Pallia,  oggi  villaggio  di  Vi- 
co Pantano.  11  silo  fu  memorabile 
per  un  vicino  podere  de'Scipioni,  e 
perchè  dicesi  che  vi  sia  morto  Pu- 
blioCornelio  Scipione  V Africano,  ove 
«rasi  ritirato  come  in  una  specie 
«Il  esilio  volontario.  Fu  aiKioia  il 
luogo  nuumatu    pei  che  aulicaiueu- 


le  fu  fecde  vescovile  sollo  la  me- 
tropoli di  Napoli,  poscia  liunila  nel 
VI  secolo  a  Nola,  secondo  Com- 
niaii\ille.  F.  l'U^^hclli,   lUilia  sacra 

t.     X,    p.     122, 

LINTZ  (Lincieii).  Città  con  re- 
sidenza vescovile  nell'aicidncalo  di 
Austria,  capoluogo  del  paese  al  di 
so['ra  dell'Ens,  il  cui  governatore 
generale  risiede  in  questa  città,  che 
è  ancora  il  capoluogo  del  ciiconda- 
rio  di  Hausruck,  posta  sulla  riva  de- 
sila del  Danubio,  che  la  divide  dal 
sobborgo  di  Ufra,  al  quale  è  con- 
giunta mediante  un  ponte  di  legno  di 
Hoo  piedi  di  lunghezza, essendo  distan- 
te più  ili  quindici  leghe  da  Passavia, 
e  treiitacinque  da  Vienna.  Si  divide 
in  vecchia  e  nuova  ciltà,  ed  ha  tre 
sobborghi.  La  prima  parte  non  con- 
siste che  in  una  sola  strada  assai 
lunga,  che  si  estende  dal  sud  al 
nord,  e  rinchiude  il  castello  arci- 
ducale eretto  sopra  un'altura,  da  do- 
ve si  scopre  da  lunge  una  campa- 
gna ridente  ed  amena.  Si  osserva 
nella  città  nuova  una  bella  piazza 
ornala  di  una  colonna  di  marino 
e  di  due  fontane  sormontate  dalle 
statue  di  Giove  e  di  Nettuno  ;  il 
palazzo  pubblico,  quello  in  cui  si 
tiene  la  dieta,  la  chiesa  di  s.  Igna- 
zio ed  il  palazzo  vescovile.  Le  stra- 
Je  in  generale  sono  larghe  e  ben 
distribuite;  e  le  case,  quasi  tutte  al- 
le, sono  belle  e  ben  fabbricate.  Que- 
sta città  contiene  una  biblioteca  pub- 
blica, un  istituto  pei  sordi  e  muti, 
un  liceo  che  possiede  una  bibliote- 
ca di  circa  ventiduemila  volumi, 
una  scuola  normale  e  delle  arti,  una 
del  genio,  ed  un  magnifico  teatro. 
Evvi  una  famosa  manifattura  im- 
periale di  panni,  stoffe  di  lana,  te- 
Je  dipinte  e  tappeti,  nella  quale  so- 
no occupali  circa  q'ual  Ironiiia  in- 
dividui.   \  i   souo  ^nuc   alUe  fabbri' 


L  l  N  267 

che.  Lintz  è  uno  dei  principali  em- 
porii  per  le  falci  della  Sliria.  Il  suo 
commercio  è  favorito  dal  Danubio 
che  le  apre  facili  comunicazioni  col- 
la Baviera,  il  paese  al  disotto  del- 
l'Ens e  r  Ungheria.  La  esecuzione 
del  progetto  della  riunione  del  Da- 
nubio e  dell'Elba  col  mezzo  di  un 
canale,  che  da  Lintz  andrebbe  a 
raggiungere  la  Moldau,  affluente  del- 
l'ultimo di  questi  fiumi,  non  può  che 
rendere  il  suo  commercio  ognor  più 
florido  ed  interessante.  Dall'altro  la- 
to del  Danubio  l'occhio  è  ricrealo 
da  un  gran  numero  di  belle  case 
di  campagna,  e  di  terreni  coltivati. 

Lintz  o  Linz  si  crede  che  oc- 
cupi il  luogo  dell'antica  Lentia  o 
Aredata  .  1  conti  di  Kyrnberg  ne 
furono  i  primi  possessori  dei  quali 
faccia  menzione  la  storia.  Questa 
città  durante  la  guerra  dell'alta-Au- 
stria  oppose  una  viva  resistenza  a 
Fadinger  che  venne  ad  assediarla  alla 
testa  dei  paesani,  onde  disfarsi  del 
governatore  lierberstorf,  che  la  sua 
tirannia  reso  aveva  odioso.  Fu  ripre- 
sa il  23  gennaio  174'^  ^^^  gran- 
duca di  Toscana,  sull'  elettore  di 
Baviera  ed  i  francesi  che  se  n'erano 
impadroniti  \\  2  ottobre  preceden- 
te. 11  Papa  Pio  VI  che  nel  1783 
si  era  portato  a  Vienna  dall'impera- 
tore Giuseppe  II,  parfi  per  Moìk,  in- 
signe monastero  de'  benedettini,  da 
dove  passò  a  quello  di  s.  Floriano 
de'canonici  lateranensi,  e  il  martedì 
24  aprile  partì  alla  volta  di  Lintz, 
ove  fu  ricevuto  colla  più  singo- 
lare solennità  e  dimostrazioni  di 
giubilo  ,  col  suono  di  tulle  le  cam- 
pane della  città,  e  salutato  collo  spa- 
ro dell'artiglieria.  Sua  Santità  disce- 
se dalla  cariozza  al  palazzo  della  cit- 
tà, ove  si  trovò  ad  incontrarlo  il 
carilinal  Leopoldo  de  Firmian  ve- 
scovo di  Passavia,  il  presidente  del 


268  LIN 

governo  e  lulto  il  corpo  della  nobiltà 
delia  stessa  città  ivi  adunato  forraal- 
menfe.  Asceso  il  s.  Padreal  superiore 
appartamento  sort\  nella  loggia  co- 
perta da  nobile  baldaccbino  e  ma- 
gnificamente addobbata,  corrispon- 
dente alla  gran  piazza  ov'era  nume- 
roso corpo  di  truppa,  e  diede  all'ini - 
inenso  popolo  che  la  riempiva  l'a- 
postolica benedizione.  Quindi  Pio 
Vi  ammise  al  bacio  del  piede  un 
gran  numero  di  dame  e  nubili,  ed 
accompagnato  alla  carrozza  dal  car- 
dinale e  dagli  altri,  continuò  il  suo 
viaggio  per  Vels,  e  pel  castello  di 
Ried    ove    pernottò.    A    Lintz    nel 

1800  un  violento  incendio  vi  ca- 
gionò gravi  danni,  e  distrusse  il  ca- 
stello   e    il    palazzo    pubblico.    Nel 

1801  e  nel  1809  i  francesi  se  ne 
impadronirono  di  nuovo,  poscia  ri- 
tornò al  dominio  dell'  imperatore 
d'Austria. 

La  sede  vescovile  ad  istanza  del- 
l'imperatore  Giuseppe  li,  l'eresse 
Pio  VI  nel  1784  a' 29  gennaio, 
colla  bolla  Romanus  Ponlifex,  pres- 
so il  Bull.  Rom.  Contimialio  to- 
mo VII,  pag.  247,  per  la  porzione 
dell'Austria  superiore,  ch'era  com- 
presa nella  diocesi  di  Passavia,  di- 
chiarandola sulFraganea  della  metro- 
poli di  Vienna.  Il  medesimo  Papa 
nel  concistoro  de' 1 4  febbraio  1785 
ne  fece  primo  vescovo  Ernesto  Gio- 
vanni Nepomuceno  d'Heibeslein  na- 
to in  Vienna,  e  traslato  da  Eu- 
carpia  in  parlibns.  Ad  esso  a*  1 5 
dicembre  1788  diede  in  successore 
Giuseppe  Antonio  Gali  di  VS'^eile- 
stndt  diocesi  di  Spira,  ch'ebbe  lun- 
go vescovato.  Per  sua  morte,  Pio 
VII  a' 19  dicembre  i8r4  preconizzò 
vescovo  di  Lintz,  Sigismondo  di  Ro- 
lìenvrart  di  Cilleia  nella  Stiria,  dio- 
cesi di  Gorizia;  per  la  morte  del 
quale  Leone  XII  ne!  concistoro  dei 


LIO 

2-'ì  gingno  1827  nominò  l'odierno 
vescovo  monsignor  Gregorio  Tom- 
maso Ziegler  dell'ordine  di  s.  Be- 
nedetto, nato  inRirkheim  diocesi  di 
Augusta,  traslatandolo  da  Tarnovia. 
La  cattedrale,  di  ampia  ed  elegan- 
te struttura,  è  dedicata  a  Dio  sottp 
il  titolo  della  Beata  Vergine  assun- 
ta in  cielo.  Il  capitolo  si  compone 
di  Ire  dignità,  la  maggiore  delle  qua- 
li è  il  prevosto,  di  sette  canonici,  e 
di  altri  preti  e  chierici  addetti  al- 
la divina  uflìciatura.  Nella  catte- 
drale avvi  la  cura  parrocchiale  ed 
il  battisterio.  L'episcopio,  grande  e 
solida  fabbrica,  esiste  in  uno  de'luo- 
glii  suburbaiii.  Inoltre  nella  città 
sonovi  altre  cinque  chiese  pairocchia- 
li,  due  monasteri  di  monache,  tre 
conventi  di  religiosi,  il  seminario 
con  alunni  e  due  ospedali.  Prima 
in  Lintz  esisteva  pure  un  collegio 
capace  di  trenta  alunni,  chiamati 
dalla  Germania  settentrionale,  e  dai 
regni  di  Norvegia,  Svezia  e  Dani- 
marca, per  abilitaisi  a  quelle  mis- 
sioni, e  perciò  dipendente  dalla  con- 
gregazione di  propaganda  Jide,  ma 
fu  soppresso  da  Giuseppe  li.  Ogni 
vescovo  è  tassato  ne'libri  della  ca- 
mera apostolica  in  fiorini  44-^)  ^P''" 
rispondenti  all'annua  rendita  della 
mensa  vescovile,  che  ascende  a  set- 
temila  fiorini  circa. 

LIONE  [  Liigditnen).  Città  con 
residenza  arcivescovde,  grande,  bel- 
la, antica  e  popolosa  ;  la  più  im- 
portante della  Francia  dopo  Parigi, 
capoluogo  de!  dipartimento  del  Ro- 
dano, di  circondario  e  di  sei  can- 
toni, già  c;ipitale  del  Lionese,  Lyon,' 
nnis.  antica  provincia  della  parte  o- 
rientale  della  Francia.  Questa  pro- 
vincia dividevasi  in  tre  parti:  il 
Lionese  proprio,  ove  si  trovava  il 
piccolo  paese  chiamato  Franco-Lio- 
nese,  avente  Neuville  per  capoluogo; 


I 


LIO 

il  Bosoicseo  Beaujolais,  ed  il  Fore/.e. 
Questa  contrada  tu  anlicaineiile  a  - 
bilata  dai  scgusi  o  segiisiaiìi,  e  fu- 
rono sotto  la  dipendenza  degli  Editi 
o  di  quelli  di  Autun  sino  all'impe- 
ro di  Augusto  che  li  rese  liberi, 
^'egli  annali  del  regno  di  Fd  p- 
po,  ed  allioA'ej  il  Lionese  è  chia- 
mato Pagus  Ldgdiiiiensì'x.  Era  com- 
preso nella  provincia  romana  di 
Ptirna  Lionese,  e  alla  caduta  del- 
l'inipero  passò  al  regno  di  Borgo- 
gna. Più  tardi  il  Lionese  proprio  eb- 
be i  suoi  conti  particolari,  poi  fu 
soggetto  alla  sovranità  degli  arci- 
vescovi di  Lione,  ed  in  fine  restò 
riunito  alla  corona  sotto  Filippo  IV 
W  Bello  nel  iSoy.  11  Bosolese  do- 
po avere  avuto  i  suoi  signori,  ed 
il  Foreze  i  suoi  conti,  furono  riu- 
niti alla  corona  sotto  Francesco  L 
Sovente  i  conti  del  Foreze  furono 
i  signori  stessi  di  Lione;  1'  ultimo 
fu  il  famoso  Carlo  contestabile  di 
Bourbon,  ucciso  nel  i52'j  sotto  le 
mura  di  Roma.  Di  questo  paese  si 
formarono  i  dipartimenti  del  Ro- 
dano e  della  Loira.  Da  Lione  al- 
tresì prese  nonie  il  gran  golfo  Gal' 
liciis  siniis,  che  comprende  tutta  la 
parte  marittima  dell'  internamento 
del  Mediterraneo,  nella  Fiancia  me- 
ridionale, dai  paraggi  di  Anlibo  fi- 
no a  Perpignano.  11  golfo  di  Lione 
si  chiama  pure  Sinus  Leonis  im- 
propriamente, dappoiché  deriva  dal- 
la sensibile  agitazione  delle  sue  ac- 
que, di  cui  si  assomiglia  la  violen- 
za al  furor  di  un  leone.  I  prin- 
cipali polli  sopra  questo  golfo  so- 
no quelli  di  Tolone,  Marsiglia, 
Celle,  Agde  e  Collioure.  Lione, 
Lyon ,  è  posta  in  un  territorio 
ameno,  distante  cento  undici  leghe 
da  Parigi,  ventisette  da  Grenoble^ 
e  sessanta  da  Torino.  E  il  capoluo- 
go della  XIX   divisione  militare,  e 


LIO  269 

della  IV  direzione  delle  foreste  ma- 
rittime, della   VII  divisione  di  pon- 
ti ed  argini  ;  sede  di   una  corte  rea- 
le, da  cui   dipendono  i   dipartimen- 
ti dell'Ain,  della   Loira    e    del  Ro- 
dano, di   una  corte  d'assise,  di   tri- 
bunali di   prima  istanza  e  di   com- 
mercio, di    un    consiglio    di    periti, 
d'una  camera  di  commercio,  di  luia 
direzione  delle  contribuzioni  dirette  e 
indirette,  del  registro  e  de'demani,di 
una   conservazione  delle  ipoteche,  di 
unaricettoria  principale  delle  dogane, 
di  una  direzione  delle  poste,  d'una  fab- 
brica reale  di  tabacchi,  d'una  delle 
cinque  lotterie  reali  eli  Francia,  pri- 
ma della  loro  soppressione  nel  i836, 
di   una    zecca    contrassegnata    dalla 
lettera  D,  d'una   raffineria  reale  di 
polvere,  e  di    una    università,  cioè 
accademia,  la  cui   giurisdizione  ab- 
braccia  i  dipartimenti  dell'Ain,  del- 
la Loira  e  del  Rodano. 

La  città  è  municipalmente  ri- 
partita in  divisioni  del  nord,  del 
mezzodì,  e  dell' ovest  ^  suddivise 
in  ventisei  quartieri  :  vi  sono  cin- 
que circondari  di  riscossione  del- 
le contribuzioni  dirette.  La  mag- 
gior parte  della  città  trovasi  rin- 
chiusa fra  la  riva  destra  del  Roda- 
no e  la  sinistra  della  Saona,  e  si 
estende  parte  sul  piano  elevato,  e 
parte  sui  fianchi  dell'  altura  di  s. 
Giusto,  e  di  quella  di  Fourvieres, 
che  sospinge  verso  la  riviera  la  roc- 
cia pittoresca  di  Pierre  Seise  o  Pier- 
re Ancise,  un  tempo  coronala  da 
un  gotico  castello  ;  un  muro  rin- 
chiude all'  ovest  questa  ultima  por- 
zione di  Lione.  Alcuni  avanzi  di  for- 
tificazioni ne  cingono  al  nord  la 
parte  principale;  il  passeggio  chia- 
mato corso  del  mezzodì,  marca  la  sua 
estremità  meiidionale,  e  la  divide 
dalla  penisola  Perrache,  che  forma 
un  triangolo  allungalo,  la  cui  base 


270 


LIO 


riposa    sopra   Lione,    e  la  sommila 
tocca  il    confluente    del  Rodano    e 
della   Saona  :   questa   è  l'antica    iso- 
la Mogniat,  di  cui   l'architetto  Per- 
rache  fece  una  penisola    nel    1776, 
volgendo  altrove,  mediante  un  lun- 
go argine,   il  corso    del    Rodano,  e 
respingendo  per    quasi     una    mezza 
lega   la    congiunzione    della    Saona. 
Alla  destia  di   questa  vi  sono  i  sob- 
borghi di  s.  Ireneo,   di  s.   Giusto,  e 
di  s.   Giorgio  o    Quarantena.   Sulla 
destra  del  Ptodano  si  estende  il  sob- 
boigo  La  Guillotiere,  che  forma  col 
bel  quartiere  dei  Biotteaux  una  cit- 
tà  particolare.    Dal     lato    del   nord 
evvi  la  Croce-rossa  piantata  sul  pia- 
no elevato  e  sui   fianchi  d'una  col- 
lina, e  nuovamente  eretta   in   città; 
essa    comprenile  il    sobborgo   di    s. 
Chiara  sulla   liva  destra    del    Roda- 
no, e  quello  di    Seriu    sulla  sinistra 
della   Saona.     Sulla    riva    destra    di 
quest'ultima   riviera    si    allunga    il 
sobborgo  di    Yaize,    che  costituisce 
un   comune  a   parte. 

La  penisola  Perrache  può  essere 
considerata  come  un  nuovo  quar- 
tieie  destinato  a  diventare  una 
città  industriosa,  la  cui  importanza 
deve  aumentale  la  ricchezza  di  Lio- 
ne. iS'el  centro  della  penisola  si  co- 
slrusse  un  locale  circolare,  che  of- 
frirà un  porto  sicuro  e  comodo  per 
l'imbarco  e  sbarco  delle  merci.  Il 
Rodano  co' suoi  repentini  accresci- 
menti e  grandi  straripamenti  ha 
cagionato  spesso  dei  guasti  fune- 
sti, fia  i  quali  si  possono  ricor- 
dare quelli  del  18  12,  1825,  e  quel- 
lo accaduto  anni  addietio.  Tre  pon- 
ti attraversano  il  fiume.  La  Saona, 
le  cui  acque  quiete  contrastano  col 
corso  impetuoso  del  Rodano,  è  at- 
traversata da  .sei  ponti.  Lione  ha  tre 
linee  di  strade  lungo  l'acqua  e  so- 
no intersecale  da  diciassette  bei  pon- 


LIO 

ti,  diversi  dai  nove  nominati,  e.  .so- 
no di  legno  ,  di  pietra  e  di  fer- 
ro. Quivi  da  per  lutto  si  rimane 
sorpresi  dal  colpo  d'occhio  impo- 
nente degli  edilizi,  dal  quadro  a- 
nimato  di  una  felice  navigazione, 
dalla  bella  pianura  del  DeKlnato. 
L'interno  della  città  ha  case  vec- 
chie e  solide.  Fra  le  strade  la  Mer- 
cerie, ch'è  nel  centro,  è  limarche- 
vole  pel  gran  commercio:  nella  stra- 
da G  rene  Ite  ebbero  luogo  numero- 
se giostre,  sotto  i  regni  di  Filippo 
IV,'  Carlo  VII,  Carlo  Vili  e  Lui- 
gi XII.  La  più  bella  delle  sue  cin- 
quantasei piazze  è  quella  di  Luigi 
XIV  il  Grande,  o  di  Bellecour,  li- 
na delle  più  magnifiche  d'Europa: 
in  mezzo  s'innalza  la  statua  eqtie- 
stre  di  tale  re,  fatta  da  Lemof,  in 
luogo  di  quella  insigne  di  Girardon 
distrutta  dalla  rivoluzione,  il  cui  pie- 
distallo era  adorno  da  due  super- 
bi gruppi  di  bronzo  rappresentanti 
il  R.odano  e  la  Saona,  che  furono 
trasportali  nel  palazzo  pubblico. 
Nella  piazza  Confort  è  il  palazzo 
della  prefettura,  in  quella  de'france-  È 
scani  una  colonna  colla    statua  d' ti-  ■ 

rania,  in  quella  de'  Terreaux  il  pa- 
lazzo comunale.  Fra  tutti  gli  edi- 
fìzi  di  Lione  devesi  contare  pel  pri- 
mo il  palazzo  pubblico,  monumen- 
to supeibo  che  si  distingue  per  la 
magnificenza  della  sua  scala,  della 
grande  sala,  e  del  vasto  cortile,  e  j 
per  la  nobiltà  ed  eleganza  della  sua  ^ 
facciata,  dal  cui  mezzo  si  slancia  ar- 
ditamente la  torre  dell'orologio.  Il 
palazzo  fu  alquanto  danneggialo  da 
un  incendio  a' [4  luglio  i8o3.  Que- 
sto edilizio  nel  suo  genere  è  uno 
de'più  belli  d'Europa  ;  esso  fu  co- 
strutto dal  1646  al  i655,  sotto  la 
direzione  di  Simon  Maupin.  11  pa* 
lazzo  del  commercio  e  delle  arti, 
antica  abbazia   di  s.  Pietro,  è  un  al- 


LIO 

Irò  edifizio  osservabile  che  forma 
uno  dei  gran  lati  della  piazza  dei 
Terreaiix.  Vi  si  stabiPi  una  scuoia 
reale  gratuita  di  disegno;  corsi  di 
anatou)ia  applicata  alla  pittura  e 
scoltura,  di  chimica  applicata  alle 
arti  e  alla  medicina,  di  geometria 
pratica,  di  fìsica  esperimentale, e  di 
storia  naturale;  la  istituzione  di  La 
IMartiniere  per  le  arti  e  mestieri;  un 
museo  di  quadri;  un  gabinetto  di 
medaglie  ed  antichità,  ove  soprattutto 
si  distinguono  superbi  mosaici  :  un 
museo  lapidario;  una  gallerìa  di 
antiche  figure  in  gesso;  un  gabi- 
netto di  storia  naturale;  un  depo- 
sito di  macchine  meccaniche  per  la 
tabbiicazione  delle  stoffe  di  seta  ;  u- 
na  biblioteca,  ed  in  fine  la  sala 
della  borsa .  Nello  stesso  edifizio 
hanno  la  loro  sede  le  dotte  società 
esistenti  in  Lione,  e  gli  iillìzi  della 
camera  del  commercio.  11  palazzo 
della  prefettura  stabilito  nell'an- 
tico convento  de'  domenicani,  con- 
serva ancora  le  traccie  della  sua 
vecchia  destinazione,  malgrado  i 
grandi  lavori  che  vi  furono  ese- 
guitij  e  non  è  osservabile  nell'e- 
sterno che  per  la  estensione  de- 
gli edifizi  ;  dietro  a  questo  palazzo 
SI  trova  un  bel  giardino,  il  solo  un 
poco  vasto  ch'esista  nell'interno  del- 
la  città. 

Fra  gli  altri  pubblici  monumen- 
ti di  Lione  si  devono  nominare  il 
grande  ospedale  o  1'  Hólel-Dieu,  la 
cui  immensa  facciala,  opera  di  Souf- 
flot,  è  sormontata  da  una  cupola 
equilaterale,  e  che  sì  estende  mae- 
stosamente sulla  strada  lungo  il 
Rodano;  l' ospedale  della  Cai  ita 
destinato  all'  infanzia  abbandonata 
ed  alla  vecchiezza  povera  ed  in- 
ferma ;  la  chiesa  de'  certosini  sor- 
montata da  una  bella  cupola;  la 
chiesa  di   s.  Nizier,  uno  de' più  beili 


LIO  271 

edifici  gotici  della  Francia,  ed  os- 
servabile particolarmente  per  la  fac- 
ciata, opera  di  Fìldjerto  Delorme, 
per  la  sua  magnifica  volta,  e  per 
gli  ornamenti  del  suo  coro  ;  la 
chiesa  di  s.  Giusto,  edifizio  moder- 
no che  si  distingue  pel  buon  gu- 
sto e  la  eleganza  della  sua  costru- 
zione ;  la  chiesa  del  collegio  ove  si 
rimarca  una  assai  bella  navata  ed 
un  ornato  interno  di  marmo;  il 
monumento  religioso  innalzalo  ai 
Brotteaux  in  memoria  dei  lionesi 
che  perirono  durante  l' assedio  del 
1793,  ed  il  soggiorno  del  troppo 
famoso  Collot-d'  Herbois  agente  del 
tiranno  Piobespierre;  il  tempio  dei 
protestanti^  stabilito  nell'  edifizio 
costruito  da  Soufflot  per  la  vecchia 
borsa.  La  cattedrale  di  s.  Giovan- 
ni Battista  è  un  grand'  edifizio  di 
gotica  architettura,  ove  è  una  del- 
le piìi  grandi  campane,  la  merìdia- 
naj  e  si  vede  un  famoso  orologio, 
oggi  dissestato,  che  soiprende  per 
la  sua  complicazione,  e  che  segna- 
va il  corso  del  sole,  le  fasi  lunari, 
gli  anni,  i  mesi,  i  giorni,  le  ore, 
i  minuti  secondi,  tutti  i  santi  del 
calendario,  ec.  :  lo  celebrò  anco  il 
Cancellieri  nelle  sue  Campane.  Il 
palazzo  arcivescovile  contìguo  alla 
cattedrale  è  nn  ampio  edifizio,  ma 
neir  esteriore  non  presenta  niente 
di  bello.  Vanno  pure  rammentati 
il  palazzo  di  giustizia,  le  vaste  pri- 
gioni nella  parte  orientale  della 
penisola;  due  teatri,  il  grande  nuo- 
vamente costrutto  sul  luogo  di  un 
altro  ch'era  opera  di  Soufflot,  ed 
il  teatro  de'  Celestini.  Bello  è  il 
passeggio,  che  porta  il  nome  di 
galleria  dell' Argue;  la  torre  Pi- 
trat,  destinata  a  servire  di  osser- 
vatorio, sul  colle  che  domina  la 
città  al  nord,  essendo  pervenut;i 
ad     una    grande    elevazione    crollò 


^73  LIO 

nel  1828,  onde  venne  ricostruita. 
Lione  presenta  molte  antichità,  mas- 
sime sulla  collina  di  Fourvieres, 
ove  la  chiesa  della  Madonna  di 
Fourvieres  sta  nel  sito  dell'antico 
Forum  Trajani,  e  dove  la  casa 
delle  anticaglie,  ospedale  de' pazzi 
e  de' sifilitici,  è  eretta  sulle  rovine 
d'un  palazzo  degli  imperatori  ro- 
mani. Si  osservano  begli  avanzi  di 
acquedotti  in  vicinanza  della  chiesa 
di  s.  Ireneo,  nel  sobborgo  di  que- 
sto nome;  alcune  vestigie  di  un 
teatro  nel  recinto  dei  minimi,  e 
serbatoi  sotterranei  chiamati  bagni 
romani  in  quello  delle  orsoline.  Vi 
si  trovano  in  quantità  medaglie, 
monete  e  vasi  antichi,  molte  fi- 
gure di  marmo  e  bronzo,  lacrima- 
toi e  lampade  sepolcrali,  molti  se- 
polcri, e  così  pure  i  guasti  dell'in- 
cendio, quivi  accaduto  sotto  Nero- 
ne. La  chiesa  di  Ainay  olTie  qual- 
che rimasuglio  d'  un  famoso  tem- 
pio d'Augusto;  i  quattro  pilastri 
di  granito  che  sostengono  la  cu- 
pola di  questa  chiesa  provengono 
da  due  colonne  che  fiancheggiava- 
no isolatamente  l' altare  del  tem- 
pio. Si  scopersero  nel  giardino  bo- 
tanico gli  avanzi  di  una  vasta  nau- 
machia. Sull'alto  della  collina  di 
Fourvieres  sta  il  cimiterio  genera- 
le di  Lione,  stabilito  nel  1808  e 
detto  di  Levasse  ;  numerose  pian- 
tagioni e  bei  monumenti  funebri 
Io  decorano.  I  suoi  piincipali  pas- 
seggi sono  quelli  di  Bellecour,  il 
giardino  botanico,  il  corso  Borbo- 
ne, il  corso  di  Herbouville;  ed  i 
Brotteaux  al  di  là  del  Rodano. 

Una  delle  più  importanti  biblio- 
teche di  Francia  è  stabilita  nell'e- 
difizio  del  collegio  reale,  sotto  il 
nome  di  biblioteca  della  cittii;  es- 
sa rinchiude  circa  q2,ooc  volumi, 
nel    cui    numero    vi    sono    più    di 


LIO 

i,5oo  manoscritti.  Lione  possiede 
una  facoltà  teologica,  una  scuola 
secondaria  di  medicina,  una  scuola 
reale  veterinaria  e  di  economia  ru- 
rale; un'accademia  reale  delle  scien- 
ze, belle  lettere  ed  arti;  una  società 
reale  di  agricoltura,  storia  naturale 
ed  arti  utili  ;  una  società  di  medi- 
cina, una  di  farmacia  o  chimica 
applicata  alla  tintura,  una  di  giu- 
risprudenza, una  società  linneana, 
una  biblica  protestante,  una  di 
lettura  ed  incoraggiamento  per 
r  industria,  una  cassa  di  rispar- 
mio e  di  prestito ,  una  società  di 
carità  materna,  tre  ospizi  ;  un  di- 
spensatoio stabilito  col  mezzo  di 
soscrizioni,  una  direzione  generale 
delle  levatrici,  un  istituto  di  sordo- 
muli,  un  comitato  di  vaccinazione, 
un  gran  numero  di  società  di  soc- 
corsi mutui,  e  due  prigioni  civili. 
I  pretesi  riformati  hanno  una  chie- 
sa concistoriale  ,  ed  una  sinagoga 
gli  ebrei.  Immensi  sono  l' industria 
e  il  commercio  di  Lione,  e  le  stoffe 
di  seta  rinomate  per  la  solidità 
della  tintura  ed  il  buon  gusto  del 
disegno,  ne  formano  la  base  prin- 
cipale. Vi  si  fabbricano  pure  altre 
stoffe,  ed  anche  d'oro  e  d'argento, 
galloni  e  ricami  ;  la  filatura  dell'o- 
ro è  eseguita  con  perfezione  :  tali 
sono  i  più  importanti  prodotti  che 
questa  regina  del  commercio  della 
Francia  orientale  spande  in  tutte 
le  parti  del  mondo.  Essa  consuma 
una  gran  porzione  delle  sete  rac- 
colte in  Francia,  ed  impiega  altresì 
molta  seta  che  ritrae  dall'Italia. 
Numerosissime  perciò  ne  sono  le 
fabbriche:  dicesi  ascendere  a  4o,ooo 
i  telai  per  la  tessitura  della  seta , 
che  occupano  80,000  artigiani.  L'ar- 
te libraria  e  la  stampa ,  e  molte 
altre  manifatture,  sono  pure  rami 
della  sua  industria  e  negoziato:  le 


LIO 

lipogralle  lionesi  sono  stale  sempre 
in  onore,  e  copiosissimi  i   fondachi 
dei  librai.   Fra  gli  stabilimenti  pro- 
pri a  favorire  il  commercio  lione- 
se,   conviene    citare    la    così    detta 
Condizione  delle  sete,    edifizio  ove 
i  negozianti  sono  obbligati    di    de- 
porre per  un  certo  tempo  le   loro 
sete,  onde  togliere  l'umidità  che  han- 
no   potuto    contrarre;    il    deposilo 
franco    delle    derrate    coloniali  ,    e 
quello  de'  sali.  In  una  parola  il  suo 
commercio  abbraccia  tutto  ciò  che 
la  più  colta  popolazione  può  abbi- 
sognare.  Le  sue  strade  e  i  corsi  flu- 
viali   favoriscono    le   sue    immense 
relazioni  di  commercio.  La    popo- 
lazione della  città  e    de'  sobborghi 
si  calcola  che  superi    i    190,000  a- 
bitanti.   Ivi  il  clima  è  dolce    e  sa- 
no, quantunque  soggetto  a  nebbie; 
le  campagne   vicine    sono    fertili  e 
ben  coltivate,  sparse  di  belle    case 
di  delizia,  con  vedute  variale  e  pit- 
toresche.  I   lionesi    sono    laboriosi , 
saggi  ed  esatti   ne'  loro  impegni.  Il 
lusso  è  moderato,  per  cui    le    for- 
tune sono  quivi  più    che    in    altri 
luoghi     solidamente     stabilite.     Un 
banco    fu    stabilito    nel    i835   col 
capitale  di  due  milioni  di  franchi; 
altro  fino  dal  1  553  e  di  somma  mag- 
giore ne  aveva   istituito  il  cardinal 
Francesco  di  Tournon  arcivescovo 
di  Lione.   I   baluardi  da    cui    ulti- 
rnamente  fu  circondata  la  città,  e 
gì'  importanti  lavori  che  vi  si  fece- 
ro, devono  farla  annoverare    fra   le 
piazze  forti  del  regno.    Lione    non 
solo  è  una  città  essenzialmente  com- 
merciante, ma  in  essa  si  coltivano 
assai  le  scienze,  le    belle  arti    e  le 
lettere.  Fra  i   numerosi  uomini  ce- 
lebri ch'essa  produsse,   citeremo  fra 
gli  scrittori   Sidonio  Apollinare   che 
fion  nel  V  secolo,  Carlo  e  Giacomo 
Spon ,  Duchoul ,  il  p.  INIenestrier  , 
voi.  xxxvui. 


LIO  27"' 

Gros  de  Boze,  i  Terasson,  l'abbate 
Rossut,  Rlontucla,  Guido  Papa  dot- 
to consigliere,  il  poeta  Vergier , 
Mercier  S.  Leger,  l'abbate  Morel- 
let,  e  LeDiontey  ;  il  meccanico  Tru- 
chet,  il  chirurgo  Pouteau  ,  i  na- 
turalisti Antoine,  Bernardo  e  Giu- 
seppe de  Jussieu,  Rozier  e  Bourge- 
lai;  l'architetto  Filiberto  Delorme; 
gli  scultori  Coysevox,  Chabry,  Ni- 
cola e  Guglielmo  Coustou,  Chinard, 
Lemot  ;  gl'incisori  Audran  e  An- 
dier  des  Rochers  ;  i  pittori  Stella, 
de  Boissieu,  Vivien  ;  gli  stampato- 
ri de  Tournes,  Gryphe,  Baibou  e 
Anisson  ;  il  caucellieie  de  Bellievre, 
il  ministro  Fleurieu  ,  il  marescial- 
lo Suchet,  Camillo  Jordan;  il  mag- 
gior generale  Martin  che  lasciò  un 
no 

legato  di  due  milioni  alla  città  di 
Lione  per  una  scuola  di  arti  e 
mestieri  ;  i  viaggiatori  Poivre  e  Son- 
nerat. 

Non  si  accordano  gli  storici  sul- 
l'epoca della  fondazione  di  questa 
città  :  gli  uni  la  fanno  risalire  a 
220  anni  avanti  dell'era  nostra,  e 
l'attribuiscono  ad  una  colonia  di 
Rodi,  scacciata  dalla  Provenza  dai 
focesi  stabiliti  a  Marsiglia,  e  con- 
dotta da  un  certo  Momoro  o  Mor- 
mo  principe  gaulese,  che  il  volo  di 
una  quantità  di  corvi  decise  a  sce- 
gliere questa  situazione,  onde  edi- 
ticarvi  una  città ,  circostanza  che 
le  avrebbe  dato  il  nome  di  Liigduii, 
Lugiulunnni  o  Liigdununt^  che  in 
lingua  celtica  significa  montagna  di 
con'ij  altri  l'attribuiscono  a  Lucio 
INIunazio  Plauco  console,  che  vi  si 
stabilì  circa  quarant'aniii  prima  di 
Gesù  Cristo ,  coi  vieimiesi  stati 
scacciati  dalla  loro  città  dagli  al- 
lobrogi,  e  dicono  che  Lugdunnni 
significava  collina  lunga  o  collina 
alta,  perchè  edificata  sull'erta  di 
una  collina  presso  al  confluente  del 
18 


0.74 


LIO 


Rodano  e  della  Saona;  ìd  fiue  pre- 
teodono  alcuni  che  Plance  non  fe- 
re che  fabbricare  una  nuova  città 
presso  di  quella  già  costrutta  dai 
greci.  Checché  ne  sia,  Giulio  Cesa- 
re non  ne  fa  menzione  ne'  suoi 
commentari,  e  si  può  supporre  che 
se  esisteva  anche  prima  di  Fian- 
co, doveva  essere  assai  poco  consi- 
derabile. Assicurano  nitri  autori  che 
quivi  i  druidi  vi  avevano  tenute 
le  loro  assemblee,  e  che  i  fenicii  ed 
i  greci  vi  si  erano  stabiliti  prima  dei 
romani,  conducendovi  delle  colonie. 
Questa  città  s'  itigrandì  in  progres- 
so sollecitamentf,  divenne  ben  pre- 
sto la  principale  dei  segasi,  e  dal- 
l'alto  della  collina  di  Fourvieres, 
Forum  vetus,  secondo  altri  Forum 
Veneris,  su  cui  sembra  fosse  pian- 
tata in  origine,  si  estese  rapida- 
tnente  sino  alla  riva  della  Saona, 
e  sull'opposto  colle.  Augusto,  che 
■vi  dimorò  tre  anni,  ne  fece  la  ca- 
pitale della  Celtica,  che  prese  al- 
lora il  nome  di  Lionese,  e  che  pri- 
ma divisa  in  due  Lionesi ,  lo  fu 
poscia  in  cinque ,  la  piima  delle 
quali  aveva  questa  ci  Uà  per  me- 
tropoli. Colmata  di  benefizi  dallo 
stesso  Augusto,  le  sessanta  nazioni 
de' galli  v'innalzarono  in  suo  ono- 
re quel  famoso  tempio  al  confluen- 
te della  Saona  e  del  Rodano,  i  cui 
sacerdoti  furono  chiamati  Sodales 
Augustales.  Fu  da  quel  tempo  con- 
siderata questa  città  come  il  ba- 
luardo dei  romani  al  di  qua  delle 
Alpi,  ed  Agrippa  fece  da  essa  par- 
tire le  strade  militari  della  Gallia. 
L' imperatore  Claudio  Caligola  vi 
fondò  una  celebre  accademia  chia- 
mala ateneo,  che  fiorì  nell'eloquen- 
za latina  e  greca,  non  che  per  l'e- 
mulazione: i  vinti  erano  costretti 
a  premiare  e  commendare  con  pub- 
blico elogio  i  vinciteli,  e  le  opere 


LIO 

indegne  della  pubblica  Juct-  veni- 
vano con  eguale  pubblicità  c;i ocel- 
late e  distrutte.  Istituì  ancora  Ca- 
ligola diversi  giuochi  consistenti  in 
danze,  corse  di  cavalli,  esercizi  mi- 
litali, comballiinenti  di  gladiatori 
ec,  che  divennero  famosi  posciii  sotto 
il  nome  di  giuochi  gaulesi.  L' im- 
peratore Claudio,  quivi  nato  l'an- 
no di  Roma  744»  egualmente  che 
il  suo  fratello  Germanico,  innal- 
zolla  da  un  municipio  eh'  era  ,  at 
grado  di  colonia  romana,  e  ordinò 
che  prendesse  il  nome  di  Colonia 
Claudia  Augusta,  al  quale  si  ag- 
giunse quello  di  Copia;  avendo  a- 
vuto  pure  i  nomi  di  Abbondanza, 
per  essere  stata  il  granaio  di  tutte 
le  Gallie;  di  Grande,  e  felice  città, 
secondo  Erodiauo;  d'Illustre  me- 
tropoli, secondo  Tolomeo ,  per  es- 
sere capo  di  una  porzione  delle 
Gallie,  chiamandola  Sidouio  Apol- 
linare RhodanusiUy  come  la  pinna 
e  pili  bella  città  che  vi  fosse  sul 
Rodano. 

Il  suo  stato  di  splendore  non 
fu  di  lunga  durata,  mentre  cento 
anni  dopo  la  sua  fondazione,  que- 
sta città  fu  distrutta  in  una  sola 
notte,  da  un  orribile  e  slraoidina- 
rio  incendio,  del  quale  forse  non 
trovasi  un  simile  esempio  ne^jli  an- 
nali della  storia.  Ristabilita  solle- 
citamente, ma  nel  piano,  per  le  cu- 
re ed  a  spese  di  Kerone,  in  poco 
tempo  trovossi  in  caso  di  conten- 
derla con  Vienna,  che  abbi'acciato 
avea  il  partito  di  Galba  contro  Vi- 
telilo.  Traiano  ordinò  la  fondazio- 
ne del  mercato,  che  porta  il  suo 
nome.  Forum  Trajani,  un  altare 
fu  eretto  ad  Antonino  Pio,  sull'at- 
tuale piazza  di  s.  Giovanni.  Le 
persecuzioni  contro  i  cristiani  in- 
cominciarono a  Lione  sotto  ìMarco 
Aurelio.  Ristabilita   ben   presto  nel 


LIO 

%uo  primo  splendore,  fu  saccheggia- 
ta ,  ed  in  parie  abbruciata  per 
ordine  di  Severo  nel  197,  onde 
vendicarM  degli  abitanti  di  Lione, 
che  avevano  dato  ricovero  ad  Al- 
bino suo  nemico,  dopo  la  battaglia 
guadagnala  su  di  esso  da  questo 
imperatore;  ma  si  rialzò  insensibil- 
mente sotto  il  regno  di  Costanti- 
no. La  beila  basilica  dei  Maccabei 
fu  il  primo  edifizio  monumentale 
che  il  crislianesimo  vi  abbia  innal- 
zato :  puco  dopo,  alcune  orde  di 
popoli  barbari  la  posero  a  saccheg- 
gio. Aliorchè  nel  V  secolo  le  Gal- 
lie  furono  invase  da  queste  nazio- 
ni, Lione  fu  presa  dai  borgognoni, 
il  cui  re  di  venne  feudatario  di  Clo- 
doveo  1  sul  fine  dello  slesso  secolo. 
I  figli  di  Clodoveo  I  distrussero 
questo  stato  dei  borgognoni,  e  si 
resero  padroni  di  Lione,  acquistan- 
done così  i  re  franchi  il  possesso 
nel  VI  secolo.  Nel  583  una  inon- 
dazione della  Sauna  e  del  Rodano 
distrusse  la  metà  circa  della  città, 
che  la  peste  avea  travagliato  an- 
tecedentemente. Esposta  alle  incur- 
sioni dei  tedeschi,  dei  goti,  ed  in 
fine  de'  saraceni,  i  templi  ed  altri 
suoi  monumenti  che  ancora  le  ri- 
manevano, scou) parvero  sotto  il  fer- 
ro di  questi  ultimi  noli  \  HI  secolo, 
Carlo  Magno  per  altro  non  rilar- 
dò a  farla  lialzare  prontamente  da 
una  gran  parte  delle  sue  rovine. 
Più  tardi  L'one  divenne  la  capitale 
del  regno  di  Borgogna  Cisjurana  o 
di  Piovcnza,  lasciala  in  legato  da 
Lotario  J  a  Carlo  il  minore  de'  suoi 
figli.  ]\el  954  il  le  di  Fiancia  Lo- 
tniio  li  cede  questa  città  per  dote 
di  sua  sorella  Matilde  ,  a  Coriado 
il  Pacifico  re  della  Borgogna  Traiis- 
jniana.  Dopo  la  uìorle  di  Rodolfo 
III,  figlio  di  Corrado,  Lione  passò 
sotto   la   potenza  (enipnrale  del  suo 


LIO  sy') 

arcivescovo  Burcardo  fratello  di  Ro- 
dolfo ;  da  questa  epoca  hanno  ori- 
gine i  diritti  di  sovranità  che  gli 
arcivescovi  esercitarono  per  sì  lun- 
go tempo  sulla  città,  prima  come 
feudatari  dell'  impero,  poscia  conie 
indipendenti,  in  virtù  tli  una  con- 
cessione di  Federico  I  re  di  Bor- 
gogna ,  emanata  a'  18  novembre 
iiSy,  e  per  l'acquisto  che  fecero 
dei  diritti  rivendicati  dai  conti  di 
Forez.  Alla  fine  del  secolo  XII  eb- 
be origine  a  Lione  la  setta  dei  vo- 
cìesi  o  valdesi^  di  cui  Pietro  di 
Vaud  o  Valdo,  ricco  mercatante 
della  città,  fu  il  primo  sciagurato 
promotore.  Gli  eretici  valdesi  fu- 
rono anche  chiamati  po^'eri  di  Lio- 
ne. Al  principio  del  secolo  XIII  i 
cittadini  si  sollevarono  contro  la 
giurisdizione  ecclesiastica,  e  crea- 
rono un  governo  municipale  o  con- 
solato, del  quale  le  prime  assem- 
blee si  tennero  nel  iiiS;  da  ciò 
risultarono  fra  i  cittadini  ed  i  ca- 
nonici delle  continue  ostilità  ,  che 
durarono  sino  ai  primi  anni  del 
seguente  secolo. 

Innocenzo  IF  [Vedi),  per  porsi 
in  salvo  dalie  persecuzioni  di  Fe- 
derico II,  passò  nel  I244  '"  Fran- 
cia, dopo  essere  stato  a  Genova  sua 
patria,  ed  accompagnato  dai  car- 
dinali e  prelati,  entrò  soleimemen- 
te  in  Lione  a'  2  dicembre,  dove 
da!  clero  e  dal  popolo  fu  accolto 
con  indicibile  allegrezza.  Poco  dopo 
il  Papa  intimò  per  l'anno  seguente 
il  concilio  generale  da  tenersi  nella 
stessa  città  di  Lione,  cui  egli  pre- 
siedette. In  esso  depose  Federico  II, 
e  promosse  l'elezione  in  re  de'  ro- 
mani di  Enrico  landgravio  di  Tu- 
ringia.  Dimorando  in  Lione  Inno- 
cenzo IV  celebrò  ivi  le  pontificie 
funzioni,  ed  esercitò  molti  supremi 
atti   del   suo    apostolico    ministei-o  , 


ire  LIO 

massime  col  re  di  Norvegia ,  col 
duca  di  Russia,  cou  approvar  l'or- 
dine de'  silvestrini ,  con  prendere 
provvidenza  sui  riti  degli  schia  vo- 
lli, con  canonizzare  i  ss.  Edmondo 
e  Guglielmo  vescovo,  ec.  Grato  il 
Pontefice  di  aver  dimorato  quasi 
sette  anni  nel  monastero  dei  ca- 
nonici di  s.  Giusto,  gli  donò  la  rosa 
d'oro  benedetta,  ed  egual  donativo 
fece  a  Raimondo  conte  di  Proven- 
za, che  avea  visitato  il  Papa  in 
Lione.  Essendo  morto  Federico  II, 
tisolvette  Innocenzo  IV  di  ritor- 
nare in  Italia  ed  in  Roma  sua  se- 
de. A  dimostrare  la  sua  gratitu- 
dine verso  i  re  di.  Francia  ,  con- 
cesse dieci  giorni  d' indulgenza  a 
chi  pregasse  per  la  loro  felicità , 
concessione  tramandataci  nelle  ope- 
re di  s.  Tommaso  d'Aquino,  e  la 
cui  memoria  è  scolpita  con  una 
speciale  iscrizione  in  tutte  le  chiese 
nazionali  di  Francia  in  Roma.  Do- 
po aver  celebrato  la  messa  nel 
giorno  di  Pasqua  12^1,  e  desina- 
lo in  pubblico  nel  detto  monaste- 
ro di  s.  Giusto,  Innocenzo  IV  partì 
da  Lione  fra  il  plauso  dei  lionesi, 
che  affettuosamente  ribenedì ,  se- 
guito da  Guglielmo  d'Olanda  nuo- 
vo re  de'  romani,  dai  cardinali,  dai 
prelati  ed  altri  di  sua  corte,  rice- 
vendo per  tutti  i  luoghi  ove  passò 
le  più  ossequiose  dimostrazioni  di 
venerazione.  Non  andò  guari  che 
Lione  fu  nuovamente  onorata  dalla 
presenza  del  sommo  Pontefice  e  dal- 
l'augusta  assemblea  di  altro  con- 
cilio  generale.  Avendo  questo  inti» 
Tnato  Gregorio  X  (P^edi),  pel  1274 
in  Lione,  vi  si  recò  nel  precedente 
novembre,  e  vi  giunse  a'  2  i  detto. 
Fu  accolto  con  gran  festa  per  es- 
sere egli  stato  canonico  di  Lione, 
e  per  quei  motivi  che  dicemmo 
alla    sua    biografia.    Questo     Papa 


LIO 

presiedette  al  concilio,  celebrò  di- 
verse sacre  funzioni ,  ed  assistette 
ai  solenni  funerali  del  cardinal  s, 
Bonaventura,  di  cui  facemmo  cen- 
no nel  voi.  XXVI,  p.  8t  del  Di- 
zionario. Ivi  Gregorio  X  creò  car* 
dinali  il  suo  nipote  Giovanni  Vi- 
sconti, e  Teobaldo  da  Ceccano.  Ter- 
minato il  concilio ,  il  Papa  parti 
da  Lione  per  l' Italia  a'  6  maggio 
1275.  Memorabile  eziandio  fu  per 
Lione  la  presenza  di  Clemente  V 
[Fedi),  eletto  Papa  a'  5  giugno 
i3o5;  mentre  trovavasi  al  suo  ar- 
civescovato di  Bordeaux;  dappoi- 
ché, come  meglio  si  è  detto  alla 
sua  biografia,  si  portò  in  Lione  al 
fine  d'agosto,  facendosi  solennemen- 
te coronare  nella  chiesa  di  s.  Giu- 
sto a'  i4  novembre,  corteggiato  da 
molti  sovrani.  La  funzione  fu  da 
diverse  sciagure  funestata,  cadde  il 
Papa  nella  strada  Gourgouillon , 
cadde  il  triregno,  vi  morirono  ba- 
roni e  piincipi,  altri  restarono  fe- 
riti. Trovandosi  il  Papa  in  Lione 
a'  i5  dicembre  i3o5  creò  dieci 
cardinali  tutti  francesi ,  a  riserva 
di  un  inglese;  quindi  stabilì  la  re- 
sidenza pontificia  in  Francia ,  pas- 
sando poi  ad  abitare  in  Avignone 
[Vedi),  ove  rimasero  anche  sei  suc- 
cessori. Nel  primo  febbraio  1 3o6 
in  Lione  Clemente  V  emanò  la  ce- 
lebre bolla  Meruit,  in  difesa  del  cle- 
ro, e  riguardante  Bonifacio  VIII  e 
Filippo  IV;  e  poscia  fece  ritorno 
a  Bordeaux. 

Continuando  le  ostilità  fra  i 
cittadini  e  i  canonici  di  Lione, 
Filippo  IV  il  Bello  re  di  Francia 
nel  i3i2  fece  rientrare  la  città 
di  Lione  sotto  il  dominio  dei  re 
di  Francia,  mediante  una  transa- 
zione coll'arcivescovo  Pietro  di  Sa- 
voia, a  cui  si  lasciò  per  altro  una 
giurisdizione  sopia  parte    della  cil- 


LIO 

là.  Il  consolalo  conservò  un  potere 
giudiziario,  e  nel  XVI  II  secolo 
formava  ancora  un  tribunale  co- 
nosciuto e  rispettato  in  tutta  l'I^iu- 
ropa  pe'suoi  lumi  e  pel  suo  spi- 
rito di  giustizia.  Aveva  incontrato 
qualche  cangiamento  nel  i5g3  al 
passaggio  per  questa  città  del  re 
Enrico  IV,  avendo  già  Carlo  Vili 
accordato  nel  149^  a'  suoi  mem- 
bri il  privilegio  di  nobiltà,  confer- 
mato poscia  dagli  altri  re  suoi 
successori.  Questo  tribunale  cono- 
sciuto sotto  il  nome  di  Giudici 
della  conservazione,  aveva  la  ispe- 
zione della  polizia  delle  fiere,  ed 
una  giurisdizione  che  abbracciava 
tutte  le  contestazioni  tra'  francesi 
e  stranieri,  ne'  mercati  fatti  a  Lio- 
ne. Sul  fine  del  secolo  XI II  pa- 
recchi italiani  fuggendo  le  persecu- 
zioni e  le  sanguinose  contese  dei 
guelfi  e  ghibellini,  vennero  a  ri- 
cercare una  nuova  patria  in  que- 
sta industriosa  città  ;  si  disse  che 
eglino  inventassero  l'uso  delle  let- 
tere di  cambio,  e  nei  secoli  seguen- 
ti una  folla  di  negozianti  della 
nazione  istessa  vi  attirarono  il 
commercio  della  banca.  Qui  no- 
teremo che  l'origine  delle  lettere 
di  cambio  si  attribuisce  agli  ebrei, 
e  che  gl'italiani  e  i  negozianti  di 
Amsterdam  furono  i  primi  che 
le  introdussero  in  Francia,  per  cui 
Luigi  XI  ne  fece  menzione  nell'e- 
ditto che  promulgò  nel  1462, 
confermando  i  privilegi  delle  fiere 
di  Lione.  Ritornando  all'epoca  del 
Papa  Clemente  V,  egli  morì  a'20 
aprile  i3(4  in  Roquemaure,  ed  i 
cardinali  si  rinchiusero  in  conclave 
in  Carpentrasso  per  eleggere  il 
successore.  Per  un  incendio  dovet- 
tero fuggire,  e  dispersi  passarono 
ju  veigognoso  riposo  più  di  due 
anni.   Ma  Filippo   conte  di  Poiticrs, 


LIO  277 

fratello  di  Luigi  X  re  di  Francia, 
a  cui  successe  col  nome  di  Filippo 
V,  li  foi-zò  a  portarsi  in  Lione,  e 
ad  entrare  in  conclave  nel  conven- 
to de'domenicani  a'28  giugno  i3i6 
Ivi  fu  eletto  a'  7  agosto  Giovanni 
XXII  {Vedi),  il  quale  a'5  settem- 
bre si  fece  coronare  in  Lione,  don- 
de parti  per  Avignone  in  barca 
nel  fine  di  settembre,  arrivando 
alla  sua  residenza  a'  2  ottobre. 
Quando  Giulio  11  nel  i5io  si  ri- 
tirò dalla  lega  di  Cambray,  i  fran- 
cesi ne  furono  talmente  disgustati, 
che  il  re  Lui"i  XII  sedusse  alcuni 
cardinali  spagnuoli  e  francesi  a 
ribellarsi  al  Papa.  Essi  cospirarono 
di  deporre  Giulio  II  nel  concilia- 
bolo di  Pisa,  indi  venendo  espulsi 
passarono  a  Milano,  e  per  essere 
ancora  ivi  scacciati  si  trasferirono 
a  Lione,  onde  Giulio  II  fulminò 
contro  la  città  l'interdetto,  e  con- 
vocò il  concilio  generale  Latera- 
nense  V.  11  di  lui  successore  Leo- 
ne X  nel  i5i3  si  pacificò  col 
re,  ed  assolse  i  francesi  dalle  cen- 
sure ecclesiastiche. 

Un  gran  numero  di  negozianti 
tedeschi  e  svizzeri  in  progresso  di 
tempo  si  portarono  a  stabilirsi  in 
Lione.  Questa  città  molto  solFiì 
durante  le  guerre  di  religione  sul 
declinar  del  secolo  XV 1,  ed  i  pro- 
testanti la  presero  nel  i562.  Pro- 
vò più  volte  gli  effetti  funesti 
della  peste,  massime  nel  1628.  Il 
marchese  di  Cinq-Mars  favorito  di 
Luigi  XllI  e  rivale  del  cardinal 
Richelieu,  per  essersi  mischiato  ne- 
gli affari  di  Gastone  d'  Orleans 
fratello  del  re,  fu  decapitato  a 
Lione  sulla  piazza  dei  Terreaux  ai 
12  settembre  1642.  Egual  suppli- 
zio pafi  dopo  di  lui  l'intimo  suo 
amico  Francesco  Augusto  de  Thoii 
primogenito      dell'  illustre     storico, 


ij8  LIO 

imputato  di  aver  avuto  parte  al 
trattiito  fatto  colla  Spagna  da  Ga- 
stone. Nei  secoli  XVII  e  XVIII 
la  città  di  Lione  incominciò  a  ri- 
fiorire, ma  la  rivoluzione  le  portò 
iiu  colpo  funesto.  Esacerbati  per 
le  vessazioni  de'membri  giacobini 
del  club  centrale  diretto  dall'infa- 
me Challier,  i  lionesi  insorsero  con- 
tro »la  loro  municipalità  terrorista, 
e  giunsero  a  strapparle  l'autorità 
nella  notte  del  29  al  3o  maggio 
lygS.  La  convenzione  nazionale 
fece  tosto  marciare  contro  Lione 
un'armata  di  60,000  soldati.  Ab- 
bandonata alle  sole  sue  forze  la 
città  intraprese  una  coraggiosa  di- 
fesa, innalzò  dei  trincieramenti, 
accordando  il  comando  delia  piaz- 
za al  bravo  Precy,  e  col  solo  soc- 
corso di  una  debole  artiglieria,  e 
di  una  guardia  nazionale  poco 
numerosa,  seppe  valorosamente  re- 
spingere tutti  gli  sfoi-zi  degli  asse- 
dianti.  Invano  questi  ebbero  ri- 
corso al  bombardamento;  provaro- 
no diversi  rovesci,  il  più  memora- 
bile de'quali  fu  quello  della  peni- 
sola Perrache  il  29  settembre.  Fi- 
nalmente per  r  assoluta  mancanza 
de'viveri,  i  lionesi  rinunziaiono  al- 
la difesa  della  loro  sgraziata  città, 
dopo  sessantatre  giorni  distretto  as- 
sedio, incominciato  il  giorno  7  agosto; 
i  più  risoluti  procurarono  di  fuggi- 
re^ ma  inseguiti  dalla  cavalleria 
repubblicana,  furono  uccisi  la  mag- 
gior parte.  Collol  d'Herbois,  ed  il 
suo  compagno  Couthon,  questi  due 
làmigerati  carnefici,  entrarono  al- 
lora in  Lione  con  estesi  poteri  del 
feroce  Robespierre,  e  per  un  de- 
creto della  Convenzione  fecero  in- 
cominciare la  demolizione  della 
città,  seguita  dallo  spoglio  delle 
famiglie  più  doviziose,  e  da  una 
blraue  orribile  de'suoi  abitanti.   La 


LIO 

piazza  Bellecour  soprattutto  fu  in 
breve  ingombra  di  rovine  e  rot- 
tami ;  le  teste  cadevano  in  gran 
numero  giornalmente  sotto  ima 
guillottina  permanente,  ma  come 
essa  serviva  con  troppa  lentezza 
la  rabbia  sanguinosa  dei  carnefici, 
vi  fu  sostituita  una  batteria  di 
cannoni  c;irichi  a  mitragli».  Più 
di  seimila  persone  perirono  duran- 
te e  dopo  questo  memorabile  as- 
sedio, nel  quale  fu  incendialo  ed 
interamente  distrutto  il  suo  famo- 
so arsenale  situato  sulla  Saona. 
Lione  immersa  nella  miseria  e  nel 
lutto,  la  sua  popolazione  venne 
decimata  colla  perdita  altresì  di 
molti  uomini  illustri  ;  le  sue  ma- 
nifatture abbandonate,  distrutti  di- 
versi monumenti,  rammenterà  con 
orrore  epoca  sì  fatale.  La  città  ri- 
cevette il  nome  di  Cominie  fatto 
libero,  Co/nmune  affranchie,  e  lo 
conservò  sino  al  7  novembre  1794» 
in  cui  un  decreto  le  restituì  quello 
di  Lione. 

In  questa  città  fu  convocala,  il 
3o  dicembre  1801,  la  consulta 
straordinaria  che  gittò  le  basi  del- 
la repubblica  italiana,  nominando- 
ne Napoleone  a  suo  primo  presi- 
dente. iVel  i8o4  Lione  fu  dopo 
cinque  secoli  circa  nuovamente  o- 
norata  dalla  presenza  del  Sommo 
Pontefice,  cioè  da  Pio  VII,  che  da 
Tioma  si  recò  a  Parigi  per  incoro- 
nare r  imperatore  Napoleone,  con 
decoroso  seguito,  ed  accompagnato 
da  diversi  cardinali.  Incontralo  dai 
cardiniili  de  Bayane  e  Fesch  arci- 
vescovo di  Lione,  e  da  altri  per» 
sonaggi  ragguardevoli,  giunse  Pio 
VII  la  sera  de'  18  novembre  ai 
ponte  di  Beauvoisin,  e  nel  dì  se- 
guente parli  per  Lione  incontrato 
lungi  i\i\&  miglia  da  molti  signori, 
da  due  grossi  distaccamenti  di  dr^' 


LIO 

goni  e  di  cacciatori  a  cavallo,  e  da 
tutto  il  clero  in  al)ito,  con  le  au- 
torilà  civili  e  municipali  della  cit- 
tà, che  dopo  aver  ossequiato  il 
Papa,  rimontati  nelle  loro  carrozze, 
Io  precederono  nella  città.  Il  po- 
polo tutto  in  festevole  movimento 
accolse  il  capo  della  Chiesa  collo 
più  vive  acclamazioni.  I  ponti  sul 
Rodano  e  sulla  Saoiia  erano,  come 
le  sponde,  tutti  coperti,  di  pòpolo. 
All'ingresso  in  Lione  le  artigliane 
fecero  molte  salve  al  Pontefice,  che 
discese  alla  cattedrale,  ove  fu  rice- 
vuto Sotto  ricco  baldacchino,  tra  le 
fila  della  nobiltà  vestita  di  nero 
e  con  torcie  accese  in  mano,  men- 
tre vaghi  fanciulli  gittavano  fiori 
nel  passaggio  del  Santo  Padre.  Il 
cardinal  Fesch  intuonò  il  Tantiwi 
t^i'go,  e  cui  ss.  Sagramento  prece- 
dentemente esposto  comparti  la  be- 
nedizione. Quindi  Pio  VII  fra  il 
suono  delle  campane  e  delle  trom- 
be ascese  le  scale  del  contiguo  e- 
piscopio,  ove  dalla  gran  loggia  be- 
nedì  solennemente  l'immensa  popo- 
lazione, tutta  tripudiante  per  reli- 
gioso sentimento.  JXel  dì  seguente 
il  Papa  ascoltò  la  messa  nella  me- 
Ij'opolitana,  indi  in  trono  ammise 
al  bacio  del  piede,  il  clero,  i  ma- 
gistrali, la  nobiltà,  e  molti  del  po- 
polo. Dipoi  coi  cardinali  Antonelli 
e  Fesch  visitò  l' ospedale  principa- 
le col  più  splendido  accompagna- 
mento. L'arcivescovo  tiatiò  il  Pon- 
tefice con  gran  magnificenza ,  e 
nella  città  si  manifestò  la  pietà  dei 
iiancesi  con  sensibili  segni  di  di- 
vozione. Ogni  ceto  di  persone  ac- 
corse in  folla  a  gittarsi  ai  piedi 
del  Santo  Padre,  il  quale  atfati- 
cato  dal  viaggio  e  dal  ricevere  tan- 
te dimostrazioni  di  venerazione , 
ripetè  più  volte  :  lasciate  almeno 
aviicinare    i  piccoli  ragazzi,  come 


LIO  279 

^ià  avea  esclamato  Colui  di  cui  era 
vicario  in  terra,  e  li  accoglieva  con 
tenere/za  paterna.  Ai  21  novem- 
bie  Pio  VII  partì  per  Iloanne, 
lasciando  in  Lione  gravemente  in- 
fermo il  dotto  cardinal  Stefano  Bor- 
gia, che  morendo  ai  2  3  fu  sepol- 
to nella  metropolitana.  Nei  nume- 
ri loi  e  io3  del  Diario  di  Roma 
si  legge  la  relazione  della  malattia 
e  morte  del  porporato,  i  solenni 
funerali  che  gli  furono  celebrati 
nella  metropolitana,  ove  pronunziò 
l'elogio  il  canonico  Bonnevie  (tut- 
tora vivente,  e  decano  di  anziani- 
tà di  quel  venerando  capitolo),  quan- 
to la  città  ne  deplorò  la  perdita, 
e  come  il  cuoie  e  le  viscere  furo- 
no deposte  nella  cappella  di  s.  Mi- 
chele. P»educe  da  Parigi,  Pio  VII 
a' 16  aprile  arrivò  a  Lione  dopo 
che  n'era  partito  Napoleone,  venen- 
do accolto  con  ogni  onorificenza 
come  la  prima  volta.  I  cardinali 
ricevettero  il  Pontefice  sulla  porla 
della  cattedrale  insieme  al  clero,  ed 
in  essa  il  cardinal  arcivescovo  Fesch 
diede  la  benedizione  col  ss.  Sagra- 
mento. Asceso  il  Papa  nella  loggia 
de!  palazzo  "benedì  affettuosamente 
la  divola  moltitudine.  I  giovani 
lionesi  formando  la  guardia  d'  o- 
nore  del  santo  Padre,  l'incontra- 
rono e  fecero  il  servigio  del  pa- 
lazzo. Durante  la  sua  dimora  in 
Lione,  il  Papa  riaprì  con  solenne 
rito  la  chiesa  di  Fourvieres,  cele- 
bre per  la  divozione  de'lionesi  e 
de'circostanti  luoghi.  A'  17  dello 
stesso  mese  si  condusse  in  nobilis- 
sima barca  a  veder  l'isola  che  re- 
sta in  mezzo  al  Rodano,  distante 
due  miglia  dalla  città:  il  Rodano 
fu  coperto  di  barche,  e  le  sponde 
di  popolo  fesleggiante,  ciò  che  pre- 
sentò uno  ipeltacolo  meraviglioso 
e  commovente.   Ai     18   Pio   VII    si 


38o  LIO 

concUisse  nella  grtin  piazza,  e  cl.illa 
logijia  della  casa  del  maiies,  diede 
la  solenne  benedizione  al  popolo, 
che  avea  preso  posto  dalia  matti- 
na, sebbene  la  funzione  era  stata 
notificata  per  le  ore  quattro  po- 
meridiane. JVella  mattina  del  20, 
dopo  di  avere  ascoltato  la  messa 
e  ricevuto  gli  omaggi  delle  auto- 
rilà,  tra  molte  salve  di  artiglieria 
e  vivissime  acclamazioni,  Pio  VII 
partì  da  Lione  scortato  da  nume- 
rosa truppa  di  usseri  a  cavallo, 
arrivando  la  sera  a  Chambery.  Nel 
governo  imperiale  Lione  risorse,  e 
loinò  ad  essere  florida  ed  opulen- 
te. Ma  nel  18  i4,  alla  decadenza  di 
Napoleone,  la  città  fu  il  teatro  di 
molte  azioni  sanguinose  tra  i  fran- 
cesi e  le  truppe  alleate.  Nel  181 5 
ricevette  Napoleone,  al  suo  ritorno 
dall'isola  dell'  Elba.  Nella  restau- 
razione de'Borboni  Lione  toccò  l'a- 
pice della  sua  felicità  ;  se  non  die 
oltre  il  cambiamento  di  governo 
nel  i83o,  le  sanguinose  sollevazio- 
ni del  novembre  i83o,  e  dell'apri- 
le 1834,  arrestarono  i  progressi 
della  sua  industria  e  del  suo  com- 
mercio. Dopo  però  l'agitazione  di 
tali  epoche  ì'  una  e  l'altro  riprese- 
ro un  nuovo  e  brillante  slancio, 
e  quei  vantaggi  che  per  la  felice  sua 
posizione  non  gli  possono  essere 
mai   tolti. 

La  fede  cristiana  fu  predicata  in 
Lione  da  s.  Potimo  o  Potino,  che  fu 
mandato  nelle  Gallie  dalla  santa 
Sede  verso  la  metà  del  secondo 
secolo,  con  una  illustre  schiera  di 
ministri  evangelici.  S.  Potimo  era 
stato  discepolo  di  s.  Policarpo  ve- 
scovo, e  compagno  nel  viaggio  che 
questi  fece  in  Roma  nel  pontifica- 
to- di  s.  Aniceto  del  167;  ma  il 
Bercastel  dice  che  questo  viaggio 
ebbe  luogo    nell'anno     08.  Dall'I- 


LIO 

talia  s.  Potimo  passò  nelle  Gallie, 
e  si  stabilì  in  Lione,  città  allora  del- 
le più  ragguardevoli.  Vi  annunziò 
Gesìi  Cristo,  con  felice  riuscita,  e 
in  breve  vi  fece  una  gran  quanti- 
tà di  cristiani,  de'quali  e  di  Lione 
egli  fu  il  primo  vescovo.  Comman- 
ville  pone  il  principio  della  sede 
vescovile  di  Lione  all'  anno  1 79. 
Era  aiutato  s.  Potimo  nelle  sue 
funzioni  ecclesiastiche  dal  santo  pre- 
te Leneo,  che  s.  Policarpo  avea 
mandato  dall'  Asia.  La  chiesa  di 
Lione  era  composta  in  gran  par- 
te di  greci  venuti  dallo  stesso  pae- 
se. Il  desiderio  di  ampliare  il  re- 
gno di  Gesù  Cristo  aveali  senza 
dubbio  tratti  fra  i  galli;  nel  tempo 
stesso  che  i  compagni  di  s.  Poti- 
mo si  affaticavano  in  Vienna ,  la 
qual  chiesa,  fondata  da  s.  Crescenzio, 
abbisognava  di  pronto  soccorso.  I 
luminosi  progressi  fatti  dalla  paro- 
la di  Dio  attrassero  l'attenzione,  e 
ben  presto  eccitarono  l'invidia  de- 
gli idolatri,  che  deliberarono  di  e- 
stirpare  il  nome  cristiano,  mentre 
la  persecuzione  erasi  per  alcun 
tratto  sospesa,  dopo  la  vittoria  che 
Marc'Aurelio  aveva  ottenuto  per  le 
preghiere  de'cristiani  della  legione 
miletina,  detta  poi  legione  fulminan- 
te. Non  aspettavano  i  pagani  che 
un'occasione,  onde  palesarsi  con  pro^ 
fìtto,  quando  i  giuochi  che  si  ce- 
lebravano in  Lione  ogni  cinque  an- 
ni, la  somministrarono.  Si  cominciò 
dal  rendere  odiosi  i  cristiani,  attri- 
buendo loro  i  delitti  piìi  abbomi- 
nevoli  ;  quindi  fu  loro  proibito  di 
entrare  nei  pubblici  edilizi,  e  nelle 
case  eziandio  particolari,  eccettuate 
solamente  le  loro.  Vennero  accom- 
pagnate queste  oppressioni  da  cru- 
delissimi oltraggi.  Insultavansi  i  fe- 
deli in  qualunque  luogo,  si  batte- 
vano    inumanamente  ,    e     venivano 


LIO 

saccheggiati  i  loro  fondi  e  le  loro 
robe.  Ma  siccome  tutta  la  loro  di- 
fesa consisteva  nella  bontà  e  nella 
pazienza,  i  loro  nemici  li  condus- 
sero innanzi  a'  tribunali.  Quelli  che 
furono  interrogati  intorno  alla  re- 
ligione, la  confessarono  con  corag- 
gio ;  per  cui  vennero  chiusi  in  una 
stretta  prigione  fino  alla  venuta  del 
presidente  della  provincia ,  che  si 
stava  attendendo.  Appena  gli  furo- 
no condotti  innanzi,  li  fece  tormen- 
tare per  solo  sospetto  che  fossero 
veri  i  delitti  loro  imputati.  Ne 
prese  le  difese  Epagato,  giovine 
pieno  di  zelo  e  talento,  ma  inter- 
rogato se  fosse  cristiano,  e  risposto 
di  sì,  fu  messo  nel  numero  degli 
altri  confessori .  Si  trovarono  però 
alcuni  fratelli  timidi ,  che  con  la 
loro  caduta  scandalezzarono  e  rattri- 
starono quel  santo  drappello;  al- 
tri in  vece  sottentrarono  valorosa- 
mente nella  lizza.  Scatenossi  la  rab- 
bia del  popolo,  e  del  giudice  prin- 
cipalmente, contro  il  diacono  San- 
to, il  neofìto  Maturo,  Attalo,  ed  una 
giovine  schiava  nominata  Biandina, 
la  quale  inutilmente  fu  provocata 
con  tormenti  a  denigrare  i  cristia- 
ni. Santo  fu  pure  tormentato  inu- 
tilmente; certa  Biblide  ch'era  ca- 
duta tornò  a  confessaisi  cristia- 
na; molti  perirono  sotto  la  tortura. 
Fu  preso  il  santo  vescovo  Potimo 
ottuagenario,  o  meglio  nonagenario 
ed  infermo,  che  pegli  strapazzi  rice- 
vuti esalò  lo  spirito  in  prigione. 
Maturo,  Santo,  Attalo  e  Biandina 
furono  condannati  alle  fiere,  e  ad 
aitri  tormenti.  Altri  sat^i  prigio- 
nieri convertirono  gli  apostati,  scris- 
sero ai  cristiani  dell'Asia,  da  cui 
molti  di  essi  erano  originari,  con- 
tro l'eresia  di  Montano,  ed  al  Pa- 
pa s.  Eleutero  a  fine  d'impegnar- 
lo a   tranquillare    le  proviucie  del- 


LIO  281 

l'Asia  sulla  celebrazione  della  Pasqua, 
consegnando  la  lettera  al  santo  pre- 
te Ireneo.  Consultato  l' imperatore 
Marc' Aurelio  dal  governatore,  che 
contegno  dovea  tenersi  co'  cristia- 
ni prigioni,  tutti  furono  dannati 
a  morte,  e  fra  i  martiri  prese 
pur  luogo  Alessandro  medico  fri- 
gio. Tra  tante  vittime  illustri  vi 
fu  pure  Ponlico,  giovine  di  quindi- 
ci anni  ;  i  martiri  furono  quaran- 
totto, fra 'quali  parecchi  erano  cit- 
tadini di  Vienna.  Questi  ed  altri 
sono  i  santi  martiri  di  Lione,  dei 
quali  si  riparlerà  nella  biografia  di 
s.  Potino,  così  chiamati,  perchè 
questa  città  fu  il  teatro  de'loro  pa- 
timenti. Furono  pur  detti  i  marti' 
ri  di  Aisnay ,  perchè  si  giltarono 
le  loro  ceneri  nel  Rodano  vicino 
al  luogo  chiamato  allora  Ateneo.  Mi- 
racolosamente si  ricuperarono  parte 
delle  loro  ceneri,  che  furono  de» 
poste  sotto  r  altare  della  chiesa, 
che  portava  ab  antico  il  nome  degli 
Apostoli   di   Lione. 

Subilo  dopo  la  morte  di  s.  Poti- 
no la  chiesa  di  Lione  nell'anno 
177  scelse  per  suo  vescovo  il  pre- 
te Ireneo,  che  si  meritò  la  stima 
dei  primi  dottori  della  Chiesa, 
massime  di  s.  Agostino,  che  di 
continuo  ricorreva  ai  di  lui  scritti 
per  usarne  contro  gli  eretici.  Mai 
fu  ad  alcun  pastore  necessario 
il  talento  e  le  sublimi  virtia  co- 
me a  s.  Ireneo.  La  procella  che  a- 
vea  rovinato  la  greggia,  di  cui  e- 
gli  intraprendeva  il  governo,  non 
era  che  apparentemente  cessata,  e 
ben  presto  ricomparve.  Epipodio 
di  Lione,  ed  Alessandro  greco  nuo- 
vamente resero  celebre  la  chiesa 
di  Lione  col  loro  martirio.  Mar- 
cello fu  altro  glorioso  martire.  T 
corpi  dei  due  primi,  con  quello 
di  s.   Ireneo,  furono     riposti    sotto 


a8a  LIO 

l'altaie  della  chiesa  di  s.  Giovan- 
ni. S.  Ireneo  ridusse  alla  fede  col- 
le sue  predicazioni  quasi  lutto  il 
paese  ;  e  governò,  secondo  Eusebio, 
le  chiese  delle  Gallie,  cioè  delle 
Provincie  vicine  alla  Ncubonese. 
Nel  resto  delle  Gallie  il  vangelo 
fu  promulgato  nel  III  secolo,  da 
s.  Dionisio  e  dai  suoi  compagni. 
V.  PARANOIA  ,  e  Gallia.  Severo 
ch'era  stato  governatore  di  Lione, 
divenuto  imperatore,  e  ricordevole 
dello  stalo  florido  di  questa  chiesa, 
nell'inveire  contro  i  cristiani,  si 
tiene  che  dasse  ordini  particolari 
a  danno  dei  lionesi.  In  questa 
persecuzione  s.  Ireneo  soffri  il  mar- 
tirio, insieme  ad  una  innumerevo- 
le mollitudme  di  cristiani,  e  secon- 
do l'epitaffio  che  leggesi  nella  sua 
chiesa  in  Lione,  eisi  furono  dieci- 
iiovemila,  dappoiché  s.  Ireneo  a- 
veva  convertito  quasi  tutti  gli  a- 
bitanti  di  Lione,  per  le  cui  vie 
scorse  a  ruscelli  il  sangue.  Ciò  av- 
\enne  nel  202  o  forse  nel  208  : 
il  Florio  scrisse,  De  martyribus 
LugdunensibuSy  Lunoniae  1 779.  Ter- 
zo vescovo  di  Lione  fu  s.  Zacca- 
ria, cui  successe  s.  Helius  o  Elia, 
indi  s.  Faustino,  alle  cui  istanze 
s.  Cipriano  pregò  il  Papa  s.  Ste- 
fano I  a  deporre  dal  vescovato  di 
Arles  Marciano,  che  sì  era  unito  a 
JNovaziano,  che  come  primo  anti- 
papa era  stato  cagione  del  primo 
scisma  nella  Chieda,  e  che  quindi  gli 
susliluisse  allro  vescovo.  Lungo  sa- 
rebbe il  riportare  la  serie  de'  ve- 
scovi ed  arcivescovi  di  Lione, 
quale  può  leggersi  nella  Gallici 
cknsliana,  ed  in  Giovanni  Chenu, 
/irchii'piscopoi Hill,  et  episcoporum 
Galltae  chronologica  hisloria.  Quel- 
la poi  del  passato  e  del  corrente 
secolo  si  legge  nelle  ann((ali  JYo- 
tizie    di     lìoinn  j     fuiemo    cUaiquc 


LIO 

menzione  di  alcuni.  Verso  l'anno 
35o  fu  innalzato  alla  sede  di  Lio- 
ne s.  Giusto  che  morì  nel  890; 
gli  successe  s.  Albino  che  fondò  la 
chiesa  di  s.  Stefano  oggi  cattedra- 
le; nel  4f2  fiori  s.  Martino;  nel 
420  s.  Antioco;  nel  4^4  s.  Elpi- 
dio,  cui  successe  s.  Sicario,  Nessu- 
no dopo  s.  Ireneo  fece  tanto  ono- 
re alla  chiesa  di  Lione  come  s. 
Eucherio,  che  nel  4^4  f"  fatto 
vescovo  ;  sì  attribuisce  a  lui  la 
fondazione  di  molte  chiese  di  Lio- 
ne e  di  altri  pii  stabilimenti.  Do- 
po il  45^0  gli  successe  s.  Vera  no  ; 
nel  470  s.  Paziente,  il  cui  zelo 
non  si  restrinse  alla  provincia  di 
cui  era  metropolitano,  ma  abbrac- 
ciò tutta  la  Gallia.  Dopo  il  4^0 
fiorì  s.  Africano;  nel  494  *•  Ru- 
stico; nel  49 "^  *•  Stefiino;  indi  s. 
Lupicino;  poscia  s,  Vivenziolo  ver- 
so ÌI497J  s.  Lupo  nel  526;  s.  Sa- 
cerdote del  549,  cui  successe  il 
nipote  s.  JNicezio  nel  55 1  e  mori 
nel  573.  S.  Enemondo  finì  la  fab- 
brica di  s.  Pietro,  e  vi  pose  una 
comunità  di  vergini,  indi  terminò 
di  vivere  nel  657.  Dopo  di  lui  fu 
fatto  vescovo  s.  Genesio;  poscia  fu 
eletto  s.  Lamberto  che  morì  nel 
688.  Neil'  81 5  fiorì  s.  Agobardo; 
verso  r85Q  s.  Remigio  dottissimo, 
cui  successe  neir869  s.  Aureliano. 
Burcardo  figlio  dell'impei  atore  Cor- 
rado 1  divenne  vescovo  nel  979, 
e  fu  sotto  di  lui  e  verso  l'anno 
1082  ch'ebbe  origine  il  dominio 
temporale  degli  arcivescovi  di  Lio- 
ne. Clemente  Ailardo  o  Alinardo 
abbate  di  s.  Benigno  di  Dijon 
fu  dal  clero  eletto  arcivescovo,  e 
confermalo  dal  Papa  Gregorio  VI 
nel  104^.  Essendo  morto  a'  9  ot- 
tobre 1047  '^  Pontefice  Clemente 
11,  1  romani  speduono  legali  al- 
1  inipeialoie   Enrico   Hi    poi    pai  te- 


LIO 

cipargli   lille  nolizia.    Lo    Irovaiono 
il)   Folate»     nella     Sassonia,   e   nello 
sleiso     lenipo     gì'  in!«ìnuarono    che 
proponesse  per  successore    l'arcive- 
scovo di  Lione  Ailardo,  degnissiirio 
delia     sublime     dignità     ponlilìcia. 
Enrico   111    vi     acconsentì    di   buon 
grado,   ma    l'arcivescovo     ricusò  di 
accettare  il    pontificato,    per  cui  (u 
invece  eletto     Damaso  II,    die  go- 
vernando ventitre  giorni  gli  successe 
8.  Leone    IX.  Però  il   citato  Chenu 
t'cco  come   narra    quest'avvenimen- 
to. »   Post  m  or  lem  Damasi   II    Pa- 
pae,   anno    1 049    romani   pelierunt 
ab  imperatore  Henrico,   ut  in  ejus 
locum   hinc  Alinardus,    quem   pro- 
pler     eloquentiam      et      coniilatem 
multum     amabant,     substituerelur. 
Sed    cum    nimis    tardarci,    Leo   IX 
electus  fuit,  qui   mox  Romae  con- 
cilium   celebravi!,  et  ad    illud   Ali- 
nardum     vocavit,    quem    penes  se 
semper  delinuit,     et     secum   in   A- 
puliani     duxit,     ut    legati     munere 
fungeretur,   et     mediator    esset   pa- 
cis  inter    sanctam    Sedeui     et   nor- 
mannos.   Alteri  concilio  itidem   Ro- 
ruae     liabito     inlerfuit,     et    ibidem 
veneno   obiit   4  1^'d.   augusti,   anno 
jo52".   In    che    consistesse    poi   in 
tale  epoca   l'influenza     iuiperiale,  e 
<jual   valore  avesse,    lo  dicemmo  a- 
gli  articoli  Elezione    de'  Pontefici, 
s.  Gregorio     VII,  e    s.  Leone  IX. 
Gebnino   o   Giboino  lialello    di  Ar- 
taldo  conte  di   Lione,  cui    il     Papa 
s.   Gregorio     VII     coufcrniò  la   di- 
gnità  di   primate     delle    Gallie   nel 
J076  o   nel    1079:    dictsi  che  l'ar- 
civescovato ili  eretto     nel     Xll  se- 
tolo;    ma     sembra    che     prmia  di 
tal     teuìpo     godesse     tale     dignità, 
come  prima    della     conferma   di   s. 
Gregorio     VII     godeva     il     diritto 
pi  iniaziale,  dappoiché  questa  cliic>a 
viene    giusliunenle    considerala   CO- 


LIO i83 

me  la  prima  e  la  più  antica  del- 
le Gallie.  S.  Potino  e  s.  Ireneo, 
successori  dei  discepoli  degli  apo- 
stoli ne  gettarono  le  fondamenta, 
ed  ha  essa  la  gloria  di  essere  sta- 
ta bagnata  col  sangue  di  più  di 
ventimila  martiri.  iVarra  Comman- 
ville  che  i  prelati  lionesi  vantano 
di  aver  portato  il  nome  di  pa- 
triarchi nel  VI  secolo,  ma  che  i 
suoi  arcivescovi  non  esercitarono 
mai  alcuna  primazia  sino  a'tempi  di 
s.  Gregorio  A  11,  che  egli  dice  essere 
stato  canonico  di  questa  chiesa,  il 
(juale  dichiarò  gli  arcivescovi  pri- 
mati delle  quattro  provincie  Lio- 
nesi  nel  1079.  Aggiunge  che  Piouen 
non  se  ne  risenti  perchè  soggetta 
ad  altro  signore  temporale,  ma 
che  Tours  e  Sens  reclamarono  for- 
temente, ed  ebbero  luogo  lunghe 
dispute,  nelle  quali  essendosi  posti 
a  mediatori  i  re  di  Francia,  otten- 
nero dagli  arcivescovi  di  Lione 
nel  I  3  I  2  la  cessione  della  sovra- 
nità, lasciandogliene  l'utile  dominio, 
e  riconoscendo  la  loro  primazia 
su  Tours  e  Sens.  In  fatti  l'arci- 
vescovo di  Lione  assunse  sino  agli 
ultimi  tempi  il  titolo  di  primate 
delle  Gallie,  estendendo  la  sua 
primazia  sugli  arcivescovi  di  Sens, 
Tours  e  Parigi.  Gli  arcivescovi 
di  Sens  e  di  Rouen  avevano  già 
da  lungo  tempo  ricusato  di  cono- 
scerla, quando  per  un  decreto  del 
consiglio,  de' 1  o  maggio  1702,  ven- 
ne accordato  all'  arcivescovo  di 
Rouen  di  non  riconoscere  altro  su- 
periore immediato,  fuorché  il  som- 
mo Pontefice.  In  tempo  di  sede 
vacante  il  vescovo  di  Aulun,  con- 
siderato pro-trono,  avea  l'ammini- 
sli azione  dello  S{)irituale,  e  godeva 
delle  rendite  dell'  arcivescovato  , 
ma  quando  era  vacante  la  sede  di 
Autuii,  l'arcivescovo  di  Lione  ave- 


284  LIO 

va  la  sola  amministrazione  spiri- 
tuale della  diocesi.  La  metropoli 
di  Lione  ha  cinque  sedi  vescovili 
siiffraganee,  cioè  Autun,  Langres, 
Dijon,  s.  Claude,  e  Grenoble.  An- 
ticamente lo  erano  pure  quelle  di 
Macon,  e  Chalons  sur  Saone. 

IMorendo  s.  Gregorio  VII  in  Sa- 
lerno a' 25  maggio  i  o85,  tre  gior- 
ni prima  di  spirare  esorlò  i  cardi- 
nali, che  ne  lo  aveano  pregato,  ad 
cleafsere  in  successore  o  il  cardinale 

OD 

Ottone  vescovo  d'  Ostia,  o  il  cardi- 
nal arcivescovo  di  Lione  Ugo  di  Die, 
o  il  cardinal  Desiderio;  e  siccome  i 
due  primi  erano  assenti,  così  rac- 
comandò più  vivamente  il  terzo 
eh'  era  piesente.  Ugo  era  stato 
creato  cardinale  da  Alessandro  II, 
e  fu  il  primo  arcivescovo  fregiato 
di  questa  dignità  :  tutti  i  cardina- 
li arcivescovi  di  Lione,  ed  i  santi, 
se  posti  nel  martirologio,  e  che  ne 
traiti  il  Biitler,  hanno  biografie  in 
questo  Dizionario,  Ugo  compreso 
d'ambizione,  vedendo  eletto  Desi- 
derio col  nome  di  Vittore  III  ,  si 
gitlò  al  partito  dell'  antipapa,  ven- 
ne deposto,  e  poscia  ripristinato  da 
Uibano  li  nella  dignità.  La  prima- 
zia di  Lione  fu  pure  confermata  da 
Pasquale  II,  nell'arcivescovo  Um- 
Jjaldo  ;  e  Celestino  II  confermò  la 
primazia  sopra  gli  arcivescovi  di 
Rouen,  Tours  e  Sens,  mentre  era 
arcivescovo  Amedeo  I.  Es'^endo  ar- 
civescovo Eraclio  de  Rlontboissier, 
r  imperatore  Federico  1  come  re 
di  Boigogna ,  con  diploma  de'iS 
novembre  ii^y,  riconobbe  la  so- 
vranità degli  arcivescovi  di  Lione 
sulla  città  e  provincia  ,  con  titolo 
di  conti.  Filippo  di  Savoia  fu  fat- 
to arcivescovo  da  Innocenzo  IV 
nel  1246,  ed  intervenne-  al  conci- 
lio generale  Lionese  1;  nel  1268 
divenne    conte    di    Borgogna    e    di 


LIO 

Savoia  ,  per  cui  Gregorio  X  nel 
1273  fece  arcivescovo  Pietro  Ta- 
rantasia,  ma  non  si  sa  di  certo  se 
fosse  consecrato,  come  avvertono  i 
Sammartani  ,  Gallia  christ.  t.  I, 
p.  45o,  ed  i  pp.  Quietif  ed  Echard, 
De  scriptor.  domenic.  tom.  I,  p. 
35o,  avendolo  poco  dopo  rinun- 
ziato per  essere  stato  creato  cardi- 
nale vescovo  d'  Ostia.  Allora  Gre- 
gorio X  nel  1274  fece  arcivescovo 
di  Lione  Aymaro  cluniacense.  Pie- 
tro, per  la  morte  di  Gregorio  X , 
nel  1276  fu  eletto  Papa  col  no- 
me d' Innocenzo  V,  dopo  avere  as- 
sistito al  concilio  generale  Lionese 
II  insieme  al  successore  Aymaro. 
JNicolò  IV  nel  1289  fece  arcivesco- 
vo Berardo  de  Got,  che  Celestino 
V  creò  cardinale  e  Bonifacio  VIII 
nominò  legato  in  Francia;  il  di  lui 
fratello  fu  Clemente  V,  il  quale 
allorché  si  portò  in  Lione  per  es- 
servi coronato,  n'era  arcivescovo 
Lodovico  de  Villars  eh'  eresse  in 
collegiata  la  chiesa  di  s.  Nicezio 
con  dieciotto  canonici.  Nel  i3o8 
gli  successe  Pietro  III  di  Savoia 
che  si  trovò  arcivescovo  quando  in 
Lione  fu  eletto  Giovanni  XXII. 
Ne!  1342  Clemente  VI  creò  car- 
dinale Guido  de  Boulogne  parente 
del  re  Giovanni  I.  Nel  gran  scisma 
d'  occidente  Giovanni  de  Thalam  o 
Talaru  lionese,  arcivescovo  della 
patria,  fu  fatto  dall'antipapa  Cle- 
mente VII  pseudo-cardinale,  come 
dicemmo  al  voi.  Ili,  p.  2i8  del 
Dizionario:  a  lui  Martino  V  rin- 
novò i  privilegi  di  primate;  e  poi- 
ché gli  ebrei  nel  1 3 1  i  erano  stati 
espulsi  dall'arcivescovo  Filippo  di 
Savoia,  egli  intraprese  1'  atterra- 
mento della  loro  sinagoga  in  Tre- 
voux  città  diocesana.  Carlo  di  Bor- 
bone, da  canonico  di  Lione,  nell  età 
di  undici  anni,  ebbe  in    commenda 


LIO 

nel  i46G  questa  cliiesa  da  Paolo 
11,  crealo  cardinale  da  Sisto  IV  : 
eresse  d.ii  fondaiiienti  il  palazzo  ar- 
civescovile, ed  ima  cappella  nella 
cattedrale  ove  fu  sepolto.  Il  cardi- 
nal Andrea  d"  Espinay  nel  ifOO 
Alessandro  VI  lo  fece  arcivescovo 
di  Lione.  Il  cardinal  Giovanni  di 
Lorena  nel  iSSj  Paolo  III  lo 
prepose  a  questa  chiesa.  Il  cardi- 
nal Ippolito  d' Este  nel  iSSg  suc- 
cesse al   precedente. 

Ecco  la  serie  degli  arcivescovi 
di  Lione  delle  annuali  IVotizie 
di  Roma.  Carlo  Francesco  de  Chas- 
teauneuf  de  Rochebonne  Iraslalo 
da  jNoyon  nell'  anno  lySi.  Car- 
dinal Pietro  Guerin  de  Tencin  tras- 
lato da  Ambrun  nel  1740.  Anto- 
nio Malvin  de  INIontazet  fatto  nel 
1758.  Ivo  Alessandro  de  Marbeuff 
traslalo  da  Autun  nel  1788,  mor- 
to a  Lubecca  nel  1799-  Giuseppe 
Fesch  nominato  a' 4  agosto  1802^ 
e  creato  cardinale  nel  i8o3  da  Pio 
VII,  che  inoltre  a  lui  e  successo- 
ri conferì  il  titolo  arcivescovile  di 
Vienna,  PJ^ella  detronizzazione  del 
suo  nipote  JNapoleone  ,  non  volen- 
do rinunziar  la  sede  ,  non  gli  fu 
permesso  di  ritornarvi,  ed  egli  con- 
tinuò ad  intitolarsi  arcivescovo  di 
\  ienna  e  di  Lione  sino  alla  mor- 
te che  avvenne  nel  1889  a' 1 3 
maggio.  Lui  vivente  Leone  Xll  a'3 
maggio  1824  fece  arcivescovo  d'A- 
masia in  parlibus  ed  amministra- 
tore della  chiesa  di  Lione  Gio.  Pao- 
lo Gaston  de  Pins  traslato  da  Li- 
moges.  Il  regnante  Pontefice  Gre- 
gorio XVI,  nel  concistoro  de'  27 
aprile  1840,  dal  vescovato  di  Le- 
Puy  trasferì  a  questa  metropolita- 
na l'odierno  zelante  arcivescovo  di 
Lione  e  di  Vienna,  Lodovico  Gia- 
como Maurizio  de  Bonald,  nato  in 
Milhau  diocesi  di  Rhodez,  che  poi 


LIO  28 1: 

nel  concistoro  del  primo  marzo 
I  84  I  creò  cardinale  dell'  ordine  dei 
preti  j  col  titolo  della  ss.  Trinità 
al  Monte  Pincio.  Fra  i  prelaii  che 
occuparono  la  sede  primaziale  di 
Lione  vi  furono  i  santi  e  cardi- 
nali che  nominammo,  quìndici  tiali 
principi,  e  la  maggior  parte  degli 
altri  di  grandi  ed  illustri  Hìtniglir; 
mi  Pontefice,  e  due  disegnati  per 
la  medesima  dignità;  più  di  quin- 
dici legali  apostolici,  vari  minislri 
di  stato,  molti  grandi  elemosinieri 
di  Francia,  diversi  luogotenenti  dfl 
re,  ambasciatori,  ec. 

Forse  non  vi  è  altra  città  nel  mon- 
do, dopo  Roma  e  Parigi,  in  cui  si 
parli  con  tanto  vantaggio  anche  nelle 
parti  più  rimote^  ed  eziandio  nell'iso- 
le selvaggie  di  cui  è  sparsa  l'Oceania, 
quanto  di  Lione;  poiché  nacque  in 
essa  la  pia  e  benemerita  opera  della 
Propagazione  della  fede.  Questa  re- 
ligiosa associazione  con  preghiere 
ed  elemosine  si  propose  di  sovve- 
nire i  fedeli,  ebbe  il  suo  principio 
in  Lione  nel  1822,  dove  tanti  ra- 
pidamente si  unirono  ad  associarsi. 
Di  là  passò  in  Avignone  ed  in  al- 
tre città  della  Francia.  Stavano  al- 
la testa  dell'opera  ecclesiastici  in- 
signi per  pietà  e  dottrina,  e  per 
tiaterna  carità,  ed  il  grande  elemo- 
siniere di  Francia  ne  assunse  la 
presidenza.  Benedetta  dal  cielo  si 
diffuse  colla  rapidità  della  luce; 
navigò  la  Manica,  e  andò  a  stabi- 
lirsi nelle  isole  Britanniche;  pasi-ò 
la  Mosa,  il  Reno,  le  Alpi,  il  Bel- 
gio, l'Olanda,  la  Germania,  l'Ita- 
lia, anzi  i  paesi  settentrionali;  quin- 
di la  Romania,  l'Algeria,  le  Bor- 
boniche, e  le  Indie  orientali  ed  oc- 
cidentali pure  l'accolsero;  e  dalle 
più  rimofe  parti  della  terra,  e  dal- 
le divise  da  noi  terre  oceaniche  ri- 
tornano   alla    Francia    le    benedi- 


9.86  L I O 

/ioni  de' popoli,  e  di  que' sacri  mi- 
nistri che  vi  bandiscono  il  vange- 
lo. Questa  pia  opera  fonda  missio- 
ni, innalza  santuari,  provvede  dei 
sacri  arredi ,  mantiene  i  sacri  mi- 
nistri, somministra  viatici,  erige  col- 
legi ;  ond'  è  che  i  vescovi  dell'  or- 
be cattolico  l'esaltano  con  alte  lo- 
di ;  inoltre  meritò  che  i  romani 
Pontefici  r  approvassero,  e  le  con- 
cedessero indulgenze  e  privilegi.  Il 
Papa  che  legna,  come  dicemmo  al 
suo  articolo,  nel  1840  eccitò  i  fe- 
deli a  contribuir  limosine  alla  pia 
associazione,  in  onore  della  quale 
fece  coniare  una  medaglia  monu- 
mentale. 

La  chiesa  metropolitana  e  catte- 
drale,  è  dedicata  a  Dio  in  onore 
di  s.  Giovanni  Battista ,  essendo 
prima  intitolata  a  s.  Stefano.  Que- 
sto ampio  edifizio  di  gotica  strut- 
tura ,  si  compone  delie  tre  chiese 
di  s.  Giovanni  Battista,  di  s.  Ste- 
fano, e  di  s.  Croce:  è  vasta,  bella 
e  ben  illuminata.  Anlicameiite  in 
<]uesla  chiesa  non  si  faceva  musica, 
né  e'ravi  organo;  non  si  usavano  li- 
bri,  e  lutto  cantavasi  a  memoria. 
Tra  le  insigni  reliquie  che  ivi  si 
venerano,  nomineremo  il  cuore  di 
s.  \'inceiizo  de' Paoli ,  ed  il  coipo 
di  s.  Esuperio  martire  che  il  me- 
desimo Gregorio  XVI  donò  all'ope- 
ra della  propagazione  della  lede. 
Ivi  è  il  fonte  battesimale,  e  la  cu- 
ra delle  anime  si  funge  da  un  par- 
roco vicario.  Prima  il  capitolo  era 
diviso  in  tre  corpi,  e  ciascun  corpo 
in  tre  ordini.  Il  corpo  de'canonit-i, 
detti  conti ,  era  diviso  in  dignità  , 
in  ospiti  o  forestiera!,  e  baccellieri. 
Le  dignità  eiano  nove,  il  decano, 
r  arcidiacono,  il  precenlure,  il  can- 
tore, il  cameriere,  il  sagrestano,  il 
custode  maggiore  ,  il  pievoslo  e  il 
mae.slro  del  coro.    Gli  ospiti   e   (o- 


LIO 

leslierai,  ed  i  baccellieri  erano  gli 
altri  conti,  e  questi  tre  ordini  fa- 
cevano il  numero  di  trenladue. 
Tutti  questi  canonici  avevano  il 
titolo  di  conti  ,  e  dovevano  pro- 
var la  loro  nobiltà  per  (|ualtro 
generazioni,  tanto  dalla  parte  del 
padre,  che  da  quella  della  ma- 
dre. Eranvi  piti  di  trentadue  al- 
tri benefiziali ,  e  circa  settantadue 
sacerdoti  non  benefiziati,  con  molli 
chierici,  ec;  ed  il  re  di  Francia  era 
canonico  onorario.  In  oggi  il  capi- 
tolo della  metropolitana  di  Lione 
è  composto  di  dieci  canonici  titola- 
ri, fra'  quali  il  decano  ed  il  peni- 
tenziere ;  di  molti  canonici  onorari, 
di  cappellani,  e  di  circa  cinquanta 
pueri  de  choro  addetti  al  servigio 
divino.  Pio  VII  concesse  1'  uso  della 
mitra  nelle  solenni  funzioni  a  lut- 
ti i  canonici  della  cattedrale  di 
Lione.  Oltre  la  cattedrale,  nella  cit- 
tà vi  sono  altre  sedici  chiese  pai'- 
rocchiali  munite  del  battislerio  ;  di- 
versi monasteri  e  comunità  reli- 
giose di  donne  ,  non  che  conventi 
di  reliijiose  ;  diverse  confraternite, 
un  gran  seminario  contenente  ciic  i 
25o  alunni  per  lo  studio  della  teo- 
logia, oltre  altri  cinque  in  diversi 
luoghi  della  diocesi  :  avvi  1'  ospe- 
dale ed  il  monte  di  pietà.  L' arci- 
diocesi  di  Lione  che  conteneva  sel- 
tecentosei  parrocchie ,  e  centotren- 
taquattro  chiese  succursali ,  conta 
in  oggi  cinquecenlosessanla  par- 
rocchie, tra  le  quali  settanta  dette 
di  prima  e  seconda  classe ,  e  piìi 
duecento  quarantatre  vicariati.  Vi 
sono  altresì   due  diverse    congrega- 


zioni religiose  di  nomini  e  di  don- 
ne, cioè  i  fratelli  della  carità  di  s. 
Giovanni  di  Dio,  che  hanno  la  cu- 
ra del  vasto  loro  ospedale  dei  de- 
menti, ed  i  Maristi  per  le  missio- 
ni  estere  principalmente  dell'Ocea- 


LIO 

nia  ;  le  sorelle  di  s.   Carlo,  e  quel- 
le di  s.  Giuseppe.  Scuole   gratuite, 
servigio  caritatevole   iieqii   ospedali, 
e  soccorso   nelle  case  private:    tale 
è     Io    scopo     di     que>te     due    pie 
istituzioni.    Eranvi   poi   in   Lione  le 
collegiate  di  s.  Giusto,  s.  Paolo,  s. 
Tommaso  di   Fourvières ,    e  s.  ]Ni- 
cetio  ;  quattro    abbazie    ed    altret- 
tanti  priorati,  due  o   tre  seminari, 
dieci  congregazioni    laiclie,    cinque 
compagnie  di   penitenti ,   due  colle- 
gi  di  gesuiti,  cinquanta    case    reli- 
giose,   fra    le  quali    distinguevansi 
quelle  de'  doinenicatii,  die   vi   face- 
vano   pubblica  scuola  di   filosofia   e 
di   teologia   fino  dal    I236.   L' arci- 
iliocesi    di    Lione  è   vasta  ,  e  com- 
prende i  dipartimenti  del    Rodano 
e  della  Loira  :  l'arcivescovo    è  as- 
.sistito  da   Ire   vicari   generali.   Ogni 
nuovo  arcivescovo  è   tassalo   nei  li- 
bri della  caraeia  apostolica  in  fio- 
rini cinquecento. 

Concila  di  Lione. 

Il  primo  fu  tenuto  l'anno  197 
da  s.  Ireneo,  con  tredici  prelati 
delle  Gallie;  fu  in  esso  confermato 
il  decreto  fatto  per  la  celebrazione 
della  festa  di  Pasqua  nella  prinir» 
domenica,  dopo  il  XI V^  giorno  del- 
la luna  di  marzo.  Il  vescovo  s.  I- 
reneo  scrisse  al  Papa  s.  Vittore  I 
a  non  escludere  dalla  comunione 
gli  asiatici  quartodecimani.  Baluzio 
in    CoUcclio. 

Il  secondo  concilio  nel  199,  liu- 
nito  dal  niedesimo  s.  Ireneo,  cern- 
irò i  valentiniani  e  gli  allri  ei eti- 
ci del  suo  tempo.  La  Lande  p.  12. 

Il  terzo  neir  anno  460.  Labbé 
t.   IV,  ex  Sirmondo. 

Il  quarto  nel  /\.j5  contro  i  pre- 
destinaziani.  Rcg.  t.  IX;  Labbé  t. 
IV;   Arduuio   t.   II. 


LIO  987 

Il  quinto  nel  49^-  La  ritratta- 
zione di  Lucido  prete,  die  rinun- 
ziò a'  suoi  errori  denunziali  al  con- 
cilio d'Arles,  vi  fu  letta  ed  appro- 
vala.   Diz.  eie   cane. 

Il  sesto  nel    5o  t .    Fu    piuttosto 
una    conferenza    de'  cattolici     cogli 
ariani,  che   un   concilio.   Fu   tenuto 
alla   presenza   del    le    Gondcbaldo  , 
anch'esso  ariano.    Gli  ariani  furono 
convinti   di    errore  da   s.    Avito    <U 
Vienna,   e  parecchi  si  convertirono; 
ma  il   re,  quantunque  amasse  i  cat- 
tolici, restò  indurato,  per   cui  leg- 
gesi    di  questa    conferenza  :   •»  quia 
Pater  eum   non    traxerat,    non  po- 
tuit   venire  ad  Filium  ,    ut    veritas. 
impleatur  :   non   est  volentis  nec  lie- 
stinantis,  sed  miserentis  Dei  ".  Diz. 
de  conc. 

11  settimo  nel  5 16.  Baluzio. 
L'ottavo  nel  5 17,  fu  cotnposto 
dall'arcivescovo  di  Lione  s  Viven- 
ziolo  ,  e  da  dieci  vescovi  ;  venne 
in  esso  condannato  certo  Stefano, 
per  aver  contratto  un  matrimonio 
incestuoso  con  sua  cugina  Palladia. 
Furono  altresì  falli  sei  statuti  sulla 
disciplina  e  sopra  altre  materie  ec- 
clesiastiche. Reg.  t.  X  ;  Labbé  t.  I V  ; 
Arduino   t.    II. 

Il  nono  nel  566  o  367,  nel  re- 
gno di  Gontrano  figlio  di  Clotario, 
dagli  arcivescovi  di  Lione  edi  Vien- 
na del  Delfinalo.  Qu;ittordici  ve- 
scovi, otto  presenti  e  sei  per  de- 
putati, vi  fecero  sei  canoni.  Il  pri- 
mo ordina  che  le  difìerenze  tra  i 
vescovi  di  una  slessa  provincia  , 
verranno  giudicate  dal  metropolita- 
no; il  secondo  risguarda  la  vali- 
dità delle  donazioni  falle  alle  chie- 
se ;  gli  altri  quattro  canoni  sono 
relativi  alla  disciplina  ecclesiastica  , 
alla  liturgia,  ec.  Inoltre  vi  si  sco- 
municarono quelli  che  volessero  ri- 
durre  in  servitù   le  persone   libere. 


a8S  LIO 

Reg.   t.   XII;  Labbé   t.  V;    Arclni- 

co  t.  IH. 

Il  decimo  nel  5'jo  per  la  pace  e 
per  la  conservazione  delia  Chiesa. 
Ibidem. 

L'undecimo  nel  5^5,  che  piut- 
tosto vuoisi  assemblea  di  stati.  Pie- 
tro diacono,  fratello  di  s.  Gregorio 
di  Tours,  giustificossi  dell'assassi- 
nio di  Silvestro  eletto  vescovo  di 
Langres,  falsamente  imputatogli.  1- 
bidem   e  Lenglet. 

Il  duodecimo  nell'anno  58 1,  o 
583,  o  586,  o  587,  che  si  conta 
pel  terzo  sotto  Gontrano.  Prisco 
vescovo  di  Lione  vi  presiedette,  e 
vi  assisterono  otto  vescovi  con  do- 
dici deputati  degli  assenti.  Si  trattò 
delia  negligenza  de'  vescovi,  per  cui 
furono  fatti  sei  canoni,  in  uno  dei 
quali  venne  loro  proibito  di  cele- 
brare fuori  delle  loro  chiese  nelle 
solennità  di  Natale  e  di  Pasqua , 
toltone  i  casi  d'infermila,  o  per 
comando  del  re.   Ivi. 

Il  decimoterzo  fu  celebrato  nel- 
r8i4j  ove  Agobardo  fu  eletto  ve- 
scovo della  città.  Arduino  t.   II. 
Il  decimoquarto  neir828. 
Il  decimoquinto  nell'Sag. 
Il  decimoseslo  neir846- 
Il  decimosettimo  nell' 848  ,    ove 
venne  assolto  Godelcario  prete.  Ar- 
duino t.   II. 

Il  decimottavo  nel  1020.  Storia 
de'  vescovi  ci' Auxerre. 

il  decimonono  nel  io34-  Si  ten- 
nero in  quest'anno  molti  concilii  in 
questa  provincia  pel  ristabilimento 
della  pace,  per  la  fede,  per  indur- 
re i  popoli  a  riconoscere  la  bontà 
di  Dio  e  distoglierli  dai  delitti,  colla 
rimembranza  de'  passati  mali.  Pagi 
a  detto  anno. 

Il  vigesimo  nel  io55,  tenuto  da 
Ildebrando  poi  s.  Gregorio  YII, 
qual   legato  di  Papa   Vittore    II   iu 


LIO 

Francia.  Vi  fu  deposto  un  arcive- 
scovo simoniaco,  e  molti  vescovi  ac- 
cusandosi della  medesima  colpa,  ri- 
nunziarono  volontariamente  le  loro 
sedi.  Reg.  t.  XXV;  Labbé  t.  IX; 
Arduino   t.   VI. 

Il  vigesiraoprimo  nel  «079  o 
1080.  In  esso  Ugo  di  Die  cardi- 
nal arcivescovo  di  Lione  e  legato 
della  santa  Sede,  confermò  la  sen- 
tenza che  deponeva  Manasse  arcive- 
scovo di  Reims.   Ivi. 

Il  vigesimosecondo  nel    1098. 

Il  vigesimoterzo  nel    1099. 

Il   vigesimoquarto  nel    1126. 

Il  vigesiraoquinto  nell'anno  I245, 
e  fu  il  primo  concilio  generale  di 
Lione.  Venne  adunato  e  presieduto 
dal  Pontefice  Innocenzo  IF [Fedi), 
principalmente  per  provvedere  con- 
tro r  imperatore  Federico  II  nemi- 
co della  Chiesa.  Il  Papa  Gregorio 
IX  (Fedi)  avea  scomunicato  Fe- 
derico II,  deposto  dalla  dignità  im- 
periale, assolto  i  sudditi  dal  giura- 
mento di  fedeltà,  e  solennemente 
scomunicato  nel  giovedì  santo.  Di- 
versi motivi  aveano  indotto  quel 
Pontefice  a  sì  rigorose  misure,  fra 
i  quali  perchè  offendeva  gli  ecclesia- 
stici, ledeva  i  diritti  della  Chiesa,  e 
contro  il  voto  non  andava  in  soccor- 
so di  Terrasanta.  Questa  famosa  e 
lagrimevole  differenza,  narrata  ai  ci- 
tati articoli  ed  a  quelli  relativi , 
rovinò  per  sempre  la  casa  impe- 
riale degli  Hohenstauffen  di  Svevia, 
ridusse  la  Germania  per  circa  tren- 
t'anni  in  anarchia,  ed  immerse  l'I- 
talia in  un  abisso  di  sciagure.  Ri- 
soluto Innocenzo  IV  a  porre  un 
rimedio  agli  estremi  mali  che  op- 
primevano la  Chiesa,  determinò  di 
celebrare  quel  concilio  generale,  che 
Gregorio  IX  avea  intimato  in  Ro- 
ma, e  V  imperatore  impedito  col- 
r  imprigionare    chi    vi    si    portava. 


LIO 

Fuggendo  le  trame  di  Federico  II, 
il  Papa  si  ritirò  in  Genova,  e  poi 
in  Francia,  arrivando  in  Lione  ai 
2  dicennbre  \i/\^.  Ivi  stabili  cele- 
brare il  concilio,  e  con  lettera  cir- 
colare nel  d'i  della  festa  di  s.  Gio- 
vanni lo  intimò  per  l'anno  seguen- 
te; vi  chiamò  pure  i  re  e  gli  altri 
principi,  e  vi  citò  particolarraente 
Federico  li.  Al  tempo  prefìsso  volle 
aprirlo,  quantunque  il  re  di  Fran- 
cia s.  Luigi  IX  bramasse  una  di- 
lazione, Enrico  III  re  d'Inghilter- 
ra proibisse  a'  suoi  prelati  d'inter- 
venirvi, e  l'imperatore  non  cessasse 
dal  protestarvi  contro.  Trovaronsi 
non  pertanto  al  concilio  Baldovino 
li  imperatore  latino  di  Costantino- 
poli,  Raimondo  conte  di  Tolosa, 
diversi  cardinali,  i  patriarchi  latini 
di  Costantinopoli,  di  Antiochia  e 
di  Aquileia,  centoquaranta  vescovi 
ed  arcivescovi  di  tutte  le  nazioni , 
molti  procuratori  de' prelati  assenti, 
e  i  deputali  dei  capitoli  ;  l'abbate  di 
s.  Albano  in  Inghilterra  vi  mandò 
un  suo  monaco ,  intervennero  gli 
ambasciatori  d' Inghilterra,  di  Fran- 
cia, di  Giacomo  I  re  di  Aragona, 
oltre  i  procuratori  di  Federico  II. 
Alla  biografìa  di  Gregorio X  dicem- 
mo che  essendo  egli  arcidiacono  di 
Liegi,  fu  da  Filippo  arcivescovo  di 
Lione  adoperato  per  fare  i  preparativi 
per  la  celebrazione  del  concilio.  Nella 
congregazione  preliminare  Taddeo 
di  Svezia,  ambasciatore  imperiale  e 
uomo  assai  ingegnoso,  si  studiò  di 
difendere  la  causa  del  suo  princi- 
pe, oflVi  al  Papa ,  che  presiedette 
al  concilio,  in  nome  del  suo  sovra- 
no di  essere  pronto  di  opporsi  alle 
corse  dei  tartari,  non  che  ai  co- 
rasmani,  ai  saraceni,  ed  agli  altri 
nemici  della  Chiesa  ;  e  di  andare 
a  sue  spese  in  Palesfìna  per  libe- 
rarla dal    giogo    degl'infedeli.    Ma 

voi,.    XXXVITI. 


LIO  289 

Innocenzo  IV  conoscendo  per  espe- 
rienza che  Federico  li  mai  effettuò 
le  promesse,  ancorché  fatte  con  giu- 
ramento, rigettò  tali  offerte. 

La  prima  sessione  ebbe  luogo 
a' 28  giugno  1245.  Il  sommo  Pon- 
tefìce  avendo  alla  destra  l'impera- 
tore Baldovino  II,  ed  alla  sini- 
stra alquanti  principi  secolari,  fece 
un  eloquente  discorso,  i  cui  prin- 
cipali punti  furono  lo  sregolamen- 
to e  la  dissensione  dei  prelati  e 
dei  popoli,  r  insolenza  de'  saraceni, 
lo  scisma  de' greci,  le  crudeltà  dei 
tartari,  la  persecuzione  che  Fede- 
rico II  avea  fatto  al  suo  prede- 
cessore Gregorio  IX,  aggiungendo 
che  quel  principe  era  eretico  e 
sacrilego  :  questi  dichiarò  Innocen- 
zo IV  essere  lutti  dolori  che  cir- 
condavano ed  affliggevano  il  suo 
animo.  Taddeo  di  Svezia  parlò  pei 
suo  signore,  e  tentò  di  mostrare 
che  Federico  II  non  era  più  ob- 
bligato a  mantenere  le  sue  pro- 
messe ,  avendo  il  Papa  mancato 
alla  parola  che  gli  aveva  data,  e 
si  sforzò  di  confutare  l' accusa  di 
eresia.  Nella  seconda  sessione  a'  5 
luglio,  alcuni  vescovi  parlarono  con 
calore  contro  Federico  11^  ma  fu 
risposto  con  foi"za  alle  loro  accuse. 
Nella  terza  sessione  a' 17  luglio,  il 
Papa  ordinò,  coli' approvazione  del 
concilio,  che  in  avvenire  si  celebras- 
se l'ottava  alla  festa  della  Natività 
della  Beata  Vergine,  Si  lessero  di- 
ciassette articoli  di  regolamento,  la 
maggior  parte  riguardanti  la  pro- 
cedura giudiziaria.  Il  Papa  ordinò 
che  si  procurerebbero  aiuti  all'im- 
pero di  Costantinopoli,  e  che  vi  si 
impiegherebbe  la  metà  della  ren- 
dita di  tutti  i  benefìzi.  1  deputati 
d'  Inghilterra  si  lagnarono  delle 
esazioni  della  corte  di  Roma,  a 
nome  di  tutto  il  regno.  Nella  loro 
19 


390  Lio 

lelleia  di  higuanze  senza  giusto  ti- 
l<ilo,  si  diceva,  che  i  predecessori 
d'Innocenzo  IV  ^olendo  arriccliire 
gli  ecclesiastici  italiani,  il  cui  nu- 
mero era  divenuto  eccedente,  ave- 
Aano  dato  loro  delle  cure  delle 
(juidì  non  prendevano  nessuna  sol- 
lecitudine, né  quanto  alla  condot- 
ta delle  anime,  né  per  la  difesa 
de'iuonasteri  dai  quali  dipendevano; 
che  non  soddistaccvano  al  debito 
dell' ospilalilU  ,  né  della  elemosina; 
che  procuravano  solamente  di  rac- 
toglieie  le  rendile,  e  di  portai  le 
fuori  del  regno  con  pregiudizio 
degli  inglesi  ,  i  quali  in  vece  do- 
rrebbero possedere  tali  benefizi  ; 
in  una  parola  che  i  chierici  ita- 
liani traevano  dall'  Inghilterra  piìi 
di  sessantamila  marche  di  aigen- 
to  ;  che  il  legato  Martino  invialo 
dal  Papa,  voleva  disporre  inoltre 
di  altri  benefizi  simili,  riservan- 
doli a  disposizione  della  santa  Sede 
quando  venissero  a  vacare  ;  ch'egli 
estorceva  dai  religiosi  delle  tasse 
eccessive,  e  scagliava  scomuniche 
o  interdetti  contro  coloro  che  si 
opponevano  a' suoi  tentativi;  che 
non  potevano  persuadersi  eh*  egli 
operasse  a  quel  modo  per  coman- 
do d'Innocenzo  IV,  supplicavano 
])ertanto  sua  Santità  a  rimediarvi. 
11  Papa  rispose  che  questo  ailaie 
esigeva  una  matura  deliberazione. 
Ideila  quarta  sessione  Taddeo  di 
Svezia  dichiarò,  che  se  il  Pontefice 
voleva  procedere  contro  l'impera- 
tore Federico  li,  egli  appellavasi 
al  Papa  futuro  ed  al  concilio  ge- 
nerale, piùducendo  una  dichiara- 
zione dell'imperatore,  che  chiama- 
va il  concdio  giudice  incompetente 
e  parziale.  Al  che  rispondendo  il 
Pontefice,  che  il  concilio  era  gene- 
rale, pronunziò  sentenza  di  depo- 
sizione contro  Federico  li  dall'ira- 


LIO 

pero,  e  dai  reami  di  Sicilia  e  di 
Gerusalemme,  che  dichiarò  vacanti, 
ed  assolvette  dal  giuramento  tutti  co- 
loro che  gli  avevano  giurato  fe- 
deltà, minacciando  di  scomunica 
chiunque  gli  avesse  dato  aiuto  o 
consiglio.  1  delitti  di  Federico  II 
espressi  nella  sentenza  sono  lo  sper- 
giuro, il  sacrilegio,  l'eresia  e  la  fel- 
lonia, per  cui  fu  pure  scomunica- 
to, avendo  i  suoi  procuratori  am- 
plificalo i  meriti  suoi  e  negato  gli 
errori  commessi.  La  formola  della 
sentenza  pronunziata  da  Innocenzo 
IV,  ed  il  modo  come  i  padri  la 
approvarono,  lo  riportammo  alla 
biografia  di  quel  Papa.  Aveva  Tad- 
deo promesso  che  l'imperatore  sa- 
rebbe venuto  a  difendersi  nel  con- 
cilio, quando  non  sapeva  addurre 
più  altie  ragioni;  ma  Federico  II 
non  comparve,  né  d  Pontefice  era 
SI  poco  prudente  di  attenderlo,  co- 
noscendone il  carattere  violento  e 
barbaro. 

Nel  concilio  si  trattò  inollre 
della  riforma  del  costume  e  della 
disci[)lina  ecclesiastica;  della  crocia- 
ta per  la  Palestina,  per  la  quale 
fu  eletto  generale  s.  Luigi  IX  re  di 
Francia  ;  determinossi  il  cappello 
rosso  ai  cardinali,  che  il  Papa  in- 
vitò ad  andare  a  cavallo,  mentre 
per  umiltà  e  moderazione  incedeva- 
no a  piedi  ;  non  correggendosi  San- 
cio  II  re  di  Portogallo,  ad  istanza 
de'  magnati  del  regno ,  di  questo 
fu  privato,  e  vi  fu  sostituito  il  suo 
fratello;  un  vescovo  di  Palestina  e- 
spose  lo  slato  infelice  di  quella 
provincia,  abbandonala  a  sé  slessn 
dal  cognato  e  luogotenente  di  Fe- 
derico li  ;  un  vescovo  lombardo  de- 
plorò i  progressi  de'patarini,  eresia 
oìtremodo  dilatata  in  Italia,  Anche 
lo  scisma  de'  greci  fu  argomento 
ti  allato  in  questo    concilio,    in  uà 


LIO 

alla  uiiiniic  della  Chiesn  Inìiria  con 
roiierifalf.  Diccisette  furono  i  ca- 
roiii  falli,  e  ri-guaiflanti  il  diritto 
canonico,  i  rescritti  della  curia  ro- 
mana, le  elezioni,  ie  piocediire,  le 
scomuniche,  le  usure,  la  condanna 
delle  eresie,  ec.  Alcuni  negarono 
che  tutte  le  accennate  cose  fossero 
trattate  in  questo  concilio,  su  di 
che  si  può  leggere  l'articolo  Lione, 
confutato  dal  p.  Biagi,  del  Dizio- 
vario  del  Bergier,  difendendo  il 
Biagi  l'operato  del  Ponleficej  e  di- 
pingendo qua!  fosse  Federico  II,  e 
lo  stato  delle  cose,  con  forza  di 
ragioni  e  di  fatti.  Forse  alcuni  con- 
fusero le  cose  operate  da  Innocen- 
zo IV  mentre  era  in  Lione,  come 
ti  aliate  nel  concilio.  Reg.  t.  XXVIII; 
LaLbé  t.  XI  ;  Arduino  t.  VII  ; 
Diz.  dt'conc. 

11  vigesimosesto  dell'anno  iiy^, 
e  fu  il  secondo  concilio  generale 
di  Lione.  Venne  adunato  e  presie- 
duto dal  b.  Gregorio  X  [Fedi),  già 
canonico  di  Lione,  prircipalnieufe 
per  la  riunione  dei  greci  alla  Chie- 
sa cattolica,  per  la  crociata  di  Ter- 
rasanta,  e  per  la  riforma  della 
disciplina  ecclesiastica.  Il  Papa  lo 
inlimò  nel  primo  aprile  1272,  al 
modo  narrato  alla  citata  biografia, 
ove  pur  dicemmo  come  fu  ricevu- 
to a  Lione  quando  vi  giunse  ai 
21  novembre  1278,  e  ciò  che  ivi 
operò.  Gregorio  X  invitò  pure  al 
concilio  s.  Tommaso  d'Aquino,  ac- 
ciocché con  s.  Bonaventura,  già 
colieghi  dfc'suoi  studi  nell'universi- 
tà di  Parigi,  confutassero  gli  erro- 
ri de'greci,  dichiarando  al  primo 
di  portar  seco  il  libro  contro  di  essi 
da  lui  scritto  per  ordine  di  Urba- 
no IV;  ma  s.  Tommaso  partendo 
da  Napoli  per  Lione,  morì  a'7  raar- 
70  nel  monastero  di  Fossa  Nuova, 
assoggettando    con    umiltà    i    suoi 


LIO  29r 

angelici  sciilli  alla  censura  della 
Chiesa.  Universale  fu  il  dispiacerò 
ppr  tanta  perdita,  ed  il  Pontefice 
versò  copiose  lagrime.  Inleivcnnero 
al  concilio  qtiindici  cai'dinalì,  i  pa- 
triarchi latini  di  Costantinopoli  e 
di  Antiochia ,  cinquecento  tra  pri- 
mati, aicivescovi  e  vescovi,  altri 
dicono  .settanta  arcivescovi  e  cin- 
quecento vescovi  ;  il  Labhé  dice 
più  di  settecento,  fra'  quali  trenta 
domenicani  ;  sessanta  o  settanta  ab- 
bati, e  più  di  mille  altri  prelati 
inferiori.  V  intervennero  pure  gii 
ambasciatori  di  Michele  Paleologo 
imperatore  d'oriente,  di  Rodolfo  di 
Habsburg  re  de'romani,  di  Filippo 
III  re  di  Francia,  di  Carlo  I  re 
di  Sicilia,  di  Odoardo  111  re  d'In- 
ghilterra, di  Abagam  re  de'tarlari, 
e  di  molti  altri  principi  ;  i  gran 
maestri  dei  tempiali  e  degli  ospi- 
talieri o  gerosolimitani,  e  i  depu- 
tati dei  capitoli,  ond'  è  questo  il 
più  numeroso  di  tutti  gli  altri  con- 
cilii,  e  la  più  copiosa  adunanza  che 
siasi  formala  nella  Chiesa.  Il  Pon- 
tefice deputò  per  la  custodia  e 
cura  del  concilio  l'arcivescovo  di 
Lione  A  di  maro  o  Ai  maro,  ed  alla 
guardia  della  città  numerosa  solda- 
tesca ;  mentre  il  le  di  Francia  a- 
vea  incaricato  il  suo  parente  ca- 
valiere Iniberto  di  Belloloco,  a  ve- 
gliare con  diverse  compagnie  sulla 
sicurezza  del  Papa  e  de'cardinali. 
In  questo  tempo  ed  avanti  la  ter- 
za domenica  dopo  Pasqua  si  por- 
tò in  Lione  Giacomo  I  re  d'  A- 
lagona.  Una  lega  lunge  dalla  città 
fu  incontrato  da  tulli  i  cardinali, 
dal  gran  maestro  de'cavalieri  tem- 
plari ,  da  Giovanni  e  Guglielmo 
di  Bossiglione  deputati  alla  guar- 
dia e  governo  della  città,  da  mol- 
ti prelati  e  signori,  non  che  da 
tutta   la  corte  romana.  Giunto  il  re 


agi  LIO 

al  palazzo  del  Papa,  fu  da  questo 
ricevulo  affettuosamente ,  dopo  a- 
\ergli  il  re  baciato  i  piedi.  Giaco- 
mo I  rimase  così  compreso  di  ve- 
nerazione per  Gregorio  Xj  che 
pieno  di  compunzione  gli  fece  la 
sua  confessione  generale.  A'2  mag- 
gio 1274,  essendo  tutto  all'ordine 
per  la  celebrazione  del  concilio,  il 
Pontefice  ingiunse  a  tutti  i  prelati 
e  cappellani  suoi  un  digiuno  di 
tre  giorni,  quindi  lunedi  7  maggio 
ebbe  luogo  la  prima  sessione.  Il 
Papa  dall'  episcopio  nella  matti- 
na calò  nella  contigua  cattedrale 
di  s.  Giovanni,  dove  con  ogni  de- 
coro nella  nave  maggiore  erano 
apparecchiate  tutte  le  cose  neces- 
sarie e  le  sedie,  essendo  stato  eret- 
to nel  coro  il  trono  pontificio.  Fat- 
ta Gregorio  X  orazione  avanti  l'al- 
tare si  pose  a  sedere  in  mezzo  a 
due  cardinali  diaconi  ;  e  per  esse- 
re giorno  di  digiuno  fece  cantare 
le  ore  di  terza  e  sesta.  Dopo  le 
quali  un  suddiacono  lo  calzò  di 
sandali,  mentre  i  cappellani  che 
circondavano  il  trono  recitarono  i 
consueti  salmi.  11  Papa  lavatosi  le 
mani,  e  vestito  dal  diacono  e  sud- 
diacono de'paramenti  di  color  bian- 
co, per  essere  il  tempo  pasquale, 
assunse  pure  il  pallio.  Indi  prece- 
dendo la  croce  pontificia,  salì  Gre- 
gorio X  sul  pulpito  maestosamen- 
te apparato ,  ed  assiso  sul  faldi- 
storio, ebbe  ad  assistenti  un  cardi- 
nale prete ,  il  primo  diacono,  ed 
altri  quattro  cardinali  diaconi  :  il 
primo  diacono  era  il  cardinale 
Ottobono  Fieschi  nipote  d' Inno- 
cenzo IV,  poi  Papa  Adriano  V. 
Presso  il  soglio  sedeva  il  re  d'A- 
ragona, assistito  da  diversi  cappel- 
ni  o  uditori  di  sua  Santità  in  cot- 
ta. Sedendo  il  Pontefice ,  benedì 
tutti  i    prelati   ed  il  concilio.   JNel 


LIO 

mezzo  della  gran  nave  sedevano 
Pantaleone  patriarca  di  Costanti- 
nopoli, e  Opizzo  patriarca  d'An- 
tiochia ;  e  nelle  altre  bande  al 
lato  destro  del  Papa  cinque  car- 
dinali vescovi  suburbicari,  fra' quali 
Pietro  di  Tarantasia  poi  Innocenzo 
V,  e  s.  Bonaventura  cui  il  Pon- 
tefice avea  commesso  il  regolamen- 
to del  concilio,  il  perchè  dipoi 
Sisto  IV  nella  bolla  della  di  lui 
canonizzazione  disse  che  questo  san- 
to presiedette  al  concilio  :  dal  lato 
sinistro  sedevano  tre  cardinali  pre- 
ti. Dietro  ai  cardinali  da  una 
parte  e  dall'altra  sedevano  tutti  i 
primati,  arcivescovi  e  vescovi,  gli 
abbati,  i  priori,  ed  altri  prelati  del- 
le chiese ,  come  prevosti  ed  altri 
deputati  dei  capitoli  ;  sedevano  es- 
si senza  differenza  di  luoghi,  aven- 
do il  Papa  ordinato  ,  che  senza 
pregiudizio  delle  loro  chiese  se- 
dessero come  ed  ove  potevano. 
Rimanevano  poi  da  basso  molti  ca- 
valieri templari  col  gran  maestro, 
e  gli  ospitalari,  e  gli  ambasciatori 
dei  sovrani  e  dei  principi.  I  can- 
tori intuonarono  l'antifona  ;  Exaudi 
nos  Domine,  la  quale  finita,  sua 
Santità  levandosi  in  piedi  disse  : 
Oremus,  il  cardinale  Ottobono  sog- 
giunse :  y7ea:w  geni b US ,  ed  il  cardi- 
nal Giacomo  Savelli  diacono  di 
s.  Maria  in  Cosmedin  poi  Onorio 
IV:  Levate.  Dipoi  immediatamen- 
te il  Papa  cantò  ad  alta  voce  la 
orazione^  che  si  legge  nel  pontifi- 
cale, indi  un  cappellano  intuonò  le 
litanie,  stando  Gregorio  X,  i  car- 
dinali e  i  prelati  genuflessi  e  sen- 
za mitre.  Terminate  che  furono, 
sua  Beatitudine  alzossi  di  nuovo, 
dicendo:  Oremus.  Allora  rispose  il 
cardinal  Giacomo:  flexis  genibus, 
ed  il  cardinal  Goffredo  di  Alatri 
diacono  di  s.  Giorgio  disse   Leva- 


LIO 

le.  Il  Pontefice  seguitò  a  dire  nel 
medesimo  tono,  che  detto  avea  la 
prima,  un'altra  orazione.  Indi  dal 
cardinal  Ottobono,  previa  la  rive- 
renza al  Papa,  e  ricevuta  da  esso 
la  benedizione,  si  cantò  l'evangelo 
dì  s.  Luca:  Desigtiavìt  Dominus 
el  alias  septuaginta  duos.  E  ciò 
finito,  essendo  sua  Santità  in  piedi 
e  senza  mitra,  con  voce  sonora 
intuonò  il  Veni  Creator  Spiritus, 
proseguendo  1*  inno  sino  al  fine, 
accompagnato  da  tutti  quelli  del 
concilio  con  gran  divozione.  Quindi 
tornato  il  Papa  a  sedere,  e  i  pre- 
Iati  e  gli  altri  ai  luoghi  loro,  inco- 
minciò il  Pontefice  a  sermoneggia- 
re, prendendo  per  tema  le  parole 
di  Cristo  :  Desiderio  desideravi  hoc 
Pascha  manducare  vobiscum,  ante- 
quam  paliar ,  aggiungendo,  ante- 
quam  moriar  etc.  Ed  al  suo  pro- 
posito egregiamente  adattandole,  por- 
tò nel  fine  del  discorso  i  motivi, 
e  l'ardente  desiderio  dell'animo  suo, 
con  tutte  le  cagioni  che  l'aveano 
indotto  a  congregare  il  concilio,  e 
le  cose  che  in  esso  si  avevano  a 
deliberare,  cioè  di  porgere  valido 
aiuto  ai  cristiani  per  la  conquista 
dei  luoghi  di  Terrasanta,  di  far 
r  unione  della  Chiesa  greca  colla 
Ialina,  e  di  riformare  i  costumi 
di  tutto  il  cristianesimo.  In  tal  mo- 
do si  celebrò  la  prima  sessione, 
tacendo  il  Pontefice  intimare  per 
un  altro  determinato  giorno  la  se- 
conda. Indi  tornò  al  luogo  ove  si 
era  vestito  ,  depose  i  paramenti 
pontificali,  8  disse  nona,  restituen- 
dosi poi  alla  sua  residenza.  11  re 
d'Aragona  per  \xx\  complesso  di 
cose  religiose,  maestose  e  gravi, 
restò  penetrato  di  profonda  vene- 
razione. 

Neir  intervallo  di  tempo  che  tra- 
scorse alla   seconda  sessione ,    Gre- 


LIO  293 

gòrlo  X  si  occupò  in  negozi  e  con- 
ferenze pel  bene  della  Chiesa.  I  pre- 
lati gli  rappresentarono  gì' innume- 
rabili disordini  e  scandali  ch'erano 
nella  Chiesa,  s"ì  per  colpa  de'  chie- 
rici che  de'  laici.  Dimostrò  Grego- 
rio X  il  suo  affetto  per  la  chiesa 
di  Liegi,  di  cui  era  stato  arcidiaco- 
no, con  iscrivere  energicamente  al 
duca  del  Brabante,  acciò  non  oc- 
cupasse la  villa  di  s.  Trudone  di 
ragione  di  detta  chiesa.  Ammoni 
ancora  Enrico  vescovo  di  Liegi  a 
riscuotersi  dai  suoi  scandalosi  por- 
tamenti,  con  immenso  danno  del 
gregge.  Indi  concesse  privilegi  al- 
l'ordine cistcrciense,  ed  all'abbazia 
della  ss.  Trinità  della  Cava ,  con- 
fermando le  prerogative  che  gode- 
vano. Nel  dì  dell'Ascensione  dichia- 
rò incorsa  nella  scomunica  e  nel- 
r  interdetto  Genova,  perchè  confe- 
deratasi contro  r  inibizione  pontifi- 
cia coi  pavesi,  già  seguaci  di  Fe- 
derico II.  In  questo  tempo  partì 
da  Lione  il  re  d'  Aragona,  perchè 
il  Papa  si  ricusò  coronarlo,  se  pri- 
ma non  pagava  alla  Chiesa  il  tri- 
buto promesso  dal  re  suo  padre 
Pietro  II.  Con  soavi  maniere  il 
Papa  ottenne  dai  vescovi  e  dagli 
abbati  una  decima  delle  l'endite 
ecclesiastiche  per  sei  anni  in  tutto 
il  cristianesimo,  in  soccorso  de' cri- 
stiani della  Palestina.  La  seconda 
sessione  si  tenne  a'  18  maggio, 
nella  quale  si  osservò  il  medesimo 
cerimoniale  praticato  nella  prima, 
tranne  il  digiuno  ed  il  sermone  : 
altri  assisterono  il  Pontefice,  di- 
verso fu  il  vangelo,  così  le  orazio- 
ni. Si  pubblicarono  delle  costitu- 
zioni spettanti  alla  fede,  e  vennero 
licenziati  tutti  i  procuratori  de'ca- 
pitoli,  gli  abbati  e  priori  a'  quali 
non  era  conceduto  l'uso  della  mi- 
tra, toltone  quelli    che    furono    es- 


204  LIO 

pressauienle  cliìamatì  al  concilio. 
Jljedesi  altresì  licenza  agli  altri  pre- 
lati inferiori  ancorché  mitrali.  Io 
(jiiesto  mentre  durando  le  contese 
sulle  pretensioni  all'  impero  di  Al- 
fonso X  re  di  Castiglia,  e  di  Otto- 
caro  re  di  Boemia,  benché  il  Papa 
avesse  i-iconosciuto  Rodolfo  coro- 
nato in  Aquisgrana,  Gregorio  X  ri- 
iìiilando  le  proteste  del  primo  e  i 
ricchissimi  doni  del  secondo,  udite 
le  nuove  ragioni  del  procuratore 
del  terzo,  a'  6  giugno  ricevè  in 
concistoro  il  solenne  giuramento  di 
obbedienza  e  fedeltà  dasfli  amba- 
sciatori  e  procuratore  di  Rodolfo, 
che  a  nome  di  questi  promisero 
di  confermare  e  mantenere  i  pri- 
vilegi alla  Chiesa  romana  concessi 
dai  precedenti  imperatori.  A'  7  giu- 
gno si  celebrò  la  terza  sessione  pra- 
ticandosi nel  cerimoniale  quanto  ab- 
biamo detto  delle  precedenti.  Vi  si 
pubblicarono  dodici  costituzioni  in- 
tuino  alla  elezione  de'  vescovi,  ab- 
bati e  canonici,  ed  alle  ordinazio- 
ni de'  chierici.  Tra  le  altre  cose 
esse  prescrissero.  i,"Che  quelli  che 
si  oppongono  alle  elezioni  ,  ovvero 
ne  appellano,  esprimeraiuio  nell'at- 
to di  appello  tutti  i  molivi  della 
loro  opposizione,  né  saranno  più 
ammessi  a  proporne  altri.  2."  Che 
nel  partaggio  della  elezione,  se  i 
due  terzi  sono  da  una  parte,  l'al- 
lio  terzo  non  sarà  ammesso  ad 
opporre  contro  l'elezione,  ne  contro 
l'eletto.  3.°  Quantunque  gli  appelli 
delle  elezioni  debbano  essere  por- 
tati alla  santa  Sede,  come  cause 
maggiori,  tuttavia  se  l'appello  in- 
terposto fuori  di  giudizio  è  frivolo 
non  sarà  portato  alla  santa  Sede. 
4-  Gli  avvocati  e  i  procuratori  da- 
ranno giuiamento  di  non  sostene- 
re se  non  le  cause  giuste,  e  lo  rin- 
noveranno ogni  anno  pel    foro  ec- 


LIO 
clesiastico  :  furono  altresì  prescritte 
le  sportule  ed  i  salarli,  come  il  modo 
di  proferire  le  scomuniche.  Indi 
Gregorio  X  concesse  ai  padri  del 
concilio  di  potersi  sollevare  non  più 
lungi  da  sei  leghe  da  Lione,  ed  at- 
tendendosi l'arrivo  de' greci  non 
fu  determinata  l'epoca  per  la  quar- 
ta sessione. 

Poco  dopo  giunsero  lettere  di 
Grecia  dai  nunzi  apostolici,  che  il 
Papa  tripudiante  fece  leggere  da 
s.  Bonaventura  ai  padri  nel  luogo 
del  concilio,  dopo  che  questo  car- 
dinale pronunziò  un  dotto  discorso, 
perchè  annunziavano  1'  imminente 
arrivo  degli  ambasciatori  e  princi- 
]>i  o  senatori  greci.  In  falli  questi 
vi  giunsero  a'  24  giugno,  incontrati 
dai  prelati,  dalla  famiglia  pontifì- 
cia, dal  vice-cancelliere  e  dalle  fa- 
miglie de'  cardinali,  ed  accompa- 
gnati dal  Pontefice  che  li  ricevette 
in  una  gran  sala,  ammettendoli  al 
bacio  di  pace  con  paterna  tenerez- 
za. Essi  presentarono  le  lettere  im- 
periali sigillale  con  bolle  d'oro,  e 
quelle  de'  prelati  delle  chiese  orien- 
tali. Lasciala  da  parte  la  contro- 
versia che  sopra  l'impero  era  tra 
]\Iichele  Paleologo  e  Filippo  figlio 
di  Baldovino  li  e  genero  del  re 
di  Sicilia,  chiesero  supplichevoli  di 
essere  ammessi  nel  seno  della  san- 
ta Chiesa  romana,  con  totale  ob- 
bedienza e  riconoscimento  del  pri- 
mato della  Sede  apostolica,  secondo 
la  regola  della  fede  proposta  da 
Gregorio  X.  Indi  i  principi  e  gli 
ambasciatori  fuiono  onoratamente 
condotti  da  molti  prelati  e  signori 
negli  appartamenti  preparati  son- 
tuosamente dal  Papa.  Questi,  chia- 
mati poi  a  sé  i  greci,  li  volle  pre- 
senti ad  una  lunga  disputa  che  si 
tenne  dai  latini  coi  dotti  di  loro 
nazione  intorno  alla  processione  del- 


LIO 

lo  Spirito  Santo;  dove  cliiarltisi  fi- 
lialmente i  greci  su  qnesl'  articolo, 
confessarono  la  nostra  vera  creden- 
za, egualmente  procedere  Io  Spiri- 
lo Santo  dal  Padre  e  dal  Figliuo- 
lo, e  si  ridussero  fra  gli  applausi 
nll'  unione  colla  Chiesa  latina.  INella 
festa  de'  ss.  Pietro  e  Paolo  il  Papa 
cantò  solennemente  la  messa  nella 
cattedrale,  con  l'assistenza  di  lutti 
i  padri  venuti  al  concilio.  L'episto- 
la e  l'cvangelo  furono  cantati  in 
latino  ed  in  greco,  facendo  s.  Bona- 
ventura un  erudito  sermone.  Finito 
questo,  i  greci  ed  i  latini  cantaro- 
no il  simbolo  della  fede  ;  pei  Ialini 
cantarono  i  cardinali  vescovi  ,  fa- 
cendo da  coro  i  canonici  di  Lione; 
pei  greci  cantarono  Germano  pa- 
triarca di  Costantinopoli ,  Teofane 
metropolitano  di  Nicea,  gli  arcive- 
scovi greci  di  Calabria,  e  due  pe- 
nitenzieri pontificii,  Morbecca  do- 
menicano e  Giovanni  di  Costanti- 
nopoli francescano,  che  sapevano  la 
lingua  greca.  Quando  essi  arriva- 
rono alle  parole  :  qui  ex  Potre  Fi- 
lioque  procedit,  tre  volte  ad  alta 
■voce  le  ripeterono.  A  questa  so- 
lenne professione  di  fede,  seguiro- 
no inni  festosi  di  lode,  che  il  pa- 
triarca e  gli  arcivescovi  greci  can- 
tai'ono  a  Gregorio  X.  Questi  frat- 
tanto fece  molti  atti  pontifìcii,  fra 
i  quali  confermò  le  immunità  ed  e- 
senzioni  che  godeva  Pisa  anco  in 
Gerusalemme;  e  venuto  da  Liegi 
l'indegno  vescovo  Enrico,  per  le 
querele  che  la  città  rinnovò  contro 
la  sua  rea  condotta,  il  Papa  lo 
depose  dalla  dignità  episcopale,  e 
finì  miseramente  i  suoi  giorni.  Tol- 
se r  abbazia  di  s.  Paolo  fuori  le 
mura  a  Federico,  e  depose  il  car- 
dinal Riccardo  Àiinibaldi.  Giunti  in 
Lione  gli  ambasciatori  del  re  dei 
tartari,  Gregorio  X  lì   fece    incon- 


LIO  i9> 

trare;  indi  ordinò  ai  cursori  che 
intimassero  la  quarta  sessione  pei  6 
luglio. 

In  questa  sessione  gli  ambascia- 
tori dell'  imperatore  d' oriente  se- 
derono dopo  i  cardinali.  Il  cardi- 
nal di  Tarantasia  fece  un  bel  dis- 
corso ai  padri,  dopo  il  quale  il  Pa- 
pa prese  la  parola  e  ripetè  i  mo- 
tivi pe'  quidi  avea  convocato  il  con- 
cilio, e  che  i  greci  venivano  all'ob- 
bedienza della  Chiesa  romana  sen- 
za domandar  niente  di  temporale, 
avendone  T  imperatore  riconosciuto 
il  primato,  ed  il  Papa  capo  della 
Chiesa  universale,  le  cui  lettere  e 
quelle  de'  prelati  d'oriente  fece  leg- 
gere, compresa  la  professione  di 
{'tàc  di  Michele  Paleologo,  ch'era 
quella  mandatagli  da  Clemente  IV. 
Indi  l'ambasciator  greco  e  gran  lo- 
gotela  Giorgio  Acropolito  professò 
e  giurò  che  l'imperatore  con  tutto 
il  suo  imperio  teneva  la  stessa  fe- 
de romana  che  si  era  letta  nel  con- 
cilio, e  che  quella  avrebbero  sem- 
pre inviolabilmente  mantenuta ,  e 
ciò  detto  sottoscrisse  la  professione 
di  fede,  anche  in  nome  di  trenta- 
otto vescovi  greci  ;  indi  si  terminò 
la  quarta  sessione  intuonando  il 
Papa  il  Te  Deum  lauilamus.  Se- 
guirono altre  orazioni,  e  si  rinnovò 
da  tutti  la  professione  di  fede  iu 
latino  ed  in  greco  col  Credo  in 
umitn  Dermi,  recitandosi  due  volte, 
{fili  ex  palre  filioque  procedi! j  sim- 
bolo che  in  greco  cantò  il  patriar- 
ca Germano.  Allora  Gregorio  X 
dichiarò  al  concilio,  qualmente  il 
re  de'  tartari  avea  inviato  amba- 
sciatori con  lettere,  che  fece  leg- 
gere, essendo  presenti  gli  amba- 
sciatori, con  gran  gaudio  di  tutto 
il  consesso.  Caduto  gravemente  in- 
fermo il  cardinale  s.  Bonaventura, 
con  universale  cordoglio  morì  a' «4^ 


2g6  LIO 

luglio.  Il  Papa  disse  che  la  Chiesa 
avea  fatto  una  deplorabile  perdita, 
ed  oltre  i  solennissimi  funerali  fatti 
al  cardinale,  coraandò  a  tutti  i  pre- 
lati e  sacerdoti,  che  in  ogni  parte 
del  mondo  dovessero  celebrare  due 
messe,  una  per  l'illustre  defunto, 
l'altra  per  quelli  che  intervenendo 
al  concilio  fossero  morti.  Istruiti  i 
tre  ambasciatori  tartari  delle  cose 
della  fede,  il  Papa  li  fece  vestire 
di  scarlatto,  e  solennemente  battez- 
zare dal  cardinal  di  Tarantasia. 

La  quinta  sessione  si  celebrò  a'  i6 
luglio.  Rammentandosi  Gregorio  X 
della  lunga  sede  vacante  che  pre- 
cedette la  sua  esaltazione,  ordinò 
utilissime  leggi  per  evitarla,  e  diede 
ottime  provvidenze  per  l' elezione 
canonica  e  sollecita  de'  Papi,  e  per 
la  celebrazione  del  Conclave ,  al 
cjuale  articolo  tutto  riportammo 
anche  illustrato  con  commenti.  Pri- 
ma di  promulgare  questa  costitu- 
zione nel  concilio,  per  pubblica  u- 
tililà  e  quiete  di  santa  Chiesa  , 
perchè  alcuni  cardinali  non  erano 
ad  essa  favorevoli  pel  suo  rigore, 
e  perchè  non  più  in  luogo  aperto 
ma  in  conclave  serrato  dovevano 
procedere  all'elezione  del  Pontefice, 
Gregorio  X  ne  fece  fare  sette  co- 
pie, e  chiamati  a  sé  i  prelati  se- 
condo le  nazioni  e  provincie,  la  fece 
da  essi  sottoscrivere  ed  apporvi  i 
loro  sigilli.  La  prima  lo  fu  da  tutti 
i  prelati  d' Italia  compreso  Ottone 
arcivescovo  di  Milano  ;  la  seconda 
dai  prelati  di  Spagna  ;  la  terza  da 
«juelli  di  Francia;  la  quarta  da 
quei  di  Germania;  la  quinta  dai 
vescovi  inglesi  ;  la  sesta  dai  pa- 
triarchi di  Costantinopoli,  di  An- 
tiochia e  di  Grado;  la  settima  da- 
gli abbati  e  generali  degli  ordini 
cistercieiise,  cluniacense  e  premon- 
itratense.  Dopo  questa  costituzione 


LIO 

se  ne  lessero  altre  tredici.  La  pri- 
ma fulminò  la  scomunica  di  pieno 
diritto  contro  coloro  che  avevano 
promesso  di  prendere,  di  uccidere, 
di  molestare  nella  persona  o  nelle 
sostanze  un  giudice  ecclesiastico 
per  aver  pronunziato  qualche  cen- 
sura contro  i  re,  i  principi,  i  loro 
uffiziali  o  qualsivoglia  altra  perso- 
na. Venne  proibito  sotto  le  stesse 
pene  a  chiunque  di  qualsiasi  di- 
gnità, di  usurpare  sopra  le  chiese 
il  diritto  di  regalia,  per  impadro- 
nirsi de'  beni  della  chiesa  vacante, 
e  quelli  eh'  erano  in  possesso  di 
questi  diritti  furono  esortati  di  non 
abusarne.  Le  altre  costituzioni  con- 
tengono diversi  canoni  contro  i  bi- 
gami ;  sopra  il  rispetto  dovuto  alle 
chiese;  contro  gli  usurai  manifesti, 
a'  quali  si  vietò  di  dare  l'  assolu- 
zione e  la  sepoltura  ecclesiastica. 
Si  prescrissero  eziandio  canoni  per 
l'elezioni  e  provvisioni  delle  chiese 
inferiori,  e  delle  dignità  e  benefizi 
ecclesiastici.  Vietossi  ai  canonici  ed 
altri  di  nascondere  l'immagine  del- 
la Beata  Vergine  e  quelle  de'  santi, 
per  rappresaglia  contro  i  laici  che 
non  volevano  soddisfare  le  chiese, 
perla  qual  cosa  cessavano  ancora  dal 
celebrare  i  divini  uffizi  con  grave 
scandalo. 

La  sesta  ed  ultima  sessione  eb- 
be luogo  a'  17  luglio.  Il  Papa  vi 
si  recò  vestito  pontificalmente ,  e 
fece  leggere  le  due  costituzioni , 
Religionurn  diversitateni ,  e  Cunt 
Sacrosancta;  la  prima  per  impedire 
la  moltitudine  e  le  nuove  regole 
degli  ordini  religiosi,  benché  aves- 
se approvato  quello  de'  celestini  in 
Lione,  ove  si  portò  il  fondatore  poi 
s.  Celestino  V,  edamasse  e  favorisse 
quelli  di  s.  Domenico  e  di  s.  Fran- 
cesco ;  quindi  estinse  quello  detto 
de'  penitenti  di  s.  Maria   Maddale- 


LIO 

na  che  professavano  la  regola  di  s. 
Benedetto,  istituita  da  certo  Bol- 
drano,  e  ricusò  di  approvarne  al- 
cuni altri.  Poscia  il  Papa  disse  dal 
pulpito,  che  quanto  alla  terza  cau- 
sa della  convocazione  del  concilio, 
ch'era  la  riforma  de' costumi,  sei 
prelati  correggessero  sé  stessi,  non 
sarebbe  necessario  di  far  decreti 
per  la  riforma;  ch'egli  si  stupiva, 
come  tanti  di  loro  che  menavano 
scorretta  vita,  non  si  emendassero, 
e  dichiarò  che  se  noi  facessero,  lo 
farebbe  egli  stesso  con  gran  severi- 
tà ;  soggiungendo  che  i  prelati,  cou 
lo  scandalo  che  davano,  erano  ca- 
gione delia  rovina  di  tutto  il  mon- 
do. Promise  di  rimediare  molti  al- 
tri abusi,  il  che  non  si  era  potuto 
eseguire  per  la  moltitudine  degli 
affari.  Si  parlò  poi  nel  concilio 
dell'  affare  di  Terrasanta ,  per  la 
quale  era  stata  stabilita  la  sacra 
guerra,  e  per  mantenerla  le  deci- 
me per  sei  anni  ;  ed  il  Pontefice 
aggiunse  di  aver  determinato  di 
tornar  a  visitare  la  Palestina,  ed 
ivi  morirvi  per  unirsi  a  quel  Dio, 
che  essendovi  volontariamente  mor- 
to per  noi,  v'  era  divenuto  la  no- 
stra risurrezione  e  salute,  ciò  che 
mosse  a  lagrimare  il  venerando 
consesso.  Del  rimanente  le  costitu- 
zioni pubblicate  in  questo  concilio, 
e  delle  quali  il  Papa  ne  fece  fare 
una  raccolta,  compongono  trentuno 
articolij  che  furono  poi  inseriti  nel 
sesto  delle  decretali.  Secondo  alcu- 
ni Gregorio  X  condannò  in  questo 
concilio  i  flagellanti  ;  e  prescris- 
se l'inclinazione  del  capo  nel  pro- 
nunziare il  ss.  nome  di  Gesù, 
Terminata  la  sessione  ed  il  conci- 
lio, dopo  di  aver  cantato  la  solita 
orazione,  Gregorio  X  diede  solen- 
nemente a  tutti  la  benedizione  apo- 
stolica, e  dicendo  il  cardinal  Otto- 


Li  O  297 

bono,  Recedamus  in  pace,  il  Pa- 
pa concesse  licenza  a' vescovi  e  pre- 
lati di  ritornare  ciascuno  alle  pro- 
prie case.  Si  tratteime  tultavolta 
Gregorio  X  in  Lione  sino  a'6  mag- 
gio del  susseguente  anno,  occupato 
sempre  nel  suo  apostolico  ministe- 
ro. Scrisse  ai  prelati  della  Grecia, 
all'  imperatore  e  ad  Andronico  suo 
primogenito,  dando  a  tutti  raggua- 
glio del  felicissimo  successo  della 
concordia  e  unione  celebrata  tra 
essi  e  la  Chiesa  latina  con  indici- 
bile letizia  di  tutto  il  sacrosanto 
concilio.  Provvide  quindi  di  ottimi 
pastori  le  chiese  vacanti,  e  quella 
di  Liegi  con  Giovanni  vescovo  Tor- 
nacense  nipote  del  re  di  Francia  , 
scrivendone  l'accomandazioni  al  ca- 
pitolo, clero,  duchi,  conti  e  baroni 
di  Liegi  e  luoghi  soggetti.  Reg. 
tom.XXVIII;  Labbé  tom.  XI,  col. 
2626;  Arduino  t.  \1I,  col.  6cj^  e 
698  ;  Tolomeo  da  Lucca,  Hist.  eccl. 
lib.  XXI II,  cap.  3,  iiiler  Script, 
rer.  Ital.  tora.  XI,  p.  i  166;  Bo- 
nucci.  Istoria  del  b.  Gregorio  X, 
p.    160  e  seg.;  e  Diz.  de  conc. 

Il  vigesimosettimo  concilio  fu 
adunato  in  Lione  nel  1299,  il 
Lenglet  dice  nel  1297,  contro  i 
principi  che  mettevano  imposizioni 
sul  clero.  Reg.  tom.  XXVIII  ;  Gal- 
lia  christ.  tora.  IV,  p.  ^o'ò;  Lab- 
bé tom.  XI,  ma  lo  crede  supposto. 
Il  medesimo  Lenglet  ne  registra 
altro  nel    1292,  sulla  disciplina. 

Il  vigesimottavo  nel    1876. 

Il  vigesimonono  nel  i424>  con- 
tro alcuni  impostori.  Rinaldi  a  ta- 
le anno. 

Il  trentesimo  nel  i5ir.  Gallia 
christ.  tora.    Ili,   p.    368. 

Il  trentesiinoprimo  ed  ultimo 
fu  tenuto  nel  1027,  contro  l'ere- 
siarca Lutero,  sulla  disciplina,  e 
per  accordare  al  re  di  Francia  uu 


2f)8  LIP 

sussidio  onde  poter  liberare  gli 
ostaggi  mandati  in  Ispagna  per  la 
liberazione  di  Francesco  I,  cioè  i 
di  lui  figli.  Marlene,  Thesaur.  to- 
mo IV. 

LIPARI  [Llparen).  Città  con 
residenza  vescovile  del  regno  delle 
t\uG  Sicilie,  nella  valle  Minore  di 
Messina,  capoluogo  d'  un  cantone 
composto  dell'arcipelago  delle  Li- 
pari, sulla  costa  orientale  dell'iso- 
la del  suo  nome.  Lipari,  Aeoliae 
o  Vulcanìae  Insulae,  gruppo  di 
nove  isole  del  mare  Tirreno,  delle 
quali  sono  sette  le  principali,  tro- 
vandosi al  sud  quella  die  ne  porta 
il  nome,  sparsa  di  montagne  con 
snolo  fertile  ;  la  città  di  Lipari 
sulla  costa  est  n' è  il  luogo  prin- 
cipale ed  il  capoluogo  del  gruppo. 
In  queste  isole  osservansi  molte 
curiosità  naturali,  ma  sono  soggette 
a  frequenti  terremoti,  e  quello  spe- 
cialmente del  5  febbraio  1783  vi 
cagionò  grandi  rovine.  Come  vul- 
caniche, pel  fuoco  abbondante  che 
dalle  medesime  eruttò  e  scaturisce 
ancora,  vennero  dagli  antichi  rap- 
presentate per  la  dimora  di  Vul- 
cano e  dei  Ciclopi,  ed  il  soggior- 
no di  Eolo  re  de'  venti,  e  perciò 
furono  chiamate  co'  loro  nomi,  ed 
anche  con  cjiicUi  di  Plolae,  Hcphe- 
siine  e  Liparae,  dicendosi  eolici  i 
loro  monti.  Omero  ci  parlò  sol- 
tanto d' un' isola  Eolia,  la  quale  a 
suo  tempo  si  credeva  fluttuante,  seb- 
bene fosse  cinta  da  una  grande  mura- 
glia di  bronzo  inespugnabile  per  le 
inaccessibili  balze  che  le  facevano 
controscarpa.  La  città  di  Lipari,  o 
Lupara  o  Meligum's,  posta  in  un 
sito  eminente  e  scosceso,  ma  in 
clima  puro,  salubre  ed  ameno,  ha 
un  forte  in  buono  slato  e  ben  mu- 
nito con  comoda  baia.  Non  molto 
ben  fabbricata,  ha  peiò  una  catte- 


LIP 
diale  che  primeggia  tra  i  suoi  e- 
difìci  ,  un  bel  palazzo  vescovile, 
diversi  conventi,  ed  un  ospedale.  11 
commercio  vi  è  importante,  fìicili- 
tato  dal  porto.  I  dintorni  sono  be- 
ne coltivati ,  e  coperti  in  parte 
di  giardini  ;  fra  le  sue  montagne 
aride  e  nude,  è  osservabile  il  mon- 
te Guardia.  Vi  sono  sorgenti  mine- 
rà li  j  e  si  trovano  alcune  antichità. 
Vanta  Lipari  l'antichità  più  ri- 
mota, e  la  si  vuole  anti-troiana,  e 
che  ricevesse  il  nome  dal  suo  fon- 
datore, dopo  il  quale  regnandovi 
Eolo,  al  vagante  Ulisse  generosa 
ospitalità  avesse  accordato.  I  gnidi, 
che  dalla  Caria  giunsero  nella  pri- 
ma olimpiade  navigando  al  Lili- 
beo,  e  fabbricarono  Mozia,  discac- 
ciali poscia  dai  fenicii,  ripararono 
in  Lipari,  ed  accomunati  agi'  indige- 
ni vi  si  stabilirono.  Si  distinsero 
nel  commercio,  nella  nautica  e  nel 
valor  militare.  Si  collegarono  coi 
siracusani  nella  guerra  contro  Ale- 
ne. Imilcone  occupò  Lipari  militar- 
mente coi  cartaginesi,  e  v'  impose 
r  enorme  contribuzione  di  trenta 
talenti.  La  prima  vittoria  navale 
romana  fu  liportala  da  Duillio 
contro  i  cartaginesi  in  queste  acque, 
rienemerito  de'romani  fu  Timasiteo 
di  Lipari,  che  salvò  i  legati  cadu- 
ti in  mano  de'corsari,  e  ne  scortò 
il  viaggio,  ricevendone  ampio  gui- 
derdone. Venne  in  potere  di  Ro- 
ma per  mezzo  dei  consoli  Lucio 
Cecilio,  e  Caio  Furio,  deducendovisi 
quindi  una  colonia.  Roberto  I  re 
di  Napoli  s'impadronì  di  questa  cit- 
tà nel  i34o.  Dal  famoso  corsaro 
I3arbarossa  fu  nel  i544  saccheggia- 
ta e  quasi  distrutta  interamente, 
fece  schiavi  gli  abitanti  e  li  con- 
dusse in  Africa  ;  laonde  ne  deve 
la  riedificazione  e  ri  popolazione  al- 
l' imperatore     Carlo     V. 


LIP 

La   sede  vescovile   fu     erclla   nei 
rrirai     secoli    del     ciisliaiiesimo,    e 
latta     snfiìaganea     della     ineliopoli 
di   Messina    di    cui     lo    è    fuUoia. 
?fe  (il    primo    vescovo    s.    Agatone 
che  sedeva    verso  l'anno  2')4  ,   "ve- 
nendo peispguilato  da  Diomede  pre- 
f(;llo  di   Po77.iìoIi     sotto    l'imperato- 
re  Dccio.  (ili   successe  Agostino   che 
inteiveiine  al  concilio    romano  sot- 
to  Pajia    s.    vSin)maco.    Il    terrò   ve- 
scovo fu  Agatone  II,   nel  cui  tempo 
si   portò    neir  isola    s.   Calogero    di 
Coslantinopoli.  Essendo  desolata   la 
città,  il    Papa    s.    Gregorio    1    nel 
592    ne   afiklò    il    governo    a  Pao- 
lino vescovo  di   Taiuania   nella  Ca- 
labria. Mei   59^    ebbe  di   nuovo  il 
vescovo,   ma  se  ne  ignora   il   nome. 
Pellegrino    fu    al     concilio    Lafera- 
iiense    di    s.    Martino    I    nel    649- 
Basilio   fu    al    secondo    concilio  ge- 
nerale  di    Nicea,    succeduto    ad    un 
anonimo.  Samuele  intervenne  al  fal- 
.so  concilio  di  Fozio    neir879.   ^*^^' 
V  occupazione    de'  saraceni     la    sede 
vescovile  restò    senza    vescovo    (ino 
al     ii5o     circa,    se    pure     i     greci 
non     la     ripristinarono     in     questo 
tempo  con  uno  del   loro   rito:   cer- 
to è  che  Lipari    ebbe  un    vescovo 
greco  suffraganeo     dell'  arcivescovo 
greco  di  Siracusa.  Frattanto  Pviigge- 
ro  normanno  conte    di   Sicilia,  nel 
1088   (ondò  un'abbazia  di   monaci 
benedettini     scilo   1'  invocazione    di 
san   Bartolomeo,    per  la   salute  del- 
l' anima    sua  e     remissionede'pec- 
cati,  ciò  che  confermò  il  Papa  Ui'- 
l)ano   II  nell'anno  1091.  Dipoi  l'ab» 
bazia  fu   nel    1094   unita    a    quella 
di   Patti   che  avea  fondata    il    me- 
desimo Ruggero.    Queste    due    ab- 
bazie governale  da  un    istesso    ab- 
bate   vennero    erette    in    vescovato 
nel  secolo  XII    dall'antipapa    Ana- 
cleto Il  con  pseudo-bolla  del  i  i3i. 


LIP  299 

data  in    Piperno    a'  18    ottobre,    e 
sottoscritta     da    sei     anti-cardinali  ; 
contemporaneamente  fu  intruso  per 
vescovo    l'abbate    di    esse    Giovan- 
ni  II.  Questi   fu  deposto  dal    Pon- 
tefice Innocenzo   li    nel     iiSg,  nel 
concilio    generale    Lateranense     li. 
Indi    Eugenio    III    nominò    vescovo 
delle  due  sedi    di    Patti    e    di    Li- 
pari  Gilberto   monaco    benedettino. 
Gli   successe  Stefano  che   Lucio  III 
nel    II 85     assoggettò    al    metropo- 
litano  di   Messina,     e    fra  i  di    lui 
successori    nomineremo  fr.  Bartolo- 
meo Varello   domenicano,  eletto  nel 
1^52   dal   capitolo,  e  raccomandato 
ad     Innocenzo    IV;     Pandolfo     del 
1286,  che   morto  in  Pioma,    fu  se- 
polto nella  chiesa  di   s.    Agata  alla 
Suburra  ;    Giovanni   canonico    di   s. 
Maria  Maggiore,   fatto  nel  i3o3da 
Benedetto  XI;  il  beato  Pietro  Tom- 
masi  carmelitano,  nominato  da   In- 
nocenzo  VI   nel    1354,  poi    legato 
apostolico  e  patriarca  di    Costanti- 
nopoli. Nel    1372  fu  elevato  a  que- 
sta sede    fr.   Ubertino  di   Corleone 
francescano,  prTidente    e  dottissimo. 
L'  antipapa     Benedetto     XIII     nel 
1 392    dichiarò    vescovo    di     Lipari 
e  di   Patti  il    francescano  Giovanni 
de  Caussa.   Nel    iSgy    il  Pontefice 
Bonifacio  IX   fece  vescovo  di  Lipa- 
ri e  di  Patti  Fiancesco  Gatlola, sotto 
il   quale  con   le    costituzioni    ^pO' 
stolatiis    ojjiciuni,    de'  16    aprile    o 
maggio    1399;  e  Dudum  ex  cerlis 
cnu.iis,  6  id.  julii,  sciolse  l'unione 
delle  due  chiese,    ripristinò    i    loro 
separati   vescovati,     ed     a    ciascuna 
diede  il  proprio   vescovo  :   a  Lipari 
lasciò  Francesco;  di    Patti    nominò 
vescovo    Francesco    Hermemir    ca- 
talano, personaggio  rispettabile. 

Francesco  Gatlola  essendo  morto 
ne!  i4oo,  gli  successe  Antonio  ar- 
cidiacono   della  cattedrale,    quindi 


3oo  LIP 

noteremo  i  vescovi  di  Lipari  suc- 
cessori, degni  di  particolare  memo- 
ria. Bartolomeo  di  Salerno,  fatto 
Tescovo  nel  i432  da  Eugenio  IV, 
governò  lungamente.  Giulio  II  nel 
i5o6  vi  traslatò  dalla  chiesa  di 
Rapolla  Francesco,  che  Leone  X 
nel  i5i4  trasferì  a  Viesti.  Grego- 
rio Magalotti  eletto  da  Clemente 
VII  nel  i532,  Governatore  di  Ro- 
ma [Vedi),  al  quale  articolo  ri- 
portammo le  sue  notizie  nella  se- 
rie di  tali  prelati  da  noi  formata. 
Baldo  Ferratini  di  Amelia,  nomina- 
to nel  i534  da  Clemente  VII,  de- 
gno di  eterna  ricordanza  :  sotto  di 
lui  Ariodeno  Barbarossa  pose  al- 
l'estremo eccidio  la  città,  indi  nel 
i558  Paolo  IV  lo  trasferì  alla  di 
lui  patria.  Antonio  Giustiniani  di 
Scio,  arcivescovo  di  Nazianzo,  chia- 
ro pel  suo  intervento  al  concilio 
di  Trento,  traslato  a  questa  chiesa 
da  Pio  IV  nel  i564.  A  degno 
successore  s.  Pio  V  elesse  nel  iSyi 
Pietro  Cancellieri  di  Pistoia.  Nel 
i58o  Gregorio  XIII  nominò  Pao- 
lo Bellarditi,  personaggio  letterato 
e  virtuoso.  Fr.  Alfonso  Vitali  mi- 
nore osservante  spagnuolo,  divenne 
vescovo  nel  i5g9,  lodato  per  esse- 
re acerrimo  difensore  dell'  eccle- 
siastica giurisdizione  ;  accrebbe  e 
ristorò  il  convento  de'cappuccini 
di  Calabria,  e  nella  vigna  della 
mensa  eresse  un  nobile  edilìzio, 
quale  venne  ampliato  dal  successo- 
re fr.  Alberto  Caccamo  domenica- 
no di  Palermo,  ove  nella  chiesa  di 
s.  Maria  della  Vittoria  fabbricò 
un  bel  monumento  e  vi  fu  sepolto 
nel  1622.  Urbano  Vili  nel  1627 
nel  nominarne  vescovo  Giuseppe 
Candidi  siracusano,  tolse  la  sede 
vescovile  dalla  giurisdizione  di  Mes- 
sina, e  la  dichiarò  immediatamente 
soggetta  alla  santa  Sede  colla   bolla 


LIP 

Romanus  Pontìfex.  Giuseppe  ab- 
bellì e  beneficò  la  sua  chiesa.  In- 
nocenzo X  nel  i65o  fece  vescovo 
Benedetto  di  Gerace  parroco  di  s. 
Maria  di  Campo  Carico  in  Roma, 
ove  morendo  nel  1660  fu  sepolto 
nella  chiesa  di  s.  Agata  alla  Su- 
burra. Nel  i663  divenne  vescovo 
Francesco  Arata  siciliano,  affabile, 
integerrimo  ed  amante  de'poveri  ; 
gli  successe  il  teatino  Gaetano  Ca- 
stillo  nobile  palermitano,  insigne 
per  le  doti  della  mente  e  del 
cuore.  Altro  teatino  fu  Girolamo 
Ventimiglia  palermitano,  letterato  ; 
in  morte  di  Innocenzo  XII  recitò 
al  sacro  collegio  l'orazione  de  eli- 
gendo, e  mori  in  Roma  nella  casa 
de'suoi  correligiosi  in  s.  Andrea 
della  Valle,  Nel  17  io  gli  successe 
Nicola  Maria  Tedeschi  nobile  di 
Catania,  cassinese  e  segretario  dei 
riti  e  dell'  esame  de' vescovi,  nomi- 
nato da  Clemente  XI  che  confer- 
mò l'esenzione  della  chiesa  di  Li- 
pari. Con  questo  vescovo  l'Ughelli 
termina  la  serie  de' vescovi,  Italia 
sacra  t.  I,  p.  771  j  quale  serie 
viene  continuata  sino  ad  oggi  dalle 
annuali  Notizie  di  Roma.  Nel  se- 
colo corrente  furono  vescovi,  nel 
1807  Silvestro  Todaro  di  Messi- 
na de'  minori;  nel  18 18  Carlo 
Maria  Lenzi  palermitano,  delle 
scuole  pie  ;  dopo  lunga  sede  va- 
cante il  regnante  Papa  Gregorio 
XVI  fece  vescovo  nel  i83i  Gio- 
vanni Portelli  di  Lipari,  cui  diede 
per  successore  nel  1839  monsignor 
Gio.  Maria  Visconte  Proto  di  Me- 
lazzo,  benedettino  cassinese,  il  qua- 
le venendo  dal  medesimo  Ponte- 
fice traslatato  alla  chiesa  di  Cefa- 
li! che  governa,  nel  concistoro  dei 
22  luglio  1844  preconizzò  l'odier- 
no vescovo  monsignor  Bonaventura 
Atanasio  di  Lucerà. 


LIP 

La  cattedrale,  situata  nel  castel- 
lo, è  sacra  a  Dio  sotto  l'invoca- 
zione di  s.  Bartolomeo  apostolo. 
La  cura  delle  anime  è  a/ìidata  ad 
uno  de'canonici  secondari  ;  vi  è  il 
fonte  battesimale,  e  tra  le  reliquie 
insigni  che  ivi  si  venerano,  avvi 
il  legno  della  ss.  Croce,  ed  un  di- 
Io  pollice  del  medesimo  santo  a- 
postolo  patrono  della  città.  !1  ca- 
pitolo si  compone  di  quattro  di- 
gnità, essendone  la  maggiore  l'ar- 
cidiaconato,  di  quattordici  canonici 
che  si  dicono  primari,  comprese 
le  prebende  di  teologo  e  peniten- 
ziere, di  altrettanti  beneficiati, 
chiamati  canonici  secondari,  e  di 
altri  sacerdoti  ed  ecclesiastici  de- 
stinati alla  divina  uflìziatura.  Il 
vescovo  per  sua  abitazione  ha  due 
case,  una  in  città  vicina  alla  cat- 
tedrale, l'altra  in  luogo  suburbano 
ove  fa  l'ordinaria  residenza  a  ca- 
gione del  cattivo  slato  cui  si  tro- 
va al  presente  la  prima.  Oltre  la 
cattedrale,  nella  città  vi  è  un'altra 
chiesa  parrocchiale,  due  conventi 
di  religiosi,  otto  confraternite,  l'o- 
spedale e  il  monte  di  pietà,  man- 
candosi ora  del  seminario.  La  dio- 
cesi si  estende  nell'isola  di  Lipari, 
ed  in  altre  cinque  isole  adiacenti. 
Ogni  nuovo  vescovo  è  tassato  nei 
libri  della  camera  apostolica  in 
fiorini  cinquanta,  corrispondenti  a 
j  3  1 7  oncie  delle  monete  del  rea- 
me, pari  a  circa  tremila  scudi  ro- 
mani, penxìonem  lanieri  perpetua 
scutorum  similiuni  septi genio  rum 
triginta  quinque  ejusdem  calhedra- 
lis  favore  gravali. 

LIPPOINIAINO  Luigi.  Nacque  in 
Venezia,  e  pel  felice  suo  ingegno 
e  dottrina  si  acquistò  una  gran 
riputazione  nel  secolo  XVI.  Dotto 
nelle  lingue,  nella  Scrittura,  nei 
padri,  nella  teologia,  e  nella  stona 


LIP  3oi 

ecclesiastica,  fu  successivamente  fat- 
to vescovo  di  Modena,  coadiutore 
di  quello  di  Verona,  e  poi  vesco- 
vo di  Bergamo.  Fu  incaricato  di 
diverse  ambascerie,  come  nel  Por- 
togallo ed  altrove,  e  si  distinse 
nel  concilio  di  Trento,  di  cui  fa 
uno  de'tre  presidenti  sotto  Giulio 
IH.  Nel  i556  Paolo  IV  lo  spedi 
nunzio  in  Polonia,  indi  lo  nominò 
suo  segretario.  Queste  moltiplici 
occupazioni  e  dignità  non  gl'im- 
pedirono  di  scrivere  le  seguenti 
opere,  fino  alla  morte  che  avven- 
ne a'i5  agosto  i55g.  Ecco  le  sue 
opere.  i.°  E.accolta  delle  vite  dei 
santi,  ed  atti  de'martiri  con  note, 
in  otto  volumi,  Venezia  i555.  2." 
Catene  de'Padii  sulla  Genesi ,  Pa- 
rigi i546;  suir  Esodo,  ivi  nel 
i555;  e  sui  primi  dieci  Salmi, 
Roma  i58o.  3.  Esposizione  del 
Simbolo  e  dell'orazione  Domeni- 
cale, Venezia  i568.  4-°  Conferma 
di  tutti  i  domnii  cattolici,  Vene- 
zia i555.  5."  Aggiunte  al  Prato 
spirituale  di  Giovanni  Mosco ,  Pa- 
rigi 1610.  6."  Costituzioni  sinoda- 
li.  7.°    Sermoni  sui  santi. 

LIPPSTADT  o  LIPPA,  Lipsia- 
diuni,  Lippia.  Città  di  Germania 
che  si  trova  parte  negli  stati  prussia- 
ni della  provincia  di  Weslfalia,  reg- 
genza, distante  più  di  otto  leghe 
da  Arensbeig,  ov'è  capoluogo  di 
circolo  ;  e  parte  nel  principato  di 
Lippa  Detmold,  balinggio  di  Lip- 
perode,  sulla  Lippe  che  l'attraver- 
sa. Essa  è  fortificata,  e  le  sue 
strade  sono  regolari  e  ben  fabbri- 
cate. Sembra  sia  stata  fondata 
nel  secolo  XI 1,  quantunque  alcuni 
la  credono  la  Luppia  di  Tolomeo. 
Molto  soffrì  da  quattro  incendi. 
Fu  un  tempo  libera,  imperiale  ed 
anseatica.  Le  truppe  combinate  di 
Spagna    e  di  Neuburg    la  presero 


3o2  LIP 

rei  1629.;  indi  i  francesi  se  ne 
impadronirono  nel  i6yf)  e  nel 
1757;  tentarono  riprenderla  nel 
1759,  ma  battuti  a  ÌNlinden,  furo- 
no obbligati  abbandonare  il  pro- 
getto. In  questo  luogo  fuiono  te- 
nuti due  concilii.  Il  primo  nell'an- 
no 780  per  erigere  vescovati  nella 
Sassonia.  Reg.  t.  XVIII  ;  Labbé 
t.  VI.  Il  secondo  nel  782  sopra 
la  disciplina.   Ivi. 

LIPSIO  Giusto  .  Nacque  in 
Iscli,  \illaggio  presso  Bru<seiles,  ai 
18  ottobre  fS/^j.  In  questa  città 
apprese  i  primi  rudimenti  de'suoi 
sludi  j  indi  d'anni  dodici  passò  in 
Colonia,  dove  in  poco  tempo  im- 
parò il  greco  e  la  filosofia;  di  die- 
cinove si  recò  in  Lovanio  a  prose- 
guire i  suoi  studi,  dove  il  cardi- 
nal Granvela  lo  nominò  segreta- 
rio suo  per  le  lettere  latine.  Dopo 
aver  accompagnato  questo  cardinale 
in  Italia,  nel  1572  fu  nominato 
professore  di  storia  a  Jena.  Tor- 
nato a  Lovanio  vi  fu  addottorato 
nel  1576,  e  ritiratosi  in  Leida  per 
tredici  anni  v'  insegnò  la  storia. 
Restituitosi  in  Lovanio  insegnò  le 
belle  lettere  con  riputazione,  fino 
alla  sua  morte  che  segui  a'  2  3 
marzo  1606.  Egli  compose  un 
gran  numero  di  opere  che  furono 
stampale  in  Amsterdam  nel  1609 
in  sei  volumi.  La  maggior  parte 
di  esse  riguardano  argomenti  di 
letteratura  e  di  critica  ;  pochissi- 
me essendo  quelle  di  materie  ec- 
clesiastiche, come  il  suo  importan- 
te, erudito  ed  esatto  trattato  sulla 
Croce,  uno  sulla  Madonna  di  Hall, 
uno  su  quella  di  ftlontaigu  ,  ed 
un  opuscoletlo  sulla  religione  :  De 
ima  religione  advcrsus  dialogisiai/i. 
Abbiamo  altresì  di  Giusto  Lipsio 
no  trattato  sulla  costanza,  opera 
filosofica  sui   mali  pubblici,    e  sul- 


LIP 
l'uso  che  devesi  fare  della  propri.! 
ragione  nei  tempi  critici.  Quindi 
sono  false  le  accuse  de'proteslanfi 
ch'egli  fosse  incostante  in  materia 
di  religione,  almeno  quanto  all'e- 
steriore. Giusto  Lipsio  fu  uno  dei 
piìi  dotti  uomini  e  de'  più  giudi- 
ziosi  critici    del   suo   tempo. 

LIFSKI  Gt  Mvx  ALESSANDRO,  Car- 
dinale. Giannalessandro  de'  conti 
Lipski,  nacque  a' i  5  giugno  1690 
in  Rirzkavvia  nella  Polonia.  la 
età  giovanile  si  portò  in  Roma 
per  applicare  nel  seminario  roma- 
no alla  scienza  de'  canoni,  donde 
passato  in  Parigi,  compì  felice- 
mente il  corso  de'suoi  studi  nel- 
l'università de'la  Sorbona  ;  indi 
percorse  le  principali  città  di  Fran- 
cia, di  Geruiania  e  d'Italia,  ondi? 
si  restituì  alla  patria  assai  erudito, 
e  possessore  di  cinque  diversi  idio- 
mi. Ivi  olile  all'insigne  prepositu- 
ra Choczkense  di  giuspalronato  di 
sua  nobilissima  casa,  fu  provvedu- 
to ed  arricchito  del  primiceriato 
della  chiesa  di  Gnesna  ,  e  fatto 
custode  della  real  chiesa  di  Var- 
savia, prevosto  della  cattedrale  di 
Posnania,  e  parroco  Fraustadiense; 
non  che  abbate  di  Chiaratotub.i 
dell'ordine  ci>terciense,  e  fregiato 
della  prepositura  Mechoviense,  col- 
la presidenza  del  supremo  tribu- 
nale di  lutto  il  regno,  e  colla  ca- 
rica di  consigliere  e  cancelliere 
dell'arcivescovo  di  Gnesna.  Acqui- 
statasi la  grazia  di  Augusto  11  re 
di  Polonia,  fu  eletto  pro-cancellie- 
re del  regno,  e  promosso  al  ve- 
scovato di  Lucko,  che  portava 
seco  annessa  la  dignità  di  senatore 
di  Polonia.  Poco  prima  della 
morte  del  re  fu  trasferito  alla 
chiesa  di  Cracovia,  e  perciò  duca 
di  Severia  ,  ed  in  mancanza  del 
primate   e  di  alui,  cui     di   ragione 


^1  appaileiieva,  fece     nel     1734  la 
funzione  di   consecrare  solennemen- 
te    nella     calteilrale      il     nuovo  re 
Angusto  111   e    la     regina.  Avendo 
fiatlanlo  c(>n    mirabile     saviezza    e 
prudenza     cont[)osle     e    quielate  le 
dillerenze  che  ardevano    Ira  i   ma- 
gnali  ed   i   palatini     del    regno,   ad 
istanza   di  detto  re,   la  cui  elezione 
il   prcliilo  avea   promosso,  Clemen- 
te  Xn    a'  20     dicembre     lySy   lo 
creò  cardinale  dell'ordine    de'preti. 
Filialmente  dopo  avere  licusato   la 
dignità  di   primate   olFertagli  spon- 
taneamente dal   re,  e     fatto  sì  che 
per  la   pace  del  regno    fossero  re- 
stituiti  i   beni     patrimoniali    al  già 
re    Stanislao     Lesczynski,     mori   in 
Kieke  sua    residenza    a'20  febbraio 
I  74(^5  universalmente  compianto,  di 
anni   cinquantasei,  e  fu  sepolto  nel- 
la sua  cattedrale    con  onorevolissi- 
ma iscrizione. 

LIRBA,  Lyiha.  Sede  vescovile 
della  prima  Panifilia  nell'esarcato 
d'Asia,  setto  la  metropoli  di  Side, 
eretta  nel  IV  secolo.  Ne  furono 
vescovi  Zenzio  che  intervenne  al 
concilio  di  iXicea  ;  Caio  che  fu  al 
primo  concilio  di  Costantinopoli  ; 
e  Tauriano  che  fu  al  primo  di 
Efeso.  Oiiens  christ.  l.  I,  p.  1 009. 
LlSBOiNA  {Lisbonen).  Città  con 
residenza  patriaicale,  maestosa  ca- 
pitale del  regno  di  Portogallo,  ca- 
poluogo della  provincia  dell'Estre- 
niadura  portoghese  e  di  comarca  ; 
residenza  del  soviano,  della  corte, 
delle  camere  de'pari  e  de'deputati 
del  regno,  che  ivi  si  radunano, 
delle  supreme  magistrature,  e  dei 
rappresentanti  diplomatici,  in  un 
al  prelato  nunzio  apostolico.  Di- 
verse sono  stale  le  opinioni  riguar- 
do alla  sua  latitudine,  per  cui  di- 
cesi stare  dalla  linea  equinoziale 
Terso     il     nord     38     gr.  ^1  o  4B 


LIS  3o^ 

min.   Sia   sulla   riva  destra   del  Ta- 
go,  nel     luogo     ove    questo  fiume, 
nello  scorrere  da   levante  a   ponen- 
te, dopo  aver  formato  il   lago  det- 
to  mare  della    Paglia,     si    lestringe 
onde  gittaisi  ben  presto  nell  Oceano 
Atlantico,  cioè  (juattro  leghe    lungi 
da     Lisbona,     la   quale     è   distante 
da   novantasei     a     cento     leghe  da 
Madrid.     La     città    edificata  sopra 
molte     colline     o    sette    monti     ia 
forma   di   semicircolo,    presenta   uà 
vaghissimo  anfiteatro,  i   cui   contor- 
ni   coperti     di     magnifici    conventi, 
case  di  campagna  bellissime,   olive- 
ti  e  giardini  ameni,    formano  un  in- 
sieme    incantatore.     La    bella   pro- 
spettiva    che     olirono    i     numerosi 
navigli  ancorati   nel    vasto  specchio 
d'acqua  che  forma  il   fiume,  e  l'in- 
sieme degli  edifìzi,  delle  alte  torri 
e  dei   moli  di     Lisbona,    dominata 
anche     da     montagne     cariche     di 
ricche  piantagioni,   non    si   può  pa- 
ragonare    che  air  aspetto  delizioso 
di     Costantinopoli;      egli      è     gran 
danno  che  il  suo  interno  diminui- 
sca una   parte  di  questa  aggradevo- 
le impressione.     Le     antiche  porte 
di  Lisbona  fino  al     1375     furono 
dodici.  Accresciuta  in    quel   tempo 
la  città,  le  porte  comprese  le   por- 
ticelle  giunsero  al  numero  di   tren- 
ladue.  Le  porte    attuali     sono  po- 
chissime, cioè    s.    Apollonia,    Arco 
del  cieco,  s.   Sebastiano  da  Pedrei- 
ra^  Alcantra  e  poche  altre.   Lisbo- 
na è  presentemente     una    città  a- 
perta,  più     non    scorgendovisi  che 
alcuni   rimasugli  delle    sue  vecchie 
mura.   L'antica  ed  ampia  cittadella 
o    castello,  situata     sulla     più  alta 
collina  di     s.     Giorgio,     non  serve 
in  alcun  modo    di    difesa.  Questa 
città  si  divide  in   tre    parti  :   Alfa- 
ma,  Bairro-Alto,  e  Mouraria,  sud- 
divise   in  dodici  quartieri,  che  su- 


3o4  LIS 

no:  Alfamn,  Anclaluz,  Bairro-Alto, 
Castello,  s.  Caterina,  Limoeiro, 
Mocambo,  Mouraria,  Remolaies, 
Ribeii-a,  Rocio,  e  Rua-Nova.  Vi  si 
contano  35 1  strade  principali,  più 
di  sessanta  piazze  e  circa  quaran- 
tasei mila  abitazioni.  Si  osserva  un 
sorprendente  contrasto  fra  la  par- 
te antica  che  sfuggi  al  terremoto 
dell'anno  i  755,  e  la  porzione  eret- 
ta dopo  questa  epoca  fatale.  In 
generale  le  case  sono  di  legno,  ma 
rivestite  di  pietre  bianchissime  in 
qualche  parte  all'esterno.  Gl'incen- 
di sono  quivi  frequenti,  ma  poco 
dannosi,  perchè  provvidamente  le 
macchine  o  pompe  per  estinguerli, 
sono  sparse  in  gran  numero  nei 
diversi  quartieri.  La  piazza  del 
commercio  è  la  più  bella  e  gran- 
de di  Lisbona;  essa  è  quadrata, 
Lagnata  al  sud  dal  Tago,  e  fian- 
cheggiata negli  altri  tre  lati  da 
begli  edifìzi  adorni  di  portici,  co- 
me sono  la  dogana,  l'edifizio  delle 
Indie,  la  intendenza  della  marina, 
la  biblioteca  reale,  ed  altri  stabili- 
menti ;  i  lati  del  nord-ovest  non 
sono  pur  anco  totalmente  finiti  ; 
il  centro  è  ornato  della  statua  e- 
questre  in  bronzo  di  Giuseppe  I, 
eretta  sotto  il  ministero  del  famoso 
marchese  di  Pombal^  che  vi  avea 
collocato  il  suo  ritratto  nel  piedi- 
stallo, cancellatovi  dall'odio  popo- 
lare, sotto  il  regno  di  Maria  I  : 
a  tale  ritratto  fu  sostituita  una 
nave  colle  vele  gonfie,  allusiva  al 
commercio  marillimo  del  regno, 
ma  ultimamente  vi  fu  rimesso  il 
ritratto  come  prima.  Da  questa 
piazza  si  comunica  con  quella  di 
liccio,  mediante  tre  strade  della 
maggior  bellezza  ;  questa  piazza, 
molto  più  piccola  che  quella  del 
Commercio,  figura  un  lungo  qua- 
drato, ed  è  quasi  interamente  lor- 


LIS 

nita  di  botteghe  eleganti  e  di  bel 
calle  ;  il  lato  nord  era  in  parte 
formato  dell'  antico  palazzo  della 
inquisizione,  occupato  poi  dagli 
uffizi  dei  ministri  di  stato,  quindi 
venne  demolito  e  nello  stesso  luo- 
go è  stato  fabbricato  un  teatro,  il 
quale  si  è  aperto  nel  i845.  Le  al- 
tre piazze  meritevoli  di  ricordo, 
sono  quelle  di  Figueira,  ove  si 
tiene  il  mercato  degli  erbaggi,  di 
s.  Paolo,  di  Caes  de  Sodre  sopra 
uno  de'  moli,  das  Amoreiras,  di 
Alegria,  di  s.  Chiara  e  di  s.  An- 
na. A  queste  si  può  aggiungere  il 
giardino  pubblico  ch'è  piccolo  e 
monotono.  Veramente  s.  Chiara 
e  s.  Anna  non  sono  piazze,  ma 
chiamansi  campì.  Nel  primo  di 
essi  si  trova  il  palazzo  del  mar- 
chese di  Lavradio,  quello  del  Cor- 
des,  e  quello  del  conte  di  Barba- 
cena,  e  poco  distante  quello  dei 
conti  di  Rezende,  1'  ospedale  di 
marina,  ed  il  monastero  delle 
francescane  di  perpetua  adorazio- 
ne, fondato  dall'infanta  d.  Marian- 
na figlia  del  re  Giuseppe  I.  La 
prima  istitutrice  di  questa  regola 
fu  Maria  del  Costato,  essendone  la 
casa  primaria  quella  di   Lourical. 

Lisbona  racchiude  copioso  nu- 
mero di  chiese,  cappelle,  conventi, 
monasteri,  ed  ospedali  che  si  fan- 
no giungere  al  numero  di  tredici 
e  ben  tenuti.  Le  chiese  di  Lisbo- 
na, comprese  quelle  della  comarca, 
si  fanno  ascendere  forse  a  35o  ; 
prima  della  soppressione  i  conventi 
e  monasteri  erano  ottantotto,  e  le 
parrocchie  quarantotto  nella  sola  Lis- 
bona. Vi  sono  inoltre  cinque  teatri 
e  due  circhi  pei  combattimenti  del 
toro  e  gli  esercizi  di  equitazione. 
Ad  eccezione  dell'  acquidotto  di 
Agoa-Livre,  non  evvi  un  edifizio 
che  dir  si    possa  un    capo  d'opera 


LIS 

di  aichileltura  ;  ma  molli  sorpren- 
dono per  la  loro  estensione  e  pei 
luio  ornamenti;  alcuni  hanno  del- 
le parli  veramenle  belle.  ìù  pri- 
mieramente osservabile  la  cattedra- 
le, che  domina  uno  desuoi  colli, 
chiamata  la  basilica  di  s.  Maria 
Maggiore,  di  un'antica  costruzione, 
ma  restaurata  alla  moderna  dopo 
il  1755;  e  la  chiesa  di  s.  Piocco, 
la  cui  superba  cappella  di  s.  Gio- 
vanni Battista,  a  coriiu  evangelii, 
come  meglio  diremo,  fu  tiasporta- 
ta  da  Roma,  ove  Giovanni  V  l'a- 
vea  fatta  costruire,  per  onorare  il 
santo  del  suo  nome,  essendo  l'an- 
tica disadorna.  La  chiesa  del  con- 
vento del  sacro  Cuore  di  Gesù, 
appartenente  al  convento  di  E- 
strella ,  è  l'edificio  piìi  vasto  ed 
il  più  bello  che  sia  stato  costrutto 
a  Lisbona  dopo  il  1^55;  esso  è 
sormontato  da  una  cupola  di  una 
ardita  esecuzione,  e  racchiude  il 
mausoleo  della  regina  Maria  I 
fondatrice  di  questa  chiesa.  La 
chiesa  del  convento  di  Belem,  e- 
dificata  magnificamente  dal  re  Em- 
manuele.  La  chiesa  di  s.  Engrazia 
martire  portoghese,  altro  fabbrica- 
to assai  vasto,  tutto  di  pietra,  con 
bella  cupola.  Sì  può  ricordare  an- 
che la  chiesa  di  s.  Antonio  per 
la  sua  architettura  ed  interni  or- 
namenti; quella  di  s.  Vincenzo  de 
Fora,  così  detta  per  essere  stata 
fondata  fuori  del  primo  circuito  di 
Lisbona  ;  e  la  chiesa  dei  Martiri  o 
di  s.  Maria  delle  Grazie,  fabbrica- 
ta sul  luogo  ove  Alfonso  I  diede 
l'ultimo  colpo  ai  mori  impadro- 
nendosi di  Lisbona,  e  la  cui  sa- 
grestia contiene  il  mausoleo  di 
Al/onso  Albuquerque,  vice-re  del- 
l' Indie.  Merita  ancora  menzione  la 
chiesa  di  s.  Maria  di  Loreto  o  di 
Nostra  Signora  degli  italiani,    una 

VOI.    XXXVJU. 


LIS  3oT 

delle  più  belle  della  città.  Essa  è 
degli  italiani,  e  monsignor  nunzio 
vi  offizia  ed  esercita  i  pontificali, 
sedendovi  in  trono,  ad  onta  delle 
questioni  che  su  ciò  mosseio  i  pa- 
triarchi. jNel  numero  i3  delle  TVb- 
tizie  del  giorno  eli  Roma  del  i84'3j 
si  legge,  come  monsignor  di  Pie- 
tro arcivescovo  di  Berito  a'i  feb- 
braio pontificò  in  detta  chiesa  la 
solenne  messa,  per  l'anniversario 
dell'  esaltazione  di  Papa  Gregorio 
XVI;  che  vi  assisterono  i  pari,  i 
deputati,  una  gran  parte  della  no- 
biltà e  della  cittadinanza  di  Lisbo- 
na, non  che  il  principe  Leopoldo 
di  Sassonia-Coburgo  fratello  del 
re.  Questo  e  la  regina  erano  rappre- 
sentati dal  conte  di  Penafiel  gen- 
tiluomo di  camera,  e  dal  visconte 
di  Campanabam  aiutante  di  campo 
del  re.  Al  palazzo  poi  della  nun- 
ziatura ebbe  luogo  nella  stessa  se- 
ra un  gran  ricevimento  con  ban- 
chetto, al  quale  intervennero  il 
nominato  principe,  l' infanta  d.  An- 
na di  Gesù,  il  nuovo  cardinal  pa- 
triarca di  Lisbona,  e  molti  vescovi 
che  ivi  si  trovavano. 

Il  più  bel  monumento  di  Lis- 
bona è  il  detto  acquidotto  Agoa- 
Livre,  che  può  essere  messo  a 
confronto  con  tutlociò  che  produs- 
se di  più  vantato  in  questo  gene- 
re r  antichità.  Si  divide  in  due 
rami,  il  primo  dei  quali,  uno  dei 
più  lodati  modelli  dell'architettura, 
termina  al  nord  della  città,  e 
l'altro  di  architettura  romana,  al 
nord-ovest.  Costrutto  nel  1 743 
tutto  di  marmo  bianco,  ha  268 
piedi  d'altezza,  2400  di  lunghezza, 
107  di  larghezza,  e  si  compone 
di  trentaciuque  archi:  porla  l'ac- 
qua dalla  collina  Canessas,  lontana 
dalla  città  circa  tre  leghe  dalla 
parte  settentrionale,  ed  alimenta 
20 


3o6  LIS 

Irentaquallro  fontane  pubbliche. 
La  sua  costruzione  è  tanto  solida 
e  bene  intesa,  che  non  soffrì  al- 
cun danno  nel  terremoto  del 
1 755.  Gli  altri  osservabili  edifizi 
sono  il  palazzo  reale  di  Ajuda, 
la  cui  architettura,  quantunque  re- 
golare, non  è  esente  da  difetti  :  iu 
questo  palazzo  era  la  patriarcale, 
ma  ora  la  chiesa  non  solo  è  stata 
abbandonata,  ma  è  anche  quasi 
del  lutto  demolita.  Il  piccolo  pa- 
lazzo reale  di  Bemposta,  quello 
das  Necessidades  ;  i  conventi  di  s. 
Vincenzo,  dos  Grilos,  da  Graca,  s. 
Giovanni  Evangelista,  del  Gesù, 
dos  Paulistas,  di  s.  Francisco,  di 
Belem,  di  s.  Bento  o  Benito  ove 
stanno  gli  archivi  reali,  e  quello 
di  Tombo,  che  ha  una  scuola  di 
diplomazia.  Si  può  nominare  pur 
anco  il  teatro  reale  di  s.  Carlo 
per  r  opera  italiana,  l'arsenale  di 
marina^  quello  dell'armata,  la  zec- 
ca, quello  che  rinchiude  scuole  di 
fisica  e  chimica,  diversi  tribunali, 
la  real  fonderia  di  cannoni,  il  col- 
legio della  nobiltà  con  una  bellis- 
sima cavallerizza,  la  manifattura 
reale  di  seta,  la  corderia,  h  stam- 
peria reale,  i  vasti  ospedali  della 
marina  e  di  s.  Giuseppe,  il  palaz- 
zo del  gran  cacciatore,  ov'è  stabi- 
lita l'amministrazione  delle  poste,  il 
palazzo  di  Calhariz,  occupato  da 
molte  accademie  e  dal  deposito 
di  guerra,  e  la  prigione  chiamata 
LiinoeirOy  antica  residenza  reale. 
Alcuni  edifizi  particolari,  deco- 
rati del  nome  di  palazzo,  meritano 
pure  di  essere  ricordati,  e  fra  gli 
altri  quelli  dei  marchesi  di  Pal- 
mella, di  Niza,  di  Borba,  di  Ca- 
stello-Melhor,  di  PombaI,  di  01- 
hao,  dei  duchi  di  Cadaval  e  di 
AlafoenSj  del  conte  da  Ponte,  e 
quelli    di    Quintella    e  di  Ratlao 


LIS 
per  non  nommarne   altri.  Gli  sta- 
bilimenti per  lo  studio  delle  scien- 
ze   e  delle  arti  sono  numerosi,  ed 
hanno  prodotto  alcuni    personaggi 
distinti.  I  principali  sono  l'accade- 
mia    delle     scienze,     fondata    nel 
1779  dal.  duca  di  Alafoens;  quella 
detta     della     marina,    fondata  nel- 
l'epoca stessa  ;    quella    delle  guar- 
die marine,  nel  1782;  quella  delle 
fortificazioni,  nel    1790;  gli  archivi 
militari,  o  deposito  carte;    il  colle- 
gio   reale    de'  nobili    (  il    collegio 
reale  militare  anni  addietro  rima- 
se bruciato);    le    scuole    di  com- 
mercio, di  disegno,  di  archiietlura, 
di  scoltura,  di    fisica,     di  chimica, 
di  chirurgia     e     di     medicina  ;   un 
istituto  pei    sordi-muti  ;    le  scuole 
dette  del  convento  di  s.  Vincenzo, 
ove  s'insegna  la     teologia    morale, 
la  filosofia,   la  fisica,    la  geometria 
ec.  ;  gli  stabilimenti  di  Alfama,  del 
Rocio,    di    Bairro-Alto,  per  la  ret- 
torica,  filosofìa,  lingua  greca  e  la- 
tina   ec.  ;     si     contano    in   Lisbona 
molte  biblioteche  ;    quella     del  re, 
la  più  considerabile,  contiene  otlan- 
taoinquemila   volumi  ;    l'altra     del- 
l'acaidemia  delle  scienze,  dodicimi- 
la ;  le  altre    stanno    nei  conventi, 
o  annesse     ai     diversi    stabilimenti 
d'istruzione.  Evvi  presso    a  Lisbo- 
na un  gabinetto  di  storia  naturale 
a  Belem  ;  e  così    pure  belle  colle- 
zioni  di  medaglie,  ed   un  giardino 
botanico  ;  l'accademia  delle  scienze 
possiede     un     gabinetto    di     storia 
naturale,   uno  di  medaglie,  un  os- 
servatorio, ec.    Quantunque  questa 
città  abbia  una  società    d'incorag- 
gimento  per    l'industria    portoghe- 
se, le    manifatture     non     sono  nu- 
merose ;  le    principali     sono  quelle 
di  armi  bianche  e  da   fuoco,  stof- 
fe, galloni  d'oro  e  d'ai  genio,  por- 
cellana, maiolica,    stoviglie,    tabac- 


LIS 

co,  ec.  Se  le  manifatture    uon  fe- 
cero glandi     progressi     a    Lisboua, 
le    sue     commerciali    relazioni    al 
contrario    presero  un  considerabile 
accrescimenlo  ;  questa  città  fa  non 
solo  quasi   tutto  il  commercio  del- 
le colonie    portoghesi,  ma    ancora 
quasi  tre  quinti  di  quello  di  tutto 
il  regno    coU'estero,     Il   suo  porto, 
uno  de'migliori  d'  Europa,   non  è, 
propriamente     parlando,     che     un 
vasto    sicurissimo    ancoraggio  for- 
mato dal    Tago;     ina    sebbene  si 
dice    del    Tago     quell'acqua     che 
bagna  le  rive  di  questa  città,  quel 
fiume    o     nou    ci    arriva,    ovvero 
quand'aqche    ci     arrivi     è     molto 
mescolata  la  sua  acqua  con  quella  del 
mare  che  vi  entra.   Il  porto  è  largo 
in  questa  situazione     un    terzo   di 
lega  :  ha  due  ingressi,  uno  al  nord 
e  l'altro  al  sud     della     città  ;  può 
dirsi  al  coperto     di     tutti  i  venti, 
e  contiene    vascelli     di    guerra  di 
alio. bordo.  La  baia  è  capevole  di 
molle  flotte,  abbracciando    il  baci- 
no del    porto    cinque    leghe   da  s. 
Benito  a    Cascaes  ;     molti    e    ben 
muniti     baloardi     ne    proteggono 
l'ingresso,  alquanto  reso  malagevo- 
le dagli  scogli  e  dai  banchi  di  sab- 
bia. Quivi  veleggiano    navi  d'ogni 
nazione.     Tutta     la     costa     vicina 
presenta  un   facile    approdo,  ed  è 
protetta  da    numerose    batterie,  e 
dai  forti   di  Cascaes    e    di  s.  Giu- 
liano, in  faccia  al  quale,  in  mezzo 
all'ingresso  del  Tago,    s'innalza  la 
torre  di  Bugio,  di  una   formidabi- 
le difesa.  Presso  al  porto  sono  ba- 
cini e  cantieri    da  costruzione.  Le 
asportazioni  da  questa  città  consisto- 
no in  diversi    generi  del  Brasile  e 
prodotti  del  regno.  Lisbona  fa  con 
l'Inghilterra  cambi  continui  di  mer- 
ci ;  commercia   pure    coli'  Irlanda, 
colle  regioni  del   nord,  colla  Spa- 


LIS  3o7 

gna,  colla  Francia,  coli'  America, 
ec.  Vi  sono  perciò  case  di  com- 
mercio in  gran  numero,  e  più  di 
centocinquanta  straniere  :  gli  affa- 
ri di  banco  vi  sono  considerabili. 

La    temperatura    di    Lisbona    è 
assai  costante,  l'inverno  vi  è  umido, 
ma  il  freddo  poco  intenso  ed  i  ghiac- 
ci sono  quasi    sconosciuti ,    essendo 
generalmente  il  clima  nelle  diverse 
stagioni    buono  e  dolce.    L' aria   è 
generalmente  sana  ;    pevb   i    terre- 
moti gli  furono  motto  funesti,  pro- 
vandosene spesso  qualche  scossa  più 
o  meno  forte,  quando    ad    un  au- 
tunno assai  secco,   succedono    im- 
mediatamente le  pioggie  abbondan- 
ti. Fra    gli    uomini    celebri  di  cui 
Lisbona  è  patria,  citeremo  il  poeta 
Camoens,  il  giureconsulto   Antonio 
di   Govea,  il    viaggiatore    Girol,    il 
gesuita  Lobo,    il   rabino  Isacco  A- 
barbanel,  Antonio  Veira,  s.  Marti- 
no vescovo  di  Braga,  s.  Antonio  det- 
to di  Padova,  il  Pontefice  Giovanni 
XXI,  molti  cardinali,  prelati,  illu- 
stri religiosi,  ec.  La  popolazione  di 
questa  città,  eh'  è  la  più    vasta,  di 
tutte  le  Spagne,  supera    d'assai   i 
trecento  diecimila  individui.  L'esten- 
sione di  Lisbona  si    può    calcolare 
circa  otto  miglia,    compresi  i  sob- 
borghi che  formano  una  continua- 
zione  della  città.    La   sua  configu- 
razione poi,  osservandola  dalla  par- 
te opposta  al  Tago,  è  la  vessica  di 
un  pesce,    come    si    legge    in  una 
descrizione  in  latino.    Diversi    con- 
torni di  questa  città  sono  deliziosi. 
Belem,  Bethleeni,  splendidissimo  bor- 
go sulla  destra  sponda  del  Tago,  è 
degno  della  regia  munificenza    del 
re  Emmanuele  che   ne    fu   il  fon- 
datore verso  il  principio  del    XVI 
secolo.   Nel  sovrano  palazzo  è  rac- 
colta ogni  sorta  di  delizie,  e  tutto 
il  lusso  vedesi  dispiegato  nel  raae- 


3o8  LIS 

sloso  tempio,  che  destinato  a  rac- 
chiudere le  tombe  de'  monarchi 
portoghesi,  fa  vaga  pompa  de'  mar- 
mi più  preziosi  negli  adorni  mau- 
solei, ricchi  di  colonne  e  figure;  ivi 
si  tumulano  anco  i  principi  della 
famiglia  reale  d'ambo  i  ^essi.  Que- 
sta chiesa  è  dedicata  alla  Beata 
Vergine  ed  è  in  forma  di  croce. 
Superba  mole  è  pure  il  monaste- 
ro e  la  chiesa  magnifica  de'giro- 
Jamini,  per  la  singolarità  della  sua 
architettura,  arditezza  delle  volle, 
bellezza  e  larghezza  del  chiostro , 
distribuzione  e  vastità  delle  sue 
parti  interne,  e  pe'  suoi  giardini  e 
fontane.  La  torre  grande  e  qua- 
drata, chiamata  pure  di  Belem  , 
che  s'innalza  sulle  sponde  del  Ta- 
go,  viene  riguardala  come  l'ante- 
murale e  la  cittadella  di  Lisbona: 
essa  ha  una  piattaforma,  ed  è  prov- 
veduta di  numerosa  artiglieria  ;  ser- 
ve anco  a  prigione  di  stato.  In  Be- 
lem evvi  un  ospizio  pei  poveri  gen- 
tiluomini, che  impiegarono  la  loro 
gioventù  nel  servigio  reale.  Benifi- 
ca,  altro  bel  borgo  posto  in  vici- 
nanza del  gran  acquidotto  d'Agoas- 
Livres,  sparso  all'  intorno  di  casini 
deliziosi.  Dappresso  evvi  il  villag- 
gio di  Campolide,  cioè  Campo  del- 
la lite,  luogo  che  fu  il  teatro  d'u- 
na battaglia  fra  gli  spagnuoli  ed 
i  portoghesi  sotto  il  re  Ferdinan- 
do nel  secolo  XIV.  Caxias,  reale 
castello,  di  cui  sono  principale  or- 
namento i  vasti  amenissimi  giar- 
dini, donde  le  varie  specie  di  li- 
moni, cedri  ed  aranci  bellissimi,  a 
vedersi,  spandono  la  più  soave  fra- 
granza. QueluZj  villaggio  e  castello 
reale  posto  in  una  valle  solinga. 
Apparteneva  alla  casa  dell'  Infan- 
tado,  ma  dopo  l' incendio  del  pa- 
lazzo d'Ajuda  è  stato  il  soggiorno 
ordinario  della  corte.  Le  Trtlibriche 


LIS 

sono  irregolari,  ma  di  beltà  appa- 
renza, quantunque  erette  in  diverse 
volte;  sono  ameni  i  giardini  e  bello 
è  il  parco.  Cintra,  borgo  giosso  e 
rinomato  assai,  posto  sul  declivio 
della  montagna  del  suo  nome.  È 
assai  bene  edificato,  e  per  la  salu- 
brità della  sua  purissima  aria  molli 
abitanti  di  Lisbona,  e  molti  mem- 
bri del  corpo  diplomatico  vi  van- 
no a  passare  la  bella  stagione,  go- 
dendovi un  clima  delizioso.  Vi  sono 
quattro  chiese,  molle  case  di  cam- 
pagna ed  un  antico  castello  reale 
di  gotica  o  moresca  architettura. 
Le  pitture  di  una  delle  sue  sale 
rappresentano  gli  stemmi  de'  no- 
bili portoghesi.  Quivi  nacque  nel 
i43o,  e  morì  nel  i^Si  Alfonso  V 
re  di  Portogallo;  e  qui  pure  vi 
morì  prigione  Alfonso  VI  a'  12 
settembre  i683.  Nel  1808  a' 22 
agosto  il  general  Junot,  poi  fatto 
da  Napoleone  duca  d'Abrantes,  se- 
gnò in  questo  borgo  un  trattato 
per  r  evacuazione  dal  Portogallo 
dell'armata  francese.  Caldas,  borgo 
distinto  pei  celebrati  suoi  I>agni  sul- 
furei, che  vi  attirano  vantaggiosa- 
mente l'affluenza  de' forastieri.  Con- 
tiene una  chiesa,  un  ospedale  ed 
una  fabbrica  di  maiolica.  Mafra, 
ragguardevole  luogo  ch'eterno  mo- 
numento presenta  della  grandiosa 
profusione  e  delleniinente  pietà  del 
re  Giovanni  V,  per  di  cui  opera 
fu  edificata  una  chiesa  ed  un  mo- 
nastero, onde  compire  il  voto  chs 
fatto  avea  al  momento  della  na- 
scita del  principe  ereditario,  che 
diflicilmente  può  essere  sorpassato 
in  sontuosità  ed  ampiezza.  IP  '.;a- 
stello,  la  chiesa  ed  il  monastero 
sono  dovuti  al  iodato  re,  al  talen- 
to d'un  architetto  straniero,  ed  al>- 
belliti  da  pittori  e  da  scultori  di 
varie  nazioni,  e  formano  il  pjù  ma- 


LIS 
gnifìco  monumento  del  Poitogallo. 
Lungi  quatti'o  leghe  dalla  foce  del 
Tiigo,  ove  le  montagne  di  Cintra 
6i  abbassano  verso  il  mare,  sorge 
maestoso  il  palazzo  di  Mafia,  ove 
(Giovanni  VI  colla  corte  reale  so- 
vente passava  spesso  a  deliziarvisi  ; 
alla  regia  dimora  è  contiguo  un 
estesissimo  parco ,  bei  giardini  e 
luogo  riservato  per  la  caccia,  chia- 
mato la  Tapada.  L'erezione  del 
palazzo  di  Mafra  creò  fra  i  porto- 
ghesi r  arte  di  lavorare  la  pietra 
con  una  rara  perfezione,  e  fu  ca- 
gione della  scoperta  di  bellissimi 
marmi  nei  monti  di  Cintra  e  nelle 
cave  di  Peropinheiro.  Fra  questi 
marmi  si  ammirano  soprattutto  le 
colonne  di  rosso  e  nero,  che  ador- 
nano i  principali  altari  della  chiesa, 
la  cui  grandezza  però  non  corri- 
sponde all'  esterna  mole  quadrata. 
IN'el  vestibolo  e  nel!'  interno  sono 
distribuite  cinquanta  statue  di  mar- 
mo di  Carrara,  alcune  delle  quali 
sono  di  perfetta  esecuzione.  Il  re 
di  Portogallo  Giovanni  W,  padre 
dell'  imperatore  d.  Pedro  e  del  re 
d.  IVlichele,  abitava  il  palazzo  di 
Mafra  prima  di  partire  pel  Brasile. 
Il  convento  racchiude  una  bella 
biblioteca,  ed  è  adorno  di  belli  e 
vasti  giardini. 

Alcuni  autori  pretesero  che  Lis- 
bona sia  stata  fondata  da  Ulisse,  e 
che  portasse  in  origine  il  nome  di 
Ulissypo  o  Utissypone;  è  tuttavia 
certo  che  prima  di  divenire  colo- 
nia romana  sotto  il  nome  di  Fe- 
licilas  Julia, o  Giulia,  con  cui  volle 
«lecorarla  Giulio  Cesare,  essa  si  chia- 
mava Olisipo  o  Olissipo.  Forse  de- 
ve la  sua  origine  ai  fenicii,  ma  la 
storia  della  sua  fondazione  è  assai 
dubbiosa.  Sebbene  si  attribuisce  ad 
Ulisse,  un  cosmografo  insigne  dice 
che  questo  capitano  greco  non  ci* 


LIS  3o9 

Irepassò  lo  stretto  di  Gibilterra , 
ed  Erodoto  asserisce  parimenti  che 
i  focesi  furono  i  primi  che  impre- 
sero lunghe  navigazioni,  tanti  secoli 
dopo  la  rovina  di  Troia.  Avvi  an- 
cora un'altra  opinione  un  jxtco  più 
ardita,  quella  cioè  che  fa  fondato- 
re della  città  Elisa  figlio  di  Tavaa 
pronipote  di  Noè:  n'è  autore  Gio- 
vanni Goropio  medico  del  Brabante. 
I  primi  abitatori  della  città  di  Lis- 
bona furono  i  turdoli  antichi,  dai 
quali  derivarono  i  moderni  abitanti 
dell'  Andalusia,  ed  i  turditani  sugli 
algarvi.  Furono  celebri  i  nomi  di 
Cesai  on,  Viriato  e  Cancheno.  Au- 
gusto la  popolò  quasi  interamente 
di  cittadini  romani,  e  ricevette  poco 
dopo  il  titolo  di  città  municipale; 
piìi  non  rimane  degli  antichi  ro- 
mani monumenti,  che  gli  avanzi  di 
un  teatro,  scoperto  alla  fine  del- 
l'ultimo secolo  in  una  strada  vicino 
alla  cattedrale.  Questa  antica  città, 
che  in  origine  s'mnalzò  in  una  a- 
menissima  collina,  in  progresso  di 
tempo  dilatatasi,  nel  principio  del 
secolo  XVI  giunse  a  racchiuderne 
cinque,  ed  ora  ne  novera  sette  nel 
suo  ampio  recinto,  onde  Cadaval 
Gravio  la  chiamò  Acropolis  y  fa- 
cendo di  sé  nobile,  maestosa  e  pit- 
toresca mostra.  Gli  alani  assedia- 
rono i  primi  questa  popolosa  me- 
tropoli nel  comincia  mento  del  se- 
colo quinto,  e  gli  abitanti  mal  atti 
a  difendersi  cercarono  a  forza  d'o- 
ro di  cattivarsi  la  benevolenza  dei 
nuovi  venuti  a  signoreggiarli  dopo 
i  romani.  In  progresso  di  tempo, 
molte  sono  state  le  invasioni  de'di- 
versi  popoli,  le  quali  molto  distur- 
barono la  tranquillità  del  paese; 
ma  la  costanza  ed  il  coraggio  dei 
portoghesi  superarono  tutte  le  dif- 
ficoltà. I  mori  s'impadronirono  di 
Lisbona    nell'anno    716.    Ordegno 


3io  LIS 

IH  re  di  Leone  e  delle  Asturie  se 
ne  rese  padrone  e  la  fece  smantel- 
lare dopo  la  raetà  del  secolo  X. 
Fu  appena  rifabbricata  che  i  mori 
la  ripresero.  D.  Enrico  padre  di 
Alfonso  I,  primo  re  di  Portogallo, 
nel  principio  del  secolo  XII  la  tolse 
ai  mori,  ma  ben  presto  dopo  cadde 
di  nuovo  in  loro  potere.  Essendo 
allora  il  tempo  delle  crociate,  Al- 
fonso I  ne  formò  una,  onde  toglie- 
re questa  città  dalle  mani  degl'in- 
fedeli ;  quindi  nel  1 145  con  una 
numerosa  flotta  di  fiamminghi,  in- 
glesi, tedeschi,  Alfonso  I  entrò  nel 
Tago,  attaccò  i  mori  e  tolse  loro 
Lisbona.  Possessore  di  essa,  Alfon- 
so I  la  popolò  di  cristiani  e  la  fece 
capitale  del  suo  regno  di  Portogal- 
lo [Fedi],  in  luogo  di  Coimbra  che 
lo  era  stato  fino  allora.  Noteremo 
che  il  suddetto  d.  Enrico  era  un 
gran  signore,  che  non  si  sa  preci- 
samente a  qual  nazione  appartenes- 
se, poiché  diverse  sono  state  le  opi- 
nioni su  tal  proposito.  Ad  esso  fu 
data  per  isposa  d.  Teresa  figlia  di 
Alfonso  VI  re  di  Castiglia  e  di 
Leone,  la  quale  ebbe  in  dote  il  Por- 
togallo e  si  chiamò  regina  :  il  loro 
figlio  d.  Alfonso  Henriquez  fu  il 
primo  re  di  Portogallo,  acclamato 
nel  campo  di  Ourique.  Nel  XIV 
secolo  il  re  Ferdinando  cinse  que- 
sta città  di  mura,  guernite  di  set- 
tantasette torri.  Enrico  II  re  di  Ca- 
stiglia e  di  Leone,  trovandola  sprov- 
vista di  difesa,  la  prese  nel  iSyS. 
Rientrala  in  progresso  in  potere 
de'  portoghesi^  essi  la  ritennero  sino 
a  che  il  duca  d'  Alba ,  dopo  la 
battaglia  di  Alcantara,  la  fece  pas- 
sare sotto  il  dominio  spagnuolo  re- 
gnando Filippo  II.  Il  severo  duca 
fece  man  bassa  sui  partigiani  di  d. 
Antonio  priore  di  Grato.  Infine,  in 
conseguenza    della    rivoluzione   del 


LIS 
1640,  il  duca  di  Braganra  fu  pro- 
clamato in  Lisbona  re  di  Porto- 
gallo, col  nome  di  Giovanni  IV. 
Già  sino  dal  principio  del  secolo 
XVI  il  re  EiTimanuele  fece  di  Lis- 
bona la  sua  residenza,  ed  il  porto 
divenne  il  centro  delle  marittime 
spedizioni  de'  suoi  stati  ;  da  questa 
epoca  principalmente  ha  origine  la 
prosperità  di  questa  città,  che  senza 
dubbio  sarebbe  molto  accresciuta , 
se  non  fosse  stata  vittima  di  molti 
terremoti;  dopo  quello  del  i53o, 
il  più  funesto  di  tutti  fu  quello 
del  primo  novembre  i'j55 ,  che 
distrusse  la  maggior  parte  della 
città,  atterrando  circa  seimila  case, 
e  fece  perire  circa  ventimila  per- 
sone; altri  dicono  trentamila.  Dopo 
tal  tremendo  disastro  fu  costruita 
la  magnifica  città  nuova  ,  con  vie 
spaziose.  Nel  1807  un'armata  fran- 
cese capitanata  da  Junot,  s' impa- 
dronì di  Lisbona  a'3o  novembre, 
e  quivi  seppe  resistere  per  qualche 
tempo  alle  forze  combinate  anglo- 
portoghesi. Dopo  l'evacuazione  dei 
francesi ,  gì'  inglesi  posero  questa 
città  al  sicuro  da*  colpi  di  mano , 
mediante  linee  che  innalzarono  so- 
pra una  continuazione  di  alture  a 
circa  cinque  leghe  di  distanza;  que- 
ste salvarono  in  fatti  la  città  nel 
1809,  minacciata  per  ordine  di  Na- 
poleone da  un'armata  francese  sot- 
to il  comando  de!  maresciallo  Mas- 
sena.  Le  agitazioni  che  le  vicende 
politiche  del  Portogallo  le  cagiona- 
rono negli  ultimi  tempi,  pregiudi- 
carono molto  all'  incremento  e  pro- 
sperità del  suo  commercio. 

La  sede  vescovile  fu  eretta  in 
Lisbona  ne'  primi  tempi  del  cri- 
stianesimo ,  e  s.  Mansos  romano, 
discepolo  di  s.  Giacomo  apostolo, 
fu  il  primo  vescovo  di  Lisbona,  e 
soffrì    il    martirio    ad  Evora  :    suo 


LIS 

successore    fu    il    martire    f.enesio. 
Tuttavolta  sono    vescovi    dubbi  di 
Lisbona   s.  Mansos,  che  vuoisi  fio- 
rilo   nell'anno    36,    un    anonimo, 
Filippo  Filoteo  del  92,  s.  Pietro  I 
del  166,  s.  Pietro  li  del  2i3,  Gior- 
gio del  260,  Pietro    IH    del    297, 
s.  Gens,  Gennaro  del  3oo ,    Pota- 
mio    del    356,    Antonio   del    373, 
IVeobridio  del  ^3o,  Giulio  del  46  f, 
Azulano,  Giovanni  del    5oo,    Eolo 
del  536,  e  Nestoriano  del  578.  Ec- 
co poi  la    serie    dei    vescovi    certi. 
589  Paolo,  6ro  Goma,   633    Vi- 
riaco,  646  Neofrido,  656    Cesario, 
666  Teodorico,  683  Ara,  688  Lan- 
derico.  Restò  vacante  la   sede     ve- 
scovile sotto  il  dominio  de'  sarace- 
ni, e  solo  nel    11 4"   fu  ripristinata 
con    Gilberto,    ch'ebbe    i    seguenti 
successori    sotto    i    re    portoghesi. 
1167  Alvaro,   1186  Soeiro,    12  io 
Soeiro  Yiegas,    i233    Payo,     1240 
Ayres  Vasques,  1244  Matteo,  1259 
Stefano  Anes,  1284  Domenico  lar- 
do,   1289  Giovanni  Martins,   i3ii 
Stefìino    If,    i322    Gondisalvo    Pe- 
reira, i3^6  Gio.  Alfonso,  1342  Va- 
sco IMartins,  i344  Stefano  IH,  i354 
Teobaldo,   i356  Reginaldo,    i359 
Lorenzo    Rodrigues,    i365    Pietro 
Gomes,     1370    Ferdinando,     1371 
Vasco  IF,  1371  Agapito,  i38i  Gio- 
vanni d'Aix,    i383  Martino,   i383 
Giovanni   Anes. 

Certo  è,  quanto  all'origine  ed  an- 
tichità della  sede  vescovile,  che  nel 
quinto  secolo  eravi  il  vescovato  di 
Lisbona  sotto  la  metropoli  di  Me- 
nda, la  quale  nel  secolo  XII  fu 
trasferita  a  Compostella.  La  sede 
vescovile  di  Lisbona  restò  soppres- 
sa quando  i  maomettani  mori  s'im- 
padronirono della  città  nell'  anno 
716,  quindi  venne  ristabilita  nel 
I  i47,  quando  Alfonso  1  tolse  dalle 
mani  degl'  infedeli  Lisbona,  poscia 


LIS  3ii 

nel  1 199  fatta  suffraganea  di  Com- 
postella. Ad  istanza  del  re  Giovan- 
ni I,  e  con   bolla  de' io  novembre 
1394,  dal  Papa    Bonifacio    IX  fu 
tolta  dalla  giurisdizione  di  Compo- 
stella   ed    eretta    in  arcivescovato, 
venendogli  assegnate  per    suffraga- 
nee  le  sedi  vescovili    di    Coimbra, 
a  cui  era  unita,  Eminium  e  Leiria, 
ovvero  Lamego,  Guarda,  Silves  ed 
Evora,  la  quale  ultima  ben  presto 
fu  tolta  con  breve  del  1396,  ema- 
nato dallo  stesso  Bonifacio  IX.  Ne 
fu    primo    arcivescovo    il  suddetto 
Giovanni  Anes,  cui  successero:  i4o3 
Giovanni  Esteves  d'Azambuja  car- 
dinale,   i4'4  Dìpgo  Alvares,  1424 
Pietro   di  Noronlia,    i453    Jacopo 
cardinale,    i^5g   Alfonso  Nogueira, 
1464  Giorgio  da   Costa    cardinale, 
i5oi    Martino  da  Costa,  i52  3  Al- 
fonso infante    di   Portogallo    cardi- 
nale,  i54o   Ferdinando  de  Vascon- 
cellos   e  Meneses,  i564  Enrico  car- 
dinale e  poi  re,  1570  Giorgio  d'Al- 
meida  ,     1  586  Michele  de    Castro  , 
1627    Alfonso  Furtado,  i633  Gio- 
vanni Emanuele,  i636  Roderico  da 
Cunha  ,     1669  Antonio    Mendoza  , 
1676    Luigi    di    Souza    cardinale, 
1703  Giovanni    di    Souza.    Questi 
sono  gli  arcivescovi  di   Lisbona. 

In  progresso  di  tempo  alla  se- 
de arcivescovile  di  Lisbona  furono 
sottoposte  diverse  chiese,  ed  anche 
delle  isole  del  mare  Atlantico,  del- 
l'Africa, dell'Etiopia,  della  Guinea 
e  del  Brasile,  sino  al  numero  di 
undici  vescovati  suffraganei,  i  quali 
ecco  come  li  enumerò  d.  Gio.  Carlo 
Stadel  nel  suo  Compendium  geo- 
graphiae  eccles.  stampalo  nel  171  3, 
Coimbra,  Porlalegre,  Elvas,  Leiria, 
Funchal,  Angra,  Congo,  s.  Giaco- 
mo di  Capo  Verde,  s.  Tommaso, 
Baia  di  tutti  i  santi  ,  ec,  Altrel- 
tanto  si  legge  nel  p.  Mirco,  Notitia 


3[2  LIS 

episcop.,  stampato  nel  i6i3,  a  pag. 
191,  se  non  che  vi  aggiunge  Ceu- 
ta.   Lo  Stadel  dice  che  l'arcivesco- 
vo di  Lisbona  godeva  quarantamila 
ducati  di  rendita,  e  nell'arcidiocesi 
pranvi  quaranta  parrocchie,  trecento 
chierici,   venti  monasteri  con  2  365 
monaci,  dieciotto  monasteri  di  mo- 
nache   con    i83o   religiose.    Com- 
manville,  Histoire  de  tous    les  ar- 
chev.,  parlando  delle  sedi    vescovili 
d'Africa  sutFraganee  dell'arcivesco- 
vato   di    Lisbona,    registra    queste 
sedi  nel    1700.  Ceuta,  Tanger,  An- 
gra,   Funchal,  Ribera  nell'  isola  di 
Capo  Verde ,    s.   Thomè ,    Loanda 
sulla  costa  d'Angola,  e  s.  Salvato- 
re capitale  del  Congo.  Roderico  da 
Cunha  arcivescovo  di  Braga,  trasfe- 
rito a  Lisbona,  nel  i636  pubblicò 
la  serie  de'  vescovi    ed    arcivescovi 
di  Lisbona  ,  e  la  storia  ecclesiàsti- 
ca. Tra  gli  arcivescovi  di  Lisbona, 
come  si  è  notato,  molti  furono  car- 
dinali, le  cui  notizie  riportiamo  al- 
le loro  biografie,  come    dei    cardi- 
nali  patriarchi    di    cui    andiamo  a 
parlare.    Questa    chiesa    dalla    sua 
erezione  conta  trentatre  o  come  altri 
scrissero  trentasette  vescovi  sino  a  Bo- 
nifacio IX,  che  secondo  il  portoghese 
iVovaes  nel  i  393  (mentre  Marianna, 
Bzovio,  Mirco    ed    altri    la    dicono 
elevata  al  grado  metropolitano  nel 
1390)     l'eresse    in    arcivescovato, 
onde  sino  a   Tommaso  d'  Almeyda 
portoghese     de' conti     d'Avintes    e 
Lavradio,  nato  in  Lisbona   da  una 
signora    della     nobile    famiglia  dei 
conti    d'Arcos    agli     11     settembre 
1670,  che  come  diremo  fu  il  pri- 
mo patriarca,  ebbe  venti    e  secon- 
do altri  ventiquattro  arcivescovi, dei 
quali   furono    due    infanti    di   Por- 
togallo, cioè  i   cardinali  Jacopo  fat- 
to da  Nicolò   V   nel    i453,  ed  En- 
rico nominato  da  Pio  IV  nel  i564) 


LIS 

che  fu  anco  re  di  Portogallo ,  ed 
altii  sei  cardinali,  dicendo  il  me- 
desimo JVovaes  con  quarantamila 
scudi  di  mensa  arcivescovile.  Nel 
secolo  passato  le  rendite  della  pa- 
triarcale, delle  chiese  e  de'benefizi, 
superavano  il  mezzo  milione  c\\ 
scudi    romani. 

11  Pontefice  Clemente  XI  ,    gra- 
to    ai    soccorsi    ricevuti    in    uomi- 
ni e    vascelli    contro    i    turchi    dai 
portoghesi,  ad    istanza    del    re     di 
Portogallo     Giovanni     V,    nell'an- 
no   1708  eresse  in  collegiata  la  re- 
gia cappella  del  palazzo  di    Lisbo» 
na,  prima  in  onore  di  s.   Tomma- 
so apostolo,  poi  dedicata  alla   Bea- 
ta   Vergine    assunta   in  cielo,  nellj| 
quale  il   re  avea    destinato    nume- 
rose e  rioche  prebende.   Costituì  il 
capitolo  composto    della  dignità  del 
decano  colla  rendila    di    duecento- 
sessantasei  ducati    d' oro,    di    altre 
cinque  dignità,  di    dieciotto    cano- 
nici  colla   rendita  di  duecento  du- 
cati d' oro,  e  di    dodici    beneficiati 
colla   rendita  di  cento  ducati  d'oro. 
Dipoi   il   medesimo  Papa  a'  19  ago- 
sto   17  16  um  alla  collegiata  la  ren- 
dita di   tre  parrocchie  di   regio  pa- 
tronato nelle  diocesi  di  Braganza  e 
di   Lamego,  col  disposto  dalla    co- 
stituzione   In    supremo,    presso    i\ 
Bull.  Roni.  iota.  XI,  p.  II,  p.  77.  Ma 
essendo  tuttociò  ancor  poco  ai  di- 
segni  del  pio  e  magnanimo  re  Gio- 
vanni   V,    il    Papa    Clemente    XI 
coir  autorità  della  bolla  In    supre- 
mo  apostolaUis    solio,    loco    citato 
p.  87,  per  esaudire  le  sue  preghie- 
re,  eresse  la  regia  collegiata    della 
Beala   Vergine    assunta   in  cielo  ii^ 
chiesa  cattedrale  _,   metropolitana   e 
patriarcale  ;   e    per    benevolenza    e 
stima   verso  il    religioso    monarca, 
emanò  la   bolla  a' 22  ottobre  171^, 
siccome    giorno    annivers^v'O    delU 


LIS 

<ìi  lui  nascila.  Biamarono  i  mini- 
siri  portoghesi,  cioè  l'ainbasciato- 
re,  e  i  due  ministri  ordinario  e 
straordinario  piesso  la  santa  Sede, 
che  per  maggior  solennità  fòsse  tal 
bolla  non  già  sigillata  col  piombo 
secondo  lo  stile  ordinario,  ma  ben- 
sì con  r  oro,  onde  venne  perciò 
chiamala  la  bolla  d'oro.  Dividendo 
Clemente  XI  la  città  di  Lisbona 
in  due  metropoli  e  parti,  assegnò 
la  Lisbona  occidentale  al  nuovo 
patriarca,  colla  residenza  nella  me- 
desima, e  la  giurisdizione  di  cap- 
pellano maggiore  della  cappella 
leale,  e  lasciò  la  Lisbona  orientale 
sotto  l'antica  cattediale  metropo- 
litana, e  sotto  l'arcivescovo:  prese 
il  Papa  questo  temperamento  per 
togliere  la  deformità  di  creare  e 
riconoscere  due  arcivescovi  del  me- 
desimo rito  e  lingua  in  una  istes- 
sa  città.  Assegnò  all'antico  arci- 
vescovo per  sutfraganee  le  chiese 
vescovili  di  Guarda,  Portalegre,  s. 
Giacomo  di  Capo  Verde,  s.  Tom- 
maso, e  s.  Salvatore  di  Congo.  Al 
nuovo  patriarca  sottomise  i  vesco- 
vi di  Leiria,  Lamego,  Funchal  ed 
Angra.  Il  tal  modo  la  città  e  l'an- 
tica arcidiocesi  di  Lisbona  furono 
separate  in  due  diocesi,  e  furonvi 
due  prelati  nella  medesima  città, 
il  patriarca  e  l'arcivescovo,  seb- 
bene restò  in  appresso  solo  il  pa- 
triarca, con  autorità  di  fare  tutte 
le  sacre  funzioni  nel  real  palazzo  , 
con  preminenza  sopra  tulli  i  gran- 
di delia  corte,  e  sopra  tutti  gli 
arcivescovi  e  vescovi  del  regno  , 
Quindi  nel  concistoro  de'  7  dicem- 
bre 1716  traslatò  dalla  chiesa  di 
Poito  il  prelato  Tommaso  d'Al- 
meyda,  e  lo  fece  primo  patriaica 
di  Lisbona.  Egli  avea  esercitato  con 
integrità  e  giustizia  le  più  rispet- 
tabili e  gelose  cariche  della  corte, 


LIS  3rl 

fia  le  quali  quelle  di  procuratore 
del  regio  erario,  di  proto- cancel- 
liere di  tutto  il  regno  e  di  presi- 
dente dell'  ecclesiastico  dipartimen- 
to, ed  era  eziandio  stato  vescovo 
di  Lamego,  laonde  fu  pure  dichia- 
ralo cappellano  maggiore.  L' Ot- 
tieri  nella  Storia  dell'  Europa,  t. 
VII,  p.  118,  tratta  a  lungo  dell'e- 
rezione di  questo  patriarcato.  No- 
ta r  Alberti  nelle  sue  Cattedrali 
d' Europa,  che  per  la  spedizione 
delle  bolle  del  nuovo  patriarca  e 
patriarcato  si  pagarono  alla  date- 
ria apostolica  venticinquemila  scudi 
d'  oro. 

Per  maggiormente  condecorare 
la  nuova  patriarcale  ,  Clemente 
XI  concesse  al  patriarca  di  Lis- 
bona i  privilegi  che  godeva  il  pa- 
triarca di  Venezia,  e  l'uso  dell'a- 
bito rosso  come  gli  arcivescovi  di 
Salisburgo,  cogli  onori  di  legalo  a 
latere  j  dappoiché  gli  diede  facoltà 
per  tutti  i  regni  del  Portogallo  e 
di  Algarvia  di  procedere  colla  cro- 
ce astata,  di  portare  il  rocchetto 
scoperto,  alzar  baldacchino,  far  pon- 
tificali, dar  pubbliche  benedizioni, 
ed  anche  l' indulgenze,  come  suole 
e  può  fare  il  nunzio  apostolico. 
Trovandosi  il  patriarca  nella  dio- 
cesi di  altro  vescovo  o  arcivescovo, 
eziandio  nelle  proprie  chiese,  a 
quello  concesse  la  precedenza,  e  or- 
dinò che  in  presenza  di  lui  i  pre- 
lati non  potessero  esercitare  alcuna 
pubblica  funzione  di  giurisdizione , 
onore  o  potestà,  come  appunto  se 
ne  devono  astenere  avanti  il  legato 
apostolico.  Noteremo  che  i  preti, 
ossiano  i  cappellani  che  apparten- 
gono alla  famiglia  del  patriarca, 
vestono  l'abito  di  mantellone,  co- 
me i  camerieri  segreti  del  Papa. 
Al  capitolo  poi  il  Papa  accordò 
l'abito  prelatizio^    col   rocchetto    ? 


3i4 


LIS 


c;ippa  magna  rossa  come  i  canonici 
di  Pisa,  e  la  mitra  come  i  cauo- 
nici  di  Benevento  e  di  altre  me- 
tropolitane. Quindi  a'  12  marzo 
J717  Clemente  XI  colla  coslitu- 
r/ione  Ineffabili,  loco  citato  p.  108, 
■vi  aggiunse  la  concessione  di  parte 
dell'abito  cardinalizio,  cioè  la  sot- 
tana rossa  a'  ventiquattro  principali 
canonici;  l'abito  prelatizio  paonaz- 
zo a  settantadue  altri  canonici  ;  e 
la  cappa  magna  violacea,  colle  pel- 
li di  armellino  nell'  inverno,  e  col- 
la fodera  di  seta  rossa  nell'  estate, 
ai  benefiziati  della  medesima.  Non 
sembrò  tuttavia  al  gran  Giovan- 
ni V,  die  la  sua  straordinaria  ma- 
gnificenza fosse  pienamente  degna 
di  lui,  se  da  Clemente  XI  non  ot- 
teneva che  il  patriarca  di  Lisbona 
fosse  cardinale  nato  al  momento 
che  fosse  assunto  al  patriarcato  ; 
ma  per  quanto  egli  pregasse  istan- 
temente di  questa  grazia  il  santo 
Padre,  mai  questi  vi  acconsent"i , 
per  riguardo  all'  autorità  del  nun- 
zio apostolico  di  Lisbona,  e  alla  ge- 
rarchia della  Chiesa.  Più  tardi  il 
re  desiderò  ancora  che  il  nunzio 
di  Lisbona  fosse  al  termine  della 
sua  nunziatura  creato  cardinale, 
dilferenza  che  accomodò  Clemen- 
te XII.  Questi  nel  concistoro  dei 
10  dicembre  1787  creò  cardinale 
dell'  ordine  de'  preti  il  patriarca  di 
Lisbona  Tommaso  d' Almeyda,  a- 
Tendo  a' 1 7  dello  stesso  mese  già 
emanato  la  costituzione  Jnler,  pres- 
so il  Bull.  Roni.  t.  XIV,  p.  204, 
per  terminare  le  questioni  col  re, 
ed  accordato  che  il  patriarca  di 
Lisbona  fosse  per  l' avvenire  per- 
petuamente promosso  al  cardinala- 
to, ma  però  nel  primo  concistoro 
seguente  a  quello  in  cui  era  stato 
preconizzato  il  patriarca,  e  in  luo- 
go di  quel  cardinale,  che  nella  pri- 


LIS 

ma    promozione    delie   corone    do- 
vrebbe essere  nominato  dal  re  me- 
desimo.  In   tal   modo  Clemente  XII 
moderò  le  pretensioni    di    Giovan- 
ni  V,    il  quale    rimase    soddisfatto 
del  preso  temperamento.    Indi  per 
nuove  istanze  del  re,  Clemente  XII 
con   la  costituzione  Religiosa,    loco 
citato  p.  207,  agli  8  febbraio  1788, 
gli  concesse   che    le    quarte     parti 
delle    rendite    delle    chiese    di  Por- 
togallo, applicate  già  dai  Pontefici 
Clemente  XI  ed  Innocenzo  XIII  per 
dote  della   patriarcale    di    Lisbona, 
si   ampliassero    alle    terze    parti    di 
dette    rendite,    sicché    a    duecenlo- 
tientaduemila   cinquecento  sessanta- 
sei ducati  d'oro,    che    costituivano 
le  .  quarte   parti    dei    benefizi   alla 
patriarcale  già  applicale,  si  aggiun- 
sero altri     trentatremila    cenlotren- 
tasette  ducati   simili,  ch'era   la  ter- 
za parte  de'  frutti    delle    medesime 
chiese  o  benefizi  del  regno.  Inoltre 
Clemente    XII    per    abbondare   in 
benevolenza  verso  il  re  Giovanni  V, 
con  bolla  degli  8  marzo  dell'anno 
stesso,   Cìrcumspecta,  loco  citato  p. 
2 1 9,  concesse  ad  esso  e  suoi  succes- 
sori il  diritto  di  nominare  le  digni- 
tà, canonicati  e  benefizi  della  chie- 
sa ancora   orientale,    poiché  l'avea 
già  Clemente    XI    concesso    per  la 
chiesa  occidentale  o  sia  patriarcale. 
I  canonici  di  questa    seconda,    Cle- 
mente XII  con  la  costituzione  In.' 
signem,  loco    citato    p.    229,    data 
a' 22   marzo    1738,  gli   ornò    mag- 
giormente col  privilegio  di  celebra- 
re ogni  giorno  una  messa     un'ora 
prima  dell'aurora    e    una    dopo  il 
mezzodì    nelle    cappelle    delle   loro 
case,  coir  assistenza  di  essi  o   della 
loro  famiglia.  Con  altra  bolla  de'6 
dicembre.    Ad    sacrosnnctum,    loco 
citato  p.   333,  die  la   facoltà  al  pa- 
triarca di  formare  un  nuovo  calen- 


LIS 

flario  della  sua  chiesa,  già  prescrit- 
to da  Clemente  XI,  e  da  Innocen- 
zo Xlll,  che  poi  fu  stampato  a  Ro- 
ma corretto  da  Benedetto  XIV, 

Abbiamo  più  volte  nominato  il 
cardinal  d'Almeyda  della  famiglia 
in  oggi  conosciuta  sotto  il  titolo 
di  marchesi  di  Lavradio,  essendo 
egli  stato  pel  primo  insignito  della 
sublime  dignità  di  patriarca  di 
Lisbona,  e  per  averlo  solo  accen- 
nato nella  biografia,  perchè  cadde 
nel  primo  volume  alquanto  com- 
pendioso, ci  sia  permesso  qui  sup- 
plirvi colle  principali  sue  notizie. 
Fin  dai  primi  suoi  anni  dimostrò 
l'Almeyda  tale  inclinazione  per  le 
scienze  che  divenne  celebre  fra  i 
più  studiosi  suoi  contemporanei. 
Dottorato  nell'università  di  Coim- 
bra  ne' Siicri  canoni,  fu  fatto  de- 
putato del  6.  ofEzio  in  Lisbona 
nel  1695,  entrando  quindi  nel 
tribunale  della  cosi  detta  Rtlacao 
nella  città  di  Porto,  dopo  il  solito 
rigoroso  esame  de  jure  aperto  nel 
COSI  detto  Deseriìbargo  do  Paco. 
In  appresso  venne  a  Lisbona,  do- 
ve servì  come  magistrato,  e  come 
parroco  nella  chiesa  di  s.  Lorenzo, 
adempiendo  con  grande  esaltezza 
tanto  gl'impieghi  di  magistratura, 
quanto  quello  della  sua  chiesa. 
Clemente  XI  ni'l  1706  ad  istanza 
del  re  lo  fece  pe'suoi  meriti  vesco- 
'vo  di  Lamego,  donde  nel  1709 
lo  trasferì  alla  sede  di  Porto,  ed 
ivi  nel  seguente  nmio  celebrò  un 
sinodo  diocesano.  Cionoscenrlo  il  re 
Giovanni  V  esseie  il  più  degno 
prelato  del  Porlognllo,  ottenne  <\;\ 
Clemente  XI  che  venisse  traslerilo 
alia  nuova  patriarcale  di  Lisbona, 
laonde  prese  solenne  possesso  con 
gran  pompa,  dalla  poita  di  s.  An- 
tonio sino  alla  patriarcale.  Subito 
amministrò  la  cresima     a  più  mi- 


LIS  3i5 

gliaia  di  persone,  e  distribuì  co- 
piosissinre  limosine  a'  poveri.  Do- 
po essere  stato  elevato  alla  sacra 
porpora,  fece  costruire  un  palazzo 
in  s.  Antonio  di  Tojal,  ed  un  altro 
in  Marvilla,  non  che  il  monastero  e 
chiesa  delle  monache  trinitarie  di 
Campolide.  Spese  molto  in  quella 
de'signori  della  missione  di  s. 
Vincenzo  de  Paoli;  nell'  erezione 
della  nuova  parrocchia  di  s.  Isa- 
bella, dando  per  tal  fine  il  suo 
vasellame  d'argento,  contentando- 
si di  servirsene  di  altro  di  un 
metallo  più  inferiore.  Conchiude  il 
Castro,  che  la  generosità,  clemen- 
za, giustizia,  religione,  carità  ed 
altre  virtù  di  questo  cardinale,  es- 
sendo tante,  non  si  trovano  parole 
adatte  per  esprimerle. 

Il  Papa  Benedetto  XIV  per 
soddisfare  alle  suppliche  del  re 
Giovanni  V,  a'i3  dicembre  1740» 
al  modo  che  narra  l'Oltieri,  colla 
bolla  Salvalorìs  nostri,  riunì  in 
una  le  due  chiese,  soppresse  l'ar- 
civescovato orientale  di  Lisbona, 
restando  la  sola  chiesa  patriarcale. 
Dichiarò  Benedetto  XIV  suSraga- 
nee  del  patriarcato  di  Lisbona, 
le  chiese  di  Leiria,  Lamego,  Guar- 
da e  Porfalegre;  e  le  oltremarine 
di  Funchal,  Angra,  Grao,  Para 
e  Maranhao.  Il  re  di  Portogallo 
Giovanni  V  con  la  spesa  di  cin- 
qnecentomila  scudi  fece  edificare 
in  Roma  una  sontuosa  cappella 
con  altare  di  preziosi  marmi  an- 
tichi, in  onore  di  s.  Giovanni  Bat- 
tista, il  cui  quadro  in  musaico, 
presso  dipinto  del  INIasucci,  lo 
rappresenta  in  alto  di  battezzare 
Gesù  Cristo:  ne  furono  architetti 
Salvi  e  Vanvitelli.  Benedetto  XIV 
a'i5  dicembre  1744)  P^''  1^  P'^ 
istanze  del  re,  si  portò  solenne- 
mente a     benedire    la    cappella,  e 


3i6  LIS 

consacrar  l'altare  nella  cbiesa  na- 
zionale di  s.  Antonino,  ove  fu 
collocata  nei  vano  dell'altare  mag- 
giore; vi  celebrò  la  messa  e  lo 
dichiarò  pontifìcio,  con  quei  pri- 
vilegi che  notammo  nel  voi.  1,  ]). 
281,  e  voi.  Vili,  p.  99  del  Di- 
zionario. Il  re  gradi  tanto  l'ope- 
rato del  Pontefice,  che  gli  donò 
duecentomila  scudi  ;  indi  giunta 
in  Lisbona  la  cappella  e  l'altare, 
la  fece  collocare  nella  chiesa  di 
s.  Rocco  de'gesiiiti,  essendo  delle 
dimensioni  dell'antica,  sacra  al  me- 
desimo santo  ;  tale  cappella  si 
tiene  coperta  nel  suo  ingresso  da 
una  gran  tenda,  e  solo  nelle  gran- 
di solennità  si  scuopre.  Quindi  il 
Pontefice  a'  3 1  agosto  174^,  con 
la  costituzione  Singularem  volupla- 
lem,  approvò  e  confermò  i  de- 
creti fatti  dal  cardinal  patriarca, 
per  la  sua  chiesa  e  diocesi.  Il 
cardinale  d'  Almeyda  primo  pa- 
triarca di  Lisbona  mori  in  questa 
cillà  nel  1753,  o  meglio  a' 27 
fe!)braio  1754,  e  fu  sepolto  nella 
detta  chiesa  di  s.  Rocco  della  ca- 
sa professa  della  compagnia  di 
Gesù,  vicino  all'  altare  maggiore. 
Riporteremo  qui  appresso  la  serie 
fle'patriarchi  suoi  successori.  Be- 
nedetto XIV  a'20  maggio  1754 
dichiarò  patriarca  Giuseppe  Ma- 
iioel  d'Attalaja  di  Lisbona,  già  da 
lui  creato  carciumle  fino  dal  1747- 
C'-lemente  XUI  a  9.8  maggio  1759 
preconizzò  patriarca  Francesco  de 
iSaldanha  di  Lisbona,  che  Benedet- 
to XIV  avea  creato  cardinale  nel 
1756.  Pio  VI  nel  primo  marzo 
1779  dichiarò  patiiarca  Ferdinan- 
do de  Sou7a  e  Silva  di  Lisbona, 
che  avea  cieato  caidinale  nel  pre- 
cedente anno.  11  medesimo  Pio 
VI  a' IO  marzo  1788  preconizzò 
pylriarca    Giuseppe    Francesco  de 


LIS 

Mendoza  di  Lisbona ,  che  a'  7 
del  seguente  aprile  creò  cardinale; 
indi  nominò  di  lui  sulfraganeo 
Antonio  Gaetano  Maciel  Calheiros 
delia  diocesi  di  Braga,  che  nel 
1780  avea  fatto  arcivescovo  di  La- 
cedemonia  in  parlihus.  Pio  Vii  ai 
23  agosto  1819  dichiarò  patriarca 
Carlo  de  Cunha  di  Lisbona,  che 
poi  a'  27  settembre  creò  cardinale: 
a  questi  Leone  XII  assegnò  in 
sulfraganeo  Antonio  Giuseppe  Fer- 
reira  de  Souza  della  diocesi  di 
Braganza,  che  nel  18^4  fece  ar- 
civescovo di  Lacedemonia  in  par- 
tibns,  indi  continuò  ad  esserlo  col 
seguente.  Leone  XII  a'  i3  marzo 
1826  traslatò  dalla  chiesa  arcive- 
scovile di  Evora  a  questo  patriar- 
cato, Patrizio  da  Silva  eremitano 
di  s.  Agostino,  di  Leiria^  che  nel 
1824  avea  creato  cardinale.  Il  Pa- 
pa regnante  Gregorio  XVI  nel 
concistoro  de'3  aprile  i843  preco- 
nizzò in  patriarca  fr.  Francesco 
Sarai  va  da  s.  Lodovico  dell'arci- 
diocesi  di  Braga,  già  vescovo  di 
Dliria  in  parlibus  e  coadiutore 
con  futura  successione  del  vesco- 
vo di  Coimbra;  indi  in  quello  dei 
19  giugno  lo  creò  cardinale. 

Ecco  lo  stato  della  chiesa  patriar- 
cale di  Lisbona  all'esaltazione  di  det- 
to patriarca,  secondo  la  proposizio- 
ne concistoriale.  Esso  fu  presentato 
alla  santa  Sede  a'  12  dicembre 
1 84'2  per  questa  chiesa  dalla  re- 
gnante Maria  li  regina  del  l^orto- 
gallo  e  degli  Algarvi.  La  cappella 
regia  era  decorata  con  titolo  e  gra- 
do di  chiesa  patriarcale.  La  chiesa 
di  s.  Maria  Maggiore  basilica  e 
collegiata  è  un  tempio  antichissimo 
di  gotica  struttura,  insignita  da  an- 
tico tempo  della  dignità  di  catte- 
drale, e  da  Bonifacio  IX  elevata 
a  metiopolilana.  Il    patriarcato  l\a 


LIS 

otto  chiese  vescovili  per  suffraganee, 
cioè  Laniego,  Leiiia,  Portalegre, 
Castel  Branco,  Guarda,  Fuiidial,  Aii- 
gra  e  s.  Giacomo  di  Capo  verde. 
11  capitolo  anticamente  si  compone- 
va di  venti  dignità  o  capitolari 
principali,  le  quali  venivano  scelte 
dalle  famiglie  più  nobili  del  regno, 
aventi  ognuno  circa  scudi  seimila 
d'annua  rendita,  anzi  i  primi  cin- 
que avevano  di  piìi,  e  molto  piìi 
il  decano;  di  sellantadue  prelati 
con  più  di  scudi  duemila  di  ren- 
dita; di  venti  canonici  con  mil- 
le scudi  per  cadauno;  di  settanta 
beneficiati,  e  di  altii  preti  addetti 
al  culto  divino,  come  cap[)ellani, 
musici,  dodici  confessori  ed  ullicia- 
li  secolari.  Gio.  Battista  de  Castro 
nella  sua  mappa  sul  Portogallo,  in 
Lisbona  registrò  4'  parrocchie;  62 
conventi,  ospizi  e  collegi;  35  mo- 
nasteri e  conservatorii;  78  chiese 
collegiate,  seminari,  romitori  e  spe- 
dali; 7.3  parrocchie  nella  comarca 
fuori  della  città,  e  nella  stessa  co- 
marca  2  3  conventi  e  monasteri.  Al 
presente,  per  essere  slate  le  altre 
soppresse,  due  sono  le  dignità  prin- 
cipali, otto  i  prelati,  ed  altri  ca- 
nonici, beneficiati,  ministri  eccle- 
siastici inservienti  all'  iiliiziatui  a  . 
La  cura  delle  anime  nella  ba- 
silica parrocchiale  di  s.  Maria  Mag- 
giore, ov'è  il  fonte  battesimale,  è 
amministrata  da  un  parroco  retto- 
re. Fra  le  insigni  reliquie  che  nel- 
la medesima  si  venerano,  vi  è  il  le- 
gno della  ss.  Croce,  ed  il  corpo  di 
s.  Vincenzo  niartire.  Il  palazzo  pa- 
triarcale è  nel  monastero  di  s,  Vin- 
cenzo, alquanto  distante  dalla  ba- 
silica di  s.  Maria  Maggiore.  In  Lis- 
bona vi  sono  trentotto  chiese  par- 
rocchiali, tutte  munite  del  sacro  t'un- 
te, oltre  la  collegiata  di  Bonjpo>ta 
insignita  di  eguale  preroguliva;  vcu- 


LIS  317 

tisetle  monasteri  di  monache,  mol- 
ti conservatorii  per  le  donzelle,  col- 
legi pei  giovani  ,  coiilraternite,  e 
case  pie  di  benedci  istituti  per  l'e- 
ducazione de"  fanciulli  poveri.  La 
diocesi  è  amplissima  e  contenente 
luoghi  e  città  cospicui,  con  tre- 
cento parrocchie.  La  mensa  è  tas- 
sata ne'libii  della  camera  apostoli- 
ca in  fiorini  duemila,  corrisponden- 
ti alle  sue  rendite,  che  ascendono  a 
circa  annui  scudi  romani  dodici- 
mila, quah  si  pagano  dal  pubblico 
erario.  Nel  grossissimo  borgo  di  San- 
tarer/i,  quattordici  leghe  distante  d.) 
Lisbona,  è  il  magnifico  seminario 
pei  chierici .  Questo  luogo  posto 
nella  provincia  di  Estremadiira,  sul- 
la sommità  e  sul  pendio  d'un  alta 
montagna  alla  destra  del  Tago,  si 
divide  in  tre  parti,  cioè  Mara  villa, 
Ribeira  e  Alfange,  essendo  la  piì; 
deliziosa  quella  chiamata  Maravilla, 
pel  suo  bel  punto  di  vista.  E  as- 
sai ben  fabbricato,  con  molti  begli 
edifizi  :  la  sua  vantaggiosa  situazio- 
ne lo  rende  iuìportante  sotto  1'  a- 
spetto  militare,  sebbene  non  abbia 
regolari  fortificazioni.  Vi  sono  chie- 
se, monasteri,  conventi  e  pii  stabi- 
limenti. Nel  174?  ^'  fu  istituita  una 
accademia  di  storia  e  di  archeolo- 
gia. Attivo  è  il  suo  commercio  con 
Lisbona,  ed  occupa  il  prin)o  posto 
nell'assemblea  delle  cortes;  ha  con- 
torni fertili  e  ben  coltivati.  Anti- 
chissimo è  quésto  luogo,  e  chiaimi- 
vasi  Scalobis  prima  dei  romani,  i 
quali  gli  diedero  il  soprannome  di 
Praesidium  JuUum,  e  vi  fiìcero  pas- 
sar la  via  che  andava  da  Merida  a 
Lisbona.  11  suo  nome  attuale  è  di 
origine  araba  ;.  altri  lo  dicono  de- 
rivato da  s.  Irene,  che  vi  soffri  il 
martirio.  Ai  roniani  lo  tolsero  i  go- 
ti, ed  a  questi  i  mori,  i  quali  fù- 
rouo  sforzali   renderlo   ad  Alfonso  i 


3i8  LIS 

nel  I  i47-  ^'  «e  Alfonso  III  lo  po- 
polò di  cristiani,  e  nel  1254  gli 
confen  grandi  privilegi  che  lo  fe- 
cero prosperare  ;  fissandovi  allora 
i  re  di  Portogallo  la  loro  residenza 
sino  a  Giovanni  I  re  del  i385  che 
la  trasferì  a  Lisbona,  il  perchè  ci 
permettemmo  questo  cenno. 

Il  Pontefice  Gregorio  XVI  nel 
1843,  quinto  idus  uoverabris,  ema- 
nò la  bolla  :  Quartwis  aequo  Apo- 
stolico solleciiudiiiis  ,  riguardante 
questo  patriarcato.  Con  questa  bol- 
la il  Papa  autorizzò  il  patriarca 
cardinal  Sarai  va  a  riunire  le  due 
chiese  principali  di  Lisbona,  cioè  la 
patriarcale  e  la  collegiata  in  una 
sola  ,  per  sede  e  cattedra  del  pa- 
triarcato ;  e  di  formare  con  intel- 
ligenza della  regina  di  Portogallo 
un  nuovo  capitolo  composto  di  ven- 
tiquattro canonici,  fra' quali  sei 
soltanto  dignitari,  vale  a  dire  per 
primo  il  decano,  poi  il  cantore,  l'ar- 
ciprete, l'arcidiacono,  il  tesoriere 
maggiore,  ed  il  maestro  di  scuola; 
di  dieciotto  beneficiati  titolari,  e  di 
quindici  cappellani  cantori.  Inoltre 
Gregorio  XVI  con  detta  bolla  di- 
sciolse e  soppresse  l' antico  capito- 
lo, ed  al  nuovo  confermò  tutte  le 
prerogative  e  singoli  privilegi  go- 
duti dal  precedente  ;  dispose  pure 
che  se  i  membri  del  capitolo  disciol- 
to non  fossero  stati  ammessi  nel 
nuovo,  venisse  provveduto  al  loro 
congruo  mantenimento.  Con  la  bol- 
la poi  Quae  olioi  a  sunitnis  Pontifi- 
calibus,  idibus  januarii  i844>  '1 
Papa  Gregorio  XVI  tolse  dalla  giu- 
risdizione metropolitana  di  s.  Sal- 
vatore del  Brasile  le  sedi  vescovili 
di  s.  Tommaso  in  Africa,  e  di  An- 
gola o  Angora  pure  in  Africa ,  e 
le  sottopose  al  patriarca  di  Lis- 
bona .  Finalmente  il  medesimo 
Gregorio  XVI ,    nel  concistoro  dei 


LIS 

24  novembre  184^,  traslatò  a  que- 
sta sede  patriarcale,  restata  vacan- 
te nel  maggio  dell'  istesso  anno  per 
morte  del  cardinal  Sarai  va,  l'odier- 
no Guglielmo  Heariques  de  Car- 
valho  di  Coimbra,  già  vescovo  di 
Leiria  ,  indi  nel  concistoro  de'  19 
gennaio  184^)  lo  erto  cardinale. 
Al  medesimo  diede  in  suffraganeo 
monsignor  Emmanuele  Benedetto 
Rodriguez  della  diocesi  di  Porto, 
della  congregazione  de' canonici  re- 
golari di  s.  Giovanni  Evangelista, 
col  titolo  di  vescovo  in  partibus  di 
Metelino.  Il  Papa  spedi  a  Lisbona 
la  sua  guardia  nobile  d,  Eugenio 
de'  principi  Ruspoli ,  colia  notizia 
della  seguita  promozione  ed  il  ber- 
rettino rosso  al  nuovo  cardinale,  e 
destinò  monsignor  Lorenzo  Barili 
suo  cameriere  di  onore,  ed  uditore 
della  nunziatura  di  Lisbona ,  ad 
ablegato  pontificio  per  la  tradizio- 
ne della  berretta  rossa ,  che  nella 
chiesa  reale  di  Belem  a'  i5  feb- 
braio impose  sulla  testa  del  cardi- 
nale de  Carvaiho  la  regnante  re- 
gina Maria  II,  col  seguente  cere- 
moniale.  In  detto  giorno  recaronsi 
alla  chiesa  con  carrozze  di  corte , 
accompagnati  da  uno  squadrone  di 
lancieri,  il  cardinale  e  l' ablega- 
to, ed  in  altra  la  guardia  nobile 
col  console  generale  pontificio.  La 
regina  si  assise  in  trono,  aven- 
do accanto  il  re  d.  Ferdinando 
di  Saxe-Cobourg  e  Gotha,  ed  i  due 
primi  loro  figli.  In  varie  tribu- 
ne erano  il  corpo  diplomatico,  i 
pari  ed  i  deputali  del  regno,  i  mi- 
nistri, ed  i  più  ragguardevoli  per- 
sonaggi del  clero,  della  corte  e  del- 
la città.  Premesse  le  solite  allocu- 
zioni, la  regina  ricevette  la  berret- 
ta dall' ablegato  e  dignitosamente 
la  impose  al  cardinal  patriarca  , 
quindi    si    cantò    uà    solenne    Te 


LIS 

Deuni.  Dopo  la  funzione  la  regina 
fece  servire  nel  cotiliguo  reale  ap- 
partamento una  lauta  colazione , 
nella  quale  sedettero  eoo  essa  a 
mensa  quarantaquattro  ragguarde- 
voli personaggi,  fra'  quali  il  cardi- 
nale, monsignor  di  Pietro  iuter- 
uunzio  straordinario  e  delegato  a- 
postolico ,  i'  abiegato  e  la  guardia 
nobile.  Nella  sera  monsignor  di 
Pietro  diede  un  pranzo  diplomati* 
co  in  uniforme  di  quaranta  coper- 
te :  questo  prelato  fece  gli  auguri 
a  sua  maestà  Fedelissima,  il  mi- 
nistro degli  affari  esteri  li  fece  al 
santo  Padre,  ed  il  presidente  dei 
ministri  al  cardinal  patriarca.  La 
regina  nominò  l' abiegato  commen- 
datore dell'  ordine  della  Concezio- 
ne, e  la  guardia  nobile  di  quello 
di  Cristo. 

Lisbona  è  stata  sempre  un  mez- 
zo pei  sommi  Pontefici ,  e  per  la 
congregazione  di  propaganda  Jide, 
per  trattare  il  bene  della  religione 
cattolica  nei  paesi  di  dominio  por- 
toghese sparsi  pel  mondo ,  perchè 
lo  zelo  e  la  pietà  dei  monarchi 
del  Portogallo,  prestò  sempre  aiu- 
to alla  santa  Sede  per  stabilire  il 
cristianesimo  nei  loro  doniiuii  di 
Asia,  Africa  ed  America.  Laonde 
qui  faremo  menzione  dei  collegi 
ed  ospizi  istituiti  in  Lisbona  ed  in 
alcuni  luoghi  del  regno,  per  s\  in- 
teressante e  religioso  argomento,  ed 
anche  nazionale.  Incomincieremo 
dagli  ospizi.  Sì  trovavano  in  Lis- 
bona due  ospizi,  uno  de' quali  di 
proprietà  francese.  Ebbe  la  fonda- 
zione per  fine  di  dare  gli  aiuti 
spirituali  a  que'  francesi,  che  vi  ri- 
chiamasse il  commercio  o  l'amore 
di  viaggiare.  L' altro  ospizio  detto 
di  s.  Apollonia  era  dei  cappuccini 
italiani,  ed  ebbe  principio  nel  1693. 
Riconoiceadoseue  la  necessità,  fuut- 


LIS  3r9 

tenuta  una  casa  spettante  alle  mo- 
nache del  Santus  con  annuo  cano- 
ne. Ma  poiché  un  tal  peso  non 
conveniva  allo  stato  povero  che 
professano  i  cappuccini ,  il  re  di 
Portogallo,  a  cui  era  di  mollo  gra- 
dimento che  i  cappuccini  avessero 
ivi  ricovero ,  si  obbligò  a  pagar 
lui  il  canone.  L'oggetto  di  questa 
fondazione  fu  che  vi  si  potessero 
fermare  i  missionari  dell'  ordine 
destinati  al  Congo,  Angola  e  Bra- 
sile, per  apprendere  la  lingua  por- 
toghese; che  ivi  si  potessero  riave- 
re dalle  infermità  coloro  che  ritor- 
navano da  quelle  missioni  oppressi 
dagli  anni  e  dalle  fatiche  in  un'a- 
ria talvolta  insopportabile  agli  eu- 
ropei. Ivi  vivevano  in  pace  il  ri- 
manente della  loro  vita,  ammini- 
strando i  sagramenti  a  molti  di- 
voti portoghesi,  presso  i  quali  era- 
no in  molta  venerazione  sotto  la 
giurisdizione  di  un  prefetto  dell'or- 
dine. Insorse  poi  grave  controver- 
sia tra  i  cappuccini  della  provincia 
di  Genova,  e  tra  quelli  delle  altre 
Provincie  d'  Italia  ,  a  chi  spettasse 
la  proprietà  dell'  ospizio ,  il  re  de- 
cise tosto  la  lite  dicendo,  che  era 
di  suo  patronato  e  sua  proprietà, 
e  ciò  fu  nel  lySa.  In  Lisbona  e- 
sisteva  una  piccola  casa,  in  ciii  si 
istruivano  sopra  gli  articoli  di  no- 
stra religione  i  convertiti  dalia  set- 
ta maomettana,  sotto  la  direzione 
de' gesuiti.  Un' egual  casa  trova  va- 
si nell'Alentejo,  ed  una  nella  città 
di  Oporto.  Questi  ospizi  e  queste 
case,  come  tutti  gli  altri  pii  stabi- 
limenti, perirono  nelle  ultime  poli- 
tiche vicende.  Passiamo  ora  a  dire 
dei  collegi  stranieri  di  Lisbona. 
Del  collegio  inglese  di  Lisbona  fou- 
dato  nel  i632  da  d.  Pietro  Ca- 
tiuho  Fidalgo  d'illustre  famiglia,  ir» 
sollievo  della  religione    muluicuau 


Sio  LIS 

in  Inghilterra  [Vedi),  ne  parlam- 
mo a  queir  articolo:  la  sua  chiesa 
è  dedicata  ai  ss.  apostoli  Pietro  e 
Paolo.  Dei  collegi  irlandesi  di  Lis- 
bona, uno  detto  di  s.  Patrizio  sotto 
la  cura  de'  gesuiti,  ne  trattammo 
?AVaviìco\o  Irlanda  [Vedi).  Anche  i 
domenicani  irlandesi  v'  hanno  il 
collegio  del  ss.  Rosario,  per  le 
missioni  dell'Irlanda  e  della  Scozia 
e  di  qualche  isola  dell'America.  II 
Papa  Innocenzo  XI,  che  avea  ap- 
provato alcuni  collegi  di  missioni 
nella  Spagna,  due  ne  fondò  anche 
nel  Portogallo  ;  cioè  uno  in  Brau- 
cannes,  l'altro  nel  convento  di  s. 
Antonio  del  Varatojo  diocesi  di 
Lisbona.  Questi  collegi  ebbero  i 
loro  privilegi,  come  si  legge  nella 
bolla  del  fondatore.  Ex  injuncto 
nobis,  de'  2  3  novembre  1679.  ^'* 
Vinhaes  diocesi  di  Braganza,  vi  fu 
altro  collegio  di  missionari  apostoli- 


LIS 
ci,  fondato  da  Benedetto  XIV  nel 
lySo:  ebbe  nel  1785  tutti  i  privilegi 
che  erano  stati  accordati  ai  coUeai 
del  Varatojo  e  di  Brancannes  e  agli 
altri  di  Spagna  da  Innocenzo  XI 
e  da  Clemente  XI.  Nel  monte  di 
s.  Maria  Maddalena  nella  città  di 
Braga,  fu  eretto  altro  collegio  o 
seminario  di  missioni,  e  fu  affida- 
to ai  francescani  alcantarini  ;  il 
merito  di  questa  fondazione  si 
deve  al  clero  e  popolo  di  quella 
città,  o  meglio  al  p.  Fr.  Antonio 
di  Gesìi  già  missionario  ne!  colle- 
gio e  seminario  di  Vinhaes,  simile 
a  quelli  del  Varatojo,  di  Bran- 
cannes e  di  Mosanfrio.  Leone  XII 
nel  1828  a'  2  3  maggio,  con  la 
costituzione  Ex  quo  aelernae  sa- 
lutis,  accordò  a  detto  collegio  tut- 
ti i  privilegi,  colle  condizioni  ri- 
chieste da  Innocenzo  XI  per  quello 
del  Varatojo. 


FINE    DEL    VOLUME    TRIGE.SIMOTTAVO. 


i 


BX  841  .n67  1840 

sncR 

Moron  i ,  Gaetano, 

1802-1883. 
Dizionario  di  erudizione 

storie o-ecclesiastica 
AFK-9455  (awsk)